Il giudaismo del primo e secondo tempio, quando la storia è perfetta simmetria

tempioA fronte di un silenzio assoluto, il sacerdozio di Jotam/Amaria stupisce per la sua importanza, tanto che viene da chiedersi se non sia da considerare sullo stesso piano del silenzio che circonda il sommo sacerdozio alla nascita di Gesù, tant’è che non troviamo casuale l’equipararsi di Lui a quella stessa porta che costituisce il leitmotiv dell’intero “pontificato” e regno di Amaria e Jotam.

Parlavamo dell’importanza di quegli anni e di quegli uomini e in effetti i calcoli lasciano presagire grandi cose riservate al futuro, a noi, noi che cerchiamo sempre l’ordine nella storia e talvolta lo imponiamo sbagliato.

Pur non sapendo di preciso (sarebbe sufficiente un breve ricerca nel web) quando il giudaismo del primo e del secondo tempo nasca e si estingua secondo l’opinione degli studiosi, vogliamo dire noi qualcosa in merito, alla luce dei post precedenti che hanno fatta la chiarezza necessaria.

Abbiamo visto che con il 668 a.C. il tempio assurge a icona di un tempo. La costruzione della porta superiore del tempio non cambia solo l’architettura ma il “tempo”, consacrando gli anni a venire come quelli del massimo splendore, lo splendore del giudaismo tutto  e forse per questo Gesù, paragonandosi alla porta in Gv 10, lì si colloca.

Ecco allora che quel 668 a.C. segna l’inizio del giudaismo pre-esilico che sappiamo si conclude nel 515 a.C., dopo che Jehozadak è costretto all’esilio e viene momentaneamente sostituito da Giosuè, che morirà a Babilonia, quindi è ragionevole pensare che fu tra gli esiliati del 505 a.C. o 586 a.C. degli studiosi.

Questo fu il giudaismo del primo tempio ed ebbe una durata di 153 anni come del resto indica non solo la differenza tra 668 a.C. e 515 a.C., ma anche e più la ghematria greca di quell’insolito Amaria che accompagna Jotam in una passeggiata nei pressi della porta superiore, come la fece Gesù d’inverno.

Viene da chiedersi subito, allora, quando sia iniziato il giudaismo del secondo tempio e la soluzione apparirebbe facile alla luce di quel 515 a.C., ma il calcolo che ne verrebbe fuori, ricorrendo a quegli stessi 153 anni immaginando una simmetria, non condurrebbe a nulla, per cui la soluzione è altrove, in particolare nel considerare il secondo esilio, quello del 318 a.C. che chiude i cerchio anche in un ottica sabbatico-giubilare, quella stessa che si è aperta con il 668 a.C., anch’esso sabbatico e giubilare.

Se sommiamo al 318 a.C. i 153 anni del primo giudaismo otteniamo 471, il 471 a.C. come primo anno di regno di Artaserse come da sempre noi indichiamo. L’ascesa al potere di Artaserse fu un fatto che cambiò radicalmente le sorti degli Ebrei, perchè di lì a poco (464 a.C. o settimo anno di regno di quel re) essi avrebbero ricevuta l’autorizzazione a riedificare il tempio, tant’è che Esdra e i sacerdoti in quell’anno rientrarono da un esilio (Esd 7,7) che stava per finire, per finire cioè i 40 anni previsti da Ezechiele 4,6.

Ecco perchè i 153 anni sommati al 318 a.C. ci conducono non solo al primo anno di regno di Artaserse, ma anche all’inizio del giudaismo del secondo tempio in una data sinora sconosciuta, ma che è emersa laddove più di ogni altro si aveva a cuore il tempio e la sua sacralità: una lista di sommi sacerdoti che certamente conosceva -e conosce- la sua stessa storia.

Il giudaismo del secondo tempio non nasce dall’evidenza (515 a.C.), ma dalla storia profonda, quella cioè attesa e profetica, perchè il tempio gerosolomitano è esso stesso attesa e profezia. Fu il 471 a.C. che segnò la fine dell’una e l’avverarsi dell’altra e non un 515 a.C. che appare al confronto semplicistico, quasi brutale. La questione tocca le corde profonde di Israele, quelle che fanno diretta presa sul cuore (il tempio): è con lo stetoscopio che se ne odono i battiti, non con l’orecchio. Si tratta insomma di musica sacra, non profana.

