Toro scatenato

Il post vuole, sin da subito, far luce sul tetramorfo lucano che lo rappresenta come il bue dei Vangeli, quando noi avevamo già data una chiave di lettura che fa riferimento alla sua forza intellettuale facendone un Sansone neo testamentario perché non è più la Legge e la sua forza, ma l’amore e la sua logica in gioco.

Tuttavia rimane aperta una questione: perché proprio il bue? Di per sé sinonimo di forza è vero, ma non crediamo che la simbologia biblica lo abbia mutuato tout court, crediamo, invece, che il simbolo sia ricco e il suo significato questa volta davvero più alto.

Sulle prime stenterete a credermi, ma vi prego di seguirmi fino alla conclusione perché anche il Vangelo intima a Pietro di seguirLo e lo fa proprio laddove nasce il post, cioè al capitolo 21, ma al versetto 21-22 per un 21,21, però, che a noi ha suscitato un vivo interesse perché è la croce (σαυρος) che ha un valore ghematrico di 777 a riprova, tra l’altro, che veramente “croce” è σαυρος e non σταυρός.

Gv 21,21, quindi, è 777 e 777 per un totale di 1454 (777×777=1454) che se riportato a un calendario biblico è il 1454 a.C., quando noi diciamo essere rientrato Mosè in Egitto per la sua sfida al faraone. Dunque non rimane che vedere se al capitolo 21 versetto 21 di Esodo c’è qualcosa d’interessante per il post e infatti li leggiamo una nota cronologica legata alle percosse allo schiavo il quale, se sopravvive un giorno o due, manda impunito il padrone.

A noi, oltre che la figura di schiavo che vedremo essere essa stessa importante, ha colpito quei due al massimo giorni, perché siamo nell’anno ebraico 35/36 d.C. al momento della pesca miracolosa che avviene l’anno stesso della crocefissione e nei giorni seguenti la resurrezione.

Ma in questi giorni turbolenti il blog colloca la relazione che giunge a Roma sui fatti gerosolomitani e quella relazione fu il Vangelo di Luca, tanto che noi lo abbiamo scritto chiaro che la pesca miracolosa è sulle sponde del Tevere, perché quei grossi pesci giovannei sono l’establishment romano perché la teofania che segue la morte di Gesù conquista una città che aveva avuto nei suoi soldati e nel suo governatore (Pilato) testimoni oculari che “veramente costui era il figlio di Dio” (Mt 27,54).

Quella relazione, sebbene ricevuta nel 35 d.C., è ovvio che dovette essere metabolizzata da Roma e questo processo richiese tempo, almeno un anno cosicché nel 36 d.C. si poté dire: ” Roma capta”. Dunque se al versetto 21,21 si parla di Mosè, potrebbe essere che anche al versetto 21,36 si faccia lo stesso, nel senso che se è stato illuminante il 21 altrettanto può esserlo il versetto 36 del capitolo 21 di Esodo che non a caso ci parla del bue e dei suoi danni (davvero tanti, come vedremo), in ogni caso di un bue, quello stesso che il tetramorfo indica essere Luca, quello che conquistò Roma ed ecco la ragione profonda del tetramorfo lucano: un bue che fa riferimento certamente alla forza, ma più ancora a Mosè e alla sua legge, però al versetto 36 (leggibile anche come 36 d.C.) dello stesso capitolo 21 quello che ha guidato i Padri nella scelta del tetramorfo e di cui erano -ed eravamo- a conoscenza, come erano a conoscenza, crediamo, di quanto sinora scritto dal blog in proposito.

Adesso non rimane che unire le due cose, cioè i versetti Gv 21,21, la cui logica sottesa è esposta sopra; ed Es 21,36 (Luca il “toro”) attraverso il versetto 21,21 di Esodo e la sua nota temporale del giorno o al massimo due per comprendere che quando Gesù dice a Pietro “che t’importa se io voglio che lui rimanga fino al mio ritorno?” significa che di lì (36 d.C.) al massimo due anni Gesù sarebbe tornato vincitore e infatti il blog ha già spiegato il suo punto di vista cronologico circa la profezia delle settanta settimane e scritto che essa termina nel 38/39 d.C. alla metà dell’ultima settimana di anni delle settanta profetiche, quando Caligola devasta l’ala del tempio ponendo la sua effigie, in assoluto disprezzo di un intero popolo, quando però, quello stesso popolo, aveva crocefisso, con un processo farsa a cui Pilato cercò in ogni modo di sottrarsi, colui che era “veramente il figlio di Dio”, come testimoniava la teofania.

Dunque quei due giorni al massimo del versetto 21,21 di Esodo partono dal 36 d,C, quando il toro fu scatenato e ferì (coinvolse) Roma con il suo Vangelo, cioè il resoconto ordinato dei fatti che illustrarono il caso, ingiusto, a Tiberio che lasciò a Caligola il compito di vendicarLo, mentre a san Francesco di ricordarLo con il bue e l’asinello nel presepe, cioè Luca e Giovanni, le nostre due colonne, con Giovanni che infatti segue, servo e schiavo, Gesù e Pietro nel capitolo 21 versetto 22, per una sequela da ultimo di gran classe, cioè servo dei servi di Gesù, come il somaro lo è dei poveri.

