Buon Natale

…perché domani (in realtà già adesso seguendo il calendario ebraico che segnava il nuovo giorno al tramonto) sarà Natale, quello cristiano del 10 agosto o 25 di Ab ebraico, di cui nessuno sa più nulla.

Tuttavia questo blog sa più di quanto si possa immaginare, tanto che, per propria convinzione, ne scrive dicendo che la sua celebrazione sarebbe l’unico viatico per stornare l’ira imminente.

Non sono né per carattere, né per vocazione profeta di sciagura, mi attengo ai fatti, quelli che mi hanno permesso di calcolare l’epidemia in corso sin da aprile 2018.

Buon Natale di nuovo a tutti.

La fornace della storia

Abbiamo, anche nella prima scaletta che segue in calce, solo introdotta quella pausa drammatica nella sequenza storica che si svolge per tranches di 497 anni, numero quant’altri mai biblico se si caratterizza per una sequenza non solo sabbatica (il numero 7), ma anche tipicamente ebraica se 497 e di per se stesso sabbatico perché prodotto della moltiplicazione di 7 per 71 e il 71 è, tradizionalmente, il numero dei membri del sinedrio, un sinedrio che sa vero Lc 21,24 in cui si legge chiaro che Gerusalemme sarà calpestata dalle genti, finché il tempo dei gentili non giungerà al termine.

Dunque quei 497 anni, che segnano una singola tranche delle 8 necessarie a giungere al 2020 (vedi prima tabella in calce) che ci ha riservato davvero un altare se si caratterizza per una pandemia globale, non rimangono lettera storica muta e nessuno può dire: ” E allora?” se ha la mascherina sul volto.

Del resto noi lo avevamo già introdotto nel 2018 il tema che avrebbe svolto il nostro secolo e ci è bastato aspettare, aspettare gli eventi per conoscere se avevamo ragione e la storia avesse innalzato il suo ottavo altare, come è stato: puntualmente.

Tuttavia, della scaletta che segue in calce, rimane da spiegare un punto che noi avevamo promesso di altissimo profilo storico e profetico e sono quei 50 anni di pausa nella metrica dei 497; una pausa che, in qualche modo, potrebbe inficiare un calcolo altrimenti preciso e che non lascia spazio al dubbio se, come ripeto, scriviamo con il gel sulle mani.

Quella pausa non si colloca a casaccio nella skyline degli altari della storia, ma congiunge il 515 a.C. al 465 a.C. date tutt’altro che anonime se l’una segna la fine del giudaismo del primo tempio perché non allora, come vogliono gli storici ma non la storia, si dedica il secondo tempio e con esso il giudaismo conseguente, ma in realtà si deporta Giosuè, sommo sacerdote che segna, lui sì, la fine di un tempo e di un tempio: il primo

Di lì, da Giosuè, si giunge, seguendo la parentesi dei 50 anni, al 465 a.C. quando, nel settimo anno di regno di Artaserse, altro protagonista biblico vittima del bullismo storico se il suo primo anno di regno si colloca nel 472-471 a.C (datazione doppia ebraica), si gettano le fondamenta del secondo tempio e si apre la storia al giudaismo anch’esso conseguente.

Tra i due tempi (515aC-465a.C.), quindi, si colloca una storia silenziosa ma drammatica perché quella parentesi fu la fornace di Babilonia dove furono gettati Sadràch, Mesàch, Abdènego e intrattenuti a colloquio con Colui che avrebbe dovuto comparire: il Messia (Dn 3).

Dunque, quella fornace fu quella di un popolo che che doveva necessariamente essere plasmato (di qui la metafora della fornace) piucchè preparato, all’avvento di Gesù e questo comportava una nuovo giudaismo che neanche è quello del secondo tempio, nella misura in cui esso fu solo propedeutico al fatto, un fatto che si compie storicamente se un’anagrafe, specie quella di un personaggio storico, è, collocandolo, essa stessa storia.

Quell’anagrafe fu il 15 a.C.-35 d.C. cioè la vita di un Messia atteso che scelse, per sè, il nome di Gesù. Adesso sono importanti due cose da notare:

la prima, che quel 15 a.C. e quel 35 d.C. ripropongono la parentesi se necessitano 35 anni per giungere dal 465 a.C. al 500 a.C. e da lì, aggiunti altri 15 anni il 515 a.C. della deportazione di Giosuè, cosicchè l’avvento messianico diviene annuncio a un popolo che visse la fornace di Babilonia dal 515 a.C. al 465 a.C. speculare, per somma, al 15 a.C. al 35 d.C.

la seconda, è la presenza, in quella fornace, di tutta la storia di un popolo a venire: quello messianico, se Sadràch, Mesàch e Abdènego, furono sì tre giovani, ma più ancora ed esattamente, le tre epoche che gli Ebrei successivamente vissero:

quella achemenide-persiana

quella ellenista

e quella romana

che trasformarono il giudaismo davidico e post davidico in messianico.

