Babilonia e quel lutto che non le se addice

La personificazione di Babilonia assume le forme di una regina a cui Apocalisse legge nel cuore come sta scritto

Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò (Ap 18,7)

La certezza granitica nella solidità del suo regno ha un epilogo inaspettato perchè a seguire leggiamo

per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata (18,8)

Quel suo sedere regina è la perfetta descrizione della sua sicumera che la tiene lontana dalla vedovanza e dal lutto. Tuttavia la fine del suo regno è segnata ed improvvisa.

Sicuramente il passo cela ben altri significati, ma a noi interessa solo quel suo “sedere regina” che ci permette la visione di un trono ancora tutto da collocare, ma dove? Inutile sarebbe appellarsi al simbolo, perchè ne uscirebbe un quadro troppo sfuggente, quando noi cerchiamo un contesto preciso, magari storico.

Allora ci rivolgiamo alla ghematria che molte volte ha fatta la luce necessaria per risolvere l’enigma. Un enigma per altro complicato dalla mano dell’uomo che ha falsato il greco neo testamentario seguendo una logica spicciola, cioè non appariscente e solo a prima vista ininfluente, come lo scambio di consonanti dalla pronuncia identica o, come in questo caso, raddoppiandole.

Infatti la locuzione greca, alla prima persona del presente indicativo e nominativo, di “io siedo regina” è κάθημαι βασίλισσα ma sia il verbo che l’appellativo hanno subito modifiche tali da rendere impossibile il calcolo ghematrico e dunque la conoscenza che esso avrebbe permesso,  perchè se correggessimo i due lemmi otterremmo κάτημαι (attestato) βασιλισα (apparentemente non attestato) e allora quello stesso calcolo ghematrico ci propone una somma che è 834 che noi ridurremo a un calendario per ottenere  834 a.C., data molto importante perchè non solo si colloca nella cronologia dei Re, ma nel regno della scandalosa regina Atalia stando non alla cronologia del blog, ma a quelle incomparabilmente più quotate cronologie di Thiele e Galil che segnano nello 835/834 a.C. la fine del regno di Atalia, la regina Atalia.

E’ bene far di nuovo presente che noi abbiamo seguito le tracce del falso che proprio perchè tale non ha stravolto, ma “falsato” quindi la sua opera non si discosta di molto dall’originale che può rivelarsi solo dai particolari, come particolari sono un theta per un tau e una consonante raddoppiata, cose che non stravolgono, in fondo il lemma, ma distruggono ogni possibilità di calcolo ghematrico, però, ed è questo che il falsario voleva.

Da notare anche che 834 a.C. si colloca nei Re, laddove ” lei siede regina”; come da notare è che 834 a.C. emerge solo in un ottica di datazione doppia, assolutamente necessaria iniziando l’anno ebraico a settembre. Questo fa sì che la fine del regno di Atalia si collochi esattamente laddove la ghematria lo colloca cioè non nella prima parte dell’anno, ma proprio sul suo finire cioè lo 834 a.C. segnando una tempistica che sposa alla perfezione il senso del passo che non ci parla genericamente del regno di Atalia, ma della sua improvvisa fine testimoniata inequivocabilmente da quello 834 a.C. cronologico e storico che riassume quel “sol giorno” che vedrà la sua rovina segnandone, come lo 834 a.C., la fine del regno..

Tutto ciò non è emerso dalla mia cronologia dei Re, ma da quella degli studiosi da noi più volte denunciata come assolutamente inaffidabile e ricchissima di spunti tali da far gridare allo scandalo se un blogger riesce laddove studiosi di chiara fama hanno saputo solo denunciare la loro impotenza, come il caso dei sincronismi di 1-2Re.

In questo senso, se è vero che tutto ciò ha dell’assurdo, ci viene spontaneo pensare che quel trono su cui “siede regina” altro non sia che una menzogna sistemica che ha pervaso e fondato un regno, quello di Atalia, è vero, ma di cui tutti noi siamo neppure sudditi, ma succubi tanto da auspicare il giudizio divino che trasformi l’arroganza in lacrime, quelle stesse che sono invocate per noi pecccatori a cui viene immancabilemente chiesto di nettarsi con un amaro pianto.