L’assassino non è il pagliaccio

Uno dei molteplici passi in cui Apocalisse propone un enigma è quello dei Nicolaiti di cui non sappiamo ancora bene, di cui sappiamo, in realtà, poco e le ipotesi abbondano.

Tra queste campeggia certamente l’etimo che vuole una fantomatica “vittoria del popolo” per una lotta di classe ante litteram che vedremo essere tale, ma di un livello molto superiore alla dialettica marxista.

Cominciamo col dire che sin da subito ci rivolgeremo alla ghematria di
Νικολαΐτης per ottenere, come a suo tempo abbiamo già fatto, un 505 che, se ridotto a un calendario, diviene 505 a.C., anno fondamentale nella nostra cronologia, segnando l’esilio babilonese. Ma non solo.

Quel 505 a.C. è la prima data che s’incontra se in possesso di due elementi fondamentali: l’anno di nascita di Gesù (15 a.C.) e la “Chiave di Davide” che è sì ghematria (κλείς Δαυίδ=490), ma anche la somma degli anni di una tranche generazionale matteana (14×35 anni=490).

La somma dell’anno di nascita al 490 ghematrico e generazionale produce quel 505 a.C. (15+490=505) dell’esilio e questo dimostra tutta la sua importanza nel contesto prima vetero e neo testamentario tout court; poi cronologico.

Dunque se Νικολαΐτης conduce a una data cardine (a nostro avviso altro non è che la porta dell’Antico Testamento dove solo è possibile inserire la Chiave di Davide altrimenti si rimane fuori o ci si arrampica da qualche altra parte, come riporta Gv 10,8-10) che non si esaurisce nel calcolo secco, ma sviluppa una cronologia fondamentale ed altra rispetto a quella che l’ha generata.

Il 505 a.C., infatti, è l’anno in cui Ezechiele colloca il suo esilio a differenza di Geremia, tanto che l’uno calcola 40 anni di esilio; l’altro 70 per una profezia “diversa” che infatti nel primo caso cerca il tempio, mentre nel secondo “le settimane” di Daniele.

Ezechiele, invece, sottrae all’esilio babilonese 40 anni, ma non prima di avere considerato che la durata dei regni di Giuda non è a resto zero, perché essa ammonta a 484 anni e 6 mesi e ciò costringe a un’approssimazione: o scegliamo il 505 a.C. dal 989 a.C.; o scegliamo il 504 a.C. sempre dal 989 a.C. dipendentemente dall’approssimazione: in difetto la prima, in eccesso la seconda.

Questo è molto importante per comprendere che l’esito di quella stessa profezia cambia conducendoci, col suo difetto, al 419 a.C.; col suo eccesso al 418 a.C. per un Cristo e per un Gesù, cioè per Dio e per l’uomo. Vediamo perché.

Tolti 40 anni al 505 a.C., otteniamo il 465 a.C., settimo anno di regno di Artaserse, quando rientra Esdra col compito di riedificare il tempio (Esd 7,7-8). E’ l’anno, insomma, in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio.

Da lì, si sottraggono i 46 anni necessari per la sua ricostruzione e dedicazione indicati da Gv 2,20 per ottenere il 419 a.C. e i lavori ultimati. Quel 419, oltre che terminare la profezia di Ezechiele, è anche la ghematria di Δαυίδ per un Cristo Re.

Capite bene che l’approssimazione in eccesso scala tutto quanto il discorso di un anno, facendoci cadere nel 418 a.C., storicissimo “sesto anno di Dario (Esd 6,15)” secondo, però, in cui sempre il tempio è dedicato. Ma questo ci parla di Gesù proprio in virtù di una storicità che emerge nella figura di Dario e non di Davide per un simbolismo di facile lettura.

