L’assassino non è il pagliaccio

Uno dei molteplici passi in cui Apocalisse propone un enigma è quello dei Nicolaiti di cui non sappiamo ancora bene, di cui sappiamo, in realtà, poco e le ipotesi abbondano.

Tra queste campeggia certamente l’etimo che vuole una fantomatica “vittoria del popolo” per una lotta di classe ante litteram che vedremo essere tale, ma di un livello molto superiore alla dialettica marxista.

Cominciamo col dire che sin da subito ci rivolgeremo alla ghematria di
Νικολαΐτης per ottenere, come a suo tempo abbiamo già fatto, un 505 che, se ridotto a un calendario, diviene 505 a.C., anno fondamentale nella nostra cronologia, segnando l’esilio babilonese. Ma non solo.

Quel 505 a.C. è la prima data che s’incontra se in possesso di due elementi fondamentali: l’anno di nascita di Gesù (15 a.C.) e la “Chiave di Davide” che è sì ghematria (κλείς Δαυίδ=490), ma anche la somma degli anni di una tranche generazionale matteana (14×35 anni=490).

La somma dell’anno di nascita al 490 ghematrico e generazionale produce quel 505 a.C. (15+490=505) dell’esilio e questo dimostra tutta la sua importanza nel contesto prima vetero e neo testamentario tout court; poi cronologico.

Dunque se Νικολαΐτης conduce a una data cardine (a nostro avviso altro non è che la porta dell’Antico Testamento dove solo è possibile inserire la Chiave di Davide altrimenti si rimane fuori o ci si arrampica da qualche altra parte, come riporta Gv 10,8-10) che non si esaurisce nel calcolo secco, ma sviluppa una cronologia fondamentale ed altra rispetto a quella che l’ha generata.

Il 505 a.C., infatti, è l’anno in cui Ezechiele colloca il suo esilio a differenza di Geremia, tanto che l’uno calcola 40 anni di esilio; l’altro 70 per una profezia “diversa” che infatti nel primo caso cerca il tempio, mentre nel secondo “le settimane” di Daniele.

Ezechiele, invece, sottrae all’esilio babilonese 40 anni, ma non prima di avere considerato che la durata dei regni di Giuda non è a resto zero, perché essa ammonta a 484 anni e 6 mesi e ciò costringe a un’approssimazione: o scegliamo il 505 a.C. dal 989 a.C.; o scegliamo il 504 a.C. sempre dal 989 a.C. dipendentemente dall’approssimazione: in difetto la prima, in eccesso la seconda.

Questo è molto importante per comprendere che l’esito di quella stessa profezia cambia conducendoci, col suo difetto, al 419 a.C.; col suo eccesso al 418 a.C. per un Cristo e per un Gesù, cioè per Dio e per l’uomo. Vediamo perché.

Tolti 40 anni al 505 a.C., otteniamo il 465 a.C., settimo anno di regno di Artaserse, quando rientra Esdra col compito di riedificare il tempio (Esd 7,7-8). E’ l’anno, insomma, in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio.

Da lì, si sottraggono i 46 anni necessari per la sua ricostruzione e dedicazione indicati da Gv 2,20 per ottenere il 419 a.C. e i lavori ultimati. Quel 419, oltre che terminare la profezia di Ezechiele, è anche la ghematria di Δαυίδ per un Cristo Re.

Capite bene che l’approssimazione in eccesso scala tutto quanto il discorso di un anno, facendoci cadere nel 418 a.C., storicissimo “sesto anno di Dario (Esd 6,15)” secondo, però, in cui sempre il tempio è dedicato. Ma questo ci parla di Gesù proprio in virtù di una storicità che emerge nella figura di Dario e non di Davide per un simbolismo di facile lettura.

Ecco allora chiaro perché la lettura ghematrica di Νικολαΐτης ci conduce al 505 a.C.: essa ci narra della divinità che i Nicolaiti negano, anzi, come vedremo, vogliono bandita, vogliono, cioè, bandire Dio dalla storia, tanto che proprio la storia ci offre il paradigma per comprendere il fatto ed esso coincide con la sorte di Tarquinio il Superbo che presta la sua figura e la sua vicenda a Dio, Egli stesso bandito e consegnato, come scrive ottimamente Andrea Caradini, a una damnatio memoriae.

Partiamo con l’introdurre l’argomento riassumendo quanto già scritto in questo post, in cui avevamo fatto notare che l’a.U.c. (ab Urbe condita) cade nel sesto/settimo anno di regno di Ozia (721 a.C.) legando la cronologia dei Re biblici a quella dei Sette re di Roma che fondarono sì una città, ma più ancora una Chiesa, legando le sorti di Gerusalemme a Roma stessa, facendo di entrambe “Le città di Dio” correggendo addirittura il “tiro” di Agostino.

