Antipas, l’eroe dal pensiero di ghiaccio

Dite la verità, il nostro secolo e i due precedenti non sono stati i secoli della libertà? Per libertà sono insorte le rivoluzioni; per libertà sono nati gli stati nazionali; per libertà si sono scatenate guerre e quella libertà non è stata cantata, in ogni modo, dall’avvento del cinema?

Un tema, la libertà, forse al pari dell’amore, perché ad esso, al cinema, carissimo. Per non parlare della letteratura che ne ha fatto un gran parlare eleggendo, assieme al cinema, i suoi eroi, gli eroi della libertà.

A dar noia, a impedire un primo piano bene a fuoco sull’eroe universale della libertà, ci si mettono pure i Vangeli che associano la libertà, così nobile, così tanto nobile, alla verità, se Gesù fa scrivere che la verità sola rende liberi (Gv 8,32) e dunque pure la Scrittura ha il suo eroe, un eroe che muore crocefisso perché, sebbene cantore della libertà, è morto da schiavo: Gesù, per un paradosso che solo Pasternak ha colto.

Eppure Gesù è superato nella figura di eroe universale della libertà, perché era “vero uomo”, ma anche “vero Dio” e dunque la Sua libertà di “pensiero, parole, atti e omissioni” diviene peccato, non conquista, la conquista della libertà che è impresa solo umana, non divina se Dio “nasce” libero e regna in quella dimensione eterna.

L’uomo no, l’uomo deve conquistare quella libertà che ha un prezzo, spesso la vita che rifugge da una comoda schiavitù per eleggere, altrettanto spesso, se non la morte, la segregazione, perché libertà è verità e dunque integrità.

Abbiamo anche noi fatto un gran parlare della libertà, da “parlatori” quali siamo, tuttavia offriremo un campione indiscusso che va oltre il tempo e lo spazio per collocarsi in Apocalisse, che canta essa stessa la libertà, per un connotato politico dell’opera sfuggito a tutti, ma non all’italiano, essendo Pergamo l’Italia “trono e dimora di satana” (Ap 2,12-13) e dunque location ideale per la libertà che, da afflato poetico ed evangelico, diviene politica, civile, religiosa e culturale, poiché Satana non pretende il massimo, pretende tutto.

E’ qui, in Pergamo, che canta “schiava di Roma Iddio la creò”, che si muove e forse muore Antipas “il fedele testimone”, il quale subito accenna, nell’appellativo, al Vangelo e alla sua Verità che rende liberi e dunque non a caso egli è in Pergamo, in un inferno che non sono gli Inferi di Sardi, ma girone dantesco di menzogna e omertà.

E’ qui Anti-pas-pasa-pan, alle nostre porte, e bussa lui “uno contro tutto e tutti”, in nome di una libertà che l’italiano gli conferisce, affinché sia chiaro: non cercatelo altrove, non cercate di ricomporre il suo nome con la mappa caratteri: egli è italiano di nome, ma lo si scrive in greco e dunque di padre italiano e di madrelingua greca, se libertà diviene Λιβερτά (Libertà) ed ha lo stesso valore ghematrico di Ἀντιπᾶς (Antipas), 448.

Egli è l’unico; egli è il campione e solo egli è l’eroe universale di una “libertà ch’è si cara e va cercando” tra la dimora e il trono di Satana, come Zaccaria tra “l’altare e il tempio” (Mt 23,35). Lui ucciso, Antipas messo a morte ma entrambi in uno spazio che è limbo, quello che sempre vive l’eroe della libertà che è immancabilmente tra la vita e la morte, cioè tra la verità e la menzogna, tra la libertà e la schiavitù.

Un vecchio film, che le generazioni più giovani conosceranno a malapena, sebbene immancabile film nelle tivù del falso Natale dicembrino, presta un volto e una scena ad Antipas. E’ quello di Klaus Kinski, l’eroe anarchico de “Il dottor Zivago”.

