“Il putsch di Trento”. Storia (vera) di un concilio

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Nell’ultimissimo post abbiamo forzato i termini della denuncia presentata da Alberto Maggi, sacerdote cattolico, il quale afferma che Sisto V Peretti, con la sua Sistina, ha “stuprato la Vulgata” (dovremmo linkare alle parole di Maggi espresse mi pare nel suo commento al Prologo giovanneo, ma soprassediamo).

Abbiamo altresì scritto che siamo d’accordo, perché il greco neo testamentario ne è uscito stravolto e non sappiamo più neppure cosa fosse in origine il greco classico che lo esprimeva: termini troppo importanti come “Gesù” e “Pasqua” (rispettivamente Ἰησοῦσ e Πησχ entrambi di valore ghematrico 888) ad esempio, sono andati perduti nell’originale greco e tanta è la loro importanza che viene spontaneo chiedersi cos’altro sia stato combinato.

Questa la lettera, quella lettera che permette il calcolo ghematrico il quale a su volta permette una lezione cronologica altissima perché ispirata da Dio da cui procede. Infatti la cronologia biblica, assieme ai libri che la esprimono e che non a caso sono definiti storici, ne è uscita distrutta, in particolare 1-2Re finito in un tritacarne di cronologie tutte false, sebbene di altissimo profilo (Albright, Thiele e Galil).

Ecco i danni reali del terremoto sistino, ben diversi da quelle varianti che vorrebbero convincerci che ha screpolato solo l’intonaco, cioè procurato solo lievi ininfluenti modifiche che però non hanno ingannato Maggi, a cui va l’assoluto merito dell’onestà quando parla di “stupro”.

Stupro su cui noi abbiamo calcato ironicamente la mano nell’ultimo post, ma non lo facciamo adesso, perché ci occuperemo di nuovo del concilio tridentino già comparso agli onori delle nostre cronache, perché abbiamo scritto che la prima e più solenne sessione si concluse nel 1547, quando 1547 è la ghematria di Αντίχριστος  e υπεραιρομαι, lemmi che davvero lasciano ben poco spazio alla fantasia.

Ma c’è di più, c’è di più nel cuore di porpora di Trento, nel cuore di un concilio nato con lo scopo di fermare la storia, d’impedirne l’elevazione dell’altare luterano (1523), perché a noi è venuto il ghiribizzo di occuparci di un altro lemma che si presta alla ghematria ed è “leviatano” che la Septuaginta riporta come “drago-serpente” o “serpente drago”, cioè τὸν δράκοντα ὄφιν (Is 27,1). 

Sommando valori dei due lemmi al nominativo δράκων e ὄφις otteniamo 1561 cioè l’anno dell’ultima fase dei lavori conciliari che si erano aperti all’insegna dell’anticristo e si conclusero sotto l’egida del leviatano, con un intermezzo dai tratti e significati tipici di υπεραιρομαι, cioè “arroganza”, “superbia”, “altezzosità”, “tracotanza e, come ho scritto ieri, chi più ne ha, più ne metta.

Voglio aggiungere anche che quel 1561 si compone certamente di δράκων e ὄφις, ma il primo sostantivo ha un valore ghematrico di 975, cioè gli anni che noi abbiamo riservato al drago, perché congiungono il primo anno di regno di Davide (989 a.C.) al 15 a.C. nascita di Gesù e questo in un contesto apocalittico esprime meglio di qualsiasi altra cosa la dinamica del capitolo 12, in cui si legge che il drago vuole divorare il bambino appena nato; e infatti da Davide si giunge a Betlemme, si giunge cioè all’erede di Davide che il drago vuole far suo (divorare).

Ecco allora che il concilio si arricchisce di nuove e più fosche tinte, perché indetto certamente con lo scopo di fermare l’avanzata luterana, ma anche una Riforma che aveva elevato il penultimo altare (sesto) della storia della salvezza, se il numero sette è il simbolo della pienezza e del compimento.

Sette è il numero dei giorni della creazione e sette è il numero che disciplina l’intera Apocalisse, cioè la Rivelazione del disegno divino che ha preso le mosse dalla creazione stessa. Lutero innalza il sesto altare della storia, una storia prossima, quindi, non alla sua fine, ma al suo compimento che avverrà dopo che il settimo altare sarà innalzato, casualmente nel 2020.