Che esse siano legate a doppio filo è dimostrato anche da una leggenda che vuole i Sette re di Roma regnanti per 35 anni ciascuno, permettendo a noi di ricordare quanto scritto in apertura circa non solo le generazioni matteane di 35 anni, ma anche quello che si ricava da quelle generazioni, cioè la “Chiave di Davide” che offre un valore ghematrico di 490 come 490 anni è una tranche generazionale matteana.

La presenza nella leggenda romana, quando una leggenda possiede sempre un fondo di verità, della base di calcolo della genealogia di Matteo (35 anni) e della Chiave di Davide, collega il periodo aureo di Gerusalemme, espresso dalla chiave per eccellenza, cioè quella davidica, a quello romano dei Sette leggendari re, rafforzando ancor più quel doppio filo che collega Gerusalemme a Roma.

In questa cornice s’inseriscono i Nicolaiti che combatterono ad Aricia nel 505 a.C., e non a caso perché fu allora che Tarquinio il Superbo perse ogni speranza di rientrare in una Roma che lo aveva cacciato sì come tale, ma in realtà come legittimo re.

Ha tutta la nostra ragione Andrea Caradini quando scrive che in realtà sulla figura dell’ultimo re di Roma aleggia una damnatio memoriae e la storia non ce l’hanno raccontata giusta, perché il popolo voleva vincere in nome di un’eguaglianza (tutt’uguali) che andò in realtà oltre la legge e il diritto riscrivendo la storia da vincitrice.

Ecco che, allora, Tarquinio è Dio, Egli stesso cacciato; è la divinità che non trova più posto nella storia perché il “popolo” (l’uomo) lo ha cacciato e dunque Tarquinio è la metafora di una storia vinta dal popolo, dai Nicolaiti, che si sono inventati la superbia di un re per attribuirla poi a Dio e così legare le loro sorti.

Questo sono i Nicolaiti di ieri e di oggi e non appartengono, quindi, solo al passato: l’intera storiografia esprime ancora la loro opera quando vorrebbe farci credere incapaci di una cronologia biblica, la cui assenza è solo il frutto dell’opera Nicolaita che ha di nuovo cacciato Tarquinio (Dio) usando un popolo bue che ha creduto all’alibi della superbia divina che altro non sarebbe che paterna, naturale unicità, mentre la loro, in realtà, è sete di potere, conquistato il quale si abbandonerebbero al più assoluto disprezzo di un popolo obbligato alla loro adorazione, all’adorazione, cioè, di un’élite d’imbecilli .

Per Dio non c’è più posto, come scrivono i vangeli della natività. Dio nasce fuori dalla storicità, magari di nuovo in una stalla e “al freddo e al gelo” solo perché si è distrutto il 10 agosto suo Dies natali; mentre muore alla storia con il 33 d.C. per un’anagrafe che ne fa un apolide, un senza tetto e senza storia.

Capite bene, allora, che nella canzone di Natale “Tu scendi dalle stelle” è scritto tutto e il testo è nicolaita (Babbo Natale altri non è che San Nicola per un’omonimia ovvia) perché vuole un Dio “al freddo e al gelo”, cioè buttato in mezzo a una strada, magari in un fosso; mentre quel “quanto ti costò averci amato” non è altro che lo sputo di bile di chi, avendo perso, rinfaccia che “la vittoria, però, l’hai pagata cara!”.

La cantano i bambini del coretto bianco “Tu scendi dalle stelle” e vengono i brividi, ma non di freddo.

Che briscola!

briscolaDopo la lunga parentesi valdarnese che ha interrotto il nostro solito argomento, cioè la cronologia biblica, ritorniamo per un attimo sull’argomento nostro solito comparando i due studi, nel senso che vogliamo conoscere se le conclusioni a cui siamo giunti nel primo (Valdarno) si possano applicare anche alla cronologia biblica, perché tutto è unito dal metodo, non nostro ma della scienza.

Che Pelago, il lago del Valdarno, fosse vivo e presente nel XIV secolo ci appare ormai ovvio, perché troppe sono le prove di uno scempio che si è voluto censurare falsando le fonti che di quel lago parlavano. Fonti di primaria importanza e fama come Petrarca, Dante e Boccaccio e una stampa che crediamo abbia tagliato la testa al toro, a cui si aggiunge il capolavoro leonardesco de La Gioconda, la quale testimonia la memoria dei luoghi che nel XVI secolo non era a andata perduta e così Leonardo ha potuto attingervi ritraendo, alle spalle di Monna Lisa, il lago che la stessa critica aveva scorto, ma mai avrebbe potuto pensare a un bacino che la scienza voleva prosciugato nel Pleistocenico, cioè 100.000 anni fa. Ovvio, allora, che quella “zona blu” del ritratto fosse un enigma che solo uno studio specifico sul Valdarno poteva sciogliere, perché l’unico capace di datare il prosciugamento del lago nel secolo e mezzo, più o meno, precedente l’opera di Leonardo.

