“Rien ne va plus”, tutto fuorché un casinò

Siamo o non siamo gli autori de La cronologia di Dio. Quando la Bibbia gioca con i numeri? Sì lo siamo, per cui non ci si deve meravigliare se talvolta giochiamo con quei numeri, nel senso che non cerchiamo grandi cose sulle prime, ma ci proponiamo solo di trovare una coerenza interna nel range numerico in esame, nel gioco, insomma, che a volte è stato capace però di rivelarsi ben oltre se stesso e divenire cosa seria, addirittura.

Speriamo sia anche il caso di questo post, che nasce dall’idea della scala di perfezione proposta da blog che vede

666

777

888

per un’insolita lettura, cioè che nasciamo tutti bestie, non fatevi illusioni (666 è il marchio della bestia); veniamo crocefissi (777) e saliamo a Gesù (888) in paradiso dopo un purgatorio lento e doloroso, vero, ma inevitabile, purtroppo.

Il gioco, allora consiste in questo: sommeremo il 666+777+888 per vedere dove ci conduce, se in un antro cronologico buio o a sprazzi di luce se non luce piena.

Il valore della somma è 2331 e deve collocarsi in una cronologia che, se termina nel 888 termina in Gesù, Gesù apice della scala di perfezione, se non fosse altro perché anche la ghematria ci aiuta in questa conclusione:

666 è il marchio della bestia ed è ghematrica, seppur a rovescio, perché Apocalisse ci parla di un numero che è nome (Caino), quando noi è dal nome che siamo giunti alla sua ghematria, mentre stavolta il processo è a ritroso (666>nome).

777 è la ghematria di σαυρός. (croce)

888 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù)

Come vedete tutto fa capo a Lui, tanto che la nostra genealogia lucana colloca, come vedremo, quel 2331 in un ambito cronologico-genealogico che somma 12 generazioni di 74 anni per un totale di 888 anni e 888 è la ghematri di  Ἰησοῦσ.

Già tutto, allora, diviene interessante, perché si comincia a tracciare quella coerenza interna che cerchiamo nel gioco che, se tale, deve averla, altrimenti è caos, è caso.

Adesso noi sommeremo al 2331 l’apice della vita di Gesù: la Sua Pasqua del 35 d.C., anno della croce per un totale di 2366 (2331+35=2366) e lo caleremo nella genealogia lucana riproposta

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cadendo nella generazione di Eber al cinquantatreesimo (53) anno per un 35 rovescio, però, che conduce di nuovo alla croce del 35 d.C., aggiungendo un’altra tessera di coerenza e significato.

Poi conteremo le generazioni che si succedono da Eber fino a Gesù, ricordando che nella genealogia lucana non ce n’è uno solo, ma ce ne sono due: uno è intermedio.

E infatti in Quello cadremo facendo però tappe significative e anch’esse intermedie, perché dopo 23 generazioni incontreremo Davide, Davide re pastore come 23 è i suo salmo del “Divin pastore“; poi ci renderemo conto che alla ventitreesima generazione dopo Eber cadremo esattamente non solo in Davide, ma anche in una genealogia che cambia passo cronologico e procede non più secondo 58 anni, ma 23 anni 23, come 23 erano le generazioni da Eber e come 23 è il salmo di Davide rintracciato dopo 23 generazioni.

Adesso non rimane che procedere oltre le tappe intermedie e giungere a Gesù dopo 36 generazioni. Vero è che è il Gesù che fa capolino molto prima del 35/36 d.C. (esattamente nel 667 a.C quando il 668/667 a.C. è l’anno della dedicazione della porta superiore del tempio) ma resta il fatto che siamo caduti in Gesù sempre all’interno della cronologia lucana.

Le generazioni da Eber a Gesù (escluso, cioè a Eleazer) sono 36 per un 35/36 d.C. che sempre noi abbiamo scritto essere l’anno della croce, in particolare il 36 d.C. che fa capo a un semestre biblico tutto fuorché frutto del caso.