Egli è in catene sul treno che fugge dalla rivoluzione, ma sa dire a tutti, sa rinfacciare a tutti che “io sono l’unico uomo libero”, mentre quella enorme vena che marca la sua fronte ci dice che non è reciso il suo pensiero, non è in catene, sebbene le tiri fino a spezzarle nel treno che conduce a una libertà nello spazio, ma non “nel pensiero” che può essere incatenato e  deportato, ma libero, anzi, proprio per questo libero, come insegna il cinema, che non ha conosciuto la vera star della libertà: Antipas, l’eroe dal pensiero di ghiaccio. 

Antipa e la fedele testimonianza: una lettura ghematrica di Ap. 2,13

antipasAbbiamo già esaminato alla luce della ghematria il mistero che circonda Antipa (Ἀντιπᾶς) e siamo giunti alla conclusione che egli è la metafora della verità negata, uccisa. Ci ha condotti a questa conclusione quel 448 che è il valore ghematrico del nome proprio, quando la cronologia di Dio calcola, unica nel panorama degli studi, la fine dell’esilio babilonese proprio nel 447/448 a.C. (stando a Dn.1,1 la fine dell’esilio sarebbe esattamente nel 448 a.C., segnando così la differenza di un anno con Ger. 25,1).

Brevemente credo sia utile ricordare che quel 447/448 a.C. è un caposaldo della nostra cronologia e non solo ciò che la contraddistingue. Ricordiamo questo perchè è bene sottolineare che l’importanza del personaggio (come vedremo tra poco ancor meglio evidenziata dall’appellativo che l’accompagna) fa il paio con l’importanza dell’avvenimento, tutte cose che illuminano una ratio ben precisa.

Affrontiamo adesso l’appellativo di Antipa, cioè quel ὁ μάρτυς μου, ὁ πιστός μου (il fedele testimone di Ap. 2,13) ricorrendo anche in questo caso alla ghematria e completando così l’esame del versetto che ci parla di Antipa. Μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele), considerati alla luce della ghematria, danno rispettivamente valori di 847 e 666. Se la seconda cifra sin da subito attira la nostra attenzione, per comprendere la prima bisogna fa riferimento alla cronologia di 1-2 Re secondo la cronologia di Dio, cioè quella ricostruita e seguita da questo blog. Affronteremo, allora, dapprima μάρτυς (testimone); poi ci concentreremo su πιστός (fedele) e da ultimo cercheremo una sintesi alla luce di Antipas.

Abbiamo visto che 847 è il valore ghematrico di μάρτυς (testimone) ma ha pure un valore cronologico che fa divenire la cifra l’847 a.C. (chi nutrisse dubbi sul metodo è bene ricordi che in primis la Bibbia  è storia della salvezza, per cui poco c’è da meravigliarsi che anche la ghematria serva allo scopo disegnando un quadro cronologico, cioè quello vero).

L’847 a.C. è l’anno esatto di unzione di Giosafat (vedi tabella) che avvenne quasi  solo un secolo dopo il primo anno di regno di Salomone secondo la nostra opinione (949 a.C.). Il fatto che questa data emerga dalla lettura ghematrica di μάρτυς (testimone) fa sì che sia possibile pensare alla validità di tutto l’impianto cronologico di 1-2 Re per come noi lo abbiamo ricostruito. E non è un caso, quindi, che solo con il 945 a.C. ( quarto anno di regno di Salomone dal quale dipende in modo assoluto l’847 a.C. di Giosafat, essendo i regni di Giuda, nel loro inizio e nell loro fine, l’uno vincolato all’altro) permette, ad esempio, una cronologia del secondo tempio perfetta, nel rispetto anche del Seder Olam Rabbath.

Alla luce di tutto questo emerge con chiarezza che la testimonianza -che vedremo fedele- riposa in una storicità e in una dignità che si vorrebbe perduta, ma che ancora 1-2 Re conservano e offrono. Ed è quell’847 a.C. e ciò che significa la testimonianza fedele la quale, seppur impugnata storicamente, emerge se considerata nella sua luce naturale, cioè quella biblica.

Ma abbiamo scritto che la testimonianza è anche fedele, quando però πιστός (fedele) presenta un valore ghematrico inquietante, presentando un 666 che è il marchio della bestia (Ap. 13,16) che sale dal mare, cioè l’epifania del male che mal si concilia con la fedele testimonianza di Gesù Cristo.

