Giovanni 8,32 la verità e la libertà in un versetto

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” si legge nel Vangelo di Giovanni ed è una pericope così famosa che ricorre immancabilmente nei forum, dove viene usata spesso come motto che riassuma un nick, tanto è sentita.

Da questo mi pare facile intuire quanto inchiostro sia stato versato per spiegarne il senso, perchè ne va di mezzo la conoscenza e la verità, la conoscenza della verità, argomento squisitamente teologico perchè introduce quel “io sono la via, la verità e la vita” sempre giovanneo.

Da tutto questo si potrebbe pensare che sia preclusa un’ulteriore analisi, perchè secula seculorum tutti ci sono cimentati nella sua esegesi, ma forse non è così se entriamo nella categoria del blog che affida ai versetti (vedi menu in home) note cronologiche mai intuite o se intuite -da altri- dimenticate.

Quella frase ricorre in 8,32 e non richiama una data, cioè lo 832 a.C. o d.C., ma bensi l’8 dello 888 ghematrico di Ἰησοῦσ e il 32 d.C. anno dell’inizio del Suo ministero, secondo il nostro parere, con la lettura d’Isaia 61 nella sinagoga di Nazaret dove leggiamo

Lo spirito del Signore Dio è su di me
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,

Quella libertà agli schiavi e quella libertà ai prigionieri è il senso pieno di quella verità che, peremettete il gioco di parole, libera, quella cioè di Gv 8,32 che segna dapprima il Cristo, poi l’inizio del Suo ministero in cui quella stessa libertà è predicata.

In un versetto, quindi, si sintetizza una missione che se nel Vangelo di Luca è annunciata, in quello di Giovanni si realizza. Una Verità che, seppur unica, ha più facce, tra le quali quella cronologica perchè la cronologia dimostra Dio che si è fatto storia incarnandosi, cioè assumendo le forme del tempo e del tempio tracciando un disegno divino nella storia stessa.

Quella cronologia (tempo) in Luca diviene tempio, perchè della lettura d’Isaia 61 egli ce ne dà notizia in 4,18, versetto del tempo, è vero, ma anche del tempio, se la dedicazione del secondo avvenne, per noi, nel 418 a.C. o “sesto di Dario (II)” (Esd 6,15).

Anno giubilare l’uno e l’altro, cioè il 418 a.C e il 32 d.C. tanto che possiamo parlare di una cronologia da tempio a Tempio seguendo un calendario giubilare. Quel 418 a.C. è l’esatta cronologia del tempio, quella che traccia in profondità la storia d’Israele, per questo non reputiamo un caso che βαθύς (profondità) abbia lo stesso valore ghematrico, 418, a differenza del 515 a.C. anno della dedicazione secondo la storiografia che non conosce il sacro, ma che conduce, ghematricamente, a Μοσσαδ (Mossad), un servizio segreto che, con i suoi complici, in primis cattolici, forse stende un velo superficiale su quella verità che rende liberi e per questo invisa.

Ezechiele, Esdra e il consiglio spassionato

Abbiamo già incontrata la coincidenza dei versetti con la cronologia del blog e mai l’abbiamo ritenuta casuale, perchè talvolta è semplicemente sorprendente (si veda la categoria “versetti” in home).

Presentiamo adesso un caso che, seppur esulando da una specifica nota cronologica, detta però i tempi di quella cronologia in un suo segmento fondamentale: la ricostruzione del tempio dopo l’esilio o secondo tempio.

Se assumessimo la cronologia ufficiale, non solo Gv 2.20-21 si perde a causa di quel ναός da non confondersi assolutamente con ἱερόν (area del tempio) che giustificherebbe una cronologia artificiale forzando però il testo.

Quei 46 anni, infatti, indicano la ricostruzione dl Sancta sanctorum (ναός) e nient’altro, per cui, date le dimensioni e la nota flaviana di 18 mesi, rimangono totalmente incomprensibili.

E’ solo assumendo l’editto di Artaserse (Esd 4,23) nel suo settimo anno di regno (465/464 a.C.), cioè l’editto che blocca i lavori “mano armata” (Esd 4,23), che tutto diviene chiaro, perchè 46 anni sono tempi “costretti” per forza maggiore, nel senso che non si potè mettere mano ai lavori.