Dunque l’errore di datazione ne ha partoriti altri, perché la cronologia è sì un intarsio, ma ancor più è un domino in cui, caduta una delle tessere, ne trascina con sé un infinità di altre. Siamo certi che il metodo della datazione riguardante il prosciugamento del lago abbia fatto appello allo scibile scientifico che si vuole, universalmente, infallibile, tanto che definire una materia o una conclusione “scientifica” quasi sempre è sinonimo di esattezza.

Beh, lasciatemelo dire: un errore di oltre 100.000 anni non lo definirei esatto, o meglio, è esatto, ma come esempio di errore, che tra l’altro neppure lo è errore alla luce della falsificazione sistematica delle fonti perché quella è davvero metodo “infallibile”, dalla scienza alla briscola, perché talvolta, per vincere, si può solo segnare le carte, cosa che hanno fatto e che gli ha permesso di gridare alla vittoria, sebbene per poco.

Ci viene il dubbio, allora, che queste conclusioni scientifiche, cioè sedicenti inoppugnabili, siano le stesse a cui si è giunti quando la scienza si è occupata del VAT 4956 che data l’eclissi lì descritta al trentasettesimo anno di Nabucodonosor, cioè nel 567 a.C. e da lì ricava tutta la cronologia dell’esilio; tutta la cronologia dei Re e l’intera importantissima questione del secondo tempio che la scienza fa coincidere con la dedicazione nel 515 a.C.

Questo blog si è sempre battuto per una cronologia assolutamente diversa, tanto che colloca l’esilio non 586 a.C., ma nel 505 a.C.; come colloca la dedicazione del secondo tempio non nel 515 a.C. ma nel 418 a.C. a un secolo di distanza, addirittura.

Vorremmo dire che in questa battaglia siamo stati soli, ma saremmo molto ingiusti, perché fondamentali sono stati coloro che ci hanno incoraggiati e ci hanno dato forza di resistere e scrivere, scrivere e scrivere ancora.

Sono coloro che come noi hanno creduto al grande bluff storico e scientifico che prima vorrebbe imporre 100.000 anni al posto di 700 o quasi (1321-2018) per lo scempio del lago; poi hanno creata una cronologia frutto di una partnership fra coloro che hanno demolito e coloro che hanno costruito ex novo una cronologia biblica che, come il lago, fa acqua da tutte le parti, perché quel 567 a.C. del VAT 4956 si colloca in realtà nel 486 a.C. a quasi un secolo di distanza.

Ci viene davvero il dubbio, allora, sull’agire scientifico che prima secca un lago nel Pleistocenico sbagliando di 100.000 anni; poi, entusiasta del lavoro, rivolge la sua attenzione alle stelle e lì sbaglia di quasi 100 anni, quando 100 anni in una cronologia biblica sono un enormità come 100.000 nella storia geologica

Insomma sia che si tratti di stalle (laghi) che di stelle, non se n’è azzeccata una col metodo scientifico che vorrebbe far posto a una teoria senza tempo, l’evoluzionismo, che se lo è preso quel tempo, cioè ha segnato le carte per poter vincere a briscola, ma è stata fermata sull’uscio del bar col salame tra le mani.

Ps: se la scienza si ritenesse parte lesa si rivolga a chi ha fornito il mazzo di carte e faccia causa.

Un regno oltre la storia

La tabella che tra poco vedrete ci parla di un regno, un regno davidico, ma noi crediamo che nasca con Saul, mentre però è con Davide che si sviluppa e giunge al massimo splendore. Questo significa che anche Saul ha avuto un ruolo in quel regno e in esso deve essere inserito qualora ne volessimo dare una ragione cronologica che necessariamente deve rifarsi all’anno di nascita di Saul (1082 a.C.) -che è l’anno di nascita del regno- e alla sua fine, cioè la caduta di Gerusalemme nel 505 a.C., secondo la nostra cronologia ma che vedremo forse è quella giusta, sebbene insolita fino all’incredibile, perché fa di Ciro uno spettro che si aggira nelle Scritture.

Il regno di cui stiamo parlando è questo

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Esso esclude Samaria e considera solo Gerusalemme dal 1082 a.C. al 505 a.C. per un totale di 577 anni che danno vita al regno di Sion, cioè di Gerusalemme, un regno in cui, nonostante la presenza di un re, l’unica vera potente regina era la Legge.

In questo senso possiamo parlare di un regno di sacerdoti, perché il tempio costituì il fulcro del potere, come la Legge ne era l’espressione, l’origine e l’ordinamento.

In questa cornice si mosse Gesù. La sua predicazione non scardina il potere, neppure lo supera, ma lo adempie (Mt 5,17), perché non è venuto ad abolire la Legge, ma a compierla. Fatto sta che il cambiamento generò la reazione, una reazione che non si fermò neppure di fronte alla certezza che tutto era compiuto in nome di Dio.