Per venire a capo di quella che appare essere la più classica delle contraddizioni in termini e nella sostanza dobbiamo collocare quel πιστός (fedele) nel suo versetto e poter così comprendere che quella fedeltà è mostrata laddove satana ha il suo trono e la sua dimora (Ap. 2,13), quella stessa dimora e quello stesso trono che decreteranno la morte di Antipas, la quale non è più però un mistero perchè è proprio quel 666, quel marchio la causa.

Infatti in Ap.20,4 leggiamo che la bestia che sale dal mare metterà a morte tutti coloro che non avranno adorato la bestia e non avranno ricevuto il suo marchio. Antipas, come fedele testimone di Gesù, non può assolutamente aver fatta né l’una, né l’altra cosa e ciò è certamente la causa della sua morte.

In conclusione, quel 666 che emerge dalla lettura ghematrica di πιστός (fedele) fa luce sulle ragioni della morte di Antipa e sulle ragioni, tornando un attimo sulla metafora che egli rappresenta, di una verità storica negata.

μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele)sono, dicevamo, gli appellativi del nostro “eroe”, per cui tutto ruota attorno alla sua figura ancora avvolta nel mistero se non interpretiamo il tutto come metafora. Antipa è la verità in un contesto di menzogna che esige la stessa fedeltà della verità, tanto da marchiare chi la accetta e da uccidere chi  la rifiuta. Quel 666 di πιστός, allora, fa luce su gli uni e su gli altri, sulla menzogna e sulla verità e sul perchè Antipa deve morire.

Antipas: le ragioni della fede e l’origine del mistero

La morte di Antipas abbiamo visto che potrebbe essere la metafora della verità soppressa, abolita, cancellata perchè il verbo greco ha anche quel significato che se assunto, erò, obbliga a rivedere l’intero versetto che citiamo:

So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana. (Ap. 2,13)

La metafora che racchiude Antipas è possibile scorgerla solo con la lettura ghematrica del nome proprio che indica la cifra di 448, cioè il 448 a.C. in cui la cronologia di Dio colloca l’esilio babilonese.

Ma quell’anno ci dice anche che l’intera vicenda legata all’esilio e agli anni della ricostruzione post esilica ha biblicamente un’altra cronologia che non è sconosciuta alla scienza moderna poichè Newton ha chiaramente parlato di “crimine di Tolomeo”, intendo che la cronologia tolemaica, cioè quella che sinora è stata adottata, è frutto della “truffa di maggior successo della storia della scienza”.

Antipas, allora, ben lo si comprende sotto questa luce, come ben si comprende la sua metafora: egli personifica la verità, in primis storica, messa a morte, cioè abolita, cancellata e soppressa. Ma il versetto ci dice di più, vediamo cosa.

Quando leggiamo “tu tieni saldo il mio nome” e “non hai rinnegato la fede” neppure dopo l’omicidio di Antipas, neppure cioè dopo la violenta soppressione della verità, il significato che dobbiamo dare al versetto è che senza quella verità storica su Gesù è impossibile avere fede in Cristo, tanto che pure la fede degli angeli è a rischio.

La cronologia di Dio da sempre è stata il tentativo di dimostrare razionalmente la fede, l’incarnazione del Verbo nella Storia. L’ampio ricorso alla profezia e alla ghematria, unita a una cronologia biblica che fa chiarezza su tutti i punti fondamentali dell’anagrafe gesuana inserendoli in un contesto cronologico di oltre mille anni, permette di capire quello che altrimenti è spacciato per mistero.

Se Dio si è fatto carne, Dio si è fatto storia e dunque lì va cercato seguendo la luce chiara dei profeti e degli Evangelisti. Qualsiasi altra strada conduce a una fede che paradossalmente non la scorgiamo nella storia tutta, ma solo in quella di ognuno, come se la somma della fede di ogni credente si azzerasse qualora la volessimo rendere universale. Se Dio non è nella Storia, Dio non è neppure nella storia dei singoli uomini. Ritenere il contrario è credere al mistero, credere a un Dio che si rivela nel particolare, ma si cela nell’universale.