Non sappiamo se le nostre conclusioni possano essere condivise, di certo quel 153 emerge da ogni poro biblico e guizza, come quei 153 grossi pesci della pesca miracolosa, di continuo tra le nostre mani, datando nientemeno che la storia del tempio tutta, aperta in anno sabbatico e giubilare (668 a.C.) e conclusasi in altrettanto anno sabbatico e giubilare (318 a.C.) e suddivisa in tranches eguali (153 anni) a riprova che non si tratta di una storia qualsiasi, certamente non di un 515 a.C. matematico.

 

Gv 2,20, l’armonia dei 46 anni

chiave di violinoDella questione legata alla terminologia giovannea per designare il tempio e l’area del tempio ce ne siamo occupati in paragrafo de La cronologia di Dio, limitandoci però solo ad alcune considerazioni sul secondo tempio.

Il problema, tuttavia, è denso perchè da solo fa luce su

  1. La cronologia del secondo tempio
  2. Il primo anno di regno di Artaserse (questione ancora dibattuta)
  3. La cronologia della ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi caratterizzanti: mura e tempio
  4. Una questione creduta risolta, cioè la datazione dell’esilio babilonese, considerato universalmente avvenuto nel 586 a.C. senza tenere conto delle Scritture nella loro interezza e originalità

Passiamo ora ad illustrare la questione generale legata ai termini, a illustrare cioè che l’uso di Giovanni del sostantivo ναός e ἱερός non è casuale, ma assolutamente cosciente come dimostra la tabella seguente

ναός ἱερός
Gv. 2,14
Gv. 2,15
Gv. 2,19
Gv. 2,20
Gv. 2,21
Gv. 5,14
Gv. 7,14
Gv. 7,28
Gv. 8,2
Gv. 8,2
Gv. 8,59
Gv. 10,23
Gv.11,56
Gv. 18,2

La tabella ci fa certi che Giovanni usa coscientemente i due sostantivi, limitando a soli tre versetti, ma un unico episodio, l’uso di ναός, per cui quando Giovanni scrive che che sono occorsi 46 anni per il ναός è chiaro che, avendo ben netta la differenza tra area del tempio (ἱερός) e tempio (ναός), si riferisce al tempio strictu sensu, cioè all’edificio cultuale.

Questa distinzione è molto importante perchè fa luce sull’intera cronologia del secondo tempio, quella stessa cronologia di cui si è occupato Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche,XV, 421 [xi, 6]), il quale però afferma che per la ricostruzione di quello stesso edificio occorsero 18 mesi.

La distinzione i cui parlavamo sopra è importante, perchè la spiegazione per far coincidere Flavio con Giovanni verte sul fraintendimento dei termini, verte cioè su una lettura di superficie che non tiene conto della distinzione che fa Giovanni tra l’edificio cultuale e l’area del tempio

Infatti bisogna dire che, entrando negli aspetti cronologici del punto 1, tale spiegazione vorrebbe ricondurre la differenza enorme tra Flavio e Giovanni (l’uno 18 mesi, l’altro 46 anni) a dei generici lavori all’area del tempio (Portici, Cortile etc.) considerati da Giovanni, senza però esaminare attentamente il testo dell’evangelista che ci parla del  ναός, cosa che esclude sin da subito i lavori estranei al Sancta Sanctorum. La spiegazione sinora addotta è, quindi, viziata sin dalla radice perchè non tiene conto  della precisa nota giovannea che indica quei 46 anni come necessari per il tempio in senso stretto e non per l’area del tempio.

Tuttavia rimane da dare una spiegazione del divario cronologico incolmabile tra Flavio e Giovanni, ed essa non può che essere una: l’uno fa riferimento al tempio erodiano; l’altro a quello post esilico, cosa di cui andremo a parlare

Affermare che Giovanni ha indicato 46 anni per il tempio post esilico richiede una motivazione forte che giustifichi così tanto tempo, perchè il tempio salomonico, ad esempio, sebbene costruito ex novo, richiese 7 anni di lavori . Non è immaginabile che il secondo tempio abbia richiesto quasi 7 volte il tempo impiegato da Salomone, perchè non è data notizia di proporzioni adeguate, tanto è vero che Giuseppe Flavio scrive che il secondo tempio era di gran lunga inferiore  al primo.

Allora l’unica spiegazione possibile, la quale colloca i 46 anni di Giovanni negli anni post esilio, è l’editto di Artaserse che fermò i lavori al tempio sine die, fino cioè al secondo anno di Dario II (Esd. 4,24 ) e che li vede ultimati nel suo sesto anno di regno (Esd. 6,15) tracciando, realisticamente, una tempistica di 4 anni di lavori, ben compatibile con i 7 anni di Salomone.