Capitolo davvero denso il 21 se l’approccio non è scientifico ma sapienziale, l’unico però capace di far man bassa a Roma dove con un bue, tanto erano grossi i pesci, e un asino, tanto era lunga la rete, si calò la nassa di un processo dal pescato che ancora si ricorda.

I 46 Libri dell’Antico Testamento: un mondo sommerso

“La Bibbia si compone di 73 Libri, 46 appartengono all’Antico Testamento” è quasi un risposta da esame, quando il professore o vuole saggiare le basi o vuol metterti a tuo agio con una domandina facile, ma che tutto fuorché facile è.

Partiamo da quel 46 (vedi tabella) che compendia tutto l’AT. Esso è anche il 46 giovanneo (2,20), quello che si consuma all’ombra del tempio in cui Gesù lancia la sfida e gli altri replicano che dovrà passare sul loro cadavere, se per primi non lo faranno loro sul Suo, però.

Già diviene adrenalinico quel 46 e l’AT diviene un giallo: c’è di mezzo almeno un cadavere. Ma questo ci dice che c’è anche una dead line, perché quei 46 Libri vetero testamentari concludono l’Antico, come concludono la vicenda del secondo tempio, se Gesù invita distruggerlo perché Lui nuovo ναός.

Ecco la dead line dell’Antico Testamento che coincide con il tempio, luogo di elezione per la Torah, per la Legge quella che Gesù viene ad abrogare per una nuova Legge che supera quella precedente.

Dunque 46 Libri dell’AT non è domandina facile, tutt’altro, perché riassumono la Legge mosaica che conclude il suo ruolo all’ombra omicida del tempio, perché patrocinio di una casta che sente minata la sua autorità e diviene feroce.

Questo è il contesto in cui si cala l’informazione bibliografica secca, ma c’è anche un contenuto specifico che quei 46 numero di Libri esprimono sebbene velatamente.

Esso può emergere solo alla luce del blog che si è sempre fatto forte di un’anagrafe gesuana ferma a 50 anni, cioè al 15 a.C.-35 d.C., unica in assoluto cronologia possibile se si cerca la coerenza e l’intelligenza, cioè la comprensione e non il caos.

Quei 50 anni, allora, divengono la sintesi del Vecchio e Nuovo Testamento nella figura di Gesù, perché se l’Antico si compone di 46 Libri, i vangeli sono 4 per una somma di 50 che rivela la compiutezza, tanto che fa luce sul grido di Gesù : “Tutto è compiuto!” è compiuta, cioè, la Scrittura nella sua interezza: Antico e Nuovo per un’anagrafe di 50 anni e una nota bibliografica di altrettanto 50. In Gesù è riassunto tutto.

E infatti Genesi ci viene incontro quando ammonisce a non consumare i frutti dell’albero del bene e del male “altrimenti morirete”. Questo è intimato in Gn 3,3 per un 33 d.C. che infatti non solo nega un’anagrafe sensata a Gesù, ma fa carta straccia dell’Antico e del Nuovo Testamento se tutto si riassume in quel 46 che diviene inintellegibile solo ai fini del senso spiegato sopra, altrimenti è una nota che compone il numero dei Libri vetero testamentari della Bibbia.

Va, insomma, tutto fuori asse e Gesù lo sa, sa che quello è di nuovo il peccato originale neanche più tale ma recidivo: si è voluto nuovamente conoscere, cioè stabilire, ciò che è bene e ciò che è male esautorando Dio, perché questo significa quel 33 d.C.

Dio diviene, senza un senso cronologico chiaro, Deus absconditus: non lo vedi, insomma, per cui non c’è, o se c’è è idea e ognuno ha la sua e vattelapesca chi ha ragione, cioè chi è dalla parte della ragione se tutti siamo dalla parte della fides che non si comunica sul piano logico, ma solo intuitivo, quasi un afflato poetico da Buon Natale.

Per questo Gesù piange Lazzaro, e piange in 11,35, quando quel 35 è il 35 d.C. della sua anagrafe, cioè è Lui, documenti storici alla mano, ma che sono stati catalogati spam e lo si è ucciso o, in ogni caso, non varca la frontiera della scienza che esige documenti in regola, che poi neanche è vero e i clandestini li fa passare, eccome.

Ecco, allora, la morte di Lazzaro che è passato dalla vita alla morte per aver ceduto al 33 d.C., per aver cioè creduto e ceduto alla lusinga di essere come Dio, dimenticando che poi “ne morirete”. Sicuro.

Da Genesi a Giovanni, ecco la Scrittura nella sua interezza e originalità e il resto è forse un di più, non nel senso d’inutile, ma solo qualcosa che si è sviluppato sul grande tronco scritturale, per un albero biblico che è forse quello della vita che cita Apocalisse.

All’interno di questo tronco, però, c’è la profondissima venatura vetero testamentaria che anche lei ha un inizio e una dead line che è possibile calcolare alla luce di quel 46, anagrafe e bibliografia, perché quel 46 (anni) cadono, grazie al blog, nel 31 d.C. quando però noi sappiamo che la Legge fu istituita nel 1423/1422 a.C., nel deserto mosaico e dunque essa conta 1454 anni di vita; poi, all’ombra del tempio, quella descritta da Gv 2, 20, essa conclude la sua parabola con il guanto di sfida che Gesù lancia ad essa.