A un regno, allora, se ne sostituì un altro, cioè al regno della Legge si sostituì il regno di Dio, come proclama espressamente Gesù. Ecco allora il compiersi della Legge che non è superata ma adempiuta in un nuovo regno che forse si sovrappone lasciando l’altro nel passato, come le fondamenta lasciano spazio all’edificio visibile.

E’ interessante ricordare che quel regno adempiuto, ma non superato, conta 577 anni totali e se è chiaro quanto scritto prima risulterà chiaro anche perché la ghematria di ευαγγελιον (Vangelo) sia 577, un “Vangelo del regno” (Mt 4,23), del regno dei cieli, quello cioè che ha adempiuto la Legge e ha abolito non solo una classe sacerdotale, istituendo “un regno… del Dio e Padre suo” oltre la storia, anche se storia di Davide, (Ap 1,6), ma ha anche istituito un nuovo culto nella persona di Cristo, cioè un culto in “spirito e verità” (Gv 4,23) spingendo gli adoratori non più in un tempio di pietra, ma di carne, risolvendo persino la millenaria diatriba tra il Garizim e Gerusalemme, cioè tra Samaria e Gerusalemme che orientava i fedeli in un luogo, mentre dopo la proclamazione del nuovo regno, quello dei cieli, esso diviene ovunque in mezzo a noi.

Trovo anche necessario far notare come la coincidenza del versetto tra Matteo e Giovanni, cioè del versetto 4,23 presente in entrambi, segni l’uno il regno, l’altro la cittadinanza, se Matteo infatti parla della predicazione che lo fonda e Giovanni degli adoratori che lo abiteranno, una complementarietà che anima la Scrittura e rende visibile un regno che si rivela anche nei particolari.

I calendari militari

nabucoAbbiamo già scritto che gli anni sabbatici e giubilari ispiravano certamente le grandi opere e i pii digiuni (porta superiore del tempio e digiuno di Daniele, vedi tavola seguente), ma abbiamo altresì scritto che ispiravano anche i nemici, coscienti che negli anni del riposo sabbatico o giubilare risiedesse una chance di vittoria, più o meno facile perchè, tranne il 318 a.C., sabbatico e giubilare, gli Ebrei si sono difesi strenuamente.

Di quest’aspetto allora vogliamo parlare, di una strategia militare ispirata nientemeno che dal riposo sabbatico. Lo faremo succintamente riportando le campagne di Nabucodonosor contro Gerusalemme che, come vedremo, si tennero sempre in quegli anni.

Infatti, datando noi il primo anno di regno di Nabucodonosor nel 524 a.C. e dipendentemente se si assume la cronologia di Dn 1,1 o Ger 25,1(questione ancora discussa per cui anche noi siamo nell’imbarazzo e suggeriamo di considerare un’approssimazione di un anno), abbiamo che il terzo o quarto anno del suo regno, quando rese vassallo Giuda, cade nel 521/520 sabbatico; poi abbiamo la campagna che dette luogo alla prima deportazione nel 518/517 in anno giubilare che vide l’assedio di Gerusalemme la conseguente resa nel 517/516 a.C. nel settimo anno di regno (Ger 52,8): a seguire abbiamo la grande deportazione del 505/504 a.C. (diciannovesimo anno di regno di Nabucodonosor Ger 52,12), quando i due anni precedenti la caduta della città segnano l’anno sabbatico di Ger 34,8-11 in cui inizia l’assedio. Da ultimo  abbiamo l’ultima deportazione del 500 a.C. in anno sabbatico, avvenuta nel ventitreesimo anno di regno (Ger 52,30).

Qualora vorreste rifare i conti vi prego di tenere presente che tutto necessita di un’approssimazione a un anno perchè diversa di un anno è la nota cronologia di Daniele e Geremia, caso ancora controverso. In ogni caso siamo nella necessaria ottica di datazione doppia che richiede l’anno gregoriano rispetto a quello ebraico.

L’intera campagna militare contro Gerusalemme condotta da Nabucodonosor contro Gerusalemme, dunque, è compiuta all’ombra del calendario sabbatico e giubilare e questo ci dice siamo di fronte non solo a una precisa strategia, per altro condivisibile perchè il nemico si attacca nel momento a noi più favorevole; ma anche di fronte a una conferma storica dei due calendari che abbiamo ricostruiti.

Infatti, Nabucodonosor e le sue guerre confermano appieno non solo due calendari, ma l’intera nostra cronologia dell’esilio che offre per quel re tutt’altra scala d’interventi  politici (vassallaggio) e militari (campagne), per cui c’interroga: siamo di fronte al caso che ha fatto incrociare alla perfezione calendari, storia e campagne militari, o le cose stanno come sommariamente le abbiamo da sempre descritte noi seppur non sempre riuscendoci?