Ma il termine dei lavori nel sesto anno di Dario ci permette anche un calcolo particolare che ci conduce al settimo di Artaserse, quando cioè rientrano i sacerdoti ed Esdra stesso con il compito di riedificare il tempio (Esd. 7,7). Calcolato il settimo anno di regno diviene facilissimo rintracciare il primo, o almeno l’anno che la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, indicano come tale e che ci permette di affrontare il punto numero 2 della scaletta sopra accennata

Se il settimo anno di regno di Artaserse, calcolato sulla base del sesto di Dario in cui si dedica il tempio, cade 46 anni prima significa che cade nel 464 a.C. (418+46=464) e dunque il primo anno di regno di Artaserse fu, biblicamente, il 471 a.C., data che non esce dal range sinora suggerito perchè oscilla tra il 465 a.C. e il 475 a.C.

Ma che il settimo di Artaserse fu il 464 a.C. è provato anche da una nota del Seder Olam Rabbath il quale indica che passarono 480 tra il primo e secondo tempio. In particolare sappiamo anche che le fondamenta del primo tempio furono gettate nel quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1) per cui non rimane altro che togliere 480 anni per conoscere  quando furono gettate le fondamenta del secondo.

Questo blog ha ricalcolato la durata di tutti i regni di Giuda e Israele e colloca da sempre il primo anno di regno di Salomone nel 949 a.C., per cui il suo quarto anno cade nel 945 a.C. Seguendo la nota del Seder è facilissimo individuare quando quei 480 anni cadono, ed essi cadono nel 464/465 a.C. (945-480=465), quello stesso anno cioè di cui abbiamo scritto calcolando però partendo dal sesto anno di regno di Dario primo e sommando i 46 anni di Gv 2,20.

Questo significa che due cronologie, quella di Giovanni e quella del Seder, sono perfettamente coincidenti in un unico anno che, mi pare ovvio, è quello biblicamente esatto, come biblicamente esatto, essendo quel 464/465 a.C. il settimo di Artaserse, mi pare ovvio sia il primo anno di regno di quel re , cioè il 471 a.C.

Ma collocare i 46 anni Giovanni 2,20 nel periodo post esilio significa anche occuparci della cronologia legata alla ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi fondamentali, cioè tempio e mura che non possono essere disgiunti visto che il primo, essendo il cuore della vita politica, economica e religiosa, non poteva restare senza difesa. E qui passiamo ad occuparci del punto numero 3 della scaletta.

Il ruolo difensivo delle mura per il tempio e l’intera Gerusalemme non è solo legato ai tempi in cui il nostro discorso si colloca, ma dipende anche da un fatto specifico, perchè Neemia 4,10 ci dà notizia che l’intera ricostruzione di Gerusalemme era messa a repentaglio dalla presenza di nemici che obbligarono metà degli uomini abili al lavoro alla difesa.

In questo senso le mura non s’inseriscono solo nella programmazione urbanistica, ma divengono baluardo di difesa indispensabile. Questo fa sì che non si possa immaginare,ad esempio, la riedificazione del tempio senza la messa in opera del progetto di ricostruzione delle mura.

Sempre in questo senso è pacifico pensare che il termine dei lavori alle mura non sia disarmonico rispetto alla dedicazione del tempio come accade se consideriamo la cronologia ufficiale, la quale colloca la dedicazione nel 515 a.C., ma la progettazione delle nuove mura nel 445 a.C., cioè 60 anni dopo (dovremmo anche dire che tale cronologia crede al miracolo dei 52 giorni letterali per la ricostruzione di cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono , quando abbiamo visto qui che in realtà occorsero 52 anni).

L’assoluto silenzio biblico durante quei fondamentali 60 anni dovrebbe già di per sè far riflettere, come dovrebbe far rifletter il fatto che Neemia, sebbene l’editto di Ciro si dica sia nel 538 a.C., trova nel 445 a.C. le porte ancora incendiate e le mura piene di brecce (Ne 1.3) Insomma qualcosa non va, tanto è vero che Soggin Nella sua Introduzione all’Antico Testamento riporta la notizia di studi che avanzano l’ipotesi di una seconda invasione che avrebbe distrutto ciò che dopo il 538 a.C. era stato appena ricostruito.