Certo, occorreranno altre 3 anni affinché tutto sia compiuto, ma il sinedrio sa che la fine è nell’annuncio funebre: le esequie si terranno e a niente servirà gridare: “Prima Tu!” la corona di fiori Gesù l’aveva già esposta.

Un Gesù che spesso si equipara a Mosè: lui pastore, ma Gesù “quello grande” tuttavia entrambi responsabili del gregge, per una vita parallela che ne fa entrambi personaggi della Scrittura anche nel numero alla luce di quel 1454 se nel 1454 a.C., secondo il blog, Mosè rientra dall’Egitto a 30 anni, come Gesù esce da un Egitto sociale, uno straniero in patria, nel 15 d.C. a 30 anni pure Lui quando non inizia il Suo ministero, ma diviene
ἀρχόμενος (Lc 3,23) cioè famoso, magari rabbi famoso, come famoso lo divenne Mosè a 30 anni per un esodo annunciato, come lo annunciò Gesù.

La legge, i profeti e Giovanni: quando una pericope è storia

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La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio  (Lc 16,16)

Molto è stato scritto su questa pericope e sembra addirittura strano che dopo 2000 anni ancora qualcosa rimanga da dire. Per il molto già detto ci si rivolga all’esegesi, per quanto ancora non detto, si legga qui.

Pericope senza tempo, sebbene si collochi e chiuda il tempo, in particolare quello della Legge e dei profeti. Sembra un abstract, cioè una espressione vaga, d’introduzione che non ha riferimenti precisi, tuttavia, a ben guardare, essa delinea un tempo molto preciso che non è quello della Legge, né quello dei profeti, né del regno dei cieli, ma storico.

Infatti, noi sappiamo da questo post quando è iniziato il tempo della Legge che ha ispirato i profeti, nel senso che ad essa facevano riferimento per il rispetto e il ristabilimento del culto che quella Legge ordinava.

Tale anno fu il 1422 a.C., terzo dell’esodo quando Israele riceve il Decalogo, i codici e istituisce i tribunali, tanto che noi abbiamo parlato di “anno giudiziario” per eccellenza, perchè da lì si apre l’epoca dei giudici che si concluse con Saul, ultimo giudice e primo re.

Quell’epoca, stando alla pericope citata, si concluse con Giovanni, ma più precisamente si concluse con il battesimo di Giovanni al Giordano nel 32 d.C. che segna l’inizio del ministero pubblico di Gesù.

La somma degli anni tra il 1422 a.C. e il 32 d.C. è 1454 (si veda categoria) e il caso vuole che noi conosciamo quest cifra che è una data, cioè il 1454 a.C. quando noi abbiamo fatto rientrare Mosè in Egitto.

Ci è sempre parsa data fondamentale non per questo, ma perchè 1454 è la ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) che più di ogni altro riassume la Legge (Gv 1,17) e i profeti che giungono sino a Giovanni. Egli ne fu l’origine ricevendo il Decalogo, i codici e istituendo le corti di giustizia.

I profeti che seguirono altro non furono che l’espressione di quella Legge perché la Legge era la volontà di Dio a cui essi prestarono la voce. La coincidenza della ghematria di Μωϋσῆς con la durata del periodo tracciato dalla pericope non è tale, dunque, ma stabilisce un’identità tra Mosè e la storia a venire fino a Gesù e dunque quel periodo non è un’espressione vaga, astratta ma si fa storia tracciando dapprima una retta da Mosè (1422 a.C.) a Gesù (32 d.C.); poi un solco che divide la storia dicendoci che

La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio

 

Un’unica porta per due grandi storie

fiancoAbbiamo visto in alcuni post che la ghematria fa luce sull’intera vicenda mosaica in tutta la sua complessità (dall’anagrafe mosaica all’esodo). I calcoli che sono possibili fare sono davvero illuminanti nel senso pieno di una cronologia biblica che sia un unicum tra Antico e Nuovo Testamento (si vedano le categorie 1485, 1454, 1425, 1385, 15,  calendario delle settimane, Mosè e Nochè).

Non è il caso adesso di riproporre tutto (mi è impossibile), nemmeno in sintesi, ci affideremo a qualche link perchè vogliamo solo far comprendere quanto il capitolo 10 di Giovanni sia importante, parlandoci della porta che è Gesù (Gv 10,7); della porta superiore del tempio (dunque non il porticato di Salomone, lo proveremo con questo post) e di un guardiano (Gv 10,3) spesso considerato come nei film, cioè solo una comparsa, ma che in realtà è Mosè stando alla ghematria di θυρωρός (guardiano) che ne richiama l’anno di  nascita, come vedremo subito.

Infatti le generazioni matteane si sviluppano in tranches di 14 generazioni da Cristo a Babilonia; da Babilonia a Davide e da Davide a Mosè denunciando un clamoroso falso, leggendo noi Abramo perchè 14 generazioni (490 anni) conducono, se sommate al 15 a.C. anno di nascita di Gesù, al 1485 a.C. e tale data giustifica solo Mosè, non nell’ottica della nostra cronologia, ma secondo quella dei padri, patrocinatori della teoria dell’esodo antico che ha in Thutmose III (1481 a.C.-1425 a.C.) il faraone di riferimento

Tant’è che che la stessa ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) conduce al 1454 a.C. perchè il valore che emerge dal calcolo ghematrico è appunto 1454. Tale anno fu quello che segnò il suo rientro in Egitto perchè mediano tra l’anno di nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.).

