Le luci di un tramonto

tramontoCi siamo già occupati della cronologia del Libro dei giudici e abbiamo ricavato una tavola che non è sbagliata, nel  senso che non è perfettamente esatta. Infatti, nata da due estremi di cui siamo sicuri (1422 a.C.-1012 a.C.), essa conta quei 410 anni che anche wiki riporta come unico calcolo possibile con le informazioni che la Bibbia ci passa.

Tuttavia la nostra tabella giunge al 1442 a.C. segnando, quindi, 20 anni di più rispetto al 1422 a.C. indicato e abbiamo segnalato il problema in un post successivo a quello che nasceva con lo scopo di tracciare il periodo dei Giudici. Ecco perché adesso parliamo di una tabella non esatta, perché in fondo non è neppure sbagliata.

Non è sbagliata poiché abbiamo a che fare non con un inizio fluido, ma con una fine, una fine che anche nei suoi personaggi è di difficile interpretazione e questo, ovvio, si riflette sui calcoli.

Negli ultimi anni dei Giudici confluiscono elementi fortemente eterogenei perché lì si concentra il passato (Giudici); il presente (Saul) e il futuro (Davide). Essi si contendono la storia e questo genera un periodo anche cronologicamente torbido e di difficile catalogazione.

Non è allora il 1032 a.C. il termine a quo su cui iniziare la cronologia dei Giudici; non è il 1032 a.C. che vede Saul re; non è, in una parola, il 1032 a.C. che segna il confine, ma il 1012 a.C. quando cioè secondo noi Davide spodesta Saul nel cuore della gente, sebbene non divenga re (lo farà nel 995 a.C. a Ebron, per poi dare inizio alla sua dinastia nel 989 a.C. a Gerusalemme).

Dunque quei 410 anni che, stando alla Bibbia, si possono calcolare dal Libro dei giudici hanno inizio lì in un processo a ritroso, mentre il naturale “verso” storico segnerebbe il 1422 a.C. come inizio, quando abbiamo scritto che Israele riceve il Decalogo; i codici di giustizia e istituisce le corti.

Così facendo diviene esatta la cronologia del libro in questione e dal 1422 a.C. si giunge al 1012 a.C. dopo esattamente 410 anni e la Bibbia è affidabile. Ma lo sarebbe anche se noi immaginassimo Saul linea di confine di quel periodo, perché la sua ghematria ebraica parla da sola, stando a ben due programmi che indicano la ghematria semplice del nome proprio come 410.

Saul, allora, diviene il confine tra il passato dei giudici e il futuro della monarchia, un passato che egli scrive con il proprio nome (קִישׁ) che è identico, nel suo valore ghematrico, al periodo storico in cui i Giudici hanno governato anche seguendo wiki.

Non è il primo caso in cui la ghematria di un nome proprio si presta a una lettura cronologica. Anzi, proprio in relazione al periodo che stiamo trattando, c’è un illustre precedente che è Mosè la cui ghematria ebraica non fa altro che confermare l’imbarazzo di quei 20 anni che hanno aperto il post, confermando i torbidi cronologici e storici del periodo.

Infatti מְנַשֶּׁה (Mosè) avrebbe una ghematria di 395 (in questo post abbiamo ipotizzato una variante che conduca a un valore di 390 perché Giudici 18,30 è molto controverso) a fronte di una ghematria di קִישׁ (Saul) di 410 e questo ci fa dire che se ne videro delle belle al tramonto dei Giudici, tanto che i due protagonisti (Mosè la cui Legge ha caratterizzato il periodo; Saul ultima espressione della stessa) offrono due cifre esatte che evidentemente vorrebbero dettare i tempi del tramonto dei giudici che, come per qualsiasi avvenimento storico, non è avvenuto dall’oggi al domani, ma attraverso fasi conflittuali.

Personalmente riteniamo, alla luce della sua ghematria, che Saul concluda definitivamente il periodo, ma non conosciamo con esattezza il ruolo dei 390/395 anni che emergono da Mosè. Forse saranno studi successivi, più particolareggiati, a far luce su un tramonto.

La storia che non siamo noi

Nimrod_(painting)Un errore sarebbe forzare i numeri, mentre è giusto trovare in essi le relazioni nascoste ma solo se osservate nel particolare, perché una cronologia, se tale, cioè di respiro, è sempre universale e si rivela alla distanza.