Come credo sia chiaro, la cronologia ufficiale è in completa disarmonia sia sotto un profilo strettamente logico (non si può lasciare una città in balia dei nemici per 60 anni); sia sotto un profilo strettamente cronologico che offre una dedicazione nel 515 a.C. e una ricostruzione delle mura nel 445 a.C sempre che assumiamo 52 giorni letterali, il che neppure sarebbe realistico.

Ma cosa accade se assumiamo quei 46 anni di Giovanni collocandoli nel post esilio e prendendo in considerazione la cronologia di questo blog? Innanzi tutto abbiamo che i lavori al tempio iniziano l’anno secondo dal rientro di Esdra (Esd. 3,8) dunque nel 462 a.C., mentre la riedificazione delle mura inizia nel XX° di Artaserse (Ne 2,1) cioè nel 451 a.C. riducendo a 11 anni quel divario di 60 anni che si genera con la cronologia ufficiale e facendo salva l’urgenza non disgiunta di mura e tempio.

Lo stesso dicasi per il termine dei lavori per l’una e l’altra opera, perchè le mura sono completate nel 399 (per i calcoli vedi questo e questo post), mentre la dedicazione del tempio è nel 418 a.C. solo 19 anni dopo, cifra compatibile con l’impegno richiesto dall’una e l’altra opera. Mi pare di poter dire che tutto si riallinei, mentre si perde armonia con quanto la cronologia ufficiale insegna circa l’esilio e la sua datazione, non necessariamente avvenuto, almeno stando a Gv. 2,20, nel 586 a.C. Affronteremo quindi il punto 4 della scaletta

La dedicazione del secondo tempio avvenuta nel 418 a.C. mette in crisi la cronologia sinora conosciuta che lo colloca nel 515 a.C. a un secolo di distanza. Essendo semplicemente improponibile pensare che a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. bisogni aspettare il 418 a.C. per la dedicazione del tempio, cuore pulsante d’Israele, si pongono seri interrogativi: chi sbaglia? Sbaglia Giovanni, un evangelista, o sbagliano gli storici? Come mai risulta essere Artaserse l’artefice della ricostruzione post esilica e non Ciro stando a Gv. 2,20? Qual era, allora, la cronologia conosciuta dall’evangelista se considera 46 anni per la ricostruzione del tempio?

Tutte domande che trovano una sola risposta: quel 586 a.C. stabilito storicamente  non trova collocazione nella Bibbia, la quale sebbene ci parli di Ciro, forse il falso di Ciro, calcola però Artaserse. Sembra quasi allora di trovarsi di fronte a un affresco grandioso che ha però sotto la superficie un’altra scena e questo legittima a pensare che ciò che a prima vista vediamo sia solo il velo con cui si è coperto la scena originale, cioè una storia sopra la Storia.

Sarebbero tutte semplici congetture queste se non avessimo la possibilità di mostrare, laddove l’occhio e la pazienza hanno indagato,i tratti originali dell’affresco. Ma ciò non è, perchè questo blog ha mostrato che una cronologia alternativa a quella storica, cioè quella sovrapposta a quella biblica è possibile e infatti tale originale ha ben altra cronologia, in particolare proprio in riferimento all’esilio e alla sua datazione, il quale  avvenne, non a caso, nel 517 a.C. (calcolo Daniele) e nel 505 a.C. (calcolo Ezechiele) dipendentemente dalla deportazione che assumiamo.

Non è neppure un caso che quei 46 anni di Gv 2,20 possano essere perfettamente inseriti nell’originale, mentre se li adottiamo per la cronologia secolare, cioè storica, essi si rivelano di difficilissima collocazione, perchè fanno saltare tutti conti e costringono, come abbiamo visto, a forzare il testo giovanneo e a ignorare la fondamentale differenza tra ἱερός e ναός, pena il conflitto con le fonti, in particolare G. Flavio.

Gv. 2,20 è capace allora di riaprire una questione creduta risolta e chiusa, di riaprire il dibattito su quella che tutti considerano una data assoluta, cioè il 586 a.C., ma che stando a Giovanni risulta essere relativa all’approccio, talvolta un po’ superficiale, con cui si è affrontata e che ha impedito di vedere oltre la superficie.

Infatti i 46 anni di Giovanni rimettono in discussione non semplicemente il 586 a.C., ma tutta la cronologia assoluta che regola la storia del Vicino Oriente, perchè assumendo il 515 a.C. come anno della dedicazione del secondo tempio cadiamo, calcolando i 46 anni necessari alla sua ricostruzione, nel 561 a.C. come fine dell’esilio. Tale fine anticipata potrebbe essere anche sostenibile, ma ne dobbiamo trovare la causa ed essa può essere solo Ez. 4 e i 40  anni di esilio di Giuda. Ciò però conduce a una deportazione del 601 a.C. di cui non solo si ha notizia, ma scardina la datazione assoluta del 586 a.C.

