Il santo di Natale

Il 10 agosto non è un giorno qualsiasi, non lo è neanche astronomicamente perché il sole entra nella costellazione del leone e se hai calcolato che il 10 di agosto sia in realtà Natale, è giocoforza, anche alla luce delle tue poche letture del Vangelo, in particolare quello di Giovanni, associare tutto all’unico Prologo, quello in cui fa ingresso la luce nelle tenebre, per un conflitto che non l’ha vinta (Gv 1,5).

Insomma, anche l’astronomia, sempre parca di conferme bibliche, ci dà ragione e fa del 10 agosto un giorno speciale, quello, tra l’altro, che hanno conosciuto anche i Padri del deserto che ad agosto, il 10, si riunivano comunità su comunità, non per un’esigenza qualsiasi, quella era riservata ad altri mesi, molto più comodi e freschi se si è costretti ad attraversare il deserto come i monaci pacomiani, solitamente pacati, equilibrati e moderati, che dovevano, in virtù di un appuntamento inderogabile, il Natale, mettersi in viaggio ad agosto, mentre gli altri mesi si spostavano, è vero, ma senza che ciò costituisse una dura ascesi per il gran caldo.

E’ un giorno speciale il 10 agosto, dunque, ma lo è ancor di più, cari fedeli di Padre Pio, che so a milioni e che mai avreste sospettato che quel giorno è legato a filo doppio al Natale, perché Padre Pio, il 10 agosto, mosse i primi passi della sua santità, cattolica o meno, essendo consacrato sacerdote.

Correva l’anno 1910 e il santo di Pietralcina compì forse un altro -intendo il vero- suo miracolo, facendo coincidere il suo sacerdozio con quello di Colui che lo fu alla maniera di Mechisedec, cioè Gesù.

Capite? Capite che è davvero un giorno speciale quel 10 agosto se il santo per eccellenza della modernità, quello in assoluto più venerato ai nostri giorni, celebra il suo sacerdozio il 10 agosto?

Tutta la nostra fatica, quella che ha partorito una categoria amplissima del blog, non è vana se anche Padre Pio ci scrive, alla sua maniera, è vero, cioè partecipandovi, ma basta la sua presenza in quel giorno e pure noi facciamo festa, certi di non sbagliare, perché tutto accade in quel giorno, più o meno cosciente, San Pio da Pietralcina, che lo sia stato Natale: a noi basta la sua presenza. E a voi?

Tu be Av, anche gli Ebrei celebrano il Natale

Del Natale abbiamo scritto molto perché lo richiede se si ha intenzione di riportarlo alle origini, quelle agostane, però, che la “tradizione” ha volutamente cancellato assecondando un piano molto semplice, ma oltremodo efficacie: tabula rasa.

Tabula rasa del passato, quello cristiano delle origini che però ha esercitato una forte pressione sulla cera e qualcosa è ancora rimasto scritto sulla tabula, tanto che, se ci muniamo di pazienza e di una buona lente d’ingrandimento, è possibile ancora leggere quanto le origini del cristianesimo avevano scritto.

Questo accade per il Natale, è vero, ma ancor più per quanto quel Natale riservava in termini di liturgici e di calendario, quello ebraico, che scandiva l’anno al suono delle feste.

E’ il caso di Tu be Av, la festa agricola per eccellenza, che segnava la fine della vendemmia, da sempre sinonimo di festa in campagna, tanto che una tradizione contadina, conservata dai sacerdoti di campagna, recita che “le ferie” le stesse di oggi ” erano la vendemmia”.

Questo fa di Tu be Av la festa agricola per eccellenza, un momento di grande gioia perché se il grano da pane, la vite dà il vino, quello della gioia, quello di Cana e quello che in tutti vangeli riconduce a Gesù, eletto a simbolo della vite, quando il Padre è il suo coltivatore (Gv 15,1).

La festa di Tu be Av, allora, non a caso è la festa delle nozze, perché le maritande scendevano non in piazza, ma nelle vigne e lì mostravano la propria virtù, quella che, in un modo o nell’altro, le rendeva attraenti.

Tale festa, Tu be Av, si scrive che si celebrasse a calendario fisso, cioè al 15 di Av, ma c’è un particolare che deve essere tenuto presente se il sito sinora linkato, che mi pare ebreo, ha ragione: la festa si teneva nelle vigne al “bagliore della luna” cioè di notte e con luna piena, altrimenti la festa sarebbe stata impossibile.