E’ questo il senso del versetto citato: la morte di Antipas, la soppressione della verità storica di Gesù mette a repentaglio la fede dei singoli fino alla possibilità di rinnegarla. Antipas ci dice anche che la fede deve avere una sua ragione e che ritenere la fede un atto di fede è costruire sulla sabbia (Mt. 7,26).

Tutti coloro che si ritengono cristiani si pongano nel segreto della loro coscienza questa domanda: “Perchè credo?” e cerchino la risposta che non troveranno, qualora essa presupponga la ragione della loro fede. Dopo rileggano il versetto citato per comprendere che il mistero della loro fede riposa nell’assassinio di Antipas, la verità storica di Gesù, l’unica via per non rinnegare Cristo quando i tempi si fanno difficili, quando si abita nella dimora di satana.

Antipas, una metafora nella dimora di satana

Mi sono già occupato di Antipas, personaggio drammatico che emerge dalla lettera a Pergamo di Apocalisse, lettera che è indirizzata all’angelo con il compito di muovere guerra laddove è il trono di satana.

La prima cosa da dire è che, stando a Padre Enzo bianchi, autore di un completo commento all’opera di Giovanni (Apocalisse) egli è un personaggio leggendario, perchè sono notizie incerte e tardive quelle sul suo conto (di diverso avviso è wiki, ma personalmente credo che Bianchi ne sappia un po’ di più).

Dunque Antipas, sebbene testimoniato dalla tradizione, è molto probabilmente una leggenda. Bisogna chiedersi allora quale sia il suo ruolo in Apocalisse: perchè Giovanni affida il ruolo così delicato e drammatico a una leggenda -non dimentichiamoci che siamo in terra nemica, ben altre le linee amiche: Pergamo è dimora e trono di satana.

La risposta, a mio parere, riposa ne valore ghematrico di Antipas, valore ghematrico che emerge dal testo greco di Apocalisse: 448. Tale cifra coincide con il 447/8 che la cronologia di Dio indica come anno della fine dell’esilio, a fronte di uno storico 538 a.C.. Qualcuno potrebbe obiettare che 447 non è 448, ma faccio notare che proprio l’ultima cifra permette la perfezione sincronica con le prime 69 settimane di Daniele e la profezia che essa cela: 483-448=35, il 35 d.C. da sempre indicato da la cronologia di Dio come anno della crocefissione, come l’anno in cui l’unto in cui non è colpa -giusto per citare il passo più importante della profezia- viene ucciso.

Ma quel 448 a.C. ci conferma anche che non solo la scienza antica (ghematria) ci parlano di una diversa cronologia degli eventi legati all’esilio, ma pure quella moderna conferma che circa l’esilio qualcuno si è divertito a confondere le carte (Newton e Il crimine di Tolomeo, dove lo studioso prova che la lista dei sovrani babilonesi, direttamente coinvolti nelle vicende legate all’esilio, è totalmente inventata).

Dunque di mezzo c’è un falso, una falsa cronologia e forse per questo Antipas, diviene il fedele testimone. Già ma abbiamo detto che è una leggenda e dunque cosa mai può testimoniare una leggenda? Se la risposta al primo interrogativo l’ha risolta, io credo, la lettura ghematrica, la seconda forse la risolve l’accezione metaforica del verbo ἀποκτείνω.

Nel senso più comune significa uccidere, di qui ha preso le mosse l’esegesi per spiegare il mistero di Antipas: un martire della fede, di cui però però non si sa nulla di certo, tanto che -abbiamo visto- autorevoli commentatori ne fanno una leggenda. Ma i significati di ἀποκτείνω si esauriscono nei fatti di sangue? Non esiste forse un senso, un significato metaforico del verbo?

Sì c’è e ci dice che ἀποκτείνω può anche significare abolire, sopprimere, cancellare. Questi significati ben si prestano alla nostra prima notizia circa Antipas: è dal valore ghemtrico che entriamo nel suo mistero. E’ quel 448 a.C. che ci dice che il fedele testimone potrebbe essere una fedele cronologia che conduce immancabilmente a Cristo, grazie alla profezia di Daniele, ad esempio.

