Giuda e il saluto romano

Nei vangeli, Roma ha un ruolo importante che già è emerso a tutto tondo con il processo a Gesù, dove Pilato è uno dei protagonisti assoluti. Ma Roma, con Celso, ha cercato anche un ruolo altro che s’innesta su un’inchiesta mai giunta al termine che è sempre quella su Gesù.

Si è scritto e creduto, infatti, che Gesù fosse il figlio di Ben Pantera, vessillifero romano, che ebbe rapporti con Maria e dalla loro unione nacque un improbabile Messia, tanto è vero che questa tesi ha cercato di minarne le origini, rendendole tutt’altro che divine.

Potrebbe esaurirsi qui il ruolo di Roma, ma potrebbe anche darsi che vada ben oltre e ci offra un apostolo romano nel collegio apostolico: Giuda. L’ipotesi è così fantastica che appare sin da subito incredibile, ma noi ci facciamo forti del ab Urbe condita (a.U.c.), della fondazione di Roma già indagata grazie a un acrostico che riassume i titoli della Chiesa cattolica, cioè ΥΣΚΑΡ (qui e qui) che ci parla di Una Santa Cattolica Apostolica Romana chiesa.

Il valore ghematrico dell’acrostico è 721 per un 721 a.C. che Virgilio data al settimo anno (in realtà sesto, ma in un ottica di datazione doppia è ininfluente) di Ozia quando sale al trono Proca Silvio, diretto antenato di Rea Silvia madre di di Romolo E Remo.

E’ un anno, dunque, che la storiografia conosce e cita quello che emerge da
ΥΣΚΑΡ e non lo troviamo casuale, come non è casuale il 721 a.U.c che nasconde una sequenza di 7 impressionante se si considera il 21 aprile giorno indicato per la fondazione, tanto che la data si compone di

721 = 7 + (7 x3) = 7777

21 = 777

quando il sette è da sempre sinonimo di perfezione biblica, quella di cui deve fregiarsi, nelle sue origini, una città, Roma, chiamata a evangelizzare il mondo, mondo riassunto con i confini del suo impero, ma anche con quelli ben più estesi del suo impero culturale che raggiungerà la “pienezza dei tempi” paolina dicendoci che solo allora Dio poteva incarnarsi, perché l’umanità, raggiunto il suo apice, occupava il proprio perielio, cioè il punto di massima vicinanza al sole, cioè a Dio, quel deus absconditus sino ad allora solo intuito che avrebbe dato pienezza al suo pantheon.

La datazione del 721 a.U.c., ricavata con un percorso davvero poco ortodosso, non è però insostenibile, tanto è vero che la scienza, quella che noi abbiamo forse ignorata, colloca l’a.U.c nel 753 e questo avvicina di molto i rispettivi risultati, cioè il nostro 721 a.U.c. e il 753 degli storici.

Ecco, questo è per sommi capi il contesto in cui si muove Giuda, improbabile, ma fino a un certo punto, apostolo. Un Giuda che passa alla storia e prim’ancora ai vangeli, come Iscariota, soprannome che i dizionari fanno risalire al villaggio natio, non sapendo, forse, che l’origine potrebbe rivelarsi proprio nell’insolito acrostico (ΥΣΚΑΡ/ ISCAR) che compone il lemma, compone cioè, non casualmente, ISCAR-IOTA.

Seguendo questa lettura, Giuda sarebbe originario di Roma o soldato romano, sarebbe sì, forse, Ben Pantera ma non quello di Celso, non il padre di Gesù, ma il suo traditore, dando un’altra logica e significato alla leggenda, la quale ha sempre un fondo di verità, ma essa non è quella conosciuta, non è il Ben Pantera di Celso, ma un apostolo: quello che tradì e introduce Roma nel collegio apostolico, addirittura.

Di per sé, questa tesi, è leggera ed è inutile che me lo facciate notare, tuttavia lasciate che mi spieghi, perché anch’io, sulle prime, sono stato tentato di non scrivere, salvo poi riflettere su un punto fondamentale: il bacio di Giuda, che ha prodotto una letteratura sterminata entrando nell’immaginario collettivo come il sinonimo del tradimento per eccellenza.

Bisogna anche ricordare, però, che quel bacio fu “il segno”, perché in questo punto Mt 26,48 e Mc 14,44 sono chiari quando scrivono che colui che Giuda bacerà è il Maestro. Dunque quel bacio riconosce Gesù ed è dato dal discepolo, quando però il bacio era, in età imperiale l’omaggio dei clientes ai loro patroni, come fu, quindi, l’omaggio del discepolo al suo maestro.