Tavola degli anni sabbatici e giubilari comparata con la cronologia particolare di 1-2Re e la storia universale di Giuda

LEGENDA:

  1. In rosso gli anni sabbatici, gli anni giubilari e sabbatico/giubilari che cadevano ogni 350 anni
  2.  La datazione doppia avrebbe certamente permesso altre considerazioni coinvolgendo più anni, ma la tabella vuole essere un primo abbozzo e esaurisce la sua finzione indicando la sostenibilità storica dell’idea che l’ha ispirata
  3.  Le date dopo Cristo sono indicate
  4.  I link rimandano ad argomenti che il blog ha trattati
  5. Per la cronologia “universale” adottata dal blog si veda questa tavola

 

 

RE REGNO ANNI SABBATICI GIUBILEI Evento storico
Davide 1025 Nascita di davide
 Inizia la dinastia davidica
989-949 990/989

983

976

969

962

955

948

968  Regna a Gerusalemme
Salomone 949-909 941

934

927

920

913

918
Roboamo (Giuda) 909-891 906

899

892

Abia 891-889
Asa 891-847 885

878

871

864

857

850

868
Josafat 847-824 843

836

829

Joram 824-817 822 818
Ocozia 817-816
Atalia 816-809 815
Joas 809-770 808

801

794

787

780

773

Amazia 770-728 766

759

752

745

738

731

768
Ozia 728-674 724

717

710

703

696

689

682

675

718
Jotam 674-659 668

661

668 Anno sabbatico e giubilare. costruzione della porta superiore del tempio
Acaz 659-644 654

647

Ezechia 644-615 640

633

626

619

618 Assedio di Samaria
Manasse 615-560 612

605

598

591

584

577

570

563

568
Amon 560–558
Giosia 558-527 556

549

542

535

528

Joacaz 527-527
Joachim 527-516 521 518 521: Giuda vassallo di Nabucodonosor

518: Assedio di Nabucodonosor : prima deportazione

Joachin 516-516
Sedecia 516-505 514

507

Assedio di Nabucodonosor. Seconda deportazione
Fine del regno di Giuda
500  Terza e ultima deportazione
493
486  Caduta di Babilonia

Fine ministero profetico di Ezechiele

Eclissi VAT 4956

479
472 468 Inizia il digiuno profetico di Daniele
465 Si gettano le fondamenta del secondo tempio
458
XX° di Artaserse, rientro Neemia (Ne 1,1) 451 Rientra Neemia
444 418 Dedicazione del secondo tempio
437
430
423
416
318 Anno sabbatico e giubilare. Deportazione in Egitto
3 Gesù dodicenne al tempio
17/16 Annuncio a Zaccaria e Maria
32 d.C. Anno sabbatico e giubilare, Inizia il ministero pubblico di Gesù
39 d.C. Caligola profana il tempio
67 d.C. Scoppia la rivolta a Gerusalemme

d.C.

Luca e la discendenza davidica

Nel post di ieri ci siamo occupati della genealogia lucana che da Adamo si sviluppa fino a Gesù. Abbiamo visto che tre tranches si possono distinguere nell’ordine di 77 generazioni (fonte wiki, ma i nostri calcoli segnano un totale leggermente diverso e ancora da precisare):

  1. la prima partiva da Nochè e giungeva ad Abramo
  2. la seconda Da Abramo a Davide
  3. la terza da Davide all’esilio.
  4. la quarta dall’esilio a Gesù

esse compongono un periodo che nel suo insieme va dal 2863 A.M al 15 a.C., ma noi considereremo solo quello che termina con l’esilio (505 a.C.) per un totale complessivo di anni 2358 su cui si dispongono le generazioni che intercorrono. Queste non è opportuno calcolarle nel loro totale, ma è più utile considerarle all’interno dei singoli periodi descritti sopra, affinchè si possa conoscere l’ammontare di una singola generazione all’interno delle tre tranches descritte. E’ così che possiamo conoscere non solo il valore di una singola generazione, ma conoscere anche, avendo chiaro l’Anno Mundi (3923), se esse  abbiano avuto nel tempo un valore costante. Ed è di nuovo così che abbiamo:

  1. Adamo/Nochè (3923 A.M-2863 A.M) per un totale di 10 generazioni, per cui (3923-2863) : 10  = 106, cioè una generazione conta 106 anni. Adesso incolliamo i calcoli fatti nel post precedente e vediamo che:
  2. Per il periodo Nochè-Abramo (2863 A.M.-1975) 888 anni (888 ghematria di Ἰησοῦσ, lo abbiamo visto qui) diviso le dodici generazioni che intercorrono dà che ogni generazione segna 74 anni esatti.
  3. Per il periodo Abramo-Davide (1975 a.C.-989 a.C.) 986 anni segna ciascuna generazione di 58 anni esatti.
  4. Per il periodo Davide-Babilonia (989 a.C.-505 a.C.) 484 anni che ci obbligano a un’approssimazione che dipende dal nostro riconteggio sulla durata effettivamente storica del regno di Giuda. In ogni caso sono le generazioni di 35 anni che conducono da Cristo all’esilio e di lì a Davide, la “chiave di Davide” che ghematricamente  ha un valore di 490, come 490 sarebbero gli anni segnati da 14 generazioni di 35 anni.

