Da Giacobbe a Gesù: dalla schiavitù alla proclamazione della libertà (1905 a.C.-32 d.C.)

sinagogaIl Seder Olam rabbath e 1Re 6,1 offrono la possibilità di costruire un preciso percorso cronologico che parte dall’ingresso di Giacobbe in Egitto e giunge sino al 32 d.C., anno che segna l’inizio del ministero pubblico di Gesù che proclama la libertà agli schiavi (Lc 4,18-19), tanto che è possibile riassumerlo nella tabella seguente.

1905 a.C. Giacobbe entra in Egitto -480 anni
1425 a.C. Esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse. Rientra Esdra. Iniziano i lavori per il II° tempio -46 anni indicati da Gv 2,20 per i lavori
418/9 a.C. Dedicazione e anno giubilare -9 cicli giubilari (450 anni)
32 d.C. Inizio del ministero pubblico. Anno giubilare e

In teoria, come possiamo vedere nella tabella,la metrica dei 480 anni sembra si perda nell’anno 465 a.C., perchè ad esso si devono togliere i 46 anni di Giovanni 2,20 e poi calcolare secondo il ciclo giubilare per giungere al 32 d.C., anch’esso giubilare.

Tuttavia a un esame più attento non sfugge che il metro dei 480 anni è  applicabile anche a quel periodo, perchè permette di calcolare da Dn 9,25 e l’anno della proclamazione della parola sul rientro a Gerusalemme, contenuta nella profezia delle 70 settimane, fino al 32 d.C. anno d’inizio del ministero pubblico di Gesù.

Di per sè il conto sarebbe estremamente semplice, perchè si tratta solo di togliere 480 anni al 448 a.C. e ottenere il 32 d.C. Così facendo, però, rimarrebbe da spiegare quel 448 a.C. che segna la fine dell’esilio babilonese e la proclamazione della parola.

Non è che sia da spiegare quello che questo blog ha da sempre scritto, cioè che la fine dell’esilio è ben lungi dall’essere avvenuta nel 537 a.C., ma solo spiegare di nuovo -infatti lo abbiamo già fatto altre volte- come mai la fine dell’esilio può essere datata o nel 447 a.C. o nel 448 a.C., affinchè tutto sia più chiaro per il lettore.

L’intera questione prende le mosse dalla diversa datazione che Geremia e Daniele danno del primo anno di regno di Nabucodonosor: l’uno (Dn 1,1) considera il primo anno di regno sincronizzato con il terzo di Ioiakim; l’altro (Ger 25,1)nel quarto. Cosicchè , datando noi il primo anno di regno di Ioiakim nel 527 a.C. abbiamo un primo anno di regno di Nabucodonosor o nel 524 a.C (Daniele); o nel 523 a.C. (Geremia).

La questione non si esaurisce qui, perchè investe tutti gli interventi di Nabucodonosor contro Gerusalemme, uno dei quali è veramente importante, perchè segna l’inizio dell’esilio di 70 anni descritto in 2Re 24,13 in cui il deuteronomista scrive chiaramente che si compì la parola del signore circa la cattività babilonese.

Tale anno coincise con il settimo anno di regno Nabucodonosor (Ger 52,28), per cui può essere, considerando l’anno dell’assedio e non della caduta, che avvenne un anno dopo, o il 518 a.C. (calcolo Daniele); o il 517 a.C. (calcolo Geremia). Dipendentemente dalla scelta, la quale coinvolge il nostro ambito di ricerca perchè la prima data conduce al Cristo; la seconda al Gesù storico, la fine dell’esilio può cadere o nel 448 a.C. o nel 447 a.C. ed ecco spiegata la ragione della necessaria datazione doppia.

Compreso questo, capirete anche che la metrica dei 480 anni, che ha disegnata una cronologia che parte dall’ingresso di Giacobbe in Egitto, non si perde nel V° secolo avanti Cristo, ma cambia solo il termine a quo che diviene il 448 a.C., cioè la fine dell’esilio, la quale proclama la libertà agli schiavi, come farà Gesù nel 32 d.C. leggendo Isaia 61 nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,18-19), stabilendo così un parallelo tra i fatti accaduti nel 448 a.C. e quelli accaduti nel 32 d.C. grazie ad un unico metro: 480 anni che colmano il vuoto (apparente) tra il V° secolo a.C. e il 32 d.C.

Concludo proponendo la tabella finale che riassume l’intera cronologia ricavabile considerando 480 come misura aurea che dalla schiavitù egiziana giunge a Gesù.

 

 

 

1905 a.C. Giacobbe entra in Egitto -480 anni
1425 a.C. esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
V° secolo avanti Cristo. 448 a.C. fine dell’esilio babilonese -480 anni
32 d.C. Inizio del ministero pubblico.  Proclamazione della libertà agli schiavi con la lettura d’Isaia 61 a Nazaret

 

Antipa e la fedele testimonianza: una lettura ghematrica di Ap. 2,13

antipasAbbiamo già esaminato alla luce della ghematria il mistero che circonda Antipa (Ἀντιπᾶς) e siamo giunti alla conclusione che egli è la metafora della verità negata, uccisa. Ci ha condotti a questa conclusione quel 448 che è il valore ghematrico del nome proprio, quando la cronologia di Dio calcola, unica nel panorama degli studi, la fine dell’esilio babilonese proprio nel 447/448 a.C. (stando a Dn.1,1 la fine dell’esilio sarebbe esattamente nel 448 a.C., segnando così la differenza di un anno con Ger. 25,1).