La Bibbia, inoltre, gode dell’appellativo “sacra” e questo ci introduce quasi in un gioco di ruolo dove i protagonisti sono i numeri, cioè le cifre che compongono quella cronologia, dove ognuna ha il suo potere ed è inserita in un contesto che non è magico, lo abbiamo scritto, ma sacro che in fondo meglio

Ecco allora che quegli altari della storia terminano vicini a noi, se il futuro prossimo è già storia nella misura in cui la si può intuire, perché il 2020 è davvero alle porte, dopo il suo lungo viaggio a tappe (497 anni) iniziato con Davide, nel 1012 a.C  per la precisione; passando poi per le fondamenta del secondo tempio (465 a.C.); poi per il ministero pubblico di Gesù (32 d.C.) e da lì alla caduta dell’Olimpo (529 a.C.) e un a noi ignoto 1026; confluendo in seguito nel 1523 di Lutero e da lì a noi al 2020.

Questi sono gli altari della storia che abbiamo conosciuti e che segnano le epoche in cui la cronologia si esercita nella sua funzione: ordinare la storia che essi contengono. Ma non esiste solo quest’ordine nella cronologia, perché come è articolata la storia umana altrettanto lo è quella biblica e la sua cronologia, tanto che Giovanni ci parla di un’altra metrica nella sua Apocalisse ed essa sono i 1260 giorni (Ap 11,2) che noi applicheremo al nostro altare, cioè a quello a noi più prossimo, il 2020, sottraendo proprio 1260 giorni/anni per cadere nel 760 e da lì, non conoscendo quella storia, tolti altri 1260 giorni/anni, al 500 a.C. che invece lo conosciamo benissimo.

Quei 1260 giorni/anni sono quelli in cui Gerusalemme sarà calpestata (Ap 11,2), Gerusalemme città santa data in pasto ai gentili e infatti, fateci caso se siete in possesso delle nostre coordinate cronologiche, che il calcolo che abbiamo appena fatto cade nel 500 a.C. cioè nell’ultima deportazione babilonese (vedi tabella) dopo quella del 505 a.C. e da questo si capisce che se nel 505 a.C. Gerusalemme cadde, nel 500 a.C. fu calpestata perché ormai era in balia della storia, a cui non era in grado di opporre neppure una resistenza morale facendo appello del suo passato.

Dunque quei 1260 anni che segnano il Cortile esterno dato ai gentili ci ha condotto alla città di Davide ormai nella sua miseria, incapace di qualsiasi reazione e per questo persino calpestata dalle genti.

Quel Cortile dei gentili che Giovanni non chiede di misurare è la storia di una città che diviene metafora, perché in essa si consuma la storia dei Gentili, quella ben distante dalla storia universale e sacra contenuta nel ναός, luogo santo e sacro, come la storia che in se stesso racchiude, perché come Dio partecipava del ναός, così quello stesso Dio partecipa della storia umana che non è più, paradossalmente, dell’uomo ma progetto di salvezza, via alla felicità che procede da Dio e non da noi.

L’architettura del tempio, in quei suoi edifici principali (ἱερός e ναός,) sono la storia tutta: quella umana e quella divina, come sono due le vie alla salvezza procedendo l’una dall’uomo che ne fa luogo mercato e “spelonca di ladri” (Lc 19,46), l’altra da Dio che ne fa preghiera .

Nel post precedente abbiamo visto che il cavallo verde segna un movimento che nasce dall’uomo e con l’uomo è destinato a finire o, meglio, a finire come l’uomo: la morte, che non a caso cavalca il cavallo verde. Abbiamo detto che i versetti tradiscono la storia nella sua più sintetica espressione: la cronologia e dunque quel versetto 6,8 di Apocalisse fu, non caso, il ’68 che ha segnato indubbiamente un’epoca, ma non ha capito la dimensione divina della storia, tanto che ha confuso il potere con il Potere, cioè quello dell’uomo con quello del Maligno  a cui soggiace tutto il mondo, come scrive sempre Giovanni (1Gv 5,19).

La storia che ha scritto il ’68 è una storia “storica”, cioè frutto dell’uomo e per questo s’inserisce nel Cortile dei gentili, perché ai gentili appartiene e si rivolge quella storia, tanto che non fu e non è divina, ma frutto di una semina che non chiama alla mietitura, ma a una violenza “levatrice” per dirla con il suo ideatore, Marx.

Curioso diviene allora l’occorrenza di quel ἱερός che è l'”area del tempio” Cortile compreso, in ogni caso qualcosa di esterno al ναός, al luogo sacro e dunque alla storia storia sacra, perché progetto divino. Tale occorrenza è 68 come il ’68 è l’anno che segna, verosimilmente, l’ultima tranche di una storia progetto dell’uomo che si fa architetto, non potendo essere Dio ed ha costruita la sua torre, la sua storia, sfidando il cielo come Nimrod.