Quest’ultimo valore e anno (1454) c’introduce nel capitolo 10 di Giovanni, dove Cristo si equipara alla porta delle pecore, quella porta -lo abbiamo visto anche ieri– non è il porticato di Salomone, ma la porta superiore del tempio dedicata nel 668 a.C. Una porta che ha un guardiano, un θυρωρός che ci parla di Mosè con quel 1485 del valore ghematrico che conduce, grazie alla ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, al 1454 a.C.

Ecco allora che, compreso il capitolo giovanneo nelle sue linee profondissime, emerge chiaramente la necessità d’indagare la Septuaginta e leggere come essa traduca il versetto 15,35 di 2Re che dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio.

Che lemmi ha scelto? Ha optato, ad esempio, per πύλη o per θυρα quando ha tradotto “porta superiore” dal testo masoretico? Basta allora sincerarsi e scorgere un chiaro πύλη ἐπάνω che significa “porta superiore”.

Adesso la fa da padrona il calcolo ghematrico della locuzione che deve incrociarsi con uno dei tanti valori che la vicenda mosaica offre nella sua panoramica anagrafica e esodale, senza uscire, però, dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni che ci ha offerto con θυρωρός un 1485 a.C. per la nascita di Mosè; e un 1454 a.C. con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, cioè 1454 per il suo rientro in Egitto.

Infatti.πύλη ἐπάνω ha un valore ghematrico di 1454 che se ricondotto a un calendario offre il 1454 a.C. quello stesso che avremmo rintracciato con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς dicendoci che quando a suo tempo calcolammo ghematricamente θυρωρός (guardiano) e lo avemmo ricondotto a Mosè, in particolare al suo anno di nascita, eravamo certamente nel giusto.

Come eravamo  e siamo nel giusto quando gridiamo al clamoroso falso nel capitolo 10 di Giovanni che mai avrebbe potuto riportare la passeggiata invernale fatta sotto il porticato di Salomone, ben cosciente che in realtà si trattava della porta superiore del tempio, fatto testimoniato dalla numerazione del versetto (2Re 15,35) che richiama l’anagrafe di Gesù (15 a.C.-35 d.C.), quando quel versetto non ci parla del portico di Salomone, ma della porta superiore ed essa, dunque, è Gesù a cui infatti Egli si equipara.

Dunque abbiamo che:

  1. Le generazioni matteane conducono all’anno di nascita di Mosè (1485 a.C.)
  2. La ghematria di θυρωρός fa di lui il guardiano citato dal capitolo 10 di Giovanni (1485 da cui 1485 a.C.)
  3. La ghematria del nome proprio di Μωϋσῆς ci parla del suo rientro in Egitto (1454 a.C.)
  4. La ghematria di πύλη ἐπάνω (porta superiore del tempio) conferma la lettura ghematrica di Μωϋσῆς offrendo lo stesso valore (1454, cioè 1454 a.C.)
  5. Il versetto 15,35 della Septuaginta, che riporta la notizia della costruzione di quella stessa porta, opta per lemmi che offrono ghematricamente lo stesso valore: 1454 che coincide con il 1454 a.C.

Da tutto questo emerge con chiarezza che Mosè è il guardiano, il guardiano di una porta che è quella superiore del tempio a cui Gesù si equipara coincidendo la numerazione del versetto (15,35) con gli estremi anagrafici del Cristo (15 a.C.-35 d.C.).

Mi sento dunque di concludere affermando con certezza che il portico di Salomone citato nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni è assolutamente falso e coloro che lo hanno introdotto hanno avuto un unico scopo: distruggere uno dei capitoli più complessi e belli dell’intera Scrittura, capace da solo di saldare indissolubilmente l’Antico al Nuovo Testamento facendo entrare dalla stessa porta Mosè e Gesù, fianco a fianco

Ps: mi rendo conto che la complessità dell’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma l’argomento, alla luce di tutti i post che sarebbe necessario citare, è di una difficoltà estrema che richiede calma e moltissima, moltissima riflessione, pena incomprensione se la carne al fuoco è troppa. Affidiamo al Signore queste poche note che magari coloro che seguono assiduamente il blog sapranno catalogare e fare dei tanti post direttamente e indirettamente coinvolti un pezzo unico come meriterebbe.

La trasfigurazione? un caso di appropriazione indebita

trasfigurazioneMolto ricca è la sezione del blog dedicata a Mosè e all’esodo, per cui occorre, prima di affrontare il post, riassumerla. Dapprima la parte storica; poi quella calendariale e infine quella ghematrica che risulterà fondamentale.

Immagino adesso un ipotetico lettore che mi faciliti le cose non costringendomi ad affrontare il tutto punto per punto. Egli saprà che noi calcoliamo l’esodo partendo dalle fondamenta del tempio, l’anno in cui furono gettate, cioè il 945 a.C. secondo la nostra cronologia. A tale anno si sommano i 480 anni di 1Re 6,1 e otteniamo il 1425 a.C. anno dell’esodo e anno della morte di Thutmose III faraone di riferimento secondo la teoria dell’esodo antico (Erodoto, Flavio e i Padri)

Al 1425 a.C. si tolgono i 40 anni di deserto e otteniamo il 1385/1384 a.C. che segna l’ingresso in Palestina. Siccome l’artefice dell’esodo fu Mosè, abbiamo anche calcolato la sua data di nascita e il suo rientro in Egitto, rispettivamente nel 1485 a.C. e 1454 a.C.