Essi, i 46 anni, si concludono -lo sappiamo- nel 419/418 a.C., “sesto di Dario” (secondo, però Esd 6,15) facendo saltare tutto il quadro cronologico sinora studiato che vede la dedicazione nel 515 a.C.

E’ tale la differenza o l’errore, dipende dai punti di vista, che necessita di prove, quando però una cronologia lineare e complessa del tempio sarebbe già di per sè sufficiente a giustificare una tempistica alternativa.

Siamo in grado adesso di fornire un’ulteriore prova che esula, è vero, da quelle che il mondo scientifico accetterebbe, sebbene appartenga alla Bibbia, di cui è sempre bene non dimenticarne il linguaggio, che è proprio, tant’è che a volte sussurra pure.

Come nel caso di quei 46 anni che partono dall’esilio babilonese, che se se ne ha chiara la datazione, esso prende le mosse anche dal calcolo di Ezechiele, cioè dal 505/504 a.C. e si consuma in 40 anni (Ez 4,6).

I 40 anni terminano, quindi, nel 465/464 a.C. ed è da lì che, a causa dell’editto di Artaserse, si trascinano fino al 419/418 a.C., cioè per 46 anni. Curiosa allora diviene la numerazione del versetto di Ezechiele unita a quella di Esdra che confermano quei tempi.

Infatti dei 40 anni di esilio di Giuda, Ezechiele ce ne parla in 4,6 del suo libro, quello stesso 46 che segna gli anni necessari alla ricostruzione post esilica secondo Gv 2,20-21, che prendono le mosse proprio dal termine di quell’esilio lì previsto (i 40 anni di Ez 4,6 che partono dal 505/504 a.C.).

Come curiosa è la numerazione di Esdra quando riporta nel versetto 4,23 l’anno 423/422 a.C. “secondo anno” (Esd 4,24) di regno di Dario II, quando cioè riprendono i lavori.

Da notare anche che implicitamente i versetti ci dicono di quale Dario si tratti se ancora presi dal dubbio del primo o secondo. Infatti la nota che riferisce la riapertura del cantiere la fornisce Esd 4,24, cioè 424 a.C., primo anno di regno di Dario II, togliendoci dall’imbarazzo che genera non solo la presenza di due Dario, ma anche e più dalla presenza di due cronologie riguardanti il tempio geneticamente incompatibili, perchè troppo il divario che segnano: un secolo, in pratica, se l’una dedica nel 515 a.C. e l’altra nel 418 a.C.

Lo abbiamo scritto: è una voce flebile, sussurrata, in tutto e per tutto simile a un consiglio spassionato, sempre e comunque dato a fior di labbra.

Il regno di Giuda tra Nochè e l’esilio: 484 anni perduti?

Avevamo promesso in questo post che saremmo tornati ad occuparci della genealogia lucana perchè considerata in buona parte ancora inesplorata essendosi fermati alla sola funzione genealogica (wiki stesso lamenta l’impossibilità di calcoli attendibili).

E quelli noi offriremo, sebbene ancora incapaci di trarre le conclusioni, ma lo abbiamo scritto che tutto è in fase di studio, uno studio che credevamo concluso con Matteo e i 490 anni che introducono alla “chiave di davide” (κλείς Δαυίδ) se calcolata ghematricamente.

Sappiamo che l’anno di nascita di Nochè fu il 2863 A.M e ad esso abbiamo tolto 888 anni per ottenere l’anno di nascita di Abramo il 1975 a.C., ferma alla cinquantaseiesima generazione lucana.

Adesso siamo curiosi di conoscere quanti anni passino tra Abramo e Davide, cioè tra il 1975 a.C. e il 989 a.C. che coincide con la ventottesima generazione matteana (in realtà seguendo lo schema e i calcoli generazionali sarebbe il 995 a.C., ma noi abbiamo ricalcolato tutti i Re per conoscere la durata effettiva del regno di Giuda che è 484 e 6 mesi, segnando quindi un chiaro 989 a.C. partendo dal 505 a.C. anno dell’esilio).