Il Drago sa che al settimo altare nascerà il Bambino, nascerà di nuovo il Cristo e ha preparato il contesto a lui più congeniale per divorarlo: un concilio che gli conferisca solennità e santità tali da ingannare la Donna vestita di sole, che infatti gli partorisce in bocca e sarà solo il putsch di pochi arditi a sventare la tragedia e far salva la creatura. Così è scritto. Così sarà fatto.

Da Davide a Gesù, gli anni del drago

dragoForse universalmente, ma certo nella tradizione cattolica, in Apocalisse il figlio della Donna vestita di sole è Gesù, come la Donna è Maria. Il drago ha perso per strada, la strada del simbolo, i suoi connotati per un significato che mai va oltre il male, nella sua accezione più generica.

Il blog ha cercato di uscire dall’ambito simbolico in cui -forse a comodo- è stato relegato dandone una lettura ghematrica, sebbene nella sua forma tardo bizantina (così mi hanno spiegato) di δράκως (drago) che ha un valore di 931, il quale a sua volta diviene storico segnando il 931 a.C. come ultimo anno di regno di Salomone, stando alla cronologia dei re più gettonata: quella di Galil.

Al contempo abbiamo anche visto che l’unione ghematrica -e sponsale- tra γυνή (Donna) e Ἀντιπᾶς (Antipa) produce anch’essa un 931 che diviene 931 a.C., quello stesso ultimo anno dei Re (Salomone) indicato da δράκως. Questo ha, forse, permesso la visione del segno grandioso di Giovanni (Ap 12,1), cioè la Donna e il Drago in un unico cielo, sebbene cronologico e tutto ciò ha reso concreta un ‘immagine che mai ha voluto limitarsi a colpire la fantasia, ma ha sempre mirato ha farsi storia, se quel 931 a.C. lo è storia, stando a Galil. e se Apocalisse è rivelazione di cose future.

Ma del drago si può dire di più? Non è in fondo così importante da meritare qualcosa oltre al simbolo? Certamente, e allora noi considereremo, stavolta, la forma di δράκων, quella cioè che compare nell’edizione greca di Apocalisse, che ha un valore di 975 il quale non è il 975 a.C., ma un preciso e importante periodo storico che emerge solo dalla cronologia del blog, quello cioè che unisce il 989 a.C. (primo anno di regno di Davide) al 15 a.C. (anno di nascita di Gesù). Infatti 990/989-15/14=975/974 in un ottica di datazione doppia, necessaria trattandosi dell’anno ebraico convertito in gregoriano.

Non è di poco conto questo periodo se Gesù è “figlio di Davide” (Mt 1,1). Tale periodo infatti collega il padre al figlio, il quale risulta essere quell’ υἱός (figlio) della Donna vestita di sole. Adesso fa ingresso il testo di Apocalisse, in particolare Ap 12,4 in cui si legge chiaro che il drago vuole divorare il figlio appena nato della Donna, ed ecco allora che quel periodo storico che collega il 989 a.C. al 15 a.C.; e che collega il padre (Davide) al figlio (Gesù) si arricchisce con una trama ben precisa: pedofaga, e il drago ha, oltre al simbolo, uno scopo ben preciso.

Scopo che, sempre alla luce della ghematria, raggiunge il suo climax quando quel bambino è salvato non dalle acque, ma dalle fauci del drago grazie a un tempestivo e inaspettato rapimento e quel ἡρπάσθη (ἁρπάζω, rapire), con il suo valore ghematrico di 989 (ἁρπάζω), diviene nuovamente il 989 a.C., primo anno di regno di Davide, che è e rimarrà, perchè di Davide, il trono (storico) di Dio che mette in sicurezza la creatura.

Insomma, è alla luce della ghematria che si consuma tutto il capitolo 12 di Apocalisse, altrimenti fermo su un simbolo che non esprime l’azione se non in termini letterari, quando esso è pensato (ispirato) per una dimensione storica (989 a.C.-15 a.C.) che emerge solo se in possesso della cronologia esatta, cioè quella di Dio; una cronologia che è essa stessa il bambino (υἱός),  perchè conduce da Davide a Gesù parlandoci di una discendenza davidica che non deve assolutamente farsi denaro: significherebbe che il drago è riuscito nel suo intento e ha divorato il bambino.