Ecco allora chiaro perché la lettura ghematrica di Νικολαΐτης ci conduce al 505 a.C.: essa ci narra della divinità che i Nicolaiti negano, anzi, come vedremo, vogliono bandita, vogliono, cioè, bandire Dio dalla storia, tanto che proprio la storia ci offre il paradigma per comprendere il fatto ed esso coincide con la sorte di Tarquinio il Superbo che presta la sua figura e la sua vicenda a Dio, Egli stesso bandito e consegnato, come scrive ottimamente Andrea Caradini, a una damnatio memoriae.

Partiamo con l’introdurre l’argomento riassumendo quanto già scritto in questo post, in cui avevamo fatto notare che l’a.U.c. (ab Urbe condita) cade nel sesto/settimo anno di regno di Ozia (721 a.C.) legando la cronologia dei Re biblici a quella dei Sette re di Roma che fondarono sì una città, ma più ancora una Chiesa, legando le sorti di Gerusalemme a Roma stessa, facendo di entrambe “Le città di Dio” correggendo addirittura il “tiro” di Agostino.

Che esse siano legate a doppio filo è dimostrato anche da una leggenda che vuole i Sette re di Roma regnanti per 35 anni ciascuno, permettendo a noi di ricordare quanto scritto in apertura circa non solo le generazioni matteane di 35 anni, ma anche quello che si ricava da quelle generazioni, cioè la “Chiave di Davide” che offre un valore ghematrico di 490 come 490 anni è una tranche generazionale matteana.

La presenza nella leggenda romana, quando una leggenda possiede sempre un fondo di verità, della base di calcolo della genealogia di Matteo (35 anni) e della Chiave di Davide, collega il periodo aureo di Gerusalemme, espresso dalla chiave per eccellenza, cioè quella davidica, a quello romano dei Sette leggendari re, rafforzando ancor più quel doppio filo che collega Gerusalemme a Roma.

In questa cornice s’inseriscono i Nicolaiti che combatterono ad Aricia nel 505 a.C., e non a caso perché fu allora che Tarquinio il Superbo perse ogni speranza di rientrare in una Roma che lo aveva cacciato sì come tale, ma in realtà come legittimo re.

Ha tutta la nostra ragione Andrea Caradini quando scrive che in realtà sulla figura dell’ultimo re di Roma aleggia una damnatio memoriae e la storia non ce l’hanno raccontata giusta, perché il popolo voleva vincere in nome di un’eguaglianza (tutt’uguali) che andò in realtà oltre la legge e il diritto riscrivendo la storia da vincitrice.

Ecco che, allora, Tarquinio è Dio, Egli stesso cacciato; è la divinità che non trova più posto nella storia perché il “popolo” (l’uomo) lo ha cacciato e dunque Tarquinio è la metafora di una storia vinta dal popolo, dai Nicolaiti, che si sono inventati la superbia di un re per attribuirla poi a Dio e così legare le loro sorti.

Questo sono i Nicolaiti di ieri e di oggi e non appartengono, quindi, solo al passato: l’intera storiografia esprime ancora la loro opera quando vorrebbe farci credere incapaci di una cronologia biblica, la cui assenza è solo il frutto dell’opera Nicolaita che ha di nuovo cacciato Tarquinio (Dio) usando un popolo bue che ha creduto all’alibi della superbia divina che altro non sarebbe che paterna, naturale unicità, mentre la loro, in realtà, è sete di potere, conquistato il quale si abbandonerebbero al più assoluto disprezzo di un popolo obbligato alla loro adorazione, all’adorazione, cioè, di un’élite d’imbecilli .

Per Dio non c’è più posto, come scrivono i vangeli della natività. Dio nasce fuori dalla storicità, magari di nuovo in una stalla e “al freddo e al gelo” solo perché si è distrutto il 10 agosto suo Dies natali; mentre muore alla storia con il 33 d.C. per un’anagrafe che ne fa un apolide, un senza tetto e senza storia.

Capite bene, allora, che nella canzone di Natale “Tu scendi dalle stelle” è scritto tutto e il testo è nicolaita (Babbo Natale altri non è che San Nicola per un’omonimia ovvia) perché vuole un Dio “al freddo e al gelo”, cioè buttato in mezzo a una strada, magari in un fosso; mentre quel “quanto ti costò averci amato” non è altro che lo sputo di bile di chi, avendo perso, rinfaccia che “la vittoria, però, l’hai pagata cara!”.