Quel bacio non ha altrimenti senso all’interno dei vangeli, in particolare se togliamo il suo significato profondo che rimane certamente quello del tradimento, ma rivela anche chi tradì, che non era solo Giuda, ma era Giuda Iscariota, di ISCAR, di Roma che sin dai tempi di Gesù conosceva il suo saluto: quello romano.

L’acqua ar vino

Il Vangelo ci meraviglia con le sue parole, le sue immagini e i suoi concetti, ma talvolta ancor più con le sue assonanze che dicono più di molte parole. Certo, le assonanze esigono l’orecchio fino, perché un’assonanza è un fil di voce, un segreto rivelato da gridare però sui tetti (Lc 12,3).

E’ così, allora, che noi ci interroghiamo su quell’ΥΣΚΑΡ che emerge dalla specificità della Chiesa cattolica che vanta se stessa come Una Santa Cattolica Apostolica e Romana, cioè l’acrostico ΥΣΚΑΡ se scritto in greco, cioè nella lingua d Dio, assieme all’ebraico.


ΥΣΚΑΡ è sin troppo assonante con ISCARIOTA, cioè con Giuda Iscariota che si fregia del titolo più triste della storia, sinonimo del tradimento per eccellenza, sebbene niente si sappia della sua origine, ma tutto, però, delle sue opere, che poi fu una sola.

Dunque ΥΣΚΑΡ/ISCARIOTA Giuda e noi sappiamo da molto che Roma, con Sisto V Peretti, il falso profeta di Apocalisse, quello fece, cioè emulò Giuda affinché l’opera faraonica per eccellenza, San Pietro, fosse portata a termine.

Di un fiume di denaro aveva bisogno e per denaro vendé tutto quello che potenzialmente poteva fare mercato, persino La Parola, persino se stessa, la sua natura: ΥΣΚΑΡ .

Sappiamo di Sisto e della sua Sistina che prima stuprò la vulgata (don Maggi), poi , al ricordo del fatto, si abbandonò alla masturbazione con l’arte, creando un postribolo tutto suo.

Sappiamo anche che la Clementina è ben lungi dall’aver tentato di correggere lo scempio del Corpus biblico, anzi, cassò la faccenda cementificano l’orrore con una pornografia di regime.

Sappiamo che ci fu una reazione nel ‘600 (600 come chi del chi, csi e stigma apocalittico, ma anche di κόσμος/mondo) ma questa fu stroncata violentemente inventando, proprio Sisto, i sampietrini che armarono la mano dei Sanpietrini e le parole divennero pietre per un linciaggio di casa in casa, di via in via, di piazza in piazza, tanto che il ‘600 divenne il secolo dell’alcolismo cronico, cioè una disperata memoria di Gesù da parte di figli reietti, ma puri, di quella stessa Chiesa. Un Gesù ucciso di nuovo con la Sistina per quello si bevve, cioè si bevve “in memoria di Lui” come Egli aveva consigliato all’Ultima cena e come ripete, paradossalmente, a Messa, Officium tenebrarum dopo il fatto.

Con Sisto s’inventò la storia, s’inventò Ciro e Sisto l’Inquisitore napoletano disseminò un onomastica funebre, ma scientifica che la Sapienza aveva finito le scorte, in onore di un Papa e di un Re, Ciro, infernali, ma ormai padroni del Mondo.

Ma dicevamo della sua seconda opera faraonica, San Pietro, che non bastava una Bibbia farlocca ed era necessario anche un tempio al suo pari: San Pietro, appunto, che li ridusse al verde per un’ecologia eucaristica che si risolse con una Bolla papale che mitigò -di molto, tanto, troppo, anzi parecchio- le condizioni degli Ebrei i quali, ovvio, dettero qualcosa in cambio. Cosa? Beh: denaro e San Pietro progredì nell’opera e il Villaggio “cattedratico” divenne Basilica nel deserto romano giungendo al termine.