E’ dunque la luna piena che fa da splendida cornice alla festa, tanto che ci pare improprio scrivere che si tenesse a calendario fisso, un calendario che solo oggi potrebbe offrire una data fissa, ma non ieri perché, lo ripetiamo, la luna piena e la sua grande e romantica luce era l’ornamento delle fanciulle.

Adesso, dopo aver premesso ciò, non rimane che controllare quando sia stata la luna piena, caratterizzante Tu be Av, nel mese di Av nel 15 a.C., quando noi diciamo si sia tenuto il primo Natale della storia. Ma dobbiamo anche premettere che noi siamo digiuni di astronomia e ci muoviamo solo a rigor di logica, per questo soggetti a errori, forse grossolani, anche se non tali da impedirci di fornire un’eventuale tema di riflessione e, se del caso, di calcoli, magari più precisi o persino tali da demolire i nostri.

uttavia ci preme sottolineare come in ogni caso la coincidenza avvalori i nostri calcoli se nel 15 a.C. la luna piena di agosto cade, seguendo questo calcolatore, nel 19 di agosto, un 19 di agosto che supponiamo non tenga conto dell’avanzamento di 11 giorni rispetto al calendario gregoriano, come indica un altro programma di conversione dal gregoriano all’ebraico e viceversa, avvenuto nel XVIII secolo, per cui la luna piena cadrebbe, in realtà, nell’8 agosto, per una fase piena di 4 giorni, per cui compreso il nostro 10 agosto, giorno che noi dedichiamo al Natale, il primo della storia.

Anzi, ci preme pure sottolineare che la fase piena era forse al suo massimo splendore quel 10 agosto, perché mediano tra i 4 giorni di luna piena, tanto che non ci pare azzardato che la luna, forse, la si potesse quasi toccare con mano e capace di fornire tanta luce, almeno quella necessaria a un parto di notte in una stalla in cui era assolutamente vietato accendere un fuoco o una torcia, perché stalla di altri e sicuramente colma di paglia, oltreché struttura in legno.

A noi pare funzionale fissare Tu be Av a data fissa, forse perché nessuno danza più nelle vigne, tranne le volpi, quelle che le devastano (CC 2,15), ma all’epoca di Maria era gioco forza attendere la luna piena perché si tenesse la festa, la quale, quindi, si muoveva nel calendario seguendone le fasi.

Non sappiamo se abbiamo ragione, se cioè i nostri calcoli siano esatti o se i siti utilizzati siano accurati, tuttavia ci preme dire che, a una prima lettura, forse superficiale, abbiamo di nuovo ragione e non solo era il 10 agosto Natale, ma che, come ormai andiamo dicendo da molto, era luna piena e se le altre danzavano, Maria partoriva.

Nel deserto le orme del Natale

Leggere un libro e memorizzarlo con facilità non accade spesso, come non accade spesso – in verità mai- di leggere una monografia sul monachesimo delle origini e imbattersi nel Natale, ma non quello del 25 dicembre, quanto il nostro Natale, quello del mese di agosto, fermo al 10, come da anni andiamo scrivendo.

Leggere quindi un bel libro non accade spesso, e quello di padre Garcia Colombàs lo è, tanto è vero che non solo spiega magnificamente il monachesimo delle origini e dunque le origini della patristica del deserto, ma ci dà pure ragione sul Natale agostano.

Infatti, a pagina 124 de Il monachesimo delle origini, edito da Jaca Book, c’è una nota, la 43, alquanto insolita e controversa che attribuisce a Gerolamo una consuetudine frutto di “un’errata interpretazione” della koinonia pacomiana, poiché se le due assemblee ordinarie si tenevano una a Pasqua e l’altra nel mese di agosto, a proposito di quest’ultima, Colombàs le attribuisce uno scopo finanziario perché finalizzata alla rendicontizzazione.

Tuttavia, non solo Gerolamo parla apertamente di un giubileo in quell’occasione (vedi nota 43), cioè di una remissione generale dei debiti, ma non quelli contratti dalle singole comunità pacomiane, quanto quelli contratti tra i singoli monaci, in aperta osservanza del precetto evangelico di rimettere reciprocamente i debiti gli uni agli altri; ma vale anche far notare che le assemblee ordinarie si tenevano a Pasqua e ad agosto, cioè a Pasqua e a Natale, i capisaldi della biografia di Gesù.