La cantano i bambini del coretto bianco “Tu scendi dalle stelle” e vengono i brividi, ma non di freddo.

2Re 19,29 e la normativa sabbatica e giubilare pre-esilica: il segno di Davide

isaiaC’è un passo in 2Re 19 che sembra alludere a una possibile attestazione dell’uso della legislazione sabbatica e giubilare, quando ormai appare assodato che tale legislazione fosse in vigore solo nel periodo post esilico (vedi qui).

Il capitolo in cui è contenuto il passo vede l’intervento del profeta Isaia per scongiurare il pericolo assiro, che si presentò durante il regno di Ezechia ed è definito dallo stesso profeta come segno di riuscita. Leggiamolo dunque:

Questo sarà per te il segno:
mangiate quest’anno il frutto dei semi caduti,
nel secondo anno ciò che nasce da sé,
nel terzo anno seminate e mietete,
piantate vigne e mangiatene il frutto. (2Re, 19-29, CEI 2008)

Sembra che quei frutti  di cui Ezechia potrà disporre in quell’anno e in quello immediatamente successivo non siano frutto della fatica ma della natura, tanto che credo sia legittimo ipotizzare che nessun lavoro sarà svolto nella campagna per due anni.

Il riposo assoluto della terra era norma sabbatica e giubilare. Di qui l’ipotesi che sopra abbiamo avanzata: è possibile scorgere nel segno che dà Isaia un anno sabbatico precedente quello giubilare? Crediamo che sia possibile, come crediamo che tutto ciò necessiti di prove.

Stando agli studi sinora condotti sugli anni sabbatici e giubilari, tali prove sarebbe semplicemente impossibile reperirle, per cui non rimane che avvalersi del nostro calendario sabbatico e giubilare e vedere se durante il regno di Ezechia si verificò effettivamente la perfetta alternanza tra un anno sabbatico e giubilare.

E’ bene però prima precisare che, sebbene la frequenza degli anni sabbatici ci metta al sicuro (intendo dire che cadendo gli anni sabbatici ogni 7 anni è certo avere un tale anno durante il regno di Ezechia che durò 29 anni), altrettanto sicuri non lo possiamo essere degli anni giubilari, perchè essi cadevano con un frequenza assai minore: ogni 50 anni, tanto che nei 484 anni e 6 mesi che secondo noi separano Davide  dalla caduta di Gerusalemme abbiamo solo 9 giubilei. E a questo si deve aggiungere che tale giubileo deve essere necessariamente preceduto da un anno sabbatico, cosa che rende estremamente raro il fatto, perchè ciò poteva avvenire solo una volta ogni 350 anni.

Avendo già date le linee guida del problema, non rimane che controllare la nostra scaletta sabbatica e giubilare, la quale proporremo subito a seguire:

RE

REGNO

ANNI SABBATICI

GIUBILEI

Davide

989-949

990 983 976 969 962 955

968

Salomone

949-909

948 941 934 927 920 913

918

Roboamo (Giuda)

909-891

906 899 892

Abia

891-889

Asa

891-847

885 878 871 864 857 850

868

Josafat

847-824

843 836 829

Joram

824-817

822

818

Ocozia

817-816

Atalia

816-809

815

Joas

809-770

808 801 794 787 780 773

Amazia

770-728

766 759 752 745 738 731

768

Ozia

728-674

724 717 710 703 696 689 682 675

718

Jotam

674-659

668 661

668

Acaz

659-644

654 647

Ezechia

644-615

640 633 626 619

618

Manasse

615-560

612 605 598 591 584 577 570 563

568

Amon

560–558

Giosia

558-527

556 549 542 535 528

Joacaz

527-527

Joachim

527-516

521

518

Joachin

516-516

Sedecia

516-505

514 507

Come potete vedere, durante il regno di Ezechia si ebbe proprio un anno sabbatico nel 619 a.C., mentre a seguire abbiamo un anno giubilare nel 618 a.C.. Questo credo sia sufficiente per dire che la nostra ipotesi iniziale ha trovato la sua conferma, tanto che crediamo legittimo scorgere nel segno d’Isaia un anno sabbatico e giubilare.