Concludo dicendo che tre distinte cronologie (quella delle mura; quella del tempio e la mia) ruotano attorno alla tempistica descritta da Giovanni, celata da una cosciente scelta lessicale che indica 46 anni per il ναός (tempio) e non allude minimamente al ἱερός (area del tempio), coinvolgendo con questo aspetti fondamentale della cronologia biblica. Quei 46 anni di Giovanni 2,20, allora sono la chiave che dispone tutte le note cronologiche dello spartito biblico rendendolo armonico

Il silenzio è il grande rivelatore (Lao Tse)

silenzioDella ricostruzione delle mura di Gerusalemme ce ne siamo occupati qui, per cui adesso faremo solo una sintesi necessaria a introdurre il nuovo post dedicato a un personaggio che si vorrebbe leggendario, ma la cui storicità è attestata pure da Neemia che ne conosceva le profezie, come dimostreremo.

Abbiamo visto che Neemia 6,15 non deve intendersi letteralmente, cioè 52 giorni, come purtroppo fanno tutti, ma applicando la regola di un anno per un giorno come suggerisce Ez. 4. Solo così si ottiene il sincrono con Dn 9,25 che si occupa della tempistica della ricostruzione di quelle stesse mura. In particolare abbiamo visto che ciò è possibile grazie al silenzio circa le intenzioni dello stesso Neemia riguardo allo scopo del suo ritorno a Gerusalemme: la ricostruzione della cinta muraria (Ne 2,12)

Quel silenzio, lo scrive espressamente Neemia (cfr 2,11) durò tre giorni che per quella stessa regola di un giorno per un anno significano tre anni, i quali vanno tolti ai 52 per ottenere il tempo necessario alla realizzazione del suo progetto, cioè 49 anni. Nel post sopra linkato abbiamo fatta notare la sincronicità tra Neemia e Daniele, il quale in 9,25 scrive espressamente che le mura saranno ricostruite nell’arco di 7 settimane, cioè 49 anni. La sincronicità tra Neemia e Daniele sta appunto nel fatto che entrambi scrivono che la ricostruzione delle mura avvenne in 49 anni.

Qui dovremmo aprire a considerazioni su come mai si è sempre scorto gli anni in Daniele, ma non in Neemia, del quale si è sempre data una lettura letterale dei 52 giorni, quando, essendo l’oggetto il medesimo (le mura di Gerusalemme), sarebbe stato ovvio applicare la stessa regola.

I dubbi che sorgono sono molti, ma uno su tutti è importante: non li si è voluti scorgere perchè si creerebbe una voragine nella cronologia conosciuta. Infatti che ne è dell’editto di Ciro del 538 a.C. se le mura, considerando il 445 a.C. come XX° di Artaserse, furono terminate nel 396 a.C.? Che ne è di una dedicazione del secondo tempio nel 515 a.C.che non lo vede protetto per 119 anni?  Come spiegare il vuoto cronologico che si crea? Questo legittima a pensare che si era certamente notata la tempistica identica tra Neemia e Daniele, ma si è preferito soprassedere, perchè troppi erano gli interrogativi che avrebbe fatto sorgere circa la cronologia sinora conosciuta che spiegava quel periodo storico.

E’ così che allora si è creduto di giustificare quei 52 giorni letterali col miracolistico; o si è cercato di camuffare il tutto con traduzioni fuorvianti; o si è immaginato l’antesignano di Stachanov nel popolo ebraico, il quale “lavorando giorno e notte” (sic!) è riuscito a ricostruire in 52 giorni una cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono. Tutte cose, mi pare, che fanno sorridere.

Va da sè poi che proprio le mura avrebbero messo in crisi la cronologia babilonese, perchè se l’editto di Ciro è del 538 a.C., la presa di Gerusalemme è di Nabucodonosor nel 586 a.C., ampliando così la voragine cronologica su accennata. Insomma un domino che avrebbe fatto cadere molte tessere della cronologia conosciuta.