Quella fornace, dunque, fu certamente una parentesi drammatica in una storia in fondo già scritta, ma più ancora purificarono un popolo aggiungendo, paradossalmente, elementi spurii in una cultura e una religione altrimenti chiusa in una Legge che non si sarebbe diversamente compiuta.

Quei 50 anni di pausa nella storia e che scrivono gli altari fu dunque necessaria per preparare quella messianica, e Sadràch, Mesàch, Abdènego rappresentano l’intero giudaismo, del primo e del secondo tempio che giunse a compimento, sebbene rimanesse ancora aperta la ferita di una Gerusalemme “città aperta”, cioè calpesta dalle genti, finché il tempo dei gentili non fosse terminato (Lc 21,24).

Ma anche qui è facile, se l’albero davidico cade sotto l’ultimo colpo d’ascia inferto nel 500 a.C (vedi qui ma anche la seconda tabella in calce), quando ogni speranza di salvare la storia di Davide fini con l’ultima definitiva e disperata deportazione ad opera di Nabucodonsor. E’ facile dicevo, contare: 2520-500=2020, cioè sommare 2520 anni (a tanto ammontano i sette tempi della profezia omonima in Dn 4,16 come conferma anche la Watch Tower) al 500 a.C. e capire, forse, un altro aspetto di una pandemia biblica.

ALTARI

1510 a.CAram, primo altare-497
1012 a.C.Davide uccide Golia.-497
515 a.C.Deportazione di Giosuè: fine del giudaismo del primo tempio
a.C.-515-465 a.C. Parentesi esilica50 anni
465 a.C.Si gettano le fondamenta del secondo tempio-497
32 d.C.Inizio del ministero pubblico di Gesù.+497
529 d.C.Chiusura della dell’Accademia filosofica di Atene+497
1026?+497
1523 d.C.Lutero pubblica come si debbano istruire i ministri (è questa l’origine di Trento, della madre di tutti i concili?)+497
2020Covid

DEPORTAZIONI BABILONESI

I° ANNO DI REGNO DI NABUCODONOSOR (IV° DI JOAKIM)523 a. .C. (Ger. 25,1)
VII°  ANNO: PRIMA DEPORTAZIONE516 a. C. (Ger. 52,8)
XVIIII°  ANNO: SECONDA DEPORTAZIONE505-504 a. C. (Ger. 52,12)
XXIII°  ANNO: TERZA DEPORTAZIONE500 a. C. (Ger. 52,30)

Una donna lungo la strada

Abbiamo volutamente interrotto il flusso dei post per far spazio alla riflessione, una riflessione che da tempo occupa la nostra mente, specie in questi giorni pasquali.

La questione del giorno di morte di Gesù è infatti questione tutt’ora aperta e molto discussa, a causa, anche, della discrepanza dei sinottici dal Vangelo di Giovanni, i quali, però, sembrano essere entrambi concordi nel ritenere un venerdì il giorno della morte avvenuta il 15 di Nisan, ma cosa che scandalizza gli Ebrei se il venerdì non può mai essere il 15 di Nisan o il primo Nisan.

Trovata, quindi, un’armonia nei vangeli, salta il quadro cronologico ebraico gettando di nuovo tutti nell’imbarazzo. Tuttavia potrebbe esserci, paradossalmente, un’altra via, cioè quella che percorse Maddalena “il giorno dopo il sabato” (Gv 20,1) all’alba, giorno e scelta del giorno che pone seri interrogativi, come vedremo.

Partiamo però col riassumere la nostra posizione in merito alla Passione che già a suo tempo occupò le pagine del blog scrivendo che quella notte solo un Messia ridotto a pagliaccio e una prostituta, se così Maddalena ce la consegna la tradizione, conoscevano la verità di un Cristo venuto a risolvere il peccato, quello originale, che non si consumò mangiando dell’albero, ma ancor prima, quando Adamo gridò la sua gioia di fronte al corpo di Eva che da lui era stato tratto (Gn 2,23).

Stiamo dicendo che il peccato originale nasce come desiderio carnale per poi concretizzarsi mangiando il frutto proibito. Il Messia non poteva, quindi, macchiarsi dello stesso peccato che era venuto a togliere, mentre l’autoaccusa di fronte a Giuda coinvolgeva -per noi sicuramente- una relazione, sebbene e magari solo amorosa, con Maddalena, la quale, per questo motivo, era con Gesù l’unica al corrente che l’accusa (autoaccusa) mossa era totalmente infondata, sapendo ella più di ogni altro e altra, che niente era accaduto tra lei e Gesù.