Se così non fosse, sarebbe tutta da spiegare una logica diversa, cioè quella che sì, è giusto e fattibile riunirsi a Pasqua, cioè in primavera; mentre troviamo estremamente poco indicata una riunione che avesse obbligato a spostarsi in agosto, cioè nel mese meno indicato perché rovente per chi magari era costretto ad attraversare a piedi il deserto.

Solo un appuntamento inderogabile come il Natale può aver costretto Pacomio ad obbligare i suoi monaci a mettersi in un viaggio di chilometri e chilometri desertici ad agosto, altrimenti quell’equilibrio e moderazione che Colombàs scrive abbiano caratterizzato la gestione delle comunità pacomiane va perduto, a causa di un estremo climatico, organizzativo e logistico davvero poco consono trattandosi, se è vero, solo di un’assemblea ordinaria finalizzata a illustrare lo stato finanziario delle singole comunità, cosa che si poteva benissimo calendarizzare in mesi più temperati.

Egli, allora, istituì la riunione ad agosto (per noi al 10 e chissà che non torni di qualche utilità agli studiosi del monachesimo) perché celebrava la nascita di Gesù, colui che aveva dato vita alle comunità monastiche e di cui era il senso e il fine, un senso e un fine che emergono anche dalla nota di Gerolamo che non è “un’errata interpretazione”, ma la verità trattandosi di un giubileo, meglio ancora del Natale che non dispensava regali, ma ugualmente riemetteva i debiti, l’uno all’altro azzerando i debiti e i crediti, è vero, ma non quelli del ragionieristico dare e avere o entrate e uscite, quanto quelli contratti tra fratelli, Colombàs, a cui fraternamente invio il mio Requiem.

Le spine della Bibbia

Se c’è un simbolo che riassume la regalità di Gesù è la corona di spine, perché con quella fu salutato e schiaffeggiato come re dei giudei. Quella corona, a differenza della colomba, altro simbolo cristologico, si posò sul suo capo nel 35 d.C., che molti vorranno ancora mettere in discussione, fermi al 33 d.C. tradizionale, ma non CEI, magari, che fissa le occorrenze di “spine” proprio a 35, tanto che siamo certi non vorrà darci torto.

A noi infatti è venuta voglia di cercare tra le spine, quelle bibliche però, e così siamo giunti a una parziale conclusione: sono tre quelle che segnano tappe importanti:

la prima è il 35 d.C., quando i soldati romani le intrecciano

la seconda è quella di Mosè che le vede ardere

la terza è il castigo di Genesi, quando le si promettono (Gn 3,18).

Vogliamo vedere se sono collegate o se si cartterizzano per una simmetria cronologica ancora non studiata? E vogliamo vedere se quella simmetria si presenta solo in un contesto cronologico e non in altri?

Sì vediamolo e consideriamo il nostro Anno Mundi, cioè il 3923, quando ebbe inizio la storia, una storia che di lì a poco diverrà peccato originale o, in ogni caso, da esso segnata. Deve esserci allora un lasso di tempo, quello necessario al passaggio da uno stato d’innocenza a quello di peccato, ma non deve essere lungo, deve infatti rientrare nella generazione di Adamo o di lì a poco.

CEI, dicevamo, ci darà ragione perché noi la diamo a lei che ha fissato le occorrenze di “spine” a 35, tanto è vero che noi applicheremo la generazione matteana di 35 anni, quella che, moltiplicata per 14, segna non solo le tre tranches matteane di 490 anni, ma che è pure, forse più, ghematria di “chiave di Davide” in greco, una chiave che apre non alla storia comunemente intesa, ma al disegno, alla profezia e all’eternità.

Infatti, considerando il 35 d.C., occorrono 113 generazioni di 35 anni per giungere al 3920 A.M. che, dopo la tappa fondamentale del 1435 a.C., quando Mosè assiste al roveto ardente ed è conferito del potere di liberatore, risulta essere l’anno esatto in cui si comminarono le pene: al serpente, ad Eva e ancor più ad Adamo costretto a muoversi tra le fatica e, appunto, le spine.

Avevamo premesso, all’inizio, che il calcolo doveva cadere poco fuori la generazione di Adamo, cioè non oltre quella dell’A.M (3923) ed infatti abbiamo un’altra simmetria: tre sono gli anni che separano il 3920 dal’A.M e il terzo è il capitolo di Genesi che semina le spine in Eden.