Conquistò il mondo San Pietro e annichilì, è vero, i palazzi rinascimentali e le loro potenti famiglie, ma morì una Chiesa perché a “che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima” (Mc 8,36), origine e vocazione se, in una Parola, si tradisce e da ΥΣΚΑΡ si diviene Ἰούδας Ἰσκαριώτης che immancabilmente, dopo, getta sì le sue trenta (ben di più in realtà) monete, ma chi gliele ha date canterà di nuovo


Ma che ce frega, ma che ce importa,
se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua (Mt 27,4)

Vacanze romane

Una cosa fa di uno studente uno studente ginnasiale: la conoscenza di uno degli incipit più famosi al mondo, cioè Condita civitate, quam ex nomine suo Romam vocavit, haec fere egit. Tuttavia la sua fama non è accompagnata da una precisione storica degna, perché l’ab urbe condita è solo indicativo e niente è dato per certo.

Il blog da sempre ha giocato con i numeri, sin da quando ha scritto La cronologia di Dio. Quando la Bibbia gioca con i numeri e non tradirà proprio adesso il suo spirito picaresco, per cui giocherà ancora e lancerà i dadi su Roma, cioè nel perimetro storico della sua fondazione che fu storia, ma che divenne Bibbia, in particolare Vangelo se, come abbiamo illustrato, da Luca e il suo Vangelo si giunge a Erode e da lui a Pilato, per lanciarsi poi alla conquista di Roma, del mondo, della storia che divenne avanti Cristo e dopo Cristo per una bipartizione ancora insuperata e forse insuperabile.

Il fatto che Roma e i vangeli siano legati a doppio filo c’introduce, però, in una relazione specifica, quella tra Roma e Gerusalemme, se non altro perché il protagonista di quella storia, Gesù Cristo, fu condannato dalla prima come uomo (Gesù); mentre come Messia dal sinedrio (Gerusalemme) per una crocefissione che fu un’alleanza ante litteram tra il trono e l’altare, quasi metafora di Zaccaria, anch’egli ucciso tra il cortile (Roma) e l’altare (Gerusalemme).

Questo doppio filo ci permette di scommettere sul lancio dei nostri dadi e immaginare una storia che davvero è cronologia di Dio e leggere nella “qualità” della Chiesa di Roma, cioè ciò che la fa Una Santa Cattolica Apostolica Romana.

L’acrostico greco (ΥΣΚΑΡ) che emerge è pregnant, come dicono gli anglosassoni, innamorati da sempre delle Vacanze romane, tanto che noi dedichiamo il post al Principe Filippo, immaginandolo Gregory Peck (il gioco è divertimento: da sempre).

Il valore ghematrico dell’acrostico è 721 e quel doppio filo che lega Roma a Gerusalemme ci permette di leggere la nostra cronologia dei Re biblici e cercare il capo di quel doppio filo che si è dipanato nei secoli.

E’ così che cadiamo in Ozia (728a.C.-674 a.C.) al suo settimo anno di regno e questo ci fa notare una sequenza di 7 impressionate, perché 721 è 7 7 7 7 a cui si aggiunge il settimo anno per un totale di cinque 7 e la nostra piccola esperienza ci dice che non è casuale: è cronologia di Dio.

Infatti, secondo questa fonte che trae da Virgilio, nel sesto anno di Ozia (noi stiamo scrivendo del settimo, ma in un’ottica di datazione doppia è equivalente) iniziò a regnare Proca Silvio, uno dei sette (di nuovo 7) leggendari Re di Roma (questo calarsi in un contesto nuovamente dinastico come lo è la cronologia di 1-2Re dà corpo all’ipotesi di calcolo) che fu diretto antenato di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo, quando il primo è il fondatore di Roma, almeno stando al secolo, ma magari, all’interno di una cronologia di Dio, fu Proca il fondatore o, se volete, il capo di quel filo doppio che lega Gerusalemme a Roma, come lega i Sette re di Roma ai re biblici, anzi, forse proprio per questo.

Fatto sta che tutto va in ordine, persino la storia che ha suggerito il suo a.U.c (ab Urbe condita) nel 753 a.C., quando la cronologia di Dio ha solo rivisto la fondazione di qualche decina di anni, cioè dal 21 aprile del 753 a.C al 21 aprile del 721 a.C. per un trionfo del numero 7, con un’approssimazione accettabile, un rischio calcolato, seppur trattandosi di un lancio di dadi.

Ps: sa Principe che ce la vedo bene nei panni di Gregory Peck? Come trovo bizzarra una cosa che sapevo, ma che avevo dimenticata: il 10 giugno giorno della nostra nascita. Le faccio gli auguri, se non dovessimo, da queste pagine, risentirci.