Se per la prima data abbiamo messo a frutto le generazioni matteane (tre tranches di 14 generazioni di 35 anni) sommandole al 15 a.C. per ottenere il 1485 a.C. che ci parla di Mosè e non di Abramo, nel secondo caso siamo ricorsi a una ghematria non occasionale ma “proprio” del nome proprio di Μωϋσῆς  (Mosè) che è 1454 a.C., valore mediano tra l’esodo e l’anno di nascita del patriarca, per questo considerato -giustamente, lo vedremo in seguito- anno del rientro in Egitto.

Questa, in sintesi, la parte storica o cornice in cui si colloca il calendario delle settimane che collega le singole date ad altri capisaldi della nostra cronologia. Diciamo nostra perchè, pur non avendolo verificato, siamo sicuri che quella ufficiale non possa tanto: il calendario è uno e una è la cronologia in cui quel calendario s’innesta portando frutto.

Le evidenze del calendario le abbiamo riassunte a suo tempo in tabelle che adesso raggrupperemo per argomento in una nuova tabella seguente che indicherà valori i quali dall’esodo, adottando il calendario delle settimane, si collegano in un caso a Noè; in due al tempio e negli altri a Gesù, prefigurando già da adesso che sul monte Tabor le tende erano sì tre, ma dedicate a Noè, Mosè e Gesù escludendo Elia.

Non commenteremo quella tabella, certo che la trattazione diffusa dei post precedenti, riuniti nella categoria “calendario delle settimane” in home, possa fornire tutte le indicazioni necessarie a chi volesse approfondire l’argomento. Adesso, quindi, mostriamo la tabella calendariale ricavabile dalle date dell’esodo e dall’anagrafe di Mosè

ANNO EVENTO CICLO LUNGO (294 anni) CICLO BREVE  (6 anni) TOTALE ANNO EVENTO
2863 AM Nascita di Noè 294 x 4 44 x 4 1440 1423 a.C. Erezione della Tenda
1485 a.C. Nascita di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Nascita di Gesù
1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C. Esodo 294 x 4 39 x 6 1410 15 a.C. Nascita di Gesù
1425 a.C. Esodo 294 x 4 44 x 6 1440 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C Esodo 294 x 4 16 x 6 1272 153 a.C. Distruzione cortile interno del tempio. Fine dell’AT
1384 Ingresso in Palestina 294 x 4 40 x 6 1440 32 d.C. Ministero pubblico di Gesù
1384 Ingresso in Palestina 294 x 3 14 x 6 966 418 a.C. Dedicazione del secondo tempio

Se avete speso qualche minuto per comprenderla, sperando, ovvio, di essere stato chiaro, possiamo passare oltre e occuparci delle note ghematriche di cui è ricchissimo quel contesto esodale che già ci sorpresi con quel 1454 ricavabile dalla ghematria di Μωϋσῆς (Mosè).

Per semplicità ricorreremo di nuovo a una tabella che li raccolga tutti e indichi l’anno del calendario a cui il valore ghematrico fa riferimento. Questo perchè sia chiaro che la frequenza con cui il calcolo ghematrico attinge alla cronologia dell’esodo è dovuta al fatto che essi appartengono a uno stesso insieme, cioè che i lemmi calcolati ghematricamente fanno riferimento al contesto esodale e i loro valori lì si collocano, cosa che mi pare di poter dire mina qualsiasi obiezione mossa appellandosi alla casualità. Ecco la tabella

LEMMA RIFERIMENTO VALORE ANNO EVENTO
ξύλον ζωή (albero della vita) Ap 2,7 1425 1425 a.C. Esodo
Μωϋσῆς (Mosè) Gv 1,17 1454 1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè
βλαστάνω (Geromogliare Eb 9,4 1384 1384 a.C. Ingreso stabile in Palestina
θυρωρός (guardiano) Gv 10,3 1485 1486/85 a.C. Nascita di Mosè
Υψιστος (Altissimo) Lc 1,35 1486 1486/85 a.C. Nascita di Mosè

I commenti sono sprecati, tranne che nel caso dell’albero della vita, che però stabilisce una chiarissima relazione con la verga germogliata di Aronne, perchè a noi interessava l’evidenza che forse toglie quello pseudo davanti alla parola ben più importante di “scienza” quando ci occupiamo del calcolo ghematrico che ci aveva già sorpresi con Ἐμμανουήλ, il cui valore è 644 a fronte di un 644 a.C. che segna la nostra cronologia dei Re, sapendo che l’oracolo dell’Emmanuele ha due possibili soluzioni soltanto: o Ezechia, o Gesù per cui avendo il calcolo individuato Ezechia nel suo primo anno di regno (644 a.C.), che li riassume simbolicamente tutti, ha individuato una delle due possibilità, cosa al quanto sui generis se figlia del caso.

