In hoc signo

Spesso l’approccio a un’idea scritturale è pachidermico, credendo solo ciò che è gravemente serio sia esegetico, professionale. Noi invece vogliamo suggerire un approccio sciocco per un percorso tra le spine visto il panorama degli studi.

Ci chiediamo, allora, perché Paolo ha una spina nella carne? Converrete che la domanda è davvero sciocca, perché il senso è chiaro: essa provoca dolore e tanto basta. Tuttavia c’è un resto, centesimi ancora non spesi dall’esegesi abituata ai pezzi grossi, mentre noi siamo perennemente alle prese con quanto rimane.

E rimane da dire di quella spina, forse davvero tanto se sarebbe stato ovvio, per Paolo, parlare di croce, cioè che pure lui, come i cristiani, avesse ricevuta la sua croce, cosicché il lamento era dovuto a un chiodo.

“Anch’io, come voi, ho un chiodo nella carne” e non una spina che risulta incomprensibile se la croce è la via del cristiano, grazie alla quale mantiene l’umiltà (L’imitazione di Cristo in ciò è chiara quando, non a caso, parla della via della santa croce).

Ecco, allora, il punto, cioè il non detto che apre la scena dei vangeli: perché la spina? La risposta è solo una per noi: la corona di spine che Gesù calzò sulla testa. Quella Gli conferì la potestà regale e non la croce che fu solo strumento affinché fosse innalzato, è vero, ma come re coronato di spine, però.

Nel Titulus si legge INRI, si legge cioè il suo titolo regale, ma l’incoronazione avvenne manu militari quando i soldati per primi lo omaggiarono “Salve Re dei Giudei!” e intrecciata una corona di spine lo incoronarono.

Dunque la spina di Paolo, in questo contesto, non è casuale, cioè un luogo comune, ma si appella non solo alla passione di Gesù, ma anche alla Sua autorità, sebbene in scala ridotta (una spina simbolo della sua corona), autorità che Paolo ha sempre cercata per imporsi ai super apostoli (Luca e Giovanni).

Quella spina, allora, sa dirci molto più del dolore o del richiamo a un’umiltà che naturalmente avrebbe dovuto esprimersi con la croce e, magari, uno dei suoi chiodi nella carne.

E’ dopo che la croce diviene simbolo di Gesù e dei cristiani, un dopo che tradisce il Vangelo e il suo re, Gesù, tanto che noi apriamo un filone di ricerca sulla croce latina come simbolo posticcio del cristianesimo.

In origine, però, era la corona di spine e questa vide Costantino per un in hoc signo tutto da ristudiare, come il monogramma che lo esprime che è sempre chi rho, ma appartiene all’originale evangelico che non è στέφανος (corona, per l’ennesimo falso), ma χoρωνός, per un chi e rho monogramma che conferì, in visione, non solo la vittoria a Costantino, ma l’investitura dal cielo non più frutto di una leggenda.

La Bibbia in briciole

Se c’è una prima critica alla Bibbia, tanto che s’impara sin dalle elementari, è il “fermati o sole” di Giosuè, un assurdo biblico che ha partorito il primo martire non cristiano, ma scientifico: Galileo Galilei.

Tutti sanno che la Bibbia fa muovere il sole e “l’altre stelle” per un paradiso dantesco d’ignoranza che ha come scusante le scuse della Chiesa arrossita, poverina, sin alla radice dei capelli a causa del turpiloquio.

Per quell’affermazione, tutt’altro che scientifica, si andò a processo, forse al processo più famoso sin dalla fondazione della legge e dei tribunali e oggi, chiunque spezzi una lancia a favore della Bibbia e del suo sole è, al minimo, tacciato di oscurantismo e fondamentalismo biblico becero e folle.

Noi non siamo d quelli che sostengono il pellegrinaggio del sole, sebbene qualcuno, incredibilmente, sia ancora di quell’avviso e si eserciti, lodevolmente, nelle prove della sua teoria. Noi vogliamo solo far parte del processo a Galilei come difensori della Bibbia, senza però divenire dei fondamentalisti e cadere in un ridicolo che in realtà cercheremo di dimostrare appartenere ai suoi detrattori, perché se il sole si ferma all’ordine di Giosuè, la terra è piatta sulla parola di Giovanni che ha scritta Apocalisse, poiché egli parla degli angoli della terra (Ap 7,1), quando noi, scientificamente, la conosciamo tonda.