Come non è caso, secondo noi, i significati molteplici che assume il numero secco che emerge dalla somma di 666+777+888=2331 perché non solo ricorre di nuovo il 23; non solo ricorre il 33 falso anno della crocefissione tradizionale a cui si deve aggiungere 2 per ottenere il 35 d.C., che era il 53 rovescio descritto sopra, per ottenere 1, cioè “l’unico vero Dio” che siamo tenuti ad almeno conoscere (Gv 17,3).

Non so a voi, ma a me questo “gioco” non appare tale: troppi calcoli, troppe varianti che si legano assieme in un unico ambito: la  genealogia lucana che sa divertirsi e divertire, sino a che non diviene, magari, cosa seria, ma questo lo vedremo dopo, post-facendo.

Per adesso limitiamoci a considerare che solo con la nostra genealogia lucana emergono queste “coincidenze” che sono e rimangono precise solo nell’ambito cronologico biblico descritto dal blog (cronologia e genealogia) per una coerenza che altrove sarebbe caos e dunque, Mesdames e Monsieurs, rien ne va plus, les jeux sont faits”.

Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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La Re visione

revisione.jpgIeri sera abbiamo visto che l’issopo con cui si dà da bere aceto a Gesù non  è solo una nota botanica, ma cela un contesto importante sebbene valutabile solo alla luce di un greco revisionato che non sarebbe di per sé problematico, tranne quella iota di difficile collocazione nel lemma greco, ma che è ugualmente simbolica, perché riassume la Legge (Mt 5,18) cioè il Decalogo che è andato perduto, come quella iota se la croce testimonia un’alleanza infranta unilateralmente e fa posto alla Nuova, anzi, letteralmente, a nuovi alleati.

Di quella nuova alleanza ce ne siamo già occupati qui, quando avemmo l’adire, ma anche l’onore, di dedicare un post a Ratzinger e gli illustrammo il senso cronologico di quella Nuova Alleanza di cui il Papa aveva descritto il senso teologico che assume però “materia”, assume storicità se affiancato da quello cronologico.

E’ riflettendo di nuovo su quell’argomento, alla luce del 35/36 d.C. (ricordate: non è approssimazione, perché il primo riassume il Cristo; il secondo Gesù e dunque ci sarebbe da scrivere, proprio teologicamente) che emerge dal greco di υσοπος + una iota che tutto ciò ci parla dell’Antica Alleanza infranta che nasce in Mosè (1423 a.C.) con l’erezione della Tenda dell’alleanza e giunge a al Golgota, nuovo Sinai e segno di una Nuova Alleanza, come nuovo sarà il Testamento a fronte dell’Antico.

Sulle prime ciò potrebbe apparire arbitrario, ma come abbiamo dato corpo cronologico alla saggio di Ratzinger, lo daremo anche ai nostri argomenti ricordando che le metriche bibliche sono 480; 486 e 490 ed è  quella mediana che fa al caso nostro perché facilmente dal 1423 a.C. conduce al 35/36 d.C. scalando di 486 anni, come possiamo vedere

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Ma la Dimora dell’alleanza non congiunge Mosè a Cristo solo grazie a questa metrica , cioè il 1423 a.C. al 35/36 d.C. perché anche il calendario sacerdotale delle settimane fa altrettanto marcando ancor più il senso teologico di una metrica che nasce in Υἱός (Figlio ap 12,5 valore ghematrico 486), ma si esprime anche quel sacerdozio “calendariale” mosaico. Infatti:

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Ecco dunque che il Sinai non è solo un orizzonte teologico, ma si fa specifico profilo storico perché è da lì che Dio stipula con Israele prima, l’umanità poi, la Sua alleanza che ha, però, una fase intermedia importantissima se ποθήριον διαθεκε. (calice dell’alleanza sebbene greco anch’esso rivisto) ferma il suo valore cronologico a 451, cioè 451 a.C., quando, secondo noi, si rialzarono le mura di Gerusalemme dopo l’abbandono esilico.