Tra l’altro non deve stupire il ricorso alla ghematria: già i Padri ad essa avevano fatto ricorso quando (Ireneo) calcolavano il lemma greco del nome proprio della seconda persona della santissima Trinità, cioè Gesù che se scritto Ἰησοῦσ è 888, numero, anche questo, non casuale alla luce di Gv 21 perchè la distanza tra la barca con gli apostoli e la riva dove era Gesù è espressa con 888 se ridotta in metri, coincidenza che se anche fosse un artificio letterario di Giovanni, lascia facilmente intendere che all’epoca dell’apostolo si scriveva Ἰησοῦσ e non Ἰησοῦς come è attestato da tutti i dizionari e l’intero web purtroppo.

La sorte di Gesù, tratta quasi come un inciso all’interno del post, è molto importante perchè ci permette di entrare in merito e parlare di Noè che ha subita una sorte identica: straziato nel nome e forse anche nella memoria se, come vedremo, è stato privato della sua tenda.

Lo abbiamo indagato ghematricamente quel Νῶε delle Scritture (Lc 17,26), ma per come è scritto non ne veniva fuori niente. Cosa strana perchè nome proprio di assoluta rilevanza, forse al pari di Mosè e dell’Emmanuele che invece hanno espresso entrambi valori assolutamente importanti.

Ed è così che in un impeto di fiducia in noi stessi abbiamo giocato con le lettere e lo abbiamo scritto Νωχε. Adesso ognuno decida se proseguire, ma sappia che è attestato, tanto che se io, disponendo solo del web, l’ho rintracciato, credo che gli esperti sappiano fare di meglio.

In ogni caso sento di scrivere che non è da scherzarci su perche la fonte di quel Νωχε è datata 1725 (Thesavrvs Antiqvitatvm et Historiarvm Siciliaequando i libri erano ancora preziosi e nessuno si sarebbe mai sognato di affidarli a mani “inesperte” – così “inesperte” da scrivere male Noè!- nella loro stesura; come nessuno si sarebbe mai sognato di stamparli se non accurati. Ed è così infatti che leggiamo, tradotto, “Sem terzo figlio di Νωχε (Noè)”.

Insomma non è come oggi che un libro non lo si nega a nessuno e in un minuto apri un blog e posti: nel 1725 solo i dotti potevano permettersi il lusso di pubblicare un’opera che, tra l’altro,il web ha accolta. E un dotto non storpia un nome proprio biblico nel 1725.

Dunque se nel 1725 ancora si poteva leggere Νωχε significa che fino ad allora la dizione era corrente ed esatta. Non sappiamo come mai sia andata perduta e più ancora non sappiamo come mai i manoscritti biblici non l’abbiano conservata, a noi è sufficiente sapere che esisteva e poterne calcolare così il valore ghematrico che è 1455, cioè il 1455 a.C. se ridotto a un calendario e ciò segna lo stesso anno del 1454 a.C. di Μωϋσῆς (Mosè) dicendoci che su un piano ghematrico e cronologico Mosè e Noè sono la stessa cosa, in un’ottica di datazione doppia (1455/1454 a.C.).

Infatti nel post di ieri lo avevamo scritto citando fr. R. Tadiello il quale sostiene che

il racconto della nascita di Mosè in Esodo intende stabilire un parallelo tra Mosè e Noè; Mosè salverà il suo popolo dalle acque così come Noè ha salvato l’umanità dal diluvio.

da questo risulta chiaro che l’intero contesto cronologico e ghematrico non a caso ci parla di Noè, la cui Arca diviene in Mosè dell’Alleanza, la quale diviene in Gesù croce secondo le parole della stessa esegesi cattolica citate sopra e secondo una cronologia che misura attraverso un unico calendario, quello delle settimane, come appare chiaro nella tabella seguente

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNO EVENTO
2863 A.M Nascita di Noè 294 x 4 44 x 6 1440 1423 a.C. Erezione della tenda
1423 a.C. Erezione della tenda 294 x 4 47 x 6 1458 35 d.C. Crocefissione

E’ dunque da ciò che è possibile, come scrivevo nel post di ieri, sostenere l’assoluta mancanza di contesto che giustifichi Elia durante la Trasfigurazione, perchè tutto, cioè contesto, ghematria, calendario delle settimane e cronologia, ci parlano di Noè e dunque Elia, sebbene il diluvio, è come un pesce fuor d’acqua.

Una falsificazione conserva sempre elementi originali perchè essa appare come un velo disposto sopra di essi. Andando sotto la superficie tali elementi affiorano, siano essi calcoli, note cronologiche o ghematriche, perchè mai l’unicità dell’originale cede completamente all’opera di falsificazione.

E’ così che Noè è riemerso dalle acque è salvato due volte, se la Bibbia è stata sommersa da un fiume di parole false che ne ha travolto la lettera, il numero e adesso i personaggi. Gli Ebrei -uno sicuramente- sostengono che la storia non è altro che il velo con cui si copre la verità. Non sappiamo se dica il vero, di certo sappiamo che hanno scippato una tenda. Poco importa se colui al quale è stata segnata sia personaggio di riguardo: Noè ne era il proprietario e a lui va restituita, affinchè la Trasfigurazione non sia perseguibile penalmente.

Da Nazaret alla Palestina con tappa al secondo tempio

Il blog ha incontrato più volte versetti che celano una cronologia (vedi categoria in home), il caso vuole che sia sempre la nostra, come in questo caso che tratta di Lc 4,18. E’ un passo molto importante perchè Gesù proclama nella sinagoga di Nazaret la Sua missione, la Sua messianicità.