Credo sia importante citare in quali altri regni si è verificata la perfetta alternanza tra un anno sabbatico e giubilare. Questo perchè proverebbe ulteriormente  la bassissima frequenza del fenomeno, da una parte, mentre dall’altra proprio il regno che come quello di Ezechia offre tale alternanza potrebbe suggerirci altre riflessioni.

Ed infatti è così, perchè se controlliamo di nuovo la scaletta sabbatica e giubilare proposta sopra ci rendiamo conto che tale alternanza è presente solo nel regno in assoluto più importante della dinastia davidica, perchè fu quello di Davide stesso il quale vide il perfetto alternarsi di un anno sabbatico a quello giubilare negli anni, rispettivamente, 969 a.C. e 968 a.C. Le considerazioni in merito a questo illustre precedente sarebbero tante e tutte importanti, in primis il segno che riceve Sedecia, il quale segno richiama l’origine stessa della dinastia, quella stessa su cui si posa la protezione di Dio, come si legge in 2Re 19-34, tanto che quel segno appare some il segno di Davide.  A noi, tuttavia, preme solo mettere in evidenza il fatto e dedicarci ad altre considerazioni.

Come dicevo in apertura, la legislazione sabbatica, sebbene presente, sembra ormai pacifico ritenerla disattesa negli anni (secoli) precedenti l’esilio. Ma non solo, stando a quanto riporta Soggin sembra addirittura impensabile che per due anni non si mettesse mano al lavoro dei campi, quando per la cronologia sabbatica e giubilare è semplicemente matematico che si presentasse un anno sabbatico e giubilare perfettamente alternati.

2Re 19,29, alla luce del nostro calendario sabbatico e giubilare, sembra smentire quello che a tutti parrebbe un assurdo, perchè è nel segno che Isaia dà a Ezechia la prova del suo contrario: tale legislazione non solo era vigente ma nel caso di cui ci stiamo occupando pure osservata.

Un ultima osservazione a margine è che siamo ancora più sicuri non solo del calendario sabbatico e giubilare proposto da questo blog, ma siamo quasi certi (personalmente lo sono) della bontà della cronologia dei regni di Giuda e Israele proposta sempre da noi. La stessa cosa non possiamo dirla degli altri fino a che non propongono un loro calendario sabbatico e giubilare, che sappia interpretare la profezia o segno d’Isaia.

Il trono di Dio: storia o simbolo?

tronoUno dei passi più importanti e conosciuti di Apocalisse ci lascia nel dubbio: dov’è, cosa è il trono di Dio in cui trova rifugio il figlio appena partorito dalla Donna vestita di sole   e subito dopo lì rapito (Ap. 12,5)? Quel trono è solo uno dei tanti simboli che ci offre Apocalisse o è un luogo fisico e per tanto rintracciabile?

Credo che in molti se lo siano, come me, chiesto ma si siano accontentati dell’immaginario apocalittico che, sebbene in qualche maniera, sempre risolve i quesiti che il testo di Giovanni propone.

Tuttavia finora nessuno aveva cercata la risposta nella ghematria, la quale invece è capace di fare luce sul caso. Non saranno però né il “trono”, né “Dio” la soluzione, perchè è il verbo “rapire” che illumina la scena che è significativo.

Infatti è il rapimento del figlio il focus, perchè è solo grazie ad esso che il figlio della Donna viene messo in salvo, sebbene il luogo, cioè il trono di Dio, sia quasi altrettanto importante, perchè costituisce il rifugio e in questo senso verrebbe naturale cercare lì la soluzione, ma sarebbe infruttuoso, almeno secondo la mia esperienza.