Se già di per sè tutto questo ha la sua importanza, ci sono però altre considerazioni che prendono le mosse dalla tempistica della ricostruzione delle mura di Gerusalemme: la sincronicità di Daniele e Neemia, la quale non è solo nella messa in opera del progetto legato alla ricostruzione, ma ancor di più lo è proprio nel silenzio di Neemia, quel silenzio che abbiamo visto essere durato 3 giorni, esattamente 3 giorni. Il silenzio di Neemia è il più classico dei silenzi assordanti, perchè da solo dirime una questione di fondamentale importanza, togliendo dall’inferno della leggenda un profeta: Daniele.

Infatti quei 3 giorni in cui Neemia tace, non sono sinonimo di riservatezza, ma significano la volontà di Neemia di sincronizzarsi con Daniele e con le sue profezie, in particolare quella delle 70 settimane, la quale , assieme al suo autore, era conosciuta da Neemia e dunque essa è ben lungi dall’essere una elaborazione maccabica, a meno che il libro di Neemia non sia anch’esso frutto di quel periodo.

La presenza della profezia delle 70 settimane in un libro storico della Bibbia (il Libro di Neemia) rende storica anche la profezia che esso contiene, seppure mascherata, cioè introdotta da un silenzio il quale abbiamo visto che deve essere interpretato  come il modo con cui Neemia si è sincronizza con Daniele. E’ l’estrema precisione dei termini (3 anni/giorni di silenzio) che fa sì che dei 52 considerati da Neemia, solo 49 furono necessari ai lavori per la ricostruzione delle mura, come espressamente scrive Daniele quando ci parla delle prime 7 settimane di anni profetiche rendendo coincidente la tempistica della ricostruzione delle mura dei due autori.

Tutto questo fa sì che Daniele fosse conosciuto nel IV-II secolo avanti Cristo, periodo a cui si fa risalire la stesura del Libro di Neemia,  ed è ben lungi da essere un’invenzione maccabica come oramai universalmente lo si dipinge. Ma se non bastasse la parola di Neemia, cioè quella di un libro storico della Bibbia, invito tutti a leggere le interpretazioni che coloro i quali collocano l’avverarsi della profezia in questione nei Maccabei danno. Sono state partorite interpretazioni senza capo nè coda (vedi nota a Dn 9,25  CEI 2008), le quali non solo fanno a pezzi la lettera, ma presentano calcoli che se impugnati seriamente vanno ben oltre l’assurdo, introducendosi, a mio parere, o nell’incapacità o nella malafede.

Tutto ciò ciò prova che se si toglie Daniele dal suo contesto storico (esilio e sua fine) impazziscono tutti i termini della sua affascinante questione, partorendo illegittime speculazioni che fanno solo sorridere, rendendo comicamente leggendari proprio i loro artefici, non Daniele.

Ciro o Artaserse? I due volti della profezia e della storia

gianoLa figura di Ciro si staglia minacciosa nel cielo di questo blog. Essa da sola potrebbe in apparenza scardinare l’intera nostra cronologia, tanta è l’importanza che ha Ciro, citato non solo dai profeti, ma pure da tutte le fonti che abbiano in qualche maniera incrociato la cronologia biblica riguardante, ad esempio, i profeti (Isaia, Daniele in primis) e l’esilio E’ come una coltre nera che mette in ombra tutto quanta la cronologia di questo blog che nega a Ciro ogni ruolo, se non addirittura ne nega la stessa esistenza storica.

Tuttavia quella stessa esistenza è messa in dubbio non solo dalla mia cronologia, ma pure dalla critica testuale, la quale ha sollevato parecchi interrogativi sull’esistenza di Ciro. Tutto ciò è dovuto al Libro d’Isaia (in particolare Is. 44,28 e 45,1) in cui compare il nome proprio Ciro, almeno così sembra, perchè il condizionale è d’obbligo.

Infatti, stando alla lettera, Isaia sarebbe stato capace di prevedere l’ascesa di Ciro sebbene scrivesse quasi due secoli prima. Questo ha sollevato fortissime resistenze, perchè la scienza non riconosce tale facoltà a un uomo. Di qui tutta la querelle sul libro del profeta, ritenuto scritto a più mani e in epoche diverse, in ogni caso, alcune sue parti, dopo l’avvento di Ciro.