Come in tutte gli altari che si sono succeduti ci sarà aspra battaglia tra “vecchio” e “nuovo” cioè tra gli ultimi fedelissimi assertori di una storia “uomo” e coloro che vorrebbero riportare Dio sulla terra, cioè nella  storia. Ciò è inevitabile: l’inveterata opinione che l’uomo ha di se stesso come artefice del proprio destino, nonché della via alla felicità, a un paradiso de noantri, non cederà spontaneamente il passo a Dio, tanto che al campo di battaglia si è dedicato un inno, piucché una poesia, cioè “Padre nostro che sei nei cieli restaci” (Prévert) cosa che farà, ma non per molto: la storia è Sua, belli, e la rivuole indietro.

Gli ultmi giorni dell’Olimpo

Ci siamo dedicati agli altari della storia seguendo una metrica che affiora dalla cronologia biblica, sebbene scaturisca dal profondo della sua storia. Una storia che con la cronologia trova la sua sistemazione, ordinata com’è per contenuti e “contenitori”. Quella metrica dei 497 anni che ci ha tenuto compagnia negli ultimi due post appartiene a quest’ultimi, perché quei “loro altari” (מזבחתם) segnano le grandissime epoche storiche capaci di contenere le singole tranches cronologiche.

Abbiamo visto, infatti, che dal 1012 a.C. si giunge, sommando 497 anni, al 515 a.C. che segna la fine del giudaismo del primo tempio, nato con Davide (1012 a.C.), l’anno in cui uccise Golia divenendo lui re nel cuore della gente come testimonia il grido di esultanza delle donne

Saul ha ucciso i suoi mille,
Davide i suoi diecimila (1Sam 18,7)

Poi, scalati gli anni dell’esilio, abbiamo sommato altri 497 anni al 465 a.C., anno in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio, e ottenuto il 32 d.C. che segna, secondo noi, l’inizio del ministero pubblico di Gesù non a caso nuovo ναός (Sancta Sanctorum, Gv 2,20).

In seguito il nostro sguardo è andato ben oltre il dopo Cristo individuando il 529, in cui si consuma il dramma del mondo classico che crolla con Giustiniano, il quale chiude l’Accademia filosofica di Atene, segnando non solo la morte della filosofia, ma il crollo dell’Olimpo, cioè degli dei che, per dirla con Dante, erano divenuti “falsi e bugiardi”.

Ci siamo fermati qui, troppa è la storia e troppa e la cronologia che abbiamo affrontate per estendere il panorama della ricerca, ma dispiace perché se al momento, tacendo il web,  non siamo in grado di dare ragione del 1026 che si raggiunge sommando il 497 al 529, siamo però in grado di accennare al 1523, quando Lutero pubblica Come si devono istituire i ministri della chiesa che per molti fu una rivoluzione.

E da ultimo non che  dispiaccia, ma incuriosisce quel 2020 che dal 1523 si raggiunge sommando altri 497 anni raggiungendo i nostri giorni. Per il passato siamo passibili di negligenza, se non lo studiamo, ma il futuro, sebbene prossimo, è oltre le nostre possibilità e non siamo passibili di niente: vedremo.

Ma non è di questo che voglio parlare, perché a me davvero ha colpito quel 529 d.C. che segna il crollo dell’Olimpo e la morte della filosofia che lo aveva giustificato come sovrastruttura, direbbe Marx, cioè proiezione di quella stessa  “economia filosofica” che era la fucina del vivere e sentire civile e religioso.

S’imputa a Giustiniano la più classica delle critiche: oscurantismo, dittatorialità e prevaricazione del più sacro dei diritti riconosciuti al momento: la cultura, per cui la messa al bando della filosofia rappresenta a tutt’oggi l’atto sacrilego per eccellenza, intrisi come siamo di “culturismo”, tanto che l’istruzione giustifica un doping educativo che gonfia a dismisura il valore delle capacità intellettuali di cui fare sfoggio, perché la cultura è l’unica vera disciplina umana.

Giustiniano, quindi, è un mostro, quasi un perfido nano culturale che in un impeto d’invidia uccide per mancanza di argomenti e di ragione, in una parola di cultura, e per questo ricorre alla brutalità della legge, alla sopraffazione, al sopruso e, immancabilmente, all’ignoranza. Esercizio facile facile per atleti multi-culturistici: il ring, ormai, è lontano nel tempo e l’avversario defunto, persino dalla storia che “male” lo ricorda.

Tuttavia, io credo, che manchi sempre un pugno di terra per seppellire la verità, la quale lascia sempre dietro di sè le tracce per rinvenirla, affinché il corpo del reato sia visibile e repertabile dalla giustizia, sebbene storica. Ecco allora che appare non solo una metrica indefettibile a far luce (497 anni) e a dirci che, ad esempio, il materialismo storico è quanto di più distante dalla realtà, in primis storica; ma compaiono anche folli personaggi che giungono dal deserto a descriverci la realtà dei fatti.