Dunque ἡρπάσθη (ἁρπάζω, rapire) è la chiave, la quale ha un profilo ghematrico, perchè il valore della somma delle sue singole lettere che compongono la prima persona singolare del presente indicativo è 989 che noi considereremo 989 a.C. collocandola in una cronologia, in particolare la cronologia di 1-2 Re secondo questo blog, perchè tale anno fu il primo anno di regno di Davide (vedi tabella).

Ciò non ci dice soltanto che il valore ghematrico ha individuato esattamente un anno di un calendario, come vuole la regola ghematrica, ma ci dice ancor più chiaramente che tale lettura (quella ghematrica) è perfettamente inserita nel contesto del versetto 12,5 di Apocalisse che ci parla di Dio, è vero, ma ancor più del suo trono, cioè della sua regalità che fa da scudo e rifugio al figlio della Donna.

Bisogna chiedersi allora chi più di Davide potrebbe mai simboleggiare tale regalità? Quale altro “trono” ha avuto lo splendore di quello di Davide? Quale altra regalità supera quella del trono di Davide a cui i Vangeli spesso fanno riferimento quando ci parlano del Cristo re (Lc. 1,32)? Non è forse Gesù in possesso anche della “chiave di Davide” (Ap. 3,7) che da sempre simboleggia tutta la sua autorità e regalità?

Dunque il fatto che la lettura ghematrica di ἁρπάζω indichi il 989 a.C. come anno d’inizio del regno davidico ha sì una carica simbolica enorme, ma ancor più ci permette di collocare il trono di Dio proprio laddove esso esattamente deve essere, perchè è in Davide che si è posata tutta l’autorità e regalità di Dio. Ne emerge, allora, quasi una collocazione storica, quasi un luogo fisico; vorrei dire, dando una dimensione a quel rifugio, una reggia, una rocca inespugnabile dove il bambino è rapito e protetto.

Certo, tutto quanto detto sinora può emergere solo se in possesso della cronologia esatta, in particolare di quella 1-2 Re. Diversamente quel trono rimane inaccessibile perchè nascosto dalle fitte nebbie del simbolo.

Chi ha un minimo di dimestichezza con Apocalisse sa benissimo che le cose da dire sarebbero tantissime, ma dovremmo addentrarci nel regno della lettera, la qual cosa non ci compete, oltre al fatto che quel trono – lo abbiamo appena visto- appartiene al mondo del numero, cioè della cronologia e della storia che essa ordina.

Concludo dicendo che 989 è anche la ghematria di un altra locuzione assai importante di Apocalisse, cioè di βιβλίον ζωή  (libro [della] vita, Ap. 13,8) e anche di questo ce ne siamo occupati qui. Lo ripeto: non credo ci sia altro da dire, sebbene il post richiederebbe uno studio specifico. Forse altri lo faranno, più bravi me nel simbolo e nella più generica lettera.

La chiave di Davide: la cronologia di un regno e la ghematria di un simbolo

La “chiave di Davide” che Ap. 3,7 evoca ha dato adito a molte suggestive interpretazioni, di cui crediamo non sia opportuno fare qui una sintesi, poichè il web ne è ricco di sintesi. Crediamo, invece, che sia opportuno chiedersi in cosa si concretizza, crediamo cioè opportuno chiedersi se sia possibile andare oltre il simbolo. Sarei tentato di partire dalla conclusione, ma credo sia meglio introdurre l’argomento per gradi, facendo riferimento a un “tempo biblico”: 490 anni.

Dall’esegesi sappiamo che 490 anni caratterizzano la profezia delle settanta settimane di di Dn. 9,24; da questo blog sappiamo però che questo tempo caratterizza anche altri passi dell’Antico e del Nuovo Testamento; anzi è la misura che collega il quadro cronologico del primo al secondo.