Tale conclusione ha suscitato però le resistenze di coloro che invece non solo lo ritengono un profeta nel senso pieno e tradizionale, ma anche di coloro che non concordano sulla natura non unitaria del libro profetico in questione. Io non mi addentrerò sulle questioni legate alla lettera (caldamente consiglio la lettura di questo studio in cui si dimostra che la questione di Ciro è tutt’altro che pacifica), ma dirò soltanto che la soluzione che va per la maggiore è fin troppo semplicistica, perchè non è negando la capacità profetica sul futuro e non è imputando la responsabilità alla disomogeneità del libro isaiano che si risolve la questione, poichè essa potrebbe identificarsi proprio nel protagonista, in Ciro cioè.

Questo, in altri termini, significa affrontare la questione alla sua origine e invertire la polarità della ricerca di una soluzione: non è in ballo la capacità d’Isaia di prevedere il futuro, ad esempio, ma la storicità di Ciro che potrebbe essere solo un appellativo, per altro neppure riferito a lui, ma ad Artaserse.

Questo scambio di persona è stato anche l’oggetto di un precedente post, con cui abbiamo dimostrato, conti alla mano, che il digiuno descritto in Dn.10,1-3 altro non è che una metafora degli anni rimanenti d’esilio, tant’è che assumendo la data che da sempre indichiamo per il primo anno di regno di Artaserse (471 a.C.), si cade con un calcolo semplicissimo:

(471-3)-21=447

proprio nel 447 a.C., anno non solo che segna la fine dell’esilio babilonese secondo questo blog, ma anche anno che taglia fuori da ogni ruolo Ciro sebbene citato esplicitamente da Daniele (di qui l’ipotesi della contraffazione) che data l’anno d’inizio del suo digiuno proprio nel III° anno del suo regno, incoronando Artaserse (tutta la questione è ben illustrata in questo post)

Ma una metafora può risultare insufficiente a dimostrare che il “principe consacrato” d’Isaia non è Ciro ma Artaserse. Sebbene il calcolo si riveli di una precisione chirurgica, può solo far sorgere dei dubbi. Ci vuole allora, oltre a un profeta, una fonte storica che avalli la nostra ipotesi. Ed essa è Giuseppe Flavio, il quale in  Antichità Giudaiche, XI, 5-7 ci propone una nota cronologica preziosissima, cioè che dalla vocazione di Isaia a “Ciro” (Artaserse) che ne legge il libro passarono 210 anni. In particolare leggiamo che:

Ciro seppe queste cose leggendo il libro profetico lasciato da Isaia duecento e dieci anni prima; questo profeta [Isaia] disse, infatti, che Dio gli aveva segretamente confidato: “E’ mio volere che Ciro, che Io ho designato re di molte grandi nazioni, mandi il mio popolo nella sua terra ed edifichi il mio tempio”

Il calcolo che dobbiamo fare sulla scorta dei 210 anni citati da Flavio tra l’altro non solo è possibile, ma anche molto semplice, perchè la vocazione d’Isaia non solo coincide con la morte del re Ozia/Azaria (Is. 6,1), ma coincide ovviamente anche con l’anno della stesura del libro profetico d’Isaia, almeno stando al ministero. L’altro termine necessario di calcolo è offerto invece dal primo provvedimento utile preso da “Ciro” (Artaserse) in favore degli Ebrei, cioè la ricostruzione del tempio.

Passiamo subito a impostare i termini del problema. Innanzi tutto calcoliamo l’anno di morte di Ozia/Azaria grazie alla tabella dei regni di Giuda e Israele da noi ricavata ricalcolando in prima persona tutti i regni.Essa si differenzia notevolmente da quelle sinora prese in considerazione dagli studiosi, tant’è che colloca la morte di Ozia nel 674 a.C. che sarà il nostro termine a quo. Ad esso vanno tolti 210 anni per ottenere l’anno del primo provvedimento favorevole agli ebrei in esilio che, stando al calcolo, fu il 464 a.C.

Ottenuto tale anno è sorprendente come esso coincida perfettamente con il VII° anno di regno di Artaserse, cioè con quell’anno in cui stando a Esd.7,14-20 rientrano i sacerdoti ed Esdra proprio con l’incarico di ricostruire il tempio, quello stesso di cui “Ciro” (Artaserse) ebbe notizia leggendo Isaia, come dimostra la citazione. E’ bene precisare che il VII° anno di regno di Artaserse (464 a.C.) lo abbiamo calcolato sulla scorta del 471 a.C. il quale segna, secondo questo blog, il primo anno di regno di quel re ed è quello stesso anno con cui abbiamo calcolato per dare ragione del digiuno di Daniele (vedi qui). Questo è importante per sottolineare come, sebbene i calcoli fatti con quel 471 a.C. siano diversi per natura e scopo, essi presentano in entrambi casi una precisione sorprendente senza che sia necessario alterare le cifre, in particolare il primo anno di regno di Artaserse. Ciò significa anche che non abbiamo inventato una cronologia per spiegare quei 210 anni, ma abbiamo spiegato quella stessa nota cronologica grazie a una cronologia già esistente, riassunta a suo tempo in questa tabella.

