Tutte le donne di Luca

La condizione femminile nella Bibbia tutta si risolve, per lo più, in Genesi dove sta scritto che l’uomo soggiogherà la donna, sebbene come punizione piucché come condizione.

Poca influenza ha Maria che credo sia calata, e molto, anche nella frequenza del nome, forse perché proprio lei è assurta a icona di una condizione femminile di umile serva come recita il Magnficat.

Non è nelle nostre capacità far pace tra le parti, cioè tra la Scrittura e le donne, tuttavia possiamo offrire un compromesso, illustrando un caso alquanto singolare che trae origine dalla genealogia lucana, quella che solo il blog offre corretta e il post ne sarà un’ulteriore prova.

La genealogia lucana è questa e si snoda nei secoli seguendo metriche che abbiamo già illustrato e che sono riassunte nella tabella. Tuttavia essa non è esaurita, perché noi abbiamo contato tutte le donne che sono presenti, anche e proprio quelle che i Vangeli, censurati, omettono, in primis Maria, poi l’emorroissa e comprese, nell’Antico, le grandi madri.

Il totale che è emerso è 7 per 84 generazioni totali (nella tabella il conto si era fermato a Maria, poi abbiamo aggiunto Gesù e l’emorroissa per un totale da Davide all’emorroissa di 45 generazioni) che distribuiscono 12 generazioni per ogni donna (84:7=12).

Abbiamo, allora, 3 numeri (84-7-3) che non sono a caso perché:

il 7 è altamente simbolico e significa perfezione, nonché ricorrente nei vangeli (Giovanni e Apocalisse)

12 sono sì le tribù d’Israele, ma anche il numero del collegio apostolico

mentre 84 sono gli anni di Anna (Lc 2,36), l’ultima profetessa e la prima a riconoscere il Messia, cioè Gesù. Questa nota sugli anni di Anna, tra l’altro, è esclusivamente lucana e questo la inserisce ancor più nella sua genealogia.

Anche a primissima vista, dunque, le donne della Bibbia non sono in un angolo genealogico, anzi, hanno un ruolo di primissimo piano se distribuiscono gli ascendenti e discendenti maschili secondo una proporzione ferma al numero 12 vetero e neo testamentario (tribù e apostoli).

Le 84 generazioni su cui si distribuiscono le donne, invece, ci parlano di Anna, cioè della profezia messianica che fu vissuta nell’Antico Testamento come condizione femminile, tanto che è nel Nuovo, con l’emorroissa che diviene fertile, che tale condizione si compie perché esce dall’attesa dei profeti per concepire una città: Gerusalemme.

Mi rendo conto che l’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma noi rimandiamo alle categorie di Anna e a quella dell’emorroissa per ulteriori ragguagli, adesso invece ci preme far notare che il significato dei numeri simbolo non si esaurisce qui, perché a noi è venuta voglia di conoscere quale mese del calendario sacro sia il settimo se le donne sono 7 e riassumono in loro l’intera attesa messianica.

Quel mese è Tishri, ma chiamato i 1Re 8,2 Ethanim, quando cioè la promessa fatta a Davide di una “casa per il signore” si compie. Infatti l’intero capitolo 8 di 1Re è dedicato al trasporto e all’ingresso dell’arca dell’alleanza nel tempio.

Questo significa che “il signore ha attuata la parola che aveva pronunziata” (1Re 8,20) cioè che l’attesa è finita e l’arca, come il Messia, hanno fatto ingresso nel Santissimo.

Non a caso, quindi, quell’attesa termina con Anna che fu la prima a riconoscere il Bambino, perché in Anna percola tutta quanta l’attesa messianica vissuta come condizione femminile che trae origine da Adamo per poi svilupparsi nel grembo della storia di Israele fino all’emorroissa che pone i presupposti del parto, cioè crea le condizioni per cui Gerusalemme possa riconoscerlo legalmente.

Un ultima nota importantissima sul numero 7 delle “donne di Luca”: Anna non a caso aveva “vissuto 7 anni dalla sua verginità” con il marito (Lc 2,36) perché quello stesso versetto c’istruisce sul numero delle generazioni lucane (84) dando il filo (7 anni per 7 donne nella genealogia) di una genealogia e di una operazione matematica che attribuisce non 12 donne a ciascun uomo, ma 12 uomini a ciascuna donna, forse per dirci quanto erano Grandi.

 che

L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.

