La Re visione

revisione.jpgIeri sera abbiamo visto che l’issopo con cui si dà da bere aceto a Gesù non  è solo una nota botanica, ma cela un contesto importante sebbene valutabile solo alla luce di un greco revisionato che non sarebbe di per sé problematico, tranne quella iota di difficile collocazione nel lemma greco, ma che è ugualmente simbolica, perché riassume la Legge (Mt 5,18) cioè il Decalogo che è andato perduto, come quella iota se la croce testimonia un’alleanza infranta unilateralmente e fa posto alla Nuova, anzi, letteralmente, a nuovi alleati.

Di quella nuova alleanza ce ne siamo già occupati qui, quando avemmo l’adire, ma anche l’onore, di dedicare un post a Ratzinger e gli illustrammo il senso cronologico di quella Nuova Alleanza di cui il Papa aveva descritto il senso teologico che assume però “materia”, assume storicità se affiancato da quello cronologico.

E’ riflettendo di nuovo su quell’argomento, alla luce del 35/36 d.C. (ricordate: non è approssimazione, perché il primo riassume il Cristo; il secondo Gesù e dunque ci sarebbe da scrivere, proprio teologicamente) che emerge dal greco di υσοπος + una iota che tutto ciò ci parla dell’Antica Alleanza infranta che nasce in Mosè (1423 a.C.) con l’erezione della Tenda dell’alleanza e giunge a al Golgota, nuovo Sinai e segno di una Nuova Alleanza, come nuovo sarà il Testamento a fronte dell’Antico.

Sulle prime ciò potrebbe apparire arbitrario, ma come abbiamo dato corpo cronologico alla saggio di Ratzinger, lo daremo anche ai nostri argomenti ricordando che le metriche bibliche sono 480; 486 e 490 ed è  quella mediana che fa al caso nostro perché facilmente dal 1423 a.C. conduce al 35/36 d.C. scalando di 486 anni, come possiamo vedere

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Ma la Dimora dell’alleanza non congiunge Mosè a Cristo solo grazie a questa metrica , cioè il 1423 a.C. al 35/36 d.C. perché anche il calendario sacerdotale delle settimane fa altrettanto marcando ancor più il senso teologico di una metrica che nasce in Υἱός (Figlio ap 12,5 valore ghematrico 486), ma si esprime anche quel sacerdozio “calendariale” mosaico. Infatti:

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Ecco dunque che il Sinai non è solo un orizzonte teologico, ma si fa specifico profilo storico perché è da lì che Dio stipula con Israele prima, l’umanità poi, la Sua alleanza che ha, però, una fase intermedia importantissima se ποθήριον διαθεκε. (calice dell’alleanza sebbene greco anch’esso rivisto) ferma il suo valore cronologico a 451, cioè 451 a.C., quando, secondo noi, si rialzarono le mura di Gerusalemme dopo l’abbandono esilico.

Quelle mura, coincidenti ghematricamente, con ποθήριον διαθεκε, ci dicono che esse hanno un profondo valore simbolico perché come esse proteggono Gerusalemme, così fa Dio con la Sua presenza (alleanza) che erge i bastioni di una difesa altrimenti impossibile e Gerusalemme lo sa.

Quelle mura cadranno di nuovo nel 70 d.C., ma prima ancora furono assediate da Gerusalemme stessa quando scelse Cesare come Re (Gv 19,15) “avendo” quindi un altro Dio fuori di Jahvè e dunque un nuovo alleato.

Quella iota di difficile collocazione, allora, riassume tutto questo, anzi, si spinge fino a dirci che altri, cioè coloro che sono succeduti nell’Alleanza, hanno fatto lo stesso eleggendo Cesare al posto di Dio e pure loro hanno dato aceto in scherno, come ultima goccia prima -o dopo, ha poca importanza- del grido ostinato del Salvatore  Ἠλὶ ἠλὶ λεμὰ σαβαχθάνι (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?) che sommato grida pure esso al cielo esprimendo 90, come la ghematria di θεός, se Ελι Ελι  è pure esso stesso greco “revisionato” e a cui chiedo perdono per gli accenti, essendo roco, quando “lui”  mi sa che è però da rottamare.