Come spero risulti chiaro, tutti i calcoli sono a resto zero, cioè senza decimali e chiunque abbia compreso il calcolo e abbia un po’ di dimestichezza con la genealogia lucana, ripartita da noi secondo uno schema che si basa su date cronologiche fisse e precedentemente calcolate, comprende che quell’esattezza non può assolutamente imputarsi al caso, specie se caratterizza quattro tranches generazionali (quelle descritte sopra).

Un primo bilancio si può trarre, allora, dicendo che i riferimenti cronologici (Anno Mundi, Nascita di Nochè, nascita di Abramo, primo anno di regno di Davide, esilio babilonese e nascita di Gesù) sono altrettanto esatti, come è esatto il calcolo che con essi si può fare che conduce a:

Prima tranche generazionale, una generazione 106 anni

Seconda tranche generazionale, considerando 888 anni ghematria di Ἰησοῦσ (vedi qui), 74 anni.

Terza tranche generazionale, una generazione 58 anni

Quarta tranche generazionale 35 anni.

Abbiamo così offerto l’intero sistema generazionale che si sviluppa da Adamo all’esilio , evidenziando che la genealogia lucana è ben lungi dall’essere solo una lista di antenati, ma assume in toto un valore cronologico preciso che si trasmette anche alle generazioni che non sono più qualcosa di indefinito che risente della nostra concezione del tempo, ma ha una logica e metrica propria, cioè biblica, che varia da Adamo a Gesù secondo valori estremamente precisi: 106, 74, 58, 35 (e 35 se consideriamo anche la tranche Esilio-Gesù).

Detto questo non rimane che affrontare l’interrogativo che ci siamo posti ieri, cioè che scompaiono, se consideriamo gli anni tra Nochè e l’esilio babilonese, dall’orizzonte generazionale lucano 484  anni i quali emergono dalla differenza tra il calcolo secco (cronologico) cioè 2863 A.M – 505 a.C. con la somma degli anni delle singole tranche, cioè 888+986+490 perchè nel primo caso abbiamo un totale di 2863 anni; nel secondo 2364 e ciò genera, lo abbiamo visto ieri uno scarto di 484 anni fino ad ora inspiegabile.

Una soluzione potrebbe emergere dalla coincidenza di quei 484 anni di scarto con il totale degli anni di regno di Giuda, coincidenza che sin da subito abbiamo fatto notare che non essere casuale, almeno per noi, perchè troppo importante, anche sotto il profilo ghematrico.

Adesso faremo notare che avevamo visto giusto dandogli sin da subito importanza perchè sembra che Luca non abbia inserito quei 484 anni nella genealogia di Gesù, ma li abbia come considerati facenti parte di un altro quadro cronologico e generazionale.

Infatti non a caso da Davide a Gesù, il primo che s’incontra discendendo da Adamo, passano 14 generazioni (vedi qui), quando quelle quattordici generazioni che si susseguono da Davide fino all’esilio sono quelle che indica Matteo e che disegnano un arco di tempo di 490 anni, cioè quello stesso che compone la tranche matteana da Davide all’esilio (Mt 1,17).

Noi conosciamo bene quella tranche e sappiamo che si colloca nel regno di Giuda,il quale, fatti i calcoli relativi all’effettiva durata del regno di Giuda, cioè ricalcolando la cronologia dei Re, danno un totale di 484 anni e 6 mesi.

Questo non significa che 490=484, ma solo che per un motivo ancora oscuro, si può assumere quasi un valore identico nell’ottica di un calcolo generazionale, rimanendo da spiegare solo quello scarto di 6 anni che si genera tra il calcolo secco (14 generazioni di 35 anni = 490 anni) e il calcolo effettivo cioè 484 anni che emerge dal ricalcolo dei Re che compongono la tranche matteana da Davide all’esilio.

In ogni caso la lista lucana, tolta la discendenza davidica che giunge fino al primo Gesù della lista, torna ad essere perfetta, tanto che possiamo scrivere che sembrerebbe che Luca abbia riservato a Davide una propria discendenza che termina con l’esilio, quasi un’eredità che neppure Gesù ha scalfito. Un ansa cronologica e generazionale all’interno di un quadro altrimenti perfetto, insomma.

Concludo dicendo che ritengo opportuna una rilettura e un’indagine su 1-2Re al fine di collocare ogni singolo discendente davidico elencato da Luca al fine di collocarlo nel rispettivo regno, ignorando se già altri avevano compreso che la lista da Davide a Gesù, il primo che s’incontra, coincide esattamente con il regno di Giuda.  Magari esistono già opere in merito e dunque la ricerca si facilità. Di certo, viste le premesse, mi pare interessante.

 

Il regno di Giuda tra Nochè e l’esilio: 484 anni perduti?