CEI ha ben tradotto mentre noi, mi pare di poter dire, abbiamo ben calcolato, perché nessun’altra cronologia fissa l’anno Mundi al 3923; nessun’altra da esso fa discendere l’intera genealogia lucana con cui lo ha calcolato; nessun altra ferma al 1435 a.C. non solo il roveto ardente, ma anche l’inizio delle 10 piaghe e nessun’altra affiderebbe la croce a un fantasioso 35 d.C, per il semplice fatto che nessuno entrerebbe in un ginepraio nudo.

Hic sunt leones

Giovanni Crisostomo

Nel 386 d.C. Giovanni Crisostomo, in contrasto alle ricorrenze giudaiche, sostenne fermamente la celebrazione del Natale al 25 dicembre. Pertanto, sia le comunità cristiane di Antiochia, quindi della Tracia e dell’Anatolia, si adeguarono a tale data. La convinzione, forse forzata, dello stesso Crisostomo fu quella che, a sua interpretazione arbitraria dei Vangeli, il Battista fu concepito in settembre, pertanto Gesù, di sei mesi più vecchio, fu concepito a marzo, e quindi nacque in dicembre. Tuttavia, alcuni storici come Erbes, darebbero le date liturgiche separate del Natale e dell’Epifania già come tacitamente pre-accordate già durante il Concilio di Nicea del 325 d.C. Certo è che, sia il Crisostomo, che un altro famoso Padre della Chiesa, San Girolamo[3], sostennero che, se il Signore si manifestò in Gesù bambino a Betlemme, Egli si rese veramente pubblico trent’anni dopo, nel Gesù adulto del Giordano. Pertanto, già sul finire del IV secolo, adorazione dei Magi e Battesimo di Gesù divennero due ricorrenze separate.

San Epifanio di Salamina

L’“Epifania” intesa come solo Battesimo (il battesimo di Gesù avvenne poco prima dell’inizio del suo ministero all’età di circa 30 anni, fu ad opera di Giovanni Battista come riportato nei vangeli Mat. 3.13-17, Luc. 3.2; Mar 1.9-11; Giov 1.32-34) di Gesù fu riconfermata dal teologo (San) Epifanio Salamina di Costanza di Cipro d’Oriente, uno dei Padri della Chiesa Cattolica. Essa doveva ricadere 12 giorni dopo la ricorrenza del Natale, questo probabilmente per assorbire gli antichi simbolismi del numero 12 nei precedenti riti pagani del Sol Invictus. Il problema delle date si restrinse solo più nell’adattamento ai vari tipi di calendari; un antico documento, il Cronografo del 354 di Furio Dionisio Filocalo, citava tutte le ricorrenze romano-cristiane dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C., compresa l’Epifania; nel 46 però, Giulio Cesare aveva introdotto il calendario giuliano e, a causa di complessi calcoli, quello giuliano risultava sfasato di esattamente 13 giorni più avanti rispetto a quello più recente gregoriano, adottato nel mondo occidentale cattolico dall’anno 1582. Invece, gli Ortodossi della Chiesa d’Oriente di rito Bizantino, chiamati anche “Cristiani Ortodossi di Vecchio Calendario (o di Calendario Giuliano)”, celebrano l’Epifania il 19 gennaio del nostro calendario, e la chiamano Teofania (=manifestazione di Dio)[4], mentre il “loro” Natale cade il 7 gennaio. Inoltre, la suddetta Teofania di Calendario Giuliano viene celebrata come la sola Commemorazione del Battesimo di Gesù nel Fiume Giordano. Per la Chiesa di rito romano, madre dell’attuale Cattolicesimo, l’Epifania doveva cadere il 6 gennaio del calendario gregoriano, commemorando la “manifestazione” del Signore attraverso il segno rivelatore dell’adorazione dei Magi a Betlemme, mentre il Battesimo di Gesù, invece, doveva essere separato, e cadere quindi nella domenica immediatamente successiva al 6 gennaio. Fu sempre nello stesso periodo che, per le sole Chiese romane, l’adorazione dei Magi fu fatta coincidere col 6 gennaio piuttosto che col 25 dicembre, sebbene le due ricorrenze commemorino sempre la stessa manifestazione di Betlemme.