Già in passato abbiamo fatto notare che la numerazione del versetto coincide con l’anno della dedicazione del secondo tempio: 4,18 il primo; 418 a.C. la seconda e questo ci ha incuriositi perchè Isaia 61 Gesù lo legge nel 32 d.C., anno d’inizio del ministero secondo la nostra cronologia.

Tale anno giubilare è separato dal 418 a.C., altrettanto giubilare, da 9 cicli (50 anni ciascuno) esatti tanto che possiamo parlare di una tranche cronologica da tempio a Tempio, se Gv 2,20-21 ci parla di Gesù nuovo ναός (Sancta Sanctorum).

Questa sincronia di eventi e versetti potrebbe apparire non tanto casuale, quanto occasionale (pro domo mea), per cui non facilmente condivisibile. Rimane il fatto che anche il calendario delle settimane la rileva, lasciando i conti a resto zero.

Infatti, dal 418 a.C. al 32 d.C. passano esattamente un ciclo settimanale lungo (294 anni) e 26 cicli brevi (6 anni) e colpisce, quindi, l’ulteriore esattezza che si aggiunge a quella evidenziata dal versetto (Lc 4,18) che coincide con l’anno della dedicazione (418 a.C.); e con quella dei 9 cicli giubilari esatti tra la dedicazione del tempio e l’inizio del ministero.

L’importanza della relazione tra Gesù e il tempio ci ha fatto mettere in secondo piano un altro rapporto fra date di assoluto rilievo, come quello che lega l’ingresso in Palestina al tempio post esilico, sempre adottando il calendario delle settimane.

Infatti tra l’anno della dedicazione del secondo tempio e il 1384 a.C. passano 966 anni, cioè 3 cicli calendariali lunghi (ciascuno di 294 anni) e 14 brevi (6 anni), così che dal 1384 a.C. si giunge al 418 a.C. (1384-966=418).

Insomma un intarsio cronologico tra numerazione di versetti, cronologia e calendario giubilare e settimanale perfetto che forse può non convincere nessuno, ma difficilmente imputabile al caso il quale -parlo per esperienza- è spesso l’ultima risorsa di chi vuole ostinatamente negare l’evidenza.

A seguire una tabella riassuntiva dei calcoli sinora compiuti grazie al calendario delle settimane. Vi prego di considerare che nonostante l’assoluta importanza delle date di calcolo, essi sono tutti quanti a resto zero, cioè non hanno mai avuto bisogno di approssimazione, neppure a un anno come sarebbe stato quasi ovvio.

Credo che questa precisione la dica lunga sulla cronologia adottata dal blog, perchè è l’unica a incrociare alla perfezione il preciso e ferreo calendario delle settimane e talvolta, contemporaneamente, quello giubilare, altrettanto ferreo.

Non abbiamo avuto la necessità di verificare se tutto ciò caratterizza anche, magari solo in parte, la cronologia ufficiale, ci è stato sufficiente verificare date cardine della nostra con esito assolutamente positivo

 

TAVOLA CALENDARIALE

 

ANNO EVENTO CICLO LUNGO CICLO BREVE TOTALE ANNO EVENTO
1485 a.C. Nascita di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Nascita di Gesù
1454 a.C. Rientro in Egitto di Mosè 294 x 5 1470 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C. Esodo 294 x 4 39 x 6 1410 15 a.C. Nascita di Gesù
1425 a.C. Esodo 294 x 4 44 x 6 1440 15 a.C. Gesù ἀρχόμενος
1425 a.C Esodo 294 x 4 16 x 6 1272 153 a.C. Distruzione cortile interno del tempio. Fine dell’AT
1384 Ingresso in Palestina 294 x 4 40 x 6 1440 32 d.C. Ministero pubblico di Gesù
1384 Ingresso in Palestina 294 x 3 14 x 6 966 418 a.C. Dedicazione del secondo tempio
418 a.C. Dedicazione secondo tempio 294 26 x 6 450 32 d.C. Ministero pubblico di gesù

LEGENDA:

  1. Per evento/anno intendiamo il termine a quo e ad quem
  2. Il totale è la somma del prodotto dei cicli lunghi (294 anni) con quelli brevi (6 anni)
  3. Il totale deve essere sempre considerato secondo la scala a.C/d.C che obbliga sommare o sottrarre

Gesù e Mosè, le vite parallele dimenticate da Plutarco

PlutarcoC’è un avverbio nei Vangeli che vorrebbe circoscrivere una nota anagrafica ma che ha prodotto un’infinità di illazioni tanto da renderlo capace di presentarsi all’esegesi senza un limite preciso. L’avverbio in questione è “circa” di Luca 3,23, scelto dall’evangelista per indicare gli anni di Gesù.

Universalmente si è ritenuto opportuno tradurre il versetto seguendo proprio quel “circa” che ha sviato tutti conducendo traduzione e traduttori in terreno infido, quello cronologico, che se non chiaro conduce all’inesprimibile mondo della congettura.

E infatti di congetture se ne è fatte a iosa su quel “circa” tanto che la stessa Tradizione cattolica ci ha visto l’inizio del ministero pubblico a “circa trent’anni”; poi si sono sommati i canonici tre anni e mezzo di ministero ed ecco il Cristo trentatreenne che uno, dopo la crocefissione, si sarebbe aspettato di trovarLo in cielo, quando non è neppure sulla terra.