 

 

Il calice di un’eterna alleanza: da Ratzinger a un blogger

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Santità,

il tema dell’Antica e Nuova Alleanza ha mosso uno dei massimi teologi contemporanei, cioè Lei, Papa emerito Joseph Ratzinger, tanto esso è importante. Dal suo saggio emerge certamente un profilo teologico notevole che tradisce però quella concretezza senza la quale la teologia si perde nella congettura; magari importante, illuminata ma pur sempre priva di quell’ancora che ferma il pensiero.

Infatti emerge dal suo studio la messe d’interpretazioni, e tutte valide senza che queste, però, trovino una sintesi logica, razionale, in una parola concreta. Si lamenta il fatto che di per sè l’argomento apre a mille soluzioni e interpretazioni: troppo affascinate perchè esso non sia stato e non sia oggi oggetto di riflessione.

Vede bene che pure io, in un blog, me ne occupo e ho addirittura la presunzione di rivolgerLe il post, come fosse parola, e nemmeno una delle tante, ma forse la più sciocca (da questo capirà la scelta di un taglio semi-serio).

Procederò per sommi capi, perchè su una cosa ha ragione: entriamo in un mare magnum in cui è facile naufragare se non si ha la rotta, sempre descritta da coordinate; mai tracciata a casaccio, cioè sulla parola, se si conosce quel mare e provvidenzialmente lo si teme.

Ecco allora che tutto parte dall’istituzione della prima Pasqua nel Sinai, cioè nel secondo anno dell’esodo, che bisogna aver chiaro nella sua storicità, cioè bisogna aver chiaro il 1425 a.C., suo primo anno che ci conduce al secondo (1423 a.C.) quando la Pasqua dell Antica Alleanza fu istituita.

Questo è già molto, mi creda, affinchè, come amava dire zia Rosa, cattolicissima, non si prenda Roma per il Mugello, cioè non si viaggi a vuoto. Infatti quel 1423 a.C. è il termine a quo in cui s’innesta una metrica biblica sconosciuta ai  Più (eufemismo) che coincide con 486 anni.

Essa si associa ad altre metriche bibliche sconosciute ai Più (altro eufemismo) che sono i 490 anni delle 14 generazioni matteane coincidenti con la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide) e i 480 anni quegli stessi che 1Re 6,1 indica come ricorrenti tra l’esodo e il primo tempio. C’è tutta una serie di calcoli possibili con quelle metriche, ma non sto a proporglieli, il discorso diverrebbe lungo.

Mi preme invece farLe notare che 486 è un numero importantissimo nell’economia dell’Antico e Nuovo testamento, tanto che esso è ghematria greca di Figlio (υἱός Ap 12,5); Padre (πατήρ, Ap 1,6));roccia (πέτρα, Lc 6,38); giogo (ζυγός, Mt 11,29) e anno della caduta di babilonia con conseguente fine del ministero profetico di Ezechiele (ho dedicato a tutti i lemmi una categoria in home). Vede bene che a voler fare della teologia ce n’è per anni non luce, ma teologici che sono ben più lunghi.

Ma noi ci occuperemo dell’immanenza di quel numero e lo collocheremo in una cronologia che si sviluppa dal 1423 a.C., secondo anno dell’esodo. E’ così che giungiamo, scalando, al 937 a.C. quando cioè si dedica il primo tempio e questo (dimenticavo: sono date che lei sicuramente non conoscerà, ma mi segua lo stesso, vedrà dove conducono!) è altamente evocativo, sempre su un piano teologico, ovvio.

Scaliamo adesso di altri 486 anni e otteniamo il 451 a.C., ventesimo di Artaserse (primo anno di regno di quel re 471 a.C.) e anno del rientro di Neemia con il compito di ricostruire le mura di Gerusalemme. Qui non è il trambusto dei lavori a farla da padrona, ma un silenzio che nessuno ha notato o udito.