Uno di questi è certamente Macario l’egiziano o Macario il Grande di cui abbiamo già parlato e che testimonia, con quelle mummie greche di cui ha fatto cuscino per la notte, una vita apparente della filosofia negli anni tra il 300 e il 390. Infatti se la storiella voleva mostrarci il coraggio di Macario, capace più di noi di dormire con una mummia sotto la testa, perché premurarsi di dirci che era greca? Che importanza ha conoscerne la provenienza? Io credo nessuna nell’economia dell’apoftegma, per cui se viene specificato che era greca l’apoftegma assume tutta un’altra luce e da storielle dabbene diviene testimonianza.

Testimonianza di una vita apparente di quelle mummie, cioè dei filosofi, che ancora insegnavano in quelle che, alla luce dell’apoftegma, appaiono enclaves culturali ancora disponibili ad ospitarli, sebbene ormai incapaci di fare, paradossalmente, scuola. Il pensiero, infatti, era migrato altrove come colomba, perché lo Spirito Santo, di cui la colomba è simbolo, aveva rivelata la Verità e dunque tutto ciò che era filosofia era falso e bugiardo, come gli dei che quella filosofia aveva legittimati.

L’attestazione di un solo Padre del deserto potrebbe essere poca, poca l’autorità ma che ne è se Arsenio, Arsenio anche lui il Grande, come Macario, testimonia la stessa versione dei fatti? Non era forse, Arsenio, precettore d’imperatori? Non era il campionissimo della classicità? Come mai allora rinuncia a tutto, cioè rinuncia a alla sua enorme cultura classica, per ritirarsi nel deserto? Crisi spirituale?, Mistica? Depressione, come diremmo oggi? O Forse indice di un clima culturale che aveva convertito i vertici più alti non della gerarchia sociale, ma culturale nei suoi massimi esponenti.

Se in Arsenio la classicità cede il passo al Vangelo, quali ne sono le ragioni? Possibile che un uomo di tale cultura scelga il Vangelo al posto di Platone e Aristotele? Essi non sono forse i maestri insuperati del pensiero filosofico a tutt’oggi? Come mai l’ieri li ha messi da parte con il campionissimo culturale Arsenio che non “fuggì gli uomini” come si dice in un suo apoftegma, ma ciò che gli uomini avevano prodotto, cioè la filosofia che gli apparve in tutta la sua umanità a lui che cercava il divino.

Sin dalla sua prima lettura mi ha colpito che “un uomo di quella cultura”, come diremmo fieramente oggi, si sia addentrato nel deserto profondo certo che se parli con e degli uomini non parli con e di Dio. Arsenio, proprio perché uomo di cultura, ha perfettamente intesa la Rivelazione che pone fine alla ricerca mettendo nella soffitta della storia la filosofia e dunque il pensare umano come ricerca.

Macario e Arsenio, i Grandi, ci hanno dunque tramandato a loro modo un’epoca che non uccise proditoriamente la filosofia in un impeto d’ignoranza, ma uccise e seppellì l’ignoranza in un impeto di di ragione e di fede, quella stessa che era stata rivelata e che era destinata a istruire il mondo immerso nelle tenebre, curiosamente, dell’ignoranza.

Giustiniano, quindi, chiudendo l’Accademia filosofica pose solo la parola fine a ciò che già di per sé era finito, finito perché umano e finito perché aveva esaurito la sua funzione. Il: “Basta, seppellitela!” di Giustiniano ha solo posto fine a uno strazio, magari al fine di non incorrere nella giustizia storica per vilipendio di cadavere, perché anch’essa lo riconosce reato. Per questo  va dato merito a Giustiniano: paradossalmente il suo ordine fu un esercizio di quella pietas che aveva caratterizzato la classicità e nient’altro.

Figura da rivalutare, Giustiniano, come da rivalutare sono i Padri del deserto, spesso definiti “grandi” e grandi lo furono veramente, ma non perché fu in loro potere far tremare gli dei, ma perché dopo averlo fatto rientravano nella loro cella e non a corte. Sì, erano grandi, grandi davvero.

 

 

Gli altari della storia: il giudaismo da Davide a Gesù

La cronologia biblica non ha una sola dimensione, ma il profano si unisce al sacro creando la storia d’Israele. Difficilmente disgiungibili, queste due dimensioni si intersecano, ma lasciano anche la possibilità di studiarle singolarmente nelle metriche che le caratterizzano.

Se la storia secolare, infatti, si caratterizza, alla luce degli studi che abbiamo sinora condotti, per almeno 4 metriche fisse che ordinano cronologicamente la storia di Israele, quella religiosa segue metriche proprie che fanno luce in altri ambiti altrettanto se non addirittura più importanti se Israele fu teocrazia.