Ecco disegnata una cornice fondamentale per comprendere non solo ciò che accadde la notte della Passione, ma più ancora al mattino della resurrezione, infrangendo lo Shiv’ah (periodo di lutto di sette giorni in cui si consiglia di stare in casa), quando cioè “il giorno dopo il sabato” (Gv 20,1) e al far del giorno Maddalena andò alla tomba di Gesù.

Le domande banali che accompagnano Maddalena nel suo breve viaggio sono:

è vero che non era opportuno recarvicisi di sabato, mentre al venerdì era ancora presto, ma è altrettanto vero che poteva rispettare il lutto ebraico e recarsi alla tomba dopo sette giorni, come era opportuno fare, ma in ogni caso poteva andare al lunedì o al martedì o in qualunque altro giorno della settima, mentre lei ci si reca, subito, alla domenica. Come mai? o, forse meglio, la scelta del giorno fu casuale? la domenica fu solo un giorno dei tanti?

Se si è compreso la logica della Passione e si ricorda l’accusa o autoaccusa di Gesù no, non poteva che recarsi al sepolcro la domenica perché, sapendo la totale innocenza di Gesù, ella gioco forza credette sin da subito non solo alla sua innocenza, ma alla sua profezia, cioè al segno di Giona (Lc 11,29-30), quello che Lo volle nel ventre della balena, (sottoterra, cioè sepolto) per tre giorni per poi risorgere.

E’ dunque quella domenica che, considerando quanto scritto sinora, permette un calcolo a ritroso per conoscere il giorno della sepoltura che fu di giovedì, cosa che risolve l’imbarazzo ebraico di fronte alla datazione cristiana del giorno della morte se, come abbiamo scritto, Gesù per i cristiani muore di venerdì, ma di venerdì non c’è nessun 15 nisan, cioè nessuna Pasqua.

Quel 15 Nisan è allora giovedì, cosicchè

giovedì/venerdì primo giorno di sepoltura

venerdì/sabato secondo giorno

sabato/domenica terzo giorno e giorno della resurrezione, quando Maddalena sa che Lo troverà vivo perché prima lo ha saputo, unica, innocente per cui risorgerà secondo le Scritture, in particolare Giona che ha consegnato alla storia il suo segno.

Quanto sopra è ancor più vero se si considera che all’interno dello Shiv’ah, cioè dei primi sette giorni di lutto, ve ne sono 3, i primi tre, di lutto strettissimo perché dedicati alle lacrime e nei quali, se già di per sé i primi sette giorni si consiglia di dedicarli all’intimità, siamo certi valesse il precetto di non uscire neppure di casa.

Maddalena, allora, consegna alla storia del cristianesimo una cronologia dei fatti pre-pasquali perfetta, perché ella esce di casa al terzo giorno, quello che anche il Credo cattolico celebra come quello della resurrezione, ma Maddalena aggiunge però una tempistica profonda con il suo recarsi alla tomba che non avvenne in un giorno qualsiasi e per motivi strettamente personali, ma uscì perché passati i tre giorni di lutto di precetto quelli che, anche in questo caso, permettono un calcolo a ritroso forse ancor più preciso che conduce alla data di morte esatta, cioè al giovedì precedente che noi crediamo collocarsi al 21 aprile del 35 d.C. e ciò potrebbe essere avvalorato da un ottimo convertitore di date ebraiche capace di far apparire che quel giovedì del 35 d.C. era davvero il 21 aprile, ossia il 15 Nisan del 3795 ebraico.

Si dice e si scrive che la storia sia maestra di vita, ma anche la strada lo è e nessuno merita quella cattedra più di Maddalena, una prostituta che ha tutto da insegnare, persino a Pasqua.

La dramma perduta

Sarà un post breve, numismatico, perché affideremo alle monete il dialogo sulla verità, in primis storica, cioè il conio originale che sembra andato perduto, ma che riaffiora strada facendo e noi di strada ne abbiamo fatta molta e sempre in un unica direzione, quella che porta al Golgota del 35 d.C. e che conduce, lo stesso anno, alla relazione sui fatti gerosolomitani che giunge nelle mani di Tiberio sempre quello stesso anno, perché essa fu il frutto della fatica di Luca che così non solo offrì il suo Vangelo (quello è la relazione) a Roma, ma la convertì, nel senso che ne aprì le porte, affinché la predicazione, noi crediamo di Giovanni, potesse penetrare.

Stanchi di tanto viaggio, raccogliamo allora la moneta perduta, un dramma neroniano a quanto si scrive, ma che è smentito dai fatti, mentre quegli stessi fatti danno ragione a noi se la foto sotto la si sa interpretare nel suo senso originale che emerge solo con una cronologia esatta, mentre diviene assolutamente inintellegibile con quel corso forzoso -in realtà, mentre scrivo, penso assolutamente falso- che si è dato alla storia.

