L’eredità di un prologo

salomoneil Prologo al Vangelo di Giovanni è certamente da considerare uno dei passi più belli e importanti delle Scritture, capace da solo d’impegnare un concilio, quello di Nicea, oltrechè tutta quanta l’esegesi e la teologia a venire. Leggiamolo:

 

 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.

 

Noi, del Prologo, daremo una lettura ghematrica di quel λόγος che ha caratterizzato un intero Vangelo e messo forse in disaccordo molti, tanto è difficile la sua definizione, seppur facile in apparenza.

Fra le tante interpretazioni, forse manca quella ghematrica, dopo però una leggera revisione del lemma, freddo e oscuro se stessimo alla Scrittura conosciuta (originale?), ma ricco di senso -teologico in primis– se lo scrivessimo λωγος perchè presenterebbe un valore di 909 che ridotto a un calendario diviene 909 a.C., ultimo anno di regno di Salomone stando alla nostra cronologia dei Re.

Già da questo si capisce che quell’ultimo anno si contrappone a Ἐν ἀρχῇ (in principio) creando uno spazio storico, cronologico e teologico in cui crediamo Giovanni condensi, nella figura di Salomone, l’umanità tutta, ricca  di luce (sapienza) alle origini, ma corrotta e tenebrosa sul suo finire, come la vita di Salomone ben rappresenta.

Colui che fu la sapienza, colui che la chiese in preghiera e colui che la ricevé, perde, negli ultimi anni di vita tutto quanto il dono traviando il cuore e abbandonando la sapienza stessa.

In questo senso l’umanità che Salomone rappresenta oscura il cielo e quel λωγος che conduce a Salomone, all’ultimo anno di regno, permette, crediamo, una traduzione nuova di λωγος che non è più nell’ambiguità di una luce (sapienza) “non vinta” o “non accolta” e neppure “offuscata” ma, come consiglia forse una lezione marginale del verbo καταλαμβάνω, “mantenuta”, “tenuta ferma”, meglio, “conservata” (così mi suggerisce il Montanari).

Ecco allora che quel λωγος accolto e che ha uniformato l’umanità non è più solo vittima delle tenebre che non l’hanno accolta e non è più in lotta con le stesse tenebre che non l’hanno vinta o offuscata, ma diviene il tesoro che l’uomo ha perso, perchè non ha, come Salomone, saputo “conservare” il fuoco -sacro per di più- che si è spento, consumato nel cuore di Salomone prima, dell’uomo dopo.

Ma quell’ultimo anno di regno ci dice ben altro alla luce della ghematria ebraica di לשלמה che gli amici ebrei di un forum di consukenza hanno tradotto per me, incapace, rendendomi un gran favore: לשלמה significa “di, a favore di Salomone” che diviene, in senso lato, “possesso,eredità di Salomone” se la ghematria ebraica del lemma è 405, perchè da quell’ultimo anno del suo regno (909 a.C.) all’ultimo anno di regno di Sedecia (505/504 a.C.) passano esattamente 405 anni segnando l’intero regno di Giuda che diviene, per questo, possesso, eredità di Salomone.

Infatti, a prova che il “gioco” ghematrico ha questo senso e significato, interviene la ghematria di Ἰούδα (lemma anch’esso leggermente e opportunamente revisionato)  che è 485 quando l’intero ammontare degli anni del regno di Giuda è 484 e 6 mesi, cosa che obbliga a un’approssimazione: o 484 o 485 anni di regno per Giuda.

Ma quei 485 anni sono quegli stessi che determinano il 504 a.C. come fine del regno di Giuda se il suo inizio fu nel 989 a.C. primo anno di regno di Davide (989-485=504) e dunque determinano a loro volta quei 405 anni di regno tra l’ultimo anno di Salomone, o primo anno di regno di Roboamo, e il 504 a.C., ultimo anno di regno di Sedecia (909-504=405), chiudendo il cerchio ghematrico che è iniziato con λωγος e ha fatto di Ἰούδα l’eredità, il possesso di Salomone (לשלמה)  la sapienza personificata.

Nella grande teologia del Prologo per eccellenza, credo possa trovare posto anche una teologia fatta di cifre, quelle stesse che compongono la storia se cronologia. E qualora questa si unisca alla teologia diviene quel volo d’aquila che solo Giovanni può offrire, perchè sintesi perfetta tra astrazione e calcolo.