Ecco, partiamo da questo punto per imbastire la nostra arringa difensiva, dimostriamo, cioè, che quegli angoli esistono davvero, ma ciò non prova che la terra sa quadrata o rettangolare, ma rimane, fino a prova contraria, tonda.

Non siamo i primi a ricorrere a una lettura allegorica, quella cioè che va oltre il senso letterale per esprimere un concetto diverso, magari astratto ma espresso in maniera concreta.

Il ricorso all’allegoria e molto comune nello studio biblico, cioè nell’esegesi e nell’ermeneutica, ma in questo caso si è ignorato, scegliendo un’improbabile letteralità che ha permesso il sorgere di una terra che “eppur si move” ma paradossalmente quadrata.

Tuttavia, in virtù di una lettura allegorica, mi viene spontaneo ricordare di nuovo che quegli angoli esistono, perché esiste Bologna, come esiste Catalogna che letti a rovescio ci parlano, rispettivamente, di “angoloB” e “angolataC”, testimoniando la presenza di almeno due angoli dai quali sarebbe facile, immaginando un quadrato, ricavare gli altri due mancanti sparsi in Europa, per un quadrato della terra che altri non sarebbe che il vecchio continente, il quale non a caso ha cristianizzato l’intero globo, cioè la terra che rimane tonda, ma ha pure gli angoli perché in una lettura allegorica ciò è possibile.

Siamo così giunti a un primo risultato: la Bibbia non beve, per cui ciò che sembravano farneticazioni in preda all’alcool consumato a fiumi durante l’Ultima cena, sono in realtà finezze letterarie che sfidano i secoli e il secolo, cioè la scienza, che ha inventato il primo telescopio, con Galilei, ma è rimasta incredibilmente miope.

Alla luce di tutto questo, che ne è del “fermati o sole”? E’ davvero un orrore letterale? Se gli angoli poi esistono, siamo certi che il sole non si muova sebbene non all’interno di una galassia, ma di un’allegoria?

Non potremmo mai saperlo, a meno che non si torni alla Vulgata, cioè l’edizione biblica precedente la sistina che ha istituzionalizzato uno stupro tale che al momento non sappiamo cosa la Bibbia, cioè la Vulgata, contenesse di preciso, tanto che noi lo diciamo chiaro: forse il processo a Galilei ha presentato carte (Bibbia) false.

Di certo, però, a noi appare insolita la tempistica secondo la quale prima si dà alle stampe la sistina (1590) che diviene di lì a poco sisto-clementina (1592), cioè l’editio princeps, perché dopo di allora non la stampa, ma il diluvio; poi s’intenta il processo a Galilei (1633, quando l’anno 33 del XVII secolo è molto significativo) sapendo, però, di aver falsato la Bibbia e adducendo, quindi, prove assolutamente false che ci si guarda bene, tra l’altro, d’interpretare secondo un linguaggio e un significato più alti, quando questo vezzo è quello solito e ricorrente a ogni piè sospinto affinché tutto divenga così alto che non si vede più nulla, ma non in questo caso, dove prima si falsa la Bibbia, poi ci si affida a un’insolita interpretazione letterale.

Strano modo di fare e strana la tempistica, tanto che a noi viene il dubbio sulla correttezza di un processo che si volle seguendo un come e un quando che dettavano i tempi della farsa il cui titolo, come il programma che si sono prefissi, è “La Bibbia in briciole” per una catechesi rivolta ad anime semplici che si nutrono di molliche. Avvelenate.

Vos autem dixi amicos

La vita di un santo, in questo caso di una santa, Teresa d’Avila, non è mai un caso, Eccellenza Joseph Ratzinger, perché niente è lasciato al caso. Dalla sua nascita, sino alla sua morte si dipana, infatti, una biografia che si fa teologia per un Emmanuele che non è solo Dio con noi, ma anche Dio con lui o con lei.

In questo senso, coloro che hanno studiato la vita di Teresa, possono scorgere il senso profondo di quella vita che non è riconducibile alla nostra vita mortale, perché si fa universale, eterno.