Osserviamola, allora, la moneta linkando anche a wiki che la pubblica e che offre la didascalia che dovrebbe, almeno, tenere presente la numerazione greca che per lambda (30) ed epsilon (5) da, casomai, un trentacinquesimo anno, qualunque esso sia e non un incomprensibile “quinto” di Nerone, come scrive wiki, che magari ha davvero coniato la moneta, ma solo per celebrare un evento: il Re dei Giudei che Giovanni ricorda nel suo Vangelo in 12,13.

Moneta (Prutah) coniata da Porcio Festo durante il suo governatorato [in Giudea].
Dritto: Lettere greche indicanti NEP WNO C (Nerone)
Rovescio: KAICAPOC (Cesare) e la data LE (cioè 5º anno del regno di Nerone corrispondente al 58/59 d.C.) attorno ad un ramo di palma

Come vedete nella foto, ma meglio ancora leggendo la didascalia di wiki che analizza la moneta per noi ben riassumendo quindi le conclusioni numismatiche a cui si è giunti sinora, non solo quel LE, cioè lambda ed epsilon, valgono 35, cioè il 35 d.C. quando, è vero, Gesù fu crocefisso, ma anche anno in cui Gerusalemme, poco prima, aveva salutato il suo Re perché essa uscendo nelle vie e nelle piazze

prese dei rami di palme … incontro a lui gridando:

Osanna!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore,

il re d’Israele! (Gv 12,13)

Ecco allora nella moneta non solo il 35 d.C. come anno, ma pure la sua cornice, cioè un ramo di palma che ricorda l’unica citazione neo testamentaria della pianta, in ogni caso delle sue estremità che assurgono a simbolo regale.

Crediamo, allora, che quel conio celebri, se appartiene a Porcio Festo, l’anno dell’incoronazione di Gesù a Re di Gerusalemme, cioè il 35 d.C., dopo ( molto dopo, se coniata in epoca neroniana le cui caratteristiche storiche dovrebbero essere rivalutate ex novo) che il Vangelo aveva già conquistato Roma. Quella moneta è l’effige di quella celebrazione, cioè di un impero in… Festo.

Ps: alla luce di tutto questo, anche nella sola misura del plausibile, la leggenda nera di Nerone diviene una leggenda aurea perché nuova di zecca.

Il santo di Natale

Il 10 agosto non è un giorno qualsiasi, non lo è neanche astronomicamente perché il sole entra nella costellazione del leone e se hai calcolato che il 10 di agosto sia in realtà Natale, è giocoforza, anche alla luce delle tue poche letture del Vangelo, in particolare quello di Giovanni, associare tutto all’unico Prologo, quello in cui fa ingresso la luce nelle tenebre, per un conflitto che non l’ha vinta (Gv 1,5).

Insomma, anche l’astronomia, sempre parca di conferme bibliche, ci dà ragione e fa del 10 agosto un giorno speciale, quello, tra l’altro, che hanno conosciuto anche i Padri del deserto che ad agosto, il 10, si riunivano comunità su comunità, non per un’esigenza qualsiasi, quella era riservata ad altri mesi, molto più comodi e freschi se si è costretti ad attraversare il deserto come i monaci pacomiani, solitamente pacati, equilibrati e moderati, che dovevano, in virtù di un appuntamento inderogabile, il Natale, mettersi in viaggio ad agosto, mentre gli altri mesi si spostavano, è vero, ma senza che ciò costituisse una dura ascesi per il gran caldo.

E’ un giorno speciale il 10 agosto, dunque, ma lo è ancor di più, cari fedeli di Padre Pio, che so a milioni e che mai avreste sospettato che quel giorno è legato a filo doppio al Natale, perché Padre Pio, il 10 agosto, mosse i primi passi della sua santità, cattolica o meno, essendo consacrato sacerdote.

Correva l’anno 1910 e il santo di Pietralcina compì forse un altro -intendo il vero- suo miracolo, facendo coincidere il suo sacerdozio con quello di Colui che lo fu alla maniera di Mechisedec, cioè Gesù.

Capite? Capite che è davvero un giorno speciale quel 10 agosto se il santo per eccellenza della modernità, quello in assoluto più venerato ai nostri giorni, celebra il suo sacerdozio il 10 agosto?

Tutta la nostra fatica, quella che ha partorito una categoria amplissima del blog, non è vana se anche Padre Pio ci scrive, alla sua maniera, è vero, cioè partecipandovi, ma basta la sua presenza in quel giorno e pure noi facciamo festa, certi di non sbagliare, perché tutto accade in quel giorno, più o meno cosciente, San Pio da Pietralcina, che lo sia stato Natale: a noi basta la sua presenza. E a voi?