Dunque quel ἀποκτείνω potrebbe significare che in un dato momento della storia, la storia di Cristo, di cui ci parlano i profeti in particolare, la cronologia biblica in generale, è stata abolita, soppressa e cancellata per far posto a una vulgata artefatta e anticristica. Antipas, allora, è sì messo a morte, ma è la metafora che ci dice che sono messi a morte i tempi di Dio, per far posto a quelli dell’impostura.

Non è forse la scienza moderna la prima a sostenere tutto ciò? Newton, Morozov e Fomenko non sostengono la tesi del grande falso? Quando Newton  bolla Tolomeo come il truffatore di maggior successo della storia della scienza, non sta dicendo quelle stesse cose che diciamo noi, sebbene che ci avvaliamo della scienza antica, la ghematria? Certo, perchè anche loro denunciano che la storia è stata artefatta, che Antipas, la fedele testimonianza, è stato messo a morte, cioè abolito, soppresso e cancellato.

Da tutto questo emerge che Antipas non è una leggenda, ma una metafora che ben mette in risalto il dramma che si è consumato in Pergamo, dramma ben lungi dalla semplicistica soluzione che offre la figura di un martire, perchè nella dimora di satana è ovvio che a essere uccisa, cioè soppressa e cancellata, sia la verità, in primis quella storica.

ANTIPAS

C’è un personaggio neo-testamentario che ancora non ho descritto come di deve: Αντιπας, che significa uno contro tutti. Ma che cosa ha questo  Αντιπας per essere unico e universalmente osteggiato? Per rispondere a questa domanda bisogna contare e sommare il valore delle singole lettere che compongono il nome proprio. E’ lì la chiave di tutto, facciamolo: 1+50+300+10+80+1+6=448. Questa cifra a sè stante non dice niente, ma se la consideriamo alla luce della tabella seguente e di alcune note bibliche dice tutto. Partiamo dalla tabella, che è quella della cronologia di Dio

RE ANNO DI ASCESA AL TRONO DURATA DEL REGNO ESPRESSA IN DATE DURATA DEL REGNOSECONDO IL MIO CALCOLO DURATA DEL REGNO SECONDO L’AUTORE BIBLICO DIFFERENZA TRA IL MIO CALCOLO E L’AUTORE BIBLICO
DAVIDE 989 989-949 40 ANNI 40 ANNI
SALOMONE 949 949-909 40 ANNI 40 ANNI
ROBOAMO G. 909 909-892 17 anni 17 ANNI 17 ANNI
GEROBOAMO IS. 909 909-887
ABIA G. XVIII° DI GEROBOAMO 891-889 2 ANNI 3 ANNI +1 ANNO
ASA G. XX° DI GEROBOAMO 889-847 42 anni 41 anni -1 anno
NADAB IS. II°DI ASA 887-886
BASA IS. III° DI ASA 886-863
ELA IS. XXVI° DI ASA 863-862
ZIMRI IS. XXVII° DI ASA 862-858
OMRI IS XXXI° DI ASA 858-851
ACAB IS. XXXVIII° DI ASA 851-830
GIOSAFAT G. IV° DI ACAB 847-824 23 ANNI 25 ANNI +2 ANNI
OCOZIA IS XVII° DI GIOSAFAT 830-829
JORAM IS. XVIII° DI GIOSAFAT 829-816
JORAM G. V° DI JORAM IS. 824-817 7 ANNI 8 ANNI +1 ANNO
OCOZIA G. XII° DI JORAM IS. 817-816 1 ANNO 1 ANNO
JEU IS. REGNA 28ANNI DALLA MORTE DI OCOZIA 816-786
ATALIA G. REGNA 7 ANNI 816-809 7 ANNI 7 ANNI
JOAS G. VII° DI JEU 809-770 39 ANNI 40 ANNI +1 ANNO
JOACAZ IS. XXIII° DI GIOAS G, 786-772
GIOAS IS. XXXVII° DI GIOAS G. 772-755
AMASIA G. II° DI GIOAS IS. 770-728 42 ANNI 29 ANNI -13 ANNI
GEROBOAMO IS XV° DI AMASIA 755-690
OZIA G. XXVII° DI GEROBOAMO 728-674 54 ANNI 52 ANNI -2 ANNI
ZACCARIA IS. XXXVIII° DI OZIA 690-690
SALLUM IS. XXXIX° DI OZIA 689-689
MENEM IS. XXXIX° DI OZIA G. 689-678
FACEIA IS. L° DI OZIA 678-676
FACEE IS LII DI OZIA 676-647
JOTAM G. II° DI FACEE 674-659 15 ANNI 16 ANNI +1 ANNO
ACAZ G. XVII° DI FACEE 659-644 15 ANNI 16 ANNI +1 ANNO
OSEA IS. XII° DI ACAZ 647-638 CADUTA DI SAMARIA
EZECHIA III° DI OSEA 644-615 29 ANNI 29 ANNI
MANASSE G. 615-560 55 ANNI 55 ANNI
AMON G. 560-558 2 ANNI 2 ANNI
GIOSIA G. 558-527 31 ANNI 31 ANNI
JOACAZ G 527-527 3 MESI 3 MESI
JOACHIM G. 527-516 11 ANNI 11 ANNI
JOACHIN G. 516-516 3 MESI 3 MESI
SEDECIA G. 516-505 11 ANNI 11 ANNI DEPORTAZIONE
TOTALE 484 ANNI E 6 MESI 474 ANNI E SEI MESI