Infatti Neemia tace per tre giorni/anni senza rivelare a nessuno il suo proposito e questo ci fa dire che egli cerca il sincronismo con il quadro profetico di Daniele che prende le mosse non dal 445 a.C., ma dal 448 a.C. (vede, le avevo promesso che non si sarebbe perso, tant’è che si ritrova in una cronologia conosciuta, sebbene superiore di tre anni).

Dovrei adesso aprire una parentesi, ma credo sia meglio giungere al punto, per poi tornare sui “nostri paragrafi”. Scaliamo infatti di altri 486 anni e giungiamo al 35 d.C. anno della crocefissione di cui Lei può dubitare, ma non per molto, mi creda perchè anche Daniele è d’accordo.

Infatti, se Lei ricorda  le origini del di quel 448 a.C. citato sopra, converrà che da esso parte la profezia delle 70 settimane di anni, ed è così che, facendola breve, si giunge di nuovo al 35 d.C., semplicemente sottraendo 483 (69 settimane) a 448 = 35, il 35 d.C.

Insomma questo in soldoni significa che sia la cronologia dei 486 anni, sia la profezia di Daniele confluiscono in un unico anno attraverso una perfetta unità concettuale, come vedremo interpretando un po’ i fatti.

L’istituzione della Pasqua nel Sinai conduce alla Pasqua dell’Agnello e ciò è naturale e conosciuto sotto il profilo teologico; un po’ meno su quello cronologico che lo conferma appieno, come abbiamo visto quando abbiamo scalato di 486 anni in 486 anni giungendo, dal Sinai al Golgota, cioè dall’Antica alla Nuova Alleanza, come deve essere non solo teologicamente, ma anche cronologicamente in una storia disegno di salvezza.

A tutto questo si aggiunge la profezia per eccellenza che ci parla di quella Pasqua, quella delle 70 settimane Daniele che non a caso si sviluppa dal 448 a.C. e giunge alla sessantanovesima settimana segnando di nuovo il 35 d.C.

Se a chiaro tutto questo credo possa esser essere interessato anche alla deliziosa nota ghematrica che mette il fiocco a tutto perchè, sebbene costretta a rivedere un greco in cui ci sono (siete) andati con la mano pesante tradendolo nella lettera e nello spirito, si renderà conto che quel calice lucano e paolino che Lei cita è fondamentale proprio per sigillare tutto il discorso.

Infatti ποθήριον διαθεκε (calice dell’allenaza, qui lei avrà fior fiore di grecisti a darle una mano: io ho solo l’attestazione di διαθεκε e la coerenza dei numeri che mi dicono di essere nel giusto) ha un valore, se sommati, di 451, quando lo abbiamo già incontrato sopra quel 451 a.C., quando cioè prende le mosse tutto il quadro profetico non solo delle mura di Gerusalemme (parlo di profezia perchè esso rientra nelle prime 7 settimane di Daniele dedicate alla ricostruzione di “mura e piazza”), ma anche di tutta l’enorme carica profetica di quella stessa profezia che non a caso era definita messianica per eccellenza, conducendo alla crocefissione.

In qualche modo la ghematria di ποθήριον διαθεκε è valore mediano tra l’Antica e la Nuova Alleanza, congiungendo non solo l’Una all’Altra, ma anche saldando in un unico anno l”Antico al Nuovo Testamento che confluiscono in un calice il cui liquor è ad altissima densità, non solo teologica, ma in primis storica, tanto da far apparire la teologia solo un retrogusto raffinato che cede il passo però a una struttura solidissima che ne fa un calice d’annata: il 451 a.C., vendemmiato nel Sinai, “versato per molti” o “per tutti” sul Golgota. Santé.

Vizionari del mondo

Credo che si possa scrivere che abbiamo inventato un bellissimo e folle gioco: riscrivere un dizionario facendo calcoli. Mai avrei creduto che il greco ginnasiale (oltre la memoria non arriva) fosse capace di tanto, per cui non riesco neppure cosa possa mai combinare un grecista che sicuramente farebbe saltare il banco, se rispetta le regole del gioco.