Avevamo promesso in questo post che saremmo tornati ad occuparci della genealogia lucana perchè considerata in buona parte ancora inesplorata essendosi fermati alla sola funzione genealogica (wiki stesso lamenta l’impossibilità di calcoli attendibili).

E quelli noi offriremo, sebbene ancora incapaci di trarre le conclusioni, ma lo abbiamo scritto che tutto è in fase di studio, uno studio che credevamo concluso con Matteo e i 490 anni che introducono alla “chiave di davide” (κλείς Δαυίδ) se calcolata ghematricamente.

Sappiamo che l’anno di nascita di Nochè fu il 2863 A.M e ad esso abbiamo tolto 888 anni per ottenere l’anno di nascita di Abramo il 1975 a.C., ferma alla cinquantaseiesima generazione lucana.

Adesso siamo curiosi di conoscere quanti anni passino tra Abramo e Davide, cioè tra il 1975 a.C. e il 989 a.C. che coincide con la ventottesima generazione matteana (in realtà seguendo lo schema e i calcoli generazionali sarebbe il 995 a.C., ma noi abbiamo ricalcolato tutti i Re per conoscere la durata effettiva del regno di Giuda che è 484 e 6 mesi, segnando quindi un chiaro 989 a.C. partendo dal 505 a.C. anno dell’esilio).

La differenza tra 1975 a.C. e il 989 a.C. segna 986 anni e qui bisogna fare un primo appunto, forse interessante, perchè le generazioni tra Abramo e Davide, considerando anche il ramo materno, sono 17 che se si divide per 986 anni dà cifra tonda, cioè 58 anni e questo c’incuriosisce perchè potrebbe non trattarsi di una coincidenza, ma introdurci in una scala generazionale che da Nochè è andata via via diminuendo segnando:

  1. Per il periodo Nochè-Abramo (2863 A.M.-1975) 888 anni diviso le dodici generazioni che intercorrono dà che ogni generazione segna 74 anni esatti.
  2. Per il periodo Abramo-Davide (1975 a.C.-989 a.C.) 986 anni segna ciascuna generazione di 58 anni esatti.
  3. Per il periodo Davide-Babilonia (989 a.C.-505 a.C.) 484 anni che ci obbligano a un’approssimazione spiegata sopra che dipende dal nostro riconteggio sulla durata effettivamente storica del regno di Giuda. In ogni caso sono le generazioni di 35 anni che conducono da Cristo all’esilio e di lì a Davide, la “chiave di Davide” ghematricamente.

La parte interessante sono i 58 anni per ogni generazione segnati dal periodo Abramo-Davide la cui esattezza, assieme a quella del periodo Nochè-Abramo che segna un secco 74 anni, potrebbe celare spunti interessanti ma al momento sconosciuti.

Adesso che abbiamo impostato il problema e che abbiamo i totali (ben attenti: gli 888 anni li abbiamo ipotizzati dalla ghematria greca di Gesù e ciò, lo abbiamo visto qui, ha dato buoni risultati), li sommeremo per ottenere 2364 anni tra Nochè e l’esilio babilonese per conoscere se collimano con il calcolo secco tra Nochè e l’esilio (2863 A.M-505 a.C.), cosa che non avviene ma secondo noi potrebbe avere un senso. Infatti:

888 + 986 + 490 = 2364 a fronte di un Anno Mundi che data la nascita di Nochè al 2863 generando uno scarto di 484 anni che non ci è ignoto, perchè segna la durata del regno di Giuda secondo i nostri calcoli. Tra l’altro quel 484 anni è l’approssimazione per difetto perchè non considera, sottraendoli, i 6 mesi di scarto che dovrebbero essere aggiunti alla durata totale del regno di Giuda.

Noi sappiamo che quei 6 mesi non sono innocui perchè aprono a tutta una cronologia particolare che dall’esilio (ma ben più in là vedi qui) giunge alla dedicazione del secondo tempio, passando per il 465 a.C. anno, tracciato seguendo Ez 4,6 e i suoi 40 anni di esilio dal 505 a.C., in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio e numero che richiama la ghematria di Ναζαρέτ (Nazaret) e Ἱεροσάλημα (Gerusalemme). Tale periodo si conclude 46 anni dopo stando a G 2,20-21 cioè nel 419 a.C. che è la ghematria di Δαυίδ con quel 419.

Alla luce di tutto questo quel 484 anni di scarto tra la differenza del calcolo generazionale e l’anno di nascita di Nochè e il primo anno di regno di davide (989 a.C.) introducono in un contesto d’alto profilo in cui anche la ghematria ha un ruolo importante, perchè sia Gerusalemme, sia Nazaret e sia Davide non sono termini qualsiasi ma s’innestano nel profondo del tessuto scritturale, senza contare che segnano al contempo una delle due tempistiche previste per il tempio: quella che si conclude nel 419 a.C. come anno della dedicazione o quella che si conclude nel 418 a.C. storicamente il sesto anno di Dario secondo, però.