Per la prima dimensione abbiamo conosciuto i 490 anni; i 486 anni; i 480 anni e la “generazione” (γενεά) biblica che conta 35 anni. Impossibile adesso riproporre il tutto, anche se riconosco che sarebbe necessario. Mi limiterò a un esempio contenuto in home sotto il titolo “metriche” che illustra come i primi tre valori ordinino la storia ebrea (discorso a parte il 35 di una “generazione” che fa luce piena sulla genealogia matteana collocando, ad esempio, esattamente Davide a Ebron nel 995 a.C. partendo dal 15 a.C. nascita di Gesù e al contempo tracciare tranches di 490 anni quando 490 è la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide). Sinceramente, argomento mille volte dibattuto).

La seconda dimensione, cioè quella religiosa, vede certamente negli anni sabbatici, in quelli giubilari e in quelli sabbatici e giubilari assieme una metrica fondamentale (vedi categoria “anni sabbatici”), come fondamentale abbiamo visto essere il calendario delle settimane (vedi sempre in home) che disciplinava la turnazione dei sacerdoti, ma al contempo fissava delle date che risultano essere anche storiche, se la religione ha, come credo, una “storia” cioè una cronologia.

A questa dimensione si aggiunge una metrica insolita, un 153 (anni) la cui natura sfugge per ora, ma che è indubbio segni, con la sua cadenza, una storia sua propria perché se partiamo dal 668 a.C., anno della costruzione della porta superiore del tempio, esso ordina cronologicamente fatti di assoluto rilievo come

ANNO EVENTO METRICA
668 a.C. Costruzione della porta superiore del tempio -153 anni
515 a.C. Fine del giudaismo del primo tempio. Prima deportazione -153 anni
318 a.C. Deportazione egiziana. Anno sabbatico e giubilare -153 anni
165 a.C. Festa delle luci. Purificazione del tempio dopo la profanazione antiochea -153 anni
12 a.C. Passaggio di Halley. Giungono i Magi 

Abbiamo dovuto riassumere quanto quei 153 anni permettono di portare alla luce perché metrica sinora sconosciuta, sebbene di illustri attestazioni. Infatti 153 è l’anno in cui Alcimo distrugge il cortile interno del santuario demolendo “l’opera profetica” (1Mac 9,54); e 153 ricorre in Giovanni 21 quando ci narra della pesca miracolosa. Cose risapute queste, mentre quei 153 anni metro storico e religioso (partono dal tempio che ha raggiunto il suo massimo splendore con la costruzione della porta superiore del tempio e si concludono con l’adorazione di Gesù nel 12 a.C. da parte dei Magi) credo siano sfuggiti a tutti e con essi una parte importante della cronologia biblica che non disciplina solo le grandi tranches cronologiche, ma anche i singoli aspetti, come questo.

Ecco, adesso siamo in grado di illustrare il nuovo post che deve fare maggiore chiarezza nelle grandi tappe del giudaismo che noi avevamo scritto essere iniziato nel nel 668 a.C. quando, con la costruzione della porta superiore del tempio, esso assunse, assieme all’edificio, il suo massimo splendore. Ma non è precisamente così e il lettore sarà paziente se riprenderemo in mano le nostre stesse affermazioni per il semplice fatto che se quei 153 anni erano sfuggiti a tutti, per quanto ci riguarda è vero solo che li abbiamo riscoperti, ma li dobbiamo anche collocare nella loro esatta cornice e funzione storica che tuttora ci sfugge, sebbene non ci sfugga, come abbiamo dimostrato, che essi disciplinano la storia di Israele dal 668 a.C. al 12 a.C.

Il loro ingresso nella nostra cronologia ci ha tratti verso conclusioni forse affrettate quando ci hanno spinto a scrivere che nel 668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio, il cui splendore e la cui completezza poteva sulle prime giustificare la sua nascita, ma non è così perché esiste un’altra metrica che si sovrappone e contiene cronologicamente quel 153 ed è ben più lunga e importante, perché disegna tre grandissime categorie storiche e cronologiche:

  1. Il giudaismo del primo tempio, suo inizio e fine (1012 a.C.-515 a.C.)
  2. Il giudaismo del secondo tempio, suo inizio e fine (465 a.C.-32 d.C.)
  3. Il giudaismo del terzo tempio: l’avvento del nuovo ed eterno sacerdozio in Cristo, nuovo Melchisedek (32 d.C.-?)

Capite bene che adesso tutto ha trovato il suo ordine storico e cronologico, perché le tre grandi tranches si sviluppano per date e una metrica precise, come vedremo.