Quelle mura, coincidenti ghematricamente, con ποθήριον διαθεκε, ci dicono che esse hanno un profondo valore simbolico perché come esse proteggono Gerusalemme, così fa Dio con la Sua presenza (alleanza) che erge i bastioni di una difesa altrimenti impossibile e Gerusalemme lo sa.

Quelle mura cadranno di nuovo nel 70 d.C., ma prima ancora furono assediate da Gerusalemme stessa quando scelse Cesare come Re (Gv 19,15) “avendo” quindi un altro Dio fuori di Jahvè e dunque un nuovo alleato.

Quella iota di difficile collocazione, allora, riassume tutto questo, anzi, si spinge fino a dirci che altri, cioè coloro che sono succeduti nell’Alleanza, hanno fatto lo stesso eleggendo Cesare al posto di Dio e pure loro hanno dato aceto in scherno, come ultima goccia prima -o dopo, ha poca importanza- del grido ostinato del Salvatore  Ἠλὶ ἠλὶ λεμὰ σαβαχθάνι (Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?) che sommato grida pure esso al cielo esprimendo 90, come la ghematria di θεός, se Ελι Ελι  è pure esso stesso greco “revisionato” e a cui chiedo perdono per gli accenti, essendo roco, quando “lui”  mi sa che è però da rottamare.

 

 

“Nella mia sete”: sulle labbra la fine d un regno

acetoBen dopo le 16, sono stato preso da una pesante sonnolenza che chiudeva gli occhi ed era del tutto insolita a quell’ora, tanto che non ricordo neppure quando sia successo altrettanto, se mai è successo. Tra l’altro avevo fatto, subito dopo pranzo, un lavoretto che mi è venuto benino: un portacenere ricavato scavando una lingua di pino ancora attaccata al tronco, per cui non avevo trascinato le ore.

E’ stato un dormiveglia pesante, ma non infruttuoso, perché Levane è venuto fuori lì, cioè dal quel pensicchiare addormentato; come è venuto fuori questo post in cui ci andremo giù duro con il greco, riscrivendo quasi un lemma, ma lasciandolo inalterato nella sostanza (cambieremo lettere simili foneticamente, solo graficamente diverse aggiugendo un iota, ma chissà dove).

Il lemma è ὕσσωπος che noi riscriveremo immaginando una iota nel lemma υσοπος (quelli più bravi e freschi potrebbero riuscire a collocarla e a rintracciare il lemma, altrimenti è esercizio) per un valore ghematrico di 836. Già di per sè l’8 ci parla dello 888 di Ἰησοῦσ, mentre il 36 è il 35/36 d.C. dell’esatto anno della crocefissione, per cui non siamo molto distanti da qualcosa di sensato, dal momento che l’aceto Gesù lo beve prima di morire .

Ma c’è di più, c’è di più se πος è l’abbreviazione del latino post tanto che l’italiano, se il suffisso è usato davanti a una consonante, perde la t e diviene, appunto, pos come “posdatato”, ad esempio.

Pos/t significa “dopo” e allora dopo cosa? Dopo lo 836 che noi leggeremo a rovescio per un 638, un 638 a.C. anno della caduta di Samaria e la fine del regno di Israele. A questo dobbiamo aggiungere υσο, che leggeremo “iso” che significa “uguale” e quindi tutto diventa sensato se quell’aceto vergato alla bocca con un ramo d’isopo+una iota appartiene agli istanti precedenti la morte di Gesù.

Significa, infatti, “dopo avverrà lo stesso, come a Samaria” e infatti nel 70 d.C. accadde; dopo, è vero, ma accadde lo stesso identico e ciò sta lì a dirci che il buon vino era diventato aceto, Ira Dei nota marca specializzata in aceto di “fiele”.