Prendiamo adesso la fine del regno di Joakim (527a.C.-516a.C.) e consideriamo l’anno d’inizio dell’assedio che portò alla sua caduta., cioè il 517a.C. descritto in 2Re 24,12. Tale anno è l’anno in cui:

Il re di Babilonia portò via di là tutti i tesori del tempio e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro, che Salomone re di Israele aveva posti nel tempio. Così si adempì la parola del Signore. (2Re 24,13)

Quel “si adempì la parola del Signore” significa ovviamente che da lì parte il calcolo delle profezie sull’esilio (Ezechiele conta dal 505a.C. ma non soffermiamoci su ciò). Domandiamoci adesso quanti altri collocano l’inizio dell’esilio nel 517a.C. e dunque la sua fine nel 447/8a.C. (l’approssimazione  è di qualche mese, circa 6, per cui stabilire con certezza una data è difficile)), cioè 70 anni dopo. Nessuno tranne me, nessuno prima di me, che si sappia. Inoltre collocare l’esilio in quel periodo significa avere contro tutta l’esegesi e tutti gli storici, i quali considerano pura follia tali date perchè il 586a.C. come data dell’inizio dell’esilio è considerata data assoluta, cioè scientificamente indiscutibile.

Ecco  Αντιπας allora. Egli è colui che sfida l’ecumene degli studiosi, i quali mai ammetteranno di essere in possesso di una cronologia sballata, ma al contrario sosterranno, alcuni in diabolica malafede, che è quella biblica contraddittoria e lacunosa. Il nostro uomo tuttavia dimostra il contrario mettendo a repentaglio il loro sapere, la loro autorità. Il nostro uomo è in grado di dimostrare ciò e dunque deve morire. Certo non di una morte violenta, ma nel silenzio, per soffocamento delle sue idee.

Inutile girarci attorno: io dato 447a.C. la fine dell’esilio e nessun altro. Io sono in possesso della cifra che si ricava dalla somma delle lettere di Αντιπας. Essa è una data cardine (la fine dell’esilio babilonese, mica scherzi) de La cronologia di Dio. Il nostro uomo però, non dimenticatelo, deve essere messo a morte (altri traducono “ucciso”) se consideriamo Ap. 2,13 dove si legge:

So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana.

Lui sarà ucciso soffocando le sue idee, le sue scoperte, le sue ricerche, ma non dimenticate neppure che morirà laddove satana ha il suo trono, morirà per mano di satana e i suoi accoliti.