La differenza tra 1975 a.C. e il 989 a.C. segna 986 anni e qui bisogna fare un primo appunto, forse interessante, perchè le generazioni tra Abramo e Davide, considerando anche il ramo materno, sono 17 che se si divide per 986 anni dà cifra tonda, cioè 58 anni e questo c’incuriosisce perchè potrebbe non trattarsi di una coincidenza, ma introdurci in una scala generazionale che da Nochè è andata via via diminuendo segnando:

  1. Per il periodo Nochè-Abramo (2863 A.M.-1975) 888 anni diviso le dodici generazioni che intercorrono dà che ogni generazione segna 74 anni esatti.
  2. Per il periodo Abramo-Davide (1975 a.C.-989 a.C.) 986 anni segna ciascuna generazione di 58 anni esatti.
  3. Per il periodo Davide-Babilonia (989 a.C.-505 a.C.) 484 anni che ci obbligano a un’approssimazione spiegata sopra che dipende dal nostro riconteggio sulla durata effettivamente storica del regno di Giuda. In ogni caso sono le generazioni di 35 anni che conducono da Cristo all’esilio e di lì a Davide, la “chiave di Davide” ghematricamente.

La parte interessante sono i 58 anni per ogni generazione segnati dal periodo Abramo-Davide la cui esattezza, assieme a quella del periodo Nochè-Abramo che segna un secco 74 anni, potrebbe celare spunti interessanti ma al momento sconosciuti.

Adesso che abbiamo impostato il problema e che abbiamo i totali (ben attenti: gli 888 anni li abbiamo ipotizzati dalla ghematria greca di Gesù e ciò, lo abbiamo visto qui, ha dato buoni risultati), li sommeremo per ottenere 2364 anni tra Nochè e l’esilio babilonese per conoscere se collimano con il calcolo secco tra Nochè e l’esilio (2863 A.M-505 a.C.), cosa che non avviene ma secondo noi potrebbe avere un senso. Infatti:

888 + 986 + 490 = 2364 a fronte di un Anno Mundi che data la nascita di Nochè al 2863 generando uno scarto di 484 anni che non ci è ignoto, perchè segna la durata del regno di Giuda secondo i nostri calcoli. Tra l’altro quel 484 anni è l’approssimazione per difetto perchè non considera, sottraendoli, i 6 mesi di scarto che dovrebbero essere aggiunti alla durata totale del regno di Giuda.

Noi sappiamo che quei 6 mesi non sono innocui perchè aprono a tutta una cronologia particolare che dall’esilio (ma ben più in là vedi qui) giunge alla dedicazione del secondo tempio, passando per il 465 a.C. anno, tracciato seguendo Ez 4,6 e i suoi 40 anni di esilio dal 505 a.C., in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio e numero che richiama la ghematria di Ναζαρέτ (Nazaret) e Ἱεροσάλημα (Gerusalemme). Tale periodo si conclude 46 anni dopo stando a G 2,20-21 cioè nel 419 a.C. che è la ghematria di Δαυίδ con quel 419.

Alla luce di tutto questo quel 484 anni di scarto tra la differenza del calcolo generazionale e l’anno di nascita di Nochè e il primo anno di regno di davide (989 a.C.) introducono in un contesto d’alto profilo in cui anche la ghematria ha un ruolo importante, perchè sia Gerusalemme, sia Nazaret e sia Davide non sono termini qualsiasi ma s’innestano nel profondo del tessuto scritturale, senza contare che segnano al contempo una delle due tempistiche previste per il tempio: quella che si conclude nel 419 a.C. come anno della dedicazione o quella che si conclude nel 418 a.C. storicamente il sesto anno di Dario secondo, però.

Lo abbiamo scritto in apertura: non siamo in grado di  tirare delle conclusioni, ma solo di fornire ipotesi di lavoro, tra l’altro tutte da verificare. Ci salva che l’argomento e il suo approccio sono nuovi e ben lontani ancora da facili soluzioni. Di certo tutto ciò apre un varco in una cronologia lucana che non si esaurisce in una lista genealogica, ma promette ben di più, almeno sulle prime.

Da Nazaret alla Palestina con tappa al secondo tempio

Il blog ha incontrato più volte versetti che celano una cronologia (vedi categoria in home), il caso vuole che sia sempre la nostra, come in questo caso che tratta di Lc 4,18. E’ un passo molto importante perchè Gesù proclama nella sinagoga di Nazaret la Sua missione, la Sua messianicità.

Già in passato abbiamo fatto notare che la numerazione del versetto coincide con l’anno della dedicazione del secondo tempio: 4,18 il primo; 418 a.C. la seconda e questo ci ha incuriositi perchè Isaia 61 Gesù lo legge nel 32 d.C., anno d’inizio del ministero secondo la nostra cronologia.