Il 515 a.C. siamo certi che segnò la fine del giudaismo del primo tempio, vuoi perché è la metrica dei 153 anni che ce lo indica (vedi tabella sopra); vuoi perché da sempre abbiamo scritto che l’esilio non fu quello descritto dall’ecumene degli studiosi che lo collocano nel 586 a.C. Noi, infatti, lo collochiamo quasi un secolo più basso (81 anni) cioè nel 505 a.C., facendo però una fondamentale distinzione tra quello descritto da Ezechiele (40 anni) e quello descritto da Daniele sulla scorta di Geremia, cioè 70 anni. Il primo iniziò nel 505 concludendosi nel 465 a.C.; il secondo iniziò nel 518/517 a.C. per concludersi nel 448/447 a.C. dopo 70 anni.

Sono entrambi fondamentali, ma non debbono essere considerati assieme perché seguono logiche diverse e finalità diverse, tanto che se Daniele fissa la data della fine del giudaismo del primo tempio, Ezechiele invece segna la nascita del secondo giudaismo.

Infatti nel 518/517 a.C. ci fu l’assedio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, mentre la caduta dell città avvenne nel 516 a.C. come da sempre abbiamo indicato nella tavola dei Re. Conseguentemente la fine del giudaismo del primo tempio avvenne con la deportazione di  Jehozadak  nel 515 a.C. sebbene la stessa ecumene degli studiosi collochi esattamente in questa data la dedicazione del secondo tempio, quando biblicamente avvenne un secolo dopo cioè nel 419/418 a.C. (rimane aperta la questione sulla morte e sepoltura di Giosuè, successore di  Jehozadak e sommo sacerdote tra il 515 a.C. e il 490 a.C., avvenuta a Babilonia. Come sommo sacerdote negli anni indicati, cioè del secondo tempio, cosa lo spinse a recarsi a Babilonia e a morirvi? Non è più logico, alla luce della sua tomba tuttora esistente, pensare che a Babilonia ci fosse e ci morisse perché in esilio come sostiene la nostra cronologia?).

Insomma siamo ben lungi dalla festa della della dedicazione, perché siamo nel bel mezzo della tragedia dell’esilio, prova ne è che quei 153 anni che ci hanno fatto da scaletta (vedi tabella sopra) confermano tutto perché da quel 668 a.C. al 515 a.C. passano, appunto, 153 anni e da lì si sviluppa una metrica cronologica che difficilmente può essere imputata al caso (controllate pure di nuovo la tabella sopra). Dunque, dopo averla fatta molto breve, nel  515 a.C. finisce il giudaismo del primo tempio, ma quando inizia di preciso?

Beh, il primo termine a quo che viene in mente è Davide, perché nessuno più di lui lo ha rappresentato. L’epoca davidica l’ha superata solo Gesù compiendola, però, non abrogandola. Dunque è in Davide che dobbiamo cercare, in particolare nell’anno in cui noi abbiamo scritto spodesta Saul e diviene re perché ha ucciso Golia. Quell’anno fu il 1012 a.C. secondo noi, ma in fondo anche secondo Galil che lo unge re.

Quanti anni passano dal 1012 a.C. al 515 a.C.? Insomma, quanto durò il giudaismo del primo tempio secondo questo calcolo? Beh, è facile saperlo, basta sottrarre 1012 al 515 e ottenere 497 (attenti che ha una ghematria fantastica!). Bene adesso sappiamo qualcosa in più, ma mi rendo conto che occorre una prova, occorre cioè dimostrare che siamo di fronte a una nuova metrica che disciplina la vita sacerdotale del tempio o, se preferite, il giudaismo nella sua essenza.

Per scoprirlo dobbiamo però seguire gli sviluppi storici di Israele e considerare l’esilio non esattamente nella tempistica profetica, che andrebbe pure bene ma non è precisa rivolgendosi alla storia secolare (un profeta è la voce di Dio nella storia), per cui indagheremo i Libri storici della Bibbia, in particolare quello di Esdra che si occupa della ricostruzione del tempio, del secondo tempio, certi che sia lì la chiave e la data di inizio del secondo giudaismo.

Infatti in Esd 7,7 leggiamo che egli rientra, assieme ai leviti (sacerdoti) nel settimo anno di Artaserse che noi collochiamo nel 465/464 a.C. datandone il primo anno di regno nel 472/471 a.C. Infatti nel 465 (uso la datazione singola per semplicità), cioè il settimo anno di Artaserse, si gettano le fondamenta del secondo tempio e con esse si gettano le basi per il secondo giudaismo che durò anch’esso 497 anni se nel 32 d.C. Gesù, nuovo Melchisedek (Eb 7,17), inizia, secondo la nostra cronologia, il suo ministero pubblico sacerdotale. Infatti 465+32=497 anni e questo ci dice che quando avevamo ipotizzato una metrica in quei 497 anni eravamo nel giusto perché non collegano solo Davide (1012 a.C.) al 515 a.C. fine del giudaismo del primo tempio, ma collegano anche il secondo giudaismo al terzo e definitivo, cioè a Gesù.