Da Amaria a Melchisedek: il giudaismo dalle origini a Cristo seguendo una ricostruzione cronologica

MelchisedekNei post che attingono alla lista dei sommi sacerdoti ebrei c’è un punto che potrebbe dar adito a dubbi, sebbene il post che stiamo scrivendo si caratterizzi per una chiarezza estrema delle cifre, cioè delle date, sviluppandosi secondo quella misura aurea che crediamo di aver fatta affiorare dalle pieghe della cronologia biblica.

Quel punto controverso è la durata dell’esilio che noi sempre abbiamo indicata secondo o i calcoli di Daniele che fa riferimento a Geremia, cioè 70 anni; o a Ezechiele che ci parla espressamente di 40 anni.

Questo ci dice che la fine dell’esilio compone il rientro il quale non fu di massa, ma avvenne secondo cronologie e classi sociali diverse, componendo un quadro quanto mai articolato di cui noi non abbiamo un punto di riferimento nelle fonti, perchè abbiamo escluso Ciro da ogni responsabilità.

La questione, quindi, diviene molto complessa e meriterebbe uno studio ad hoc, mentre noi siamo alle prese con un grande affresco biblico che necessariamente deve considerare i singoli capitoli come oggetto di studio solo in un secondo momento, quando cioè la cornice e i grandi personaggi sono già al centro della scena.

Tuttavia ci sono dettagli che non possono essere ignorati, come quei 44 anni che segnano l’esilio stando ai nostri calcoli ispirati dalla lista dei sacerdoti ebrei. Infatti a fronte di un 515 a.C. che segna la deportazione Jehozadak abbiamo scritto che la fine dell’esilio, esilio che essa rappresenta avvenne nel 471 a.C., cioè con l’ascesa al trono di Artaserse.

Questo comporta che il vuoto sacerdotale dovuto all’esilio, cioè l’interruzione del culto gerosolomitano, sia di 44 anni, per cui non giustificabile in un esilio di 40, tanto meno di 70 anni.

Ma lo abbiamo scritto in apertura: la fine dell’esilio e il rientro conseguente si compongono nel tempo e nelle classi sociali per cui quei 40 anni previsti potrebbero avere un inizio e una fine diversa a seconda di coloro che ne beneficiarono.

E’ così allora che Ezechiele, il sacerdote Ezechiele ( Ez 1,2), potrebbe aver considerato un inizio e una fine dell’esilio anche attraverso una tempistica diversa che facesse riferimento al tempio e coloro al quale erano legati.

La prima visione del sacerdote Ezechiele noi la facciamo risalire al 511 a.C., cioè al quinto anno di deportazione di Joachin per cui se togliamo 40 anni cadiamo in un esatto 471 a.C. e quello è l’anno in cui confluiscono i 153 anni del giudaismo del secondo tempio calcolati dal 318 a.C. che segna la sua fine.

Ecco allora limati quei 4 anni di scarto che avrebbero potuto minare un percorso cronologico che partiva dal 668 a.C., sabbatico e giubilare, e si concludeva in altrettanto anno sabbatico e giubilare (318 a.C.) seguendo una cadenza fissa: 153 anni, salvo l’interruzione quarantennale dovuto all’esilio.

Siamo certi che quanto sopra non esaurisce l’argomento apportando solo un’ipotesi, forse valida, come vedremo, tuttavia quello che segue credo dimostri da solo che quei 153 anni sono una misura aurea che si colloca nel giudaismo tutto disciplinandolo. Coloro che ne sono degli esperti forse la considereranno, perchè veramente cela sorprese. Adesso ricapitoliamo un attimo:

668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio

515 a.C. deportazione di Jehozadak finisce il giudaismo del primo tempio

511 a.C., quinto anno di deportazione Joaichin, prima visione di Ezechiele: iniziano i 40 anni di esilio

471 a.C., primo anno di regno di Artaserse, l’esilio previsto dal sacerdote Ezechiele finisce: inizia il giudaismo del secondo tempio

318 a.C., ha termine il giudaismo del secondo tempio

Questa è la scaletta che i post dedicati alla lista dei sommi sacerdoti ebrei ha suggerito rispettando i tempi (40 anni su una visione del 511 a.C.) del sacerdote Ezechiele, e non a caso sacerdote perchè trattandosi di una lista di sacerdoti chi altri poteva esserne così partecipe da disegnare una cronologia sacerdotale che facesse direttamente riferimento al tempio?