Brevemente credo sia utile ricordare che quel 447/448 a.C. è un caposaldo della nostra cronologia e non solo ciò che la contraddistingue. Ricordiamo questo perchè è bene sottolineare che l’importanza del personaggio (come vedremo tra poco ancor meglio evidenziata dall’appellativo che l’accompagna) fa il paio con l’importanza dell’avvenimento, tutte cose che illuminano una ratio ben precisa.

Affrontiamo adesso l’appellativo di Antipa, cioè quel ὁ μάρτυς μου, ὁ πιστός μου (il fedele testimone di Ap. 2,13) ricorrendo anche in questo caso alla ghematria e completando così l’esame del versetto che ci parla di Antipa. Μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele), considerati alla luce della ghematria, danno rispettivamente valori di 847 e 666. Se la seconda cifra sin da subito attira la nostra attenzione, per comprendere la prima bisogna fa riferimento alla cronologia di 1-2 Re secondo la cronologia di Dio, cioè quella ricostruita e seguita da questo blog. Affronteremo, allora, dapprima μάρτυς (testimone); poi ci concentreremo su πιστός (fedele) e da ultimo cercheremo una sintesi alla luce di Antipas.

Abbiamo visto che 847 è il valore ghematrico di μάρτυς (testimone) ma ha pure un valore cronologico che fa divenire la cifra l’847 a.C. (chi nutrisse dubbi sul metodo è bene ricordi che in primis la Bibbia  è storia della salvezza, per cui poco c’è da meravigliarsi che anche la ghematria serva allo scopo disegnando un quadro cronologico, cioè quello vero).

L’847 a.C. è l’anno esatto di unzione di Giosafat (vedi tabella) che avvenne quasi  solo un secolo dopo il primo anno di regno di Salomone secondo la nostra opinione (949 a.C.). Il fatto che questa data emerga dalla lettura ghematrica di μάρτυς (testimone) fa sì che sia possibile pensare alla validità di tutto l’impianto cronologico di 1-2 Re per come noi lo abbiamo ricostruito. E non è un caso, quindi, che solo con il 945 a.C. ( quarto anno di regno di Salomone dal quale dipende in modo assoluto l’847 a.C. di Giosafat, essendo i regni di Giuda, nel loro inizio e nell loro fine, l’uno vincolato all’altro) permette, ad esempio, una cronologia del secondo tempio perfetta, nel rispetto anche del Seder Olam Rabbath.

Alla luce di tutto questo emerge con chiarezza che la testimonianza -che vedremo fedele- riposa in una storicità e in una dignità che si vorrebbe perduta, ma che ancora 1-2 Re conservano e offrono. Ed è quell’847 a.C. e ciò che significa la testimonianza fedele la quale, seppur impugnata storicamente, emerge se considerata nella sua luce naturale, cioè quella biblica.

Ma abbiamo scritto che la testimonianza è anche fedele, quando però πιστός (fedele) presenta un valore ghematrico inquietante, presentando un 666 che è il marchio della bestia (Ap. 13,16) che sale dal mare, cioè l’epifania del male che mal si concilia con la fedele testimonianza di Gesù Cristo.

Per venire a capo di quella che appare essere la più classica delle contraddizioni in termini e nella sostanza dobbiamo collocare quel πιστός (fedele) nel suo versetto e poter così comprendere che quella fedeltà è mostrata laddove satana ha il suo trono e la sua dimora (Ap. 2,13), quella stessa dimora e quello stesso trono che decreteranno la morte di Antipas, la quale non è più però un mistero perchè è proprio quel 666, quel marchio la causa.

Infatti in Ap.20,4 leggiamo che la bestia che sale dal mare metterà a morte tutti coloro che non avranno adorato la bestia e non avranno ricevuto il suo marchio. Antipas, come fedele testimone di Gesù, non può assolutamente aver fatta né l’una, né l’altra cosa e ciò è certamente la causa della sua morte.

In conclusione, quel 666 che emerge dalla lettura ghematrica di πιστός (fedele) fa luce sulle ragioni della morte di Antipa e sulle ragioni, tornando un attimo sulla metafora che egli rappresenta, di una verità storica negata.

μάρτυς (testimone) e πιστός (fedele)sono, dicevamo, gli appellativi del nostro “eroe”, per cui tutto ruota attorno alla sua figura ancora avvolta nel mistero se non interpretiamo il tutto come metafora. Antipa è la verità in un contesto di menzogna che esige la stessa fedeltà della verità, tanto da marchiare chi la accetta e da uccidere chi  la rifiuta. Quel 666 di πιστός, allora, fa luce su gli uni e su gli altri, sulla menzogna e sulla verità e sul perchè Antipa deve morire.