Tanta precisione ci stimola a cercarne ancora nel calendario delle settimane che non può mancare di far luce, cioè d’inserirsi in una cronologia che, disciplinando il giudaismo tutto, deve coinvolgere i calendari sacerdotali che regolamentavano il culto nel tempio simbolo di quel giudaismo.

Infatti anche i calcoli relativi al calendario delle settimane confermano sia quel 465 a.C. che il 32 d.C. attraverso questa semplice formula che li unisce

[(465-294)-(7×29)]=35 (un ciclo calendariale lungo e 29 brevi sottratti al 465 a.C.=32 d.C.)

dimostrando (per la durata di un turno sacerdotale 7 anni vedi post di ieri) che se difficilmente la precedente identità cronologica ( 497 anni dal 1012 a.C.  al 515 a.C. e dal 465 a.C. al 32 d.C.) disegnata era imputabile al caso, adesso è impossibile perché a quella metrica si sovrappone un calendario a dirci, col suo “resto zero” che la matematica veramente non è un’opinione e lascia poco spazio alla fantasia polemica. Una polemica che magari potrebbe coinvolgere le mie precedenti affermzioni che facevano partire il giudaismo del secondo tempio nel 472/471 a.C. ma in fondo mi pare di aver semplicemente aggiustato il tiro con quel 465 a.C. settimo anno di regno di Artaserse invece che primo.

Avevamo promesso una nota ghematrica sorprendente a proposito di quel 497 che già ci è stato utilissimo. Esso disegna le grandi tappe del giudaismo tutto, dai suoi albori (Davide) a Gesù. Esso, quindi ci parla del tempio e della sua storia profonda tripartita. In una parola degli “altari” che si sono succeduti come epoche ben precise, per cui non è un caso che 497 sia la ghematria di מזבחתם che tradotto significa i loro altari” (Es 34,13) perché effettivamente, alla luce della cronologia e di un calendario, quel 497 svela la storia profonda del tempio, dalle origini alla sua fine e con esso quella di una classe sacerdotale che non voleva saperne di tramontare, come vedremo.

Infatti vedremo cosa in realtà non si celi in tre versetti del Vangelo di Giovanni, cioè in Gv 2,19-21 quando la feroce polemica tra Gesù e i farisei introduce l’omicidio del primo soggetto. Il “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” di Gesù altro non significa, come avevamo già scritto qui, che i leviti e l’intera loro classe sacerdotale avevano capito che la loro epoca era ormai al tramonto.

Non a caso il confronto si svolse all’ombra del tempio, quello stesso che li aveva legittimati come classe divenuta ormai casta. Quel muro che Gli eressero contro è quello stesso che avevano a loro tempo abbattuto col suono delle trombe a Gerico, come abbiamo visto ieri, ma che sarà a sua volta abbattuto sul Golgota come dimostra la linearità di calcolo del calendario delle settimane che dopo 4 cicli lunghi (294 anni ciascuno) e 35 brevi (7 anni) conduce dal 1386 a.C. (caduta di Gerico) al 35 d.C. anno della crocefissione e anno che instaura il sacerdozio eterno “alla maniera di Melchisedek” (Eb 7,17), abrogando la classe levitica per un sacerdozio nuovo in Cristo.

Non ci poteva essere compromesso: un epoca e un sacerdozio nuovo chiedevano spazio, uno spazio occupato da secoli che non avrebbe mai ceduto il passo spontaneamente, per questo, nell’impossibilità di un compromesso, si penso sin da subito di eliminare fisicamente il Problema. Tutto questo non è la prima volta che accade. Già tra Saul e Davide non era corso buon sangue e anche quella volta –lo abbiamo visto– segnò il passaggio di consegne tra due epoche: da quella di Saul terra di mezzo perché ultimo giudice e primo re, a quella di Davide che supera (vince) definitivamente l’ultimo retaggio dell’epoca dei giudici per instaurare la monarchia. Come Gesù che esautora una classe sacerdotale per instaurare un regno: eterno, come dicono, ma credo sia vero.