Abbiamo visto che τέκνος è il lemma corretto per “figlio” a cui si associa una validissima forma alternativa (potrebbe essere anche al contrario, però) che è τέκκνος Noi ci occuperemo della prima forma che ha un valore ghematrico di 451, cioè quello stesso valore che ha il ventesimo anno di regno di Artaserse secondo la nostra cronologia.

L’impresa di ricostruire le mura è introdotta dalla preghiera di Neemia per intercedere presso Dio e far sì che dimentichi le colpe dei “figli di Israele” che compaiono in Ne 1,6 per ben due volte, tanto che la titolazione dl capitolo 1 spesso recita “Preghiera di Neemia per i figli di Israele”, la quale apre l’intero libro,

Sebbene i miei sforzi non sono riuscito a sincerarmi se la Septuaginta usi τέκνος Ισραηλ o υἱὸς Ισραηλ quando il web .devo dirlo- non conosce τέκνος Ισραηλ, cosa che ci costringe a immaginare, cioè a giocare con i numeri per rintracciare la lettera.

Qualora fosse τέκνος Ισραηλ avremmo ghematricamente un valore di 800 che è un gran bel numero perchè introduce nel 888 di Ἰησοῦσ ma c’è ben altro nel nostro tiro di dadi: 801 è la ghematria di περιστερά (colomba) che noi immagineremo come appartenente alla terza declinazione greca, cioè περιστερ e faremo quadrare i conti con lo 800 che emerge ghematricamente

L’identico valore ghematrico raggiunto tra τέκνος Ισραηλ e περιστερ ci parla dei figli di Israele che in un ipotetico cenacolo hanno ricevuto lo Spirito Santo (Gv 20,22) quello stesso che l’alfa privativa aggiunta a περιστερ ha tolto loro.

Inutile adesso descrivere la profondità dei concetti che si nascondono nella locuzione di “figli di Israele” e di “colomba” simbolo dello Spirito Santo. Come sarebbe inutile approfondire il discorso qualora i due concetti, come in questo caso, siano uniti: a noi interessava solo vincere la posta con il tiro di dadi e mi pare che ci siamo riusciti, con buona pace dei grecisti e dei loro dizionari, anzi, “vizionari”.

la ricostruzione delle mura di Gerusalemme: un colossal dai sorprendenti titoli di coda

Questo sarà necessariamente un post breve perchè a suo tempo ho dedicato all’argomento un ottimo post. Si tratta della ricostruzione delle mura di Gerusalemme che invito caldamente a leggere alla fine di questa paginetta.

L’argomento lì trattato si ripropone in una veste nuova ma fondamentale che nasce dalla ghematria di Ναταναιήλ (Nataniele, così si scrive, così!), nominato da Gv 1,47, che è 451. Non è un numero qualsiasi perchè il 451 a.C. segna, secondo noi, il rientro di Neemia dall’esilio con lo scopo di riedificare le mura.

Non subito però: abbiamo visto qui che il suo triennale silenzio ha lo scopo di sincronizzare la sua opera con la profezia: quella delle 70 settimane di Daniele, in cui si scrive che le prime 7 settimane di anni saranno dedicate alla ricostruzione di mura e piazza.

Risulta così evidente che tolti al 451 a.C. 3 anni l’opera sarà completata in 49 anni, per il semplice fatto che Neemia stesso scrive che occorreranno 52 giorni (Ne 6,15) e questo associa alla perfezione l’opera di Neemia con la ghematria di Ναταναιήλ.

Infatti il solo pensare che un recinto murario di quelle proporzioni, le proporzione dell’intero sistema difensivo di Gerusalemme che aveva subito due anni di feroce assedio e oltre un secolo di abbandono, possa essere stato ricostruito in 52 giorni letterali è folle, come folle è l’assoluta noncuranza di come si è “dimenticata” la regola biblica di un giorno=un anno.