Tale anno giubilare è separato dal 418 a.C., altrettanto giubilare, da 9 cicli (50 anni ciascuno) esatti tanto che possiamo parlare di una tranche cronologica da tempio a Tempio, se Gv 2,20-21 ci parla di Gesù nuovo ναός (Sancta Sanctorum).

Questa sincronia di eventi e versetti potrebbe apparire non tanto casuale, quanto occasionale (pro domo mea), per cui non facilmente condivisibile. Rimane il fatto che anche il calendario delle settimane la rileva, lasciando i conti a resto zero.

Infatti, dal 418 a.C. al 32 d.C. passano esattamente un ciclo settimanale lungo (294 anni) e 26 cicli brevi (6 anni) e colpisce, quindi, l’ulteriore esattezza che si aggiunge a quella evidenziata dal versetto (Lc 4,18) che coincide con l’anno della dedicazione (418 a.C.); e con quella dei 9 cicli giubilari esatti tra la dedicazione del tempio e l’inizio del ministero.

L’importanza della relazione tra Gesù e il tempio ci ha fatto mettere in secondo piano un altro rapporto fra date di assoluto rilievo, come quello che lega l’ingresso in Palestina al tempio post esilico, sempre adottando il calendario delle settimane.

Infatti tra l’anno della dedicazione del secondo tempio e il 1384 a.C. passano 966 anni, cioè 3 cicli calendariali lunghi (ciascuno di 294 anni) e 14 brevi (6 anni), così che dal 1384 a.C. si giunge al 418 a.C. (1384-966=418).

Insomma un intarsio cronologico tra numerazione di versetti, cronologia e calendario giubilare e settimanale perfetto che forse può non convincere nessuno, ma difficilmente imputabile al caso il quale -parlo per esperienza- è spesso l’ultima risorsa di chi vuole ostinatamente negare l’evidenza.

A seguire una tabella riassuntiva dei calcoli sinora compiuti grazie al calendario delle settimane. Vi prego di considerare che nonostante l’assoluta importanza delle date di calcolo, essi sono tutti quanti a resto zero, cioè non hanno mai avuto bisogno di approssimazione, neppure a un anno come sarebbe stato quasi ovvio.

Credo che questa precisione la dica lunga sulla cronologia adottata dal blog, perchè è l’unica a incrociare alla perfezione il preciso e ferreo calendario delle settimane e talvolta, contemporaneamente, quello giubilare, altrettanto ferreo.

Non abbiamo avuto la necessità di verificare se tutto ciò caratterizza anche, magari solo in parte, la cronologia ufficiale, ci è stato sufficiente verificare date cardine della nostra con esito assolutamente positivo

 

TAVOLA CALENDARIALE

 

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNO EVENTO
1485 a.C. Nascita di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Nascita di Gesù
1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C. Esodo 294 x 4 39 x 6 1410 15 a.C. Nascita di Gesù
1425 a.C. Esodo 294 x 4 44 x 6 1440 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C Esodo 294 x 4 16 x 6 1272 153 a.C. Distruzione cortile interno del tempio. Fine dell’AT
1384 Ingresso in Palestina 294 x 4 40 x 6 1440 32 d.C. Ministero pubblico di Gesù
1384 Ingresso in Palestina 294 x 3 14 x 6 966 418 a.C. Dedicazione del secondo tempio
418 a.C. Dedicazione secondo tempio 294 26 x 6 450 32 d.C. Ministero pubblico di gesù

LEGENDA:

  1. Per evento/anno intendiamo il termine a quo e ad quem
  2. Il totale è la somma del prodotto dei cicli lunghi (294 anni) con quelli brevi (6 anni)
  3. Il totale deve essere sempre considerato secondo la scala a.C/d.C che obbliga sommare o sottrarre

Sicario, l’assassino è nascosto nel tempio

sicario

Un sicario, nel lessico criminale, è l’esecutore materiale di un omicidio, tipicamente perpetrato dietro incarico di un mandante e per denaro.

Questa è la definizione che wiki dà del sostantivo sicario, ancora in uso nel lessico criminale e giudiziario. Dunque è colui che compie l’omicidio per conto di un mandante che rimane nell’ombra.

Terminologia moderna, è vero, ma dalle radici antiche perchè affondano nel giudaismo estremista, in particolare nella fazione più violenta e radicale degli zeloti.