Credo che dobbiamo assolutamente sottolineare l’importanza di quel 464 a.C. che non fu solo il settimo anno di regno di Artaserse; non solo segna il rientro di Esdra e non solo prova che in realtà dietro Ciro si cela Artaserse, ma dobbiamo anche dire che il 464 a.C. è un anno fondamentale per tutta la cronologia del primo e secondo tempio come del resto richiede proprio la citazione d’Isaia riportata da G. Flavio (vedi sopra)

Infatti  è quest’anno che fa quadrare i conti del Seder Olam Rabbath che prevede 480 anni tra primo e secondo tempio. Se assumiamo infatti la tabella cronologica dei regni di Giuda e Israele secondo i nostri calcoli, il quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1), anno in cui si gettano le basi per il tempio, cade nel 945 a.C. a cui vanno tolti i 480 anni per cadere, di nuovo, nel 464/465 a.C. per la riedificazione del secondo tempio.

Inoltre è un anno cruciale anche per il secondo tempio, perchè alla luce di Gv.2,20-21 ne disegna la cronologia. Infatti i 46 anni che  che Giovanni indica per la ricostruzione del tempio conducono  al 418 a.C., cioè al “sesto anno di Dario” (Esd. 8,15), anno della dedicazione come da noi sempre indicato (per una panoramica circa la cronologia del secondo tempio vedila parte seconda di questo post).

Tutto questo credo dimostri come quel 464 a.C., individuato grazie alla preziosissima nota flaviana, non solo coincide con il primo anno utile per un provvedimento favorevole agli Ebrei in esilio, ma risulta assolutamente fondamentale nell’economia della cronologia biblica prima; nella stesura della cronologia del primo e secondo tempio poi, che tra l’altro è la questione centrale della nota cronologica flaviana.

Dimostrato tutto questo non rimane che dare un’occhiata anche alle altre cronologie, in particolare a quelle di Albright, Thiele e Galil e vedere se i conti quadrano lo stesso. Inutile fare tutti calcoli sulla base delle date della morte di Ozia/Azaria suggeriti dagli studiosi citati, perchè è sufficiente dire che essi, assunto il 538 a.C. come l’anno del primo provvedimento in favore degli esiliati, generano, a fronte della nostra precisione chirurgica, differenze che oscillano dai 6 ai 12 anni, troppi per appellarsi all’approssimazione e comunque sufficienti per scrivere che solo la cronologia di questo blog sa mettere a frutto con estrema precisione la nota cronologica flaviana, la quale in tutti gli altri casi appare incomprensibile.

Concludo con una breve sintesi degli elementi a favore della mia tesi sulla insostenibilità biblica e storica di Ciro, anzi, sul falso di Ciro. Abbiamo che già la scienza con Newton che aveva denunciato la truffa della cronologia di tolemaica definendola “la truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza”. Tale cronologia uniforma tutta la vicenda legata all’esilio e dunque pone seri interrogativi sull’attendibilità storica delle date che essa offre.

Inoltre non solo abbiamo 1500 anni cronologia (la cronologia di questo blog riassunta qui) che esclude Ciro, ma anche che la critica testuale pone seri interrogativi sulla storicità di Ciro, sostenendo da più parti che si tratti solo di un appellativo.

Infine abbiamo un profeta e uno storico: l’uno, Daniele, che una metafora svela l’inganno di Ciro; l’altro Giuseppe Flavio che con una chiarissima nota cronologica fa sorprendentemente capire che non fu assolutamente Ciro “il principe consacrato” ma Artaserse.

Che cosa sia successo, cosa stia alla base di questa truffaldino scambio di persona e di re è ancora presto per dirlo con certezza. Di certo ciò che dice la lettera è smentito dai numeri; come certamente sia Daniele sia Giuseppe Flavio scrivevano Ciro, ma entrambi calcolavano Artaserse, quasi una sorta di schizofrenia che accomuna un profeta e uno storico, a meno che non esistesse ben altra storia la quale, assieme alla Bibbia, è stata profanata in spregio della verità storica, scientifica e biblica, come del resto, limitatamente alla storia, asseriva Newton.