Tuttavia, sebbene l’evidente sciocchezza, tutti la propagano e la insegnano, pure gli Ebrei nelle loro enciclopedie. Allora quel “vero israelita in cui non c’è menzogna” (Gv 1,47) riferito a Ναταναιήλ non a caso si associa alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme perchè la tempistica proposta dagli storici è così evidentemente falsa che Gesù ancora esulta quando incontra un Nataniele che, a dispetto di tutto e tutti e in ossequio alla propria dignità, dice il vero: non 52 giorni, ma 52 anni come impone la ragione se non adiirittura un briciolo di buon senso!

La ricostruzione delle mura di Gerusalemme è veramente il simbolo di come si faccia storia:  una menzogna vergognosa a cui tutti danno l’assenso e si prostrano per tornaconto, in sfregio alla dignità non solo loro, ma anche degli studenti che con una perfidia satanica sono presi in giro.

Spero vivamente che quando se ne accorgeranno, oltre ai titoli di studio che vantano gli eccelsi lumi del mondo accademico, passino pure quelli di coda: bugiardi, impostori veduti!

Πέτρα, una cronologia fondata sulla roccia

casa nella rocciaLa ricostruzione di una linea cronologica non è mai fine a se stessa, perchè spesso richiede che i dati siano interpretati. Nel caso poi della cronologia che si estende dall’erezione della Dimora (1423 a.C.) alla crocefissione (35 d.C.) l’analisi dei dati, come dimostreremo facendo una breve sintesi, è fondamentale. Cominciamo con il proporre quella cronologia.

 

1423 a.C. Erezione della Dimora  -486 anni
937 a.C. Dedicazione del tempio -486 anni
451 a.C. Rientro di Neemia. XX° anno di regno di Artaserse. Si riedificano le mura -486 anni
 35 d.C. Crocefissione. E’ dedicato il nuovo tempio in Cristo

NOTA: tutte quante le date sono già presenti nella tavola cronologica riassuntiva 

Come si può facilmente capire, il 1423 a.C. segna l’erezione della Dimora a cui fa seguito la dedicazione (erezione) del tempio (937 a.C.).

A seguire abbiamo il XX° anno di regno di Artaserse in cui rientra Neemia per la (ri)edificazione delle mura, cioè quel 451 a.C. che caratterizza la cronologia del blog, unico a proporre un 471 a.C. come primo anno di regno di quel re.

Poi quella cronologia si conclude con il 35 d.C., cioè l’anno della crocefissione in cui è eretto il nuovo tempio in Cristo, nuova Dimora e ciò chiude il cerchio.

Nel post precedente abbiamo scritto che questa cronologia potrebbe essere qualificata come quella del Padre (πατήρ); del Figlio (υἱός) o di tutti e due, perchè essa si muove, come dimostra la tabella, seguendo tranches di 486 anni, quando 486 è la ghematria di πατήρ e di  υἱός.

Se quanto sopra qualifica una cronologia, la ghematria di πέτρα (roccia) la dimostra, perchè la ghematria di πέτρα è sempre 486 e il termine πέτρα è quello stesso usato da Gesù in Lc 6,48, quando cioè invita i discepoli a edificare sulla roccia, affinchè l’edificio spirituale, ma non solo, non cada sotto qualche cataclisma o bufera.

Πέτρα è dunque la roccia dell’edificazione, una roccia che dimostra sia il Padre sia il Figlio con una cronologia che segna le sue tappe proprio nella storia d’Israele, tappe che si caratterizzano per:

1 Edificazione della Dimora (1423 a.C.)

2 Edificazione (dedicazione) del tempio (937 a.C.)

3 (Ri)edificazione delle mura (951 a.C.)

4 Edificazione del nuovo tempio in Cristo (35 d.C.)

scalando ogni volta di 486 anni, cioè gli anni della roccia edificante, la πέτρα di Lc 6,48.

Quel 486, dunque, riassume e simboleggia un’intera cronologia che parte da Mosè e giunge a Cristo, avvalorando tutte le tappe storiche intermedie che per forza di cose ad essa s’intrecciano, dando luogo a un’altra cronologia, quella cioè del Padre e del Figlio, in una parola alla cronologia di Dio, mettendo in grado le persone di scegliere tra una cronologia storica o, come abbiamo scritto, di Dio.