Per alcuni paesi cristiani in cui l’Epifania non era istituita come festa di precetto, questa veniva celebrata il lunedì coincidente o successivo al 6 gennaio; nella forma straordinaria, invece, il Battesimo di Gesù viene celebrato in un giorno fisso, detto l’“ottava di Epifania” (13 gennaio) e cioè 8 giorni dopo l’Epifania.

La ricorrenza del Battesimo di Gesù conclude tutto il periodo natalizio dell’anno liturgico cattolico romano.

Ci battiamo contro i leoni, certi però che gli sono stati cavati i denti, cioè che wiki, fonte delle citazioni, riporta quello che si è fatto dire al Crisostomo e a Epifanio, perché noi non celebriamo il Natale al 25 di dicembre (vedi categoria), sebbene le fauci della tradizione si spalanchino.

Ci battiamo contro i leoni armati solo di una coincidenza che è prestata dal numero 12 che appare essere frutto di un simbolismo, quello che vuole riassumere il calendario che separa il Natale del 25 dicembre al 6 dì gennaio dell’Epifania.

C’è poco da fare: 12 sono i giorni e 12 sono le tribù d’Israele, come 12 sono gli apostoli e 12 le stelle della corona apocalittica, per cui quel 12 giornaliero non stona.

Ma – perché c’è un ma ed è bello chiaro- noi siamo in possesso di una cronologia, in particolare di un’anagrafe gesuana che offre essa stessa un 12, il 12 a.C. in cui noi, ma anche altri studiosi, affermiamo siano giunti i Magi, tanto è vero che l’astronomia stessa sembra confermarne l’arrivo se Halley passa su Gerusalemme o Betlemme proprio nel 12 a.C.

In quest’anno si è consumato l’errore di coloro che vogliono un Gesù molto più anziano alla crocefissione, perché fissando la data di nascita in quell’anno, non si è tenuto conto che Erode uccide i bambini da 2 anni in giù, per cui Gesù nasce almeno nel 14 a.C., ma sfugge alla strage per cui è molto più probabile il 15 a.C. come Natale (in ogni caso è il 15 a.C. che disciplina l’intero asse portante della cronologia biblica: i Re).

Resta di fatto che i Magi giunsero a cavallo di una stella, a cavallo di Halley nel 12 a.C. e quel 12, allora, ricalca lo schema, quello originale però, che ne vuole la nascita nel 15 a.C.; l’arrivo dei Magi o la Sua epifania nel 12 a.C.; la Sua leadership nel 15 d.C. ai “circa trent’anni” lucani, mentre la crocefissione avvenne nel 35 d.C. a somma di un Cristo cinquantenne sulle orme di Giovanni, Policarpo e Ireneo

In caso contrario, si porrebbe un serio imbarazzo, perché tutto sembra tradire una tradizione ben altra, cioè quella che, in un solo anno liturgico, celebra il Natale, fermo al 15 a.C. e l’Epifania al 12 a.C. ed ecco perché il Natale è separato da sempre con 12 giorni che non assorbono un simbolismo e non si attestano su una Maginot patristica di cartapesta, cioè falsa, ma ripropongono una biografia, quella dei santi fra cui spicca Gesù che in origine celebrava l’Epifania al 22 di agosto a fronte di un Natale fermo al 10, mentre adesso al 22 agosto si celebra non a caso la Beata Vergine Maria che riceve i doni e la regalità dallo Spirito Santo, facendo però le veci di Gesù infante a cui si indirizzò oro, incenso e mirra.

Le fonti e la tradizione ci offrono leoni addomesticati, innocui come la bocca di un lattante, il 22 agosto, in occasione della festività di Maria Vergine, ci sono quelli veri perché allo stato brado in una chiesa selvaggia.

Il buco nero dei vangeli

Ci preme. Ci preme e gli dedichiamo il dopo pranzo, proprio perché in origine fu un Natale penitenziale, quello con la veste di sacco, piucché un sacco di regali.

Parleremo del Natale, ma da un osservatorio davvero insolito per molti, almeno quelli che di campagna sanno poco, forse addirittura meno di noi. Perché quel Natale non si collocò in duomo, cioè al tempio, ma in un ricovero per animali da foraggio (strong) e dunque bisogna conoscere gli animali per conoscere il Natale.

Infatti è dalla mangiatoia vuota che s’intuisce il senso, quello del Natale, perché se vuota significa che in quella capanna non c’erano animali, sebbene ad essi destinata.