Niente credo sia sfuggito ai biografi e ai commentatori di Teresa, ma qualcosa credo rimanga ancora da dire sull’amicizia che la legava a Dio come dovrebbe legare la Chiesa e questo qualcosa è la sua morte, avvenuta la notte tra il 4 e il 15 ottobre del 1582, quando si riallineò il calendario, passato da giuliano a gregoriano.

Se il pellegrinaggio terreno di Teresa è costellato d’impronte divine, la sua particolare morte diviene messaggio, anche se, mi pare, tutti riconducano il fatto al caso, anzi, forse a una benedizione dell’iniziativa gregoriana, quando però è il suo contrario.

Se la santa predica l’amicizia con Dio, altrettanto fa la Chiesa che però ha stravolto il senso dell’umanità di Gesù e dunque la sua amicizia, adottando non un nuovo calendario, ma una nuova storia, una nuova cronologia e una nuova Bibbia con quel 4-11 ottobre del 1582.

Quello che in realtà accadde, la storia non ce lo racconta, per una reticenza che si fa omertà e arbitrio: la Scrittura fu sconvolta nella sua umanità, cioè storicità, per far posto a una invenzione fredda, tanto che colui che ispira la Scrittura, Gesù, non è più visto nella sua umanità (storicità) che lo vedrebbe muoversi nella storia tutta, ma è fatto oggetto di un esame autoptico grazie al quale si sa tutto, ma solo nella misura in cui è morto, morto al secolo, nascosto alla storia, rientrando a pieno titolo nel pantheon pagano come deus absconditus, cioè divinità tra le divinità, uno dei tanti.

Il blog questo lo sa molto bene, perché ha di nuovo tracciate le coordinate bibliche della storia riportandole su una rotta sicura che è quella originaria, fedele amica di Dio. L’ha riportata, cioè, all’origine, a una povertà evangelica che non è ponderoso studio, ma semplice adorazione nella misura in cui la storia altro non è che una eterna epifania, cioè un manifestarsi di Dio all’uomo, tanto che noi non parliamo di teologia della storia, ma affermiamo che la storia, nella sua esatta sintesi, è teologia.

L’aver, dunque, Eccellenza Joseph Ratzinger, stravolta la cronologia biblica per far posto alla storia, quella con la minuscola, ha infranto non solo l’amicizia con Dio, ma ha pure disumanizzato la storia disumanizzando il Cristo, cioè rendendolo frutto di un secolo ceco e accecante.

La vita di una santa, emerito Papa Ratzinger, non è un caso, abbiamo scritto, per cui non è un caso che Teresa, l’amica di Dio, muoia quando quella nuova storia e quella Nova Vulgata nascono e con loro si celebra un Natale che si fa profano, perché assolutamente falso alla storia e al calendario.

Accadde di notte tutto questo. Nella stessa notte l’una e l’altra cosa: si partorì il gregoriano, morì Teresa, cioè nacque Ciro e morì Gesù. Non lo dico io, ma la vostra Teresa che in quella notte tra il 4 e l’11 di ottobre 1582 avete battezzato Ciro e sepolto Gesù, per poi tumularLo all’interno di una cripta senza nome e senza storia: la Sistina, tutt’ora in “abuso”.

I trentatré ladri di Trento: dall’Inquisizione a uno scioglilingua

Ci sarà la maturità anche quest’anno, come tutti gli anni e una traccia sul periodo o secolo delle grandi riforme religiose può scappare. Come del resto, è ovvio, può prendere la fregola di una tesi su quel periodo e allora perché non dettare agli studenti e ai laureandi la nostra di traccia?

Il blog è religioso, ma non nell’accezione comune perché non andiamo più a Messa, non ci confessiamo, non ci comunichiamo e se viene il prete ci limitiamo a un cristiano e ospitale Pater, ma decliniamo l’invito alla benedizione.

Siamo pazzi, certo, lo siamo perché pure certificati e pensionati come tali, dunque c’è da crederci se diciamo cose altrettanto pazze e affrontiamo la nostra d’inquisizione, anzi, controinquisizione perché rivolta agli inquisitori che nel XVI secolo la fecero da padroni e da padroni, cioè vincitori, hanno scritto la loro di storia che quella vera è altra cosa.