Da quel 318 a.C. si sviluppa però anche una cronologia che conduce al 12 a.C., passando per un 165 a.C. che vide la purificazione del tempio dopo la profanazione da antiochea (Chanukkà, Festa delle luci). Infatti:

318 a.C.-153 anni=165 a.C.

165 a.C.-153=12 a.C.

Certamente importante il 165 a.C. come fase intermedia, ma ancor più importante fu il 12 a.C. perchè secondo la nostra cronologia e le osservazioni (non astronomiche, ma cronologiche) di Kokkinos il 12 a.C. passò Halley sopra Gerusalemme, cioè quella stella cometa di cui ci parlano i sinottici.

E’ da quell’anno che è possibile ricavare la nascita di Gesù, perchè il 12 a.C. è dato astronomico a cui si aggiunge la nota sinottica che riporta la strage degli innocenti, cioè la strage dei bambini da due anni in giù e quindi nati tra il 14 e il 15 a.C. e per questo noi abbiamo fatto del 15 a.C. l’anno di nascita di Cristo.

Nel 12 a.C. giungono i Magi “per adorarLo” avendo avuta la certezza della Sua nascita, quindi quel 12 a.C. che emerge da una cronologia sacerdotale fa di Gesù un sommo sacerdote perfettamente inserito non solo in un contesto scritturale ma anche cronologico che prende le mosse dal 668 a.C. e giunge, salva la parentesi esilica quarantennale, nel 12 a.C. seguendo tranches di 153 anni esatti.

Non a caso ciò crediamo risolva l’enigma bimillenario posto da Gv 21,11 quando l’apostolo incomprensibilmente enumera il pescato, 153 grossi pesci, (Gv 21,11): quel 153 fa direttamente riferimento a Gesù sommo sacerdote perchè era

stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek. (Eb 5,10)

Non è assolutamente casuale che la lista del sacerdozio ebraico enuclei una cronologia propria, perchè “propria” è la natura del soggetto che poco ha da spartire con le altre cronologie che si ramificano certamente da uno stesso ceppo, ma hanno vita propria come in fondo testimonia il versetto stesso citato che richiama direttamente quanto da noi scritto a proposito della prima visione di Ezechiele nel 511 a.C.

Gesù nuovo Melchisedek è in Eb 5.10, mentre la visione, quella stessa che ha giustificato lo scarto dei 4 anni e che ha dato le mosse a tutto quanto il post, del 511 a.C. che in una datazione doppia fu il 511/510 a.C. cioè 5,10, Ebrei 5,10.

Abbiamo già incontrati casi di identità tra versetto e cronologia (vedi anche qui) quando, ad esempio, abbiamo affrontato la porta superiore del tempio, la cui costruzione è riportata in 2Re 15,35, con un’anagrafe di Gesù, che ad essa si equipara, la quale mostra un 15 a.C. come nascita e un 35 a.C. come morte, per cui il caso di Eb 5,10 ci conferma ancora di più sia dell’estrema delicatezza del tessuto biblico fin nei suoi minuti particolari (i versetti); sia che quanto scritto in aperture circa la possibilità di un rientro dall’esilio che si compone nel tempo e nelle classi è sostenibile, tanto da credere che quel 511 a.C. che s’inserisce in una cronologia sommo sacerdotale che dal 668 a.C. giunge al 12 a.C. passi, appunto, per un 511 a.C. che non rappresentò l’esilio per come lo conosciamo, ma l’interruzione di un filo liturgico lungo 656 anni anni se consideriamo il 12 a.C. (adorazione dei Magi); 700 il 32 d.C. (inizio del ministero pubblico di Gesù), quando quest’ultima data dà origine a una cifra di tutto rispetto (700) che, multiplo di 7, indica la perfezione e infatti, almeno a me pare, la cronologia sacerdotale appena descritta lo è perfetta avendo pure l’avallo di un versetto importantissimo Eb 5,10, cioè niente meno che di Mechisedek, in persona.

PROSPETTO RIASSUNTIVO

668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio

515 a.C. deportazione di Jehozadak finisce il giudaismo del primo tempio

511 a.C., quinto anno di deportazione Joaichin, prima visione di Ezechiele: iniziano i 40 anni di esilio

471 a.C., primo anno di regno di Artaserse, l’esilio previsto dal sacerdote Ezechiele finisce: inizia il giudaismo del secondo tempio

318 a.C., ha termine il giudaismo del secondo tempio

165 a.C., purificazione del tempio, Festa delle luci

12 a.C., cometa di Halley, adorazione dei Magi