Insomma quel “circa” lucano ne ha combinate delle belle quando si è associato ad ἀρχόμενος (Lc 3,23) che solo sulle prime fa pensare all’inizio del ministero, perchè a ben guardare sta lì a dirci che si cominciò a chiacchierare di Lui, cioè di Gesù, che forse era sulla bocca di tutti, ma questo non significa che avesse iniziato il Suo ministero, anzi ne era ben lungi nel 15 d.C., se iniziò nel 32 d.C.

Sì perchè in un ottica, l’unica possibile, di un Cristo cinquantenne Egli nacque nel 15 a.C., per cui fu “circa” (ecco il senso) il 15/16 a.C. quando Gesù divenne ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico, ma non Messia proclamato, per quello bisognerà aspettare Nazaret, quando rivela la Sua missione e divinità leggendo Isaia 61, cioè nel 32 d.C. a “circa” 17 o 16 anni di distanza.

Prova ne è che Gv 2,20-21 ci ha tramandato i 46 anni necessari per la costruzione del secondo tempio, quando l’edificio subito l’evangelista lo associa a Gesù, anch’egli quarantaseienne al momento del dialogo.

L’imbarazzo lucano tra l’altro è testimoniato da due conti possibili che conducono al Gesù ἀρχόμενος. Uno lo abbiamo già illustrato e lo riproponiamo nella tabella a suo tempo pubblicata che dimostra come dall’esodo si giunga, scalando di 480 anni, al 15 d.C., passando per tappe fondamentali della cronologia biblica. Ecco la tabella, consultate la prima colonna

 

SEDER OLAM RABBATH CRONOLOGIA CHIUSA CRONOLOGIA APERTA
1425 a.C. Esodo -480 anni 1423 a.C. Erezione della Dimora (Es. 40,17) -486 anni 1425 a.C. esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Quarto anno di regno di Salomone. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni 937 a.C. Dedicazione del tempio -486 anni 945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse Rientra Esdra. Iniziano i lavori al tempio -480 anni 451 a.C. Rientro di Neemia. XX° anno di regno di Artaserse. Pronunciata la parola sul rientro (Dn 9,25) -486 anni 465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse. Rientra Esdra. Iniziano i lavori per il II° tempio -46 anni indicati da Gv 2,20 per i lavori
418/9 a.C. Dedicazione e anno giubilare -9 cicli giubilari (450 anni)
15 d.C. Gesù ἀρχόμενος (Lc 3,23) 35 d.C. Crocefissione. E’ dedicato il nuovo tempio in Cristo 32 d.C. Inizio del ministero pubblico. Anno giubilare e

Come è facilmente comprensibile dall’esodo si giunge esattamente al 15 a.C. cioè a quei “circa trent’anni” lucani se Gesù è nato nel 15 a.C.

L’unità di misura adottata potrebbe dar adito a dubbi anche se individua con estrema precisione le tre date cardine dell’anagrafe gesuana (15 a.C.; 32 d.C. e 35 d.C.). Per questo motivo illustreremo il motivo per cui quel 15 d.C riassume la locuzione lucana finora priva di un esatto contesto cronologico, perchè si colloca nell’ambito del Cristo cinquantenne di Giovanni, Policarpo e Ireneo e non del trentenne in carriera sinora proposto.

Per spiegarci dobbiamo ricorrere prima a una nota ghematrica; poi ai calcoli possibili con il calendario delle settimane. Infatti la ghematria di Μωϋσῆς è 1454 a.C. ed è un valore mediano tra la sua nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.). Noi, già a suo tempo, lo abbiamo assunto come l’anno del rientro in Egitto, quando ancora Mosè era ben lungi dal potersi considerare il personaggio chiave dell’Antico testamento.

Di Gesù abbiamo detto che a “circa trent’anni” si cominciò a parlare di lui e così diremo di Mosè in quel 1454 a.C., perchè pure lui divenne prima personaggio pubblico, poi quello che sappiamo.

Il calendario delle settimane fa al caso nostro perchè ci permette di capire se l’intera esistenza di Gesù e Mosè sia legata a doppio filo, stabilendo una specularità che già l’esegesi ha da secoli descritta, Scrittura alla mano.

Tale calendario, come nel caso dell’anno di nascita, individua 5 cicli lunghi esatti di 294 anni (1470 anni) tra il 1454 a.C. e il 16 a.C. quando noi lo abbiamo scritto che l’imbarazzo lucano non è facile approssimazione, ma lavoro scrupoloso, così scrupoloso che si è preoccupato di dirci che le fonti (i conti) sono due e conducono l’uno al 15 a.C.; l’altro al 16 d.C., in ogni caso a “circa trent’anni” se Gesù è nato  nel 15 a.C., locuzione che non esprime l’inizio di un ministero ma un chiacchericcio di piazza, cioè un’eco di quello che avverrà alla corte del faraone (Tuthmose III), prima; a Nazaret, in sinagoga, dopo.

Insomma possiamo chiedere pubblica ammenda a Plutarco, che nelle sue “Vite parallele” si è dimenticato di Gesù e Mosè, nati all’interno di uno stesso calendario, come abbiamo visto qui) ed entrambi chiacchierati in piazza, prima di mettere a tacere le voci o forse darle credito. Ma si sa, è la sorte dei grandi, prima che lo divengano.