Saul, l’ultimo giudice o il primo re?

saul

Ieri ci siamo lasciati con la quasi certezza che la cronologia interna dei Giudici è corretta. Quei 410 anni totali che segnano il periodo cadono, partendo da Davide, l’anno che uccise Golia, cioè il 1012 a.C., nel 1422 a.C., terzo anno dall’esodo che apre una cronologia la quale in tutto assomiglia a un anno giudiziario, perché s’istituiscono le corti di giustizia, oltreché ricevere, quelle stesse corti, il Decalogo, tanto che se quest’ultimo appare il codice penale, i codici legislativi sono quelli civili.

Tuttavia le problematiche legate al Libro dei giudici non si esauriscono tracciando solo un solco cronologico, ma seguendone tutto lo sviluppo per come tracciato dai Giudici stessi che offrono per ognuno di loro il tempo d’incarico, il quale è ciò che ha permesso il calcolo dei 410 anni totali.

Noi abbiamo ricavata una tabella del loro impegno ed è la seguente

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Come si nota, noi abbiamo ipotizzato nell’originale, cioè il testo scritto prima della contraffazione, non Sansone, fuori contesto cronologico come a suo tempo, lo abbiamo visto, lo sarà Elia e dunque non è il primo caso di scambio di persona rilevante penalmente, ma Saul perché è lui che fa quadrare i conti. A dire il vero, però, dobbiamo essere più precisi perché se  considerassimo i 40 anni di At 13,21 otterremmo un totale di 430 e salterebbe il 1422 a.C.

Tuttavia Saul regna 40 anni totali, sebbene il giudice che lui dovrebbe rappresentare ne dovrebbe coprire 20 affinché il conto torni. E’ per questo che noi diamo ragione sia a At 13,21, che a Giudici 15,20 immaginando un Saul sia giudice, sia re e questo lo avevamo ventilato ieri quando scrivemmo che la sua figura è tutta da rivalutare, perchè non sapevamo se fosse l’ultimo giudice o il primo re, mentre adesso appare entrambi.

In fondo è la sua vita, il suo conflitto mortale con Davide che consiglia l’ambivalenza di ruolo, poiché in quei due personaggi biblici non si consuma solo una lotta personale ma tra due epoche: l’una (quella dei Giudici) al tramonto; l’altra quella monarchica al suo sorgere e quindi il conflitto tra tenebre (la notte del passato) e luce (l’avvenire) era inevitabile. Ciò ne fa un periodo affascinante che rivaluta un personaggio, Saul 8vedi anche categoria perchè ci siamo già occupati di lui), che appare drammatico condensando in sè tutta la lotta, come drammatica fu la sua fine violenta.

Dicevamo che egli fu entrambe le cose, cioè sia giudice, sia re e questo per 20 anni per ciascun ruolo, cosicché abbiamo che partendo dagli albori del suo potere, il 1052 a.C, arriviamo al 1032 a.C. anno in cui esaurisce le sue funzioni di giudice per assumere, fino al 1012 a.C. quelle di re.

Ecco allora che la tabella relativa ai giudici d’Israele diviene corretta, perché annovera solo il Saul giudice per 20 anni dal 1052 a.C. per poi consegnarlo alla monarchia. E’ un ipotesi che credo fondata, che  avvalora sia i 40 di At 13,21, sia i 20 di Giudici 15,20 ma noi vogliamo essere sicuri e per esserlo ci rivolgiamo alla ghematria, spesso lume oltre la ragione, l’unico capace di dirci se siamo nel giusto o meno.

Analizzeremo quel 1032 a.C. che segna lo spartiacque alla sua luce per scoprire che, grazie al nostro solito programma (questo), il 1032 è il valore ghematrico di ותורתך (Deut 33,10) che significa, tradotto, “e la tua Torah” cioè la tua Legge. Credo sia facile comprendere il senso che ci offre la ghematria se ci occupiamo di Giudici e stiamo indagando la loro fine.

Quel “e la tua Torah” ci parla di quella stessa Legge che loro come giudici amministravano e il fatto che il valore ghematrico coincida con l’anno che noi abbiamo detto essere quello di chiusura “dell’anno giudiziario”, cioè dell’epoca dei giudici, ci fa certi che veramente la Legge (dei Giudici, cioè la giustizia da essi amministrata) finì in quell’anno cedendo il passo alla monarchia.

Cosa per altro avvenuta per volontà popolare la quale, sulla scorta dei regni confinanti, desiderava anch’essa un re (1Sam 8,4) e questo gettò le premesse affinché l’epoca da loro segnata fosse superata da quella monarchica.

Nel 1032 a.C. si consuma l’ultimo atto di una giustizia che era nata nel deserto e forse non più adatta ai tempi che chiedevano una monarchia. la Legge non cambiò, ma le corti di giustizia furono radicalmente trasformate, tanto che nessuno le trovò più e i Giudici, come ai giorni nostri, andarono in pensione.