A noi, come al solito, è venuto in mente di riportare il lemma in greco, affinchè anche la ghematria possa contribuire alla definizione alla contestualizzazione del lemma, non necessariamente nel passato, come non solo nel passato si colloca il significato di sicario, ancora in uso.

Il valore ghematrico di σικααριος è 417, ma se aggiungessimo una alfa, sebbene sia già di per sè esplicativo, avremmo un tondo 418, cioè un 418 a.C. anno della dedicazione del secondo tempio seguendo la nostra cronologia che denuncia la falsità della storia relativa alla cronologia del tempio gerosolomitano.

Cosa questa non di poco conto, perchè si ammazza per molto meno. Immaginate, infatti, cosa significherebbe lo scivolamento verso il basso di un secolo dell’intera cronologia biblica. Quanti manuali, quante cattedre, quante teste finirebbero al macero? Ve lo dico io: la quasi totalità, una catastrofe insomma, perchè l’intero mondo accademico ne uscirebbe distrutto divenendo una barzelletta.

Adesso immaginate cosa significherebbe lo scivolamento verso il basso, cioè di un secolo, della cronologia dell’intero Vicino Oriente Antico: quanti manuali, quante cattedre e quante teste finirebbero al macero? Ve lo dico io: la quasi totalità e con essa tutto il consensus del mondo accademico.

Adesso immaginate cosa significherebbe lo scivolamento verso il basso di tutto l’asse cronologico magisteriale cattolico, ortodosso, protestante, anglicano e geovista (la finisco qui): quanta parte dell’esegesi finirebbe al macero, quanta parte del magistero alle ortiche, quante cattedre diverrebbero effettivamente ex cathedre? La totalità ve lo dico io.

Ecco, questo è lo scenario che per sommi capi si aprirebbe ai vostri occhi se la dedicazione del secondo tempio non fosse più datata nel 515 a.C. ma nel 418 a.C. compiendo una strage.

In questo senso, allora, vengono in mente i sicari o, giusto per adoperare un linguaggio fantasy, i guardiani del tempio, quello falso, ovvio, che non lesinano a uccidere tutti coloro che lo minacciano e con esso minacciano la menzogna imposta di regime.

La coincidenza ghematrica di σικααριος il cui valore è quasi perfettamente uguale all’anno della dedicazione del secondo tempio qualora questa fosse giusta, ci riassume tutto un sistema religioso che ha in loro, cioè negli assassini (il sicario è un assassino), la sua difesa.

Capite bene allora che non è un caso che qualora giocassimo con il greco e scrivessimo Mossad come Μοσσαδ otterremmo un perfetto 515 che equivale al 515 a.C. che guarda caso coincide con la falsa datazione del secondo tempio universalmente non accettata ma imposta a prezzo non della carriera, ma della vita.

Certo le pugnalate dei sicari non sempre sono fisiche, perchè anche un’offesa può essere una pugnalata al cuore, alla schiena o sfregiarvi la faccia avendo, tra l’altro, il vantaggio di non versare neanche una stilla di sangue.

Per il pubblico, poi, ci penserebbe l’immancabile sceneggiata “paraocchi emozionale”, perchè la violenza scandalizza sempre e quindi è necessaria. Allora si rende la faccenda  “cosa buona e giusta” come recita la Messa cattolica, e magari compiuta in nome di Dio  per la salvezza dell’anima del peccatore il quale, poveretto, ha il solo torto di dire la verità.

Non necessariamente il sicario è prezzolato, perchè il mondo è popolato di utili idioti che si sporcano le mani con il crimine convinti, uccidendovi, di “rendere culto a Dio” come espressamente scrive Giovanni in 16,2, salvo poi capire che oltre che essere idioti sono pure assassini, sicari appunto e gratuitamente, sia mai che vogliano qualcosa: tengono solo alla ricompensa di Dio e il denaro li offende.

Ecco contestualizzato un lemma che nasce nell’antico giudaismo ma che proprone la sua efficacia anche oggi se ti azzardi a varcare la porta del tempio santo (418 a.C.), mentre se rivolgi le tue preghiere alla menzogna (515 a.C.) la santità è assicurata e hai salva la vita e la coltellata magari la ricevi dalla moglie perchè non hai portato fuori il cane a fare i suoi bisogni, immancabilemente fatti in casa.