Lo abbiamo scritto in apertura: non siamo in grado di  tirare delle conclusioni, ma solo di fornire ipotesi di lavoro, tra l’altro tutte da verificare. Ci salva che l’argomento e il suo approccio sono nuovi e ben lontani ancora da facili soluzioni. Di certo tutto ciò apre un varco in una cronologia lucana che non si esaurisce in una lista genealogica, ma promette ben di più, almeno sulle prime.

L’eredità di un prologo

salomoneil Prologo al Vangelo di Giovanni è certamente da considerare uno dei passi più belli e importanti delle Scritture, capace da solo d’impegnare un concilio, quello di Nicea, oltrechè tutta quanta l’esegesi e la teologia a venire. Leggiamolo:

 

 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.

 

Noi, del Prologo, daremo una lettura ghematrica di quel λόγος che ha caratterizzato un intero Vangelo e messo forse in disaccordo molti, tanto è difficile la sua definizione, seppur facile in apparenza.

Fra le tante interpretazioni, forse manca quella ghematrica, dopo però una leggera revisione del lemma, freddo e oscuro se stessimo alla Scrittura conosciuta (originale?), ma ricco di senso -teologico in primis– se lo scrivessimo λωγος perchè presenterebbe un valore di 909 che ridotto a un calendario diviene 909 a.C., ultimo anno di regno di Salomone stando alla nostra cronologia dei Re.

Già da questo si capisce che quell’ultimo anno si contrappone a Ἐν ἀρχῇ (in principio) creando uno spazio storico, cronologico e teologico in cui crediamo Giovanni condensi, nella figura di Salomone, l’umanità tutta, ricca  di luce (sapienza) alle origini, ma corrotta e tenebrosa sul suo finire, come la vita di Salomone ben rappresenta.

Colui che fu la sapienza, colui che la chiese in preghiera e colui che la ricevé, perde, negli ultimi anni di vita tutto quanto il dono traviando il cuore e abbandonando la sapienza stessa.

In questo senso l’umanità che Salomone rappresenta oscura il cielo e quel λωγος che conduce a Salomone, all’ultimo anno di regno, permette, crediamo, una traduzione nuova di λωγος che non è più nell’ambiguità di una luce (sapienza) “non vinta” o “non accolta” e neppure “offuscata” ma, come consiglia forse una lezione marginale del verbo καταλαμβάνω, “mantenuta”, “tenuta ferma”, meglio, “conservata” (così mi suggerisce il Montanari).

Ecco allora che quel λωγος accolto e che ha uniformato l’umanità non è più solo vittima delle tenebre che non l’hanno accolta e non è più in lotta con le stesse tenebre che non l’hanno vinta o offuscata, ma diviene il tesoro che l’uomo ha perso, perchè non ha, come Salomone, saputo “conservare” il fuoco -sacro per di più- che si è spento, consumato nel cuore di Salomone prima, dell’uomo dopo.

Ma quell’ultimo anno di regno ci dice ben altro alla luce della ghematria ebraica di לשלמה che gli amici ebrei di un forum di consukenza hanno tradotto per me, incapace, rendendomi un gran favore: לשלמה significa “di, a favore di Salomone” che diviene, in senso lato, “possesso,eredità di Salomone” se la ghematria ebraica del lemma è 405, perchè da quell’ultimo anno del suo regno (909 a.C.) all’ultimo anno di regno di Sedecia (505/504 a.C.) passano esattamente 405 anni segnando l’intero regno di Giuda che diviene, per questo, possesso, eredità di Salomone.

Infatti, a prova che il “gioco” ghematrico ha questo senso e significato, interviene la ghematria di Ἰούδα (lemma anch’esso leggermente e opportunamente revisionato)  che è 485 quando l’intero ammontare degli anni del regno di Giuda è 484 e 6 mesi, cosa che obbliga a un’approssimazione: o 484 o 485 anni di regno per Giuda.

Ma quei 485 anni sono quegli stessi che determinano il 504 a.C. come fine del regno di Giuda se il suo inizio fu nel 989 a.C. primo anno di regno di Davide (989-485=504) e dunque determinano a loro volta quei 405 anni di regno tra l’ultimo anno di Salomone, o primo anno di regno di Roboamo, e il 504 a.C., ultimo anno di regno di Sedecia (909-504=405), chiudendo il cerchio ghematrico che è iniziato con λωγος e ha fatto di Ἰούδα l’eredità, il possesso di Salomone (לשלמה)  la sapienza personificata.

Nella grande teologia del Prologo per eccellenza, credo possa trovare posto anche una teologia fatta di cifre, quelle stesse che compongono la storia se cronologia. E qualora questa si unisca alla teologia diviene quel volo d’aquila che solo Giovanni può offrire, perchè sintesi perfetta tra astrazione e calcolo.