Il Natale romano è fermo al 25 dicembre e quell’assenza pesa: se la notizia del parto fu data di notte perché di notte c’era chi faceva la guardia alle greggi, dov’erano quelle greggi nella capanna? o dov’era il foraggio se qualunque pastore o possessore, chessò, di cavalli o asini sa che a quell’ora la mangiatoria è piena, quando però i vangeli ce la trasmettono vuota se ospita Gesù?

Che fosse allora il 25 dicembre è smentito dalla logica della campagna che non solo non lascia senza foraggio gli animali durante la notte, ma anche dall’assenza degli animali stessi che con le temperature avverse dell’inverno, in particolare a Betlemme se ha ragione wiki, avrebbero dovuto far compagnia a Gesù, occupando però la stalla e mettendo a rischio il parto.

Poi c’è un’altra cosa che smentisce il 25 dicembre, mese freddo e piovoso, cioè che una partoriente avrebbe certamente avuto bisogno di fuoco, almeno tale da rendere una temperatura accettabile, ma in una capanna o in una stalla persino oggi non si fuma, tanto meno si accendono falò perché ricca, talvolta colma, di paglia.

Un proprietario non fuma, chi ti ha affidato, nel bisogno, il ricovero, all’epoca possesso forse importante, ti permette di accenderci un fuoco? No, è già tanto che ti abbia ospitato e mai metterebbe a rischio la sua piccola o grande capanna.

Dunque gli animali non ci sono, nonostante avrebbero dovuto esserci; la mangiatoia è vuota, sebbene avrebbero dovuta essere in uso e il fuoco, necessario, non poteva esserci. Ed ecco, allora, l’impossibilità agricola del 25 dicembre, che è molto più terra terra di una grande speculazione astronomica, ma fa la sua figura, tanto è vero che se la scena la collochiamo al 10 di agosto tutto si allinea:

1 non ci sono animali perché sono al pascolo, tanto è vero che Lc 2,8 dà notizia di greggi accudite.

2 La mangiatoia, allora, è vuota perchè gli animali stanno pascolando o lavorando, se il Sud italia insegna che nei mesi caldi e di luna piena, si riposa il giorno per lavorare la notte

3 Del fuoco non ce n’era bisogno, essendo agosto

La scena si ricompone nel suo originale cronologico che non fu il 25 dicembre, ma il 10 agosto, perché capace di dare ragione dei dettagli e di una conduzione agricolo-pastorale altrimenti ricca di lacune o stranezze.

C’è però un altro dettaglio molto importante che si colloca in quella capanna e in quella campagna: la luce, perché se abbiamo detto che il fuoco in stalla non si accende, come è stato possibile portare a termine un parto? non è forse indispensabile un minimo di luce?

Ecco allora spuntare nel posto la luna che sin da mesi or sono noi abbiamo detto essere stata bella piena quel 10 agosto del 15 a.C. ed essa fornì per intero la luce che venne nel mondo, piena lei, piena la luna a differenza del buco nero che appare essere il 25 dicembre che ha stravolto l’agricoltura e la pastorizia dando alla luce il mostro.

Ps: facendo piena la luna al 10/11 di agosto del 15 a.C. credo sia facile verificare se al 20 di aprile (arresto di Gesù) del 35 d.C. fosse nuova cioè nera, come è facile sapere che il novilunio ecclesiastico che segna la Sua resurrezione dopo 3 giorni, forse 3 giorni e mezzo, si verifica tra il 23 e il 25 sempre di aprile.

Un freddo da chiudere gli occhi

I loro cadaveri giaceranno sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore è stato crocifisso.

Difficilmente i versetti possono essere più densi di più significati, perché Ap 11,8 raggiunge un climax che fa luce su uno degli interrogativi che hanno non solo occupato gli studiosi, ma ne sono stati affascinati.

Non c’è confessione religiosa che non abbia detto la sua e se il mondo protestante fa di Roma “la grande città”, Roma fa di essa Gerusalemme, ma Gerusalemme tace, per un gioco delle parti che alimenta una polemica anche all’interno del mondo laico, curioso, alla pari degli altri, di conoscere Babilonia, “la grande città”.

Però, in questo contesto, sono due le cose che davvero meravigliano noi:

la prima è CEI 2008 che senza indugio legge Gerusalemme

La seconda il mondo protestante, che vuole Roma, ma si tappa gli occhi.