Infatti le 14 generazioni matteane che ripartiscono la storia da Gesù a Babilonia e daBbabilonia a Davide sono 14 generazioni di 35 anni, cioè un arco di 490 anni ciascuna. Che da Babilonia a Davise siano, con ottima approssimazione, 490 anni (in realtà 485 anni) è possibile verificarlo sommando tutti i regni che da Babilonia si avvicendano fono a Davide, ovviando però ai calcoli del deuteronomista facendo riferimento alla scaletta basata sull’anno di accessione che lo stesso deuteronomista offre (vedi la cronologia di Dio). Questo prova che le tranches di 14 generazioni presentate da Matteo 1,17 hanno sì un valore genealogico, ma anche uno cronologico, sebbene presentino un problema nell’ultima tranches che ci parla di Abramo. Questo valore cronologico si riassume in 490 anni.

Ma questa cifra ricorre anche nel’esegesi di Teodoreto di Cirro che utilizza fuori contesto lo schema cronologico della profezia delle settanta settimane, calcolando le prime 69 settimane delle 70 profetiche (490 anni) dal XX° di Artaserse al battesimo di Gesù.  Al di là dei calcoli (chi fosse interessato apra il link sopra) è importante far notare che “il metro” dei 490 anni era conosciuto dai Padri, i quali lo utilizzavano per aprire non solo le profezie, ma anche per comprendere specifiche cronologie, quali il battesimo di Gesù e l’inizio del ministero pubblico.

Da ultimo credo sia opportuno anche ricordare che questo post, in cui credo di aver dimostrato che i 490 anni anni in questione stanno alla base di calcoli che permettono, non solo di datare l’inizio della predicazione di Giovanni (dunque l’inizio del Regno se i profeti e la legge giungono fino a Giovanni; dopo è annunciato il Regno, come riporta lc. 16.16) ma di far incrociare alla perfezione il “tempo profetico” con quello storico se la datazione di Lc.3,1 conduce al 28 d.C. come suggerisce l’esegesi (CEI 2008, vedi nota) e come ho dimostrato nel post sopra lnkato.

I  quattro esempi riportati sono uniti da un unico comune denominatore: i 490 anni permettono di collegare la cronologia vetero testamentaria alla neo testamentaria. Essi sono la chiave che apre l’Antico al Nuovo Testamento e viceversa. Non esiste, mi pare, un’altra chiave ed è per questo che Ap. 3,7 ci parla della “chiave di Davide”, in cui il valore ghematrico di κλείς Δαυίδ è 490 se sommiamo la ghematria di κλείς e Δαυίδ.  490 anni sono dunque un tempo profetico, una misura aurea, la “chiave di Davide”, ma più ancora pare essere la “chiave del regno”

La chiave di Davide (κλεῖς Δαυίδ)

Ho dovuto cancellare un post solamente per metà corretto. Si trattava di “Giocando con le parole”, dove ho commesso un errore di calcolo (spesso mi affido alla mente e non alla calcolatrice). In ogni caso sono certo che mi perdonerete, anche alla luce del calcolo, esatto, che vi propongo.

Si basa su Ap. 3,7 e la “chiave di Davide” (in greco κλεῖν Δαυίδ) Che cosa è la chiave di Davide? Sono state date mille risposte, ma nessuna finora fa riferimento a una possibile lettura ghematrica di Apocalisse. Abbiamo visto di quanti significati ghematrici sia ricco il testo giovanneo (vedi qui). Aggiungiamone uno e contiamo dapprima κλεις (nominativo) e poi Δαυιδ. Il primo ha un valore di 71 (come i membri del sinedrio); il secondo ha un valore di 419. Dovete sapere che è possibile sommare i valori delle singole parole. Facciamolo anche noi, sommiamo 71 + 419 = 490. E’ la stessa identica cifra di Daniele e delle 70 settimane di anni; inoltre è lo stesso numero che riassume le 14 generazioni di Mt 1,17, considerate di 35 anni ciascuna (14 X 35 = 490). e cardine de la cronologia di Dio

Insomma la chiave di Davide di Ap. 3,7 non è una vaga locuzione, ma consiste nella profezia delle 70 settimane e nel calcolo di Mt 1,17, come spiegato ne La cronologia di Dio. Il resto è chiacchiera più o meno erudita

Ps: vedi anche questo post