Noi cercheremo di aprirli, allora, facendoci forti del fatto che già avevamo illustrato Babilonia “la madre di tutte le meretrici della terra” dicendo che questo significa che Babilonia ha le sue figlie.

Figlie, però, nascoste al mondo, perché frutto di un rapporto extra coniugale, essendo quello legittimo che la voleva unita a Dio, andato perduto per un divorzio non consensuale che appunto fa di Babilonia la grande prostituta.

Tutto ciò significa che la storia del cristianesimo occidentale è inventata, cioè ne è inventata la diaspora da Roma che ancora tiene ben saldo un cordone ombelicale religioso e culturale sebbene celato da una polemica talvolta acerrima, ma sancito da un accordo segreto.

Prova ne è che il Natale del 25 dicembre li vede tutti riuniti sotto un unico gelido tetto invernale e mai nessuno si è provato a celebrarne uno diverso, se quel diverso non è la blanda critica geovista, che tra l’altro legge bene la favola natalizia, dipingendo un sol invictus tutto romano, perché, ed eccoci al punto 1, la grande città è Roma, mentre chi ha volutamente chiuso tutti gli occhi, sono le altre chiese, non a caso prostitute secondo Apocalisse.

La grande città di Ap 11,8 è Roma per due ragioni

la prima perché nessuno ha letto in ὅπου un avverbio che indica la causa o/e il mezzo, cosicchè il senso del versetto diviene letterale traducendosi

a causa della quale o per mezzo della quale anche il nostro signore fu crocefisso (Ap 11,8)

Che esista un evidente parallelismo tra i due testimoni uccisi e la morte di Gesù è cosa nota, meno noto è però l’avverbio che sancisce il parallelismo, avverbio che non è di luogo, ma ha un’accezione causale e di strumentalità, come anche indicano i dizionari

Nessuna delle versioni da me considerate ha mai tradotto come causa o strumento quell’avverbio, come nessuno, ed ecco la seconda ragione per cui la grande città è Roma, ha saputo intuire il senso pieno della similitudine tra la Grande città e Sodoma e l’Egitto.

Fa presto il metodo storico-critico a collocare i fatti solo ed esclusivamente nel passato, ma la traduzione esatta dell’avverbio ὅπου fa luce sul futuro rispetto all’epoca di stesura del testo, quindi non è Gerusalemme se la causa o lo strumento della crocefissione fu Roma.

Una Roma, allora, che deve simboleggiare tutta la terra, perché gli abitanti di tutta la terra faranno festa scambiandosi doni alla morte dei testimoni (Ap 11,10), una Roma quindi cattolica se l’universalità che significa l’appellativo riassume tutta la terra.

Roma è cattolica non a caso, ma per volontà e dunque è quella stessa volontà che prima le ha fatto rompere il patto di nozze, poi uccidere i testimoni che non ebbero sepoltura e questo significa che la terra non li ha accolti, neppure da morti, costringendo il cielo a intervenire.

Il tema dell’ospitalità, tuttavia, è sacro nella Scrittura, in particolare nell’AT e dunque al disprezzo si associa il sacrilegio, rendendola, ed eccoci al punto, al pari di Sodoma, certo, ma non Gomorra, quanto l’Egitto, cioè di coloro che sono identificati come archetipi dell’abbandono e della non accoglienza.

Infatti Sapienza 19 altro non scrive che gli egiziani sono più colpevoli dei sodomiti, perché se quest’ultimi non accolsero degli stranieri, l’Egitto rese schiavi gli amici e benefattori.

Ecco allora che come i due testimoni non furono accolti, così fecero Sodoma e l’Egitto, e ciò rende doppiamente colpevole Roma che ha ucciso i due testimoni, qualora ὅπου abbia un senso di causalità o strumentalità, cosa che la identifica nel futuro rispetto alla stesura di Apocalisse e ai fatti narrati nella Passione e quindi non può essere Gerusalemme.

Il mondo protestante con ὅπου aveva in mano la prova che la grande città è Roma, ma, come dicevamo a inizio post, ha volutamente chiuso gli occhi di fronte alla causa, perché la mamma, si dice in Italia, è sempre la mamma e la si va sempre a trovare a Natale, immancabilmente per tutti al 25 dicembre che dal freddo non fa battere i denti, ma chiudere gli occhi.