Dopo gli studi di storia moderna al liceo e un esame all’università posso dire che nessuno ha mai osato. Nessuno ha mai osato sfidare la verità di regime e dire che tutto quel guazzabuglio di riforme e contro riforme fu un teatrino, perché in realtà s’impose alla storia un nuovo corso e una nuova cronologia, come nuova fu la Bibbia, chiamata, non a caso, Nova Vulgata perché quella di Girolamo fu stuprata (padre Alberto Maggi) e il suo cadavere gettato alle ortiche della storia, dell’esegesi e del magistero.

Non litigarono, non litigarono affatto: è solo quello che si scrive inventando, dopo Ciro, una nuova storia che a ben guardare neanche fu un delitto perfetto. In questo Apocalisse c’è di aiuto per comprendere quello che davvero accadde, perché il capolavoro dello Spirito Santo ha riassunto tutto in un versetto (17,5), quello che ci parla di Babilonia come madre di tutte le meretrici della terra, cioè di Pergamo (Italia, Roma, la madre) e Tiatira (Germania); Sardi (Inghilterra); Filadelfia (Francia) e Laodicea (Spagna).

All’interno di questo elenco, ovvio che bisogna distinguere, distinguere l’istituzione e l’obtorto collo, ma i fatti son questi: tale madre, tali figlie: Prostituta l’una, prostitute le altre perché si adattarono al nuovo corso, alcune; mentre altre divennero figlie maggiorenni, cioè cattoliche adulte, come si dice oggi, che con la loro riforma fecero ingresso in società, per un gran ballo europeo (Riforma e Contoriforma) che le vide sotto i riflettori della storia, come le vediamo ancor oggi riunite sotto l’albero di un Natale dicembrino assolutamente insensato, ma che le riunisce il 25, sfidando non il freddo e il gelo in quanto tali, ma la ragione.

Tutto questo è passato alla storia come Riforma e Controriforma, ma in realtà fu un party, anzi un parto. Quello che però non si dice è come mai a Trento si sentì l’urgenza di modificare la Vulgata. Cos’è che non andava? Era sbagliata sin dall’origine o quell’origine andava cambiata? Com’è che, su quell’istanza, si gettano le basi per la Sistina che la stupra la Vulgata per poi andare impunita con la Clementina e dare alle stampe storiche il mostro sisto-clementino? O com’è che dal 1555 a 1585 il Trìbunale del Sant’uffizio (Inquisizione) fornisce tre papi (Paolo IV, Pio V e Sisto V, cioè il nostro falso profeta)? Com’è che l’Inquisizione e il papato divengono una cosa sola? Fu davvero l’urgenza protestante a blindare la Chiesa? Ma se Lutero, Calvino ed Edoardo VIII furono davvero il nuovo dilagante, com’è che si rinnovò, falsandola, la Bibbia? Perché non si oppose l’autorità della Vulgata, quando invece se ne fece carta straccia? E i riformatori, come mai adottarono non solo il 25 dicembre per un Natale di folli, ma più ancora un’edizione biblica che il blog ritiene assolutamente falsa e lo ha dimostrato in più punti, in primis quello cronologico? Insomma litigarono su tutto, ma tutti stuprarono la Vulgata e fecero carne da arrosto la legittima, oltremodo legittima, Resistenza allo stupro per un mal comune mezzo orgasmo.

Quante, quante stranezze, persino troppe a ben guadare, tanto che i celebri ladri di Pisa hanno imparato da loro a litigare di giorno per rubare assieme di notte! E infatti sorrido all’idea di una refurtiva scritturale, perché dal 1555 (elezione di Paolo IV) al 1585 (elezione di Sisto V) passano esattamente 30 anni per tre papi prestati dal Sant’uffizio al soglio papale, 30 anni per un Giuda dai forti connotati storici che fu capace di fare di Roma il rinascente caput mundi, cioè la più bella città al mondo o, se volete, la puttana più cara ed esperta perché davvero caput mundi, cioè di quel bordello che Giovanni apostolo ben conosce.

Ecco, se la maturità o la tesi vi propongono questo tema, potrete davvero assemblare una bomba, ma bisogna essere molto cauti ed esperti, cioè bravi, degli enfant prodige per divenire enfante terrible, altrimenti sarà un assalto all’arma bianca che dimostrerà solo il vostro coraggio, ma metterà seriamente a repentaglio la vostra vita di studenti e laureati.

Se non vi va, c’è sempre il bel voto che apre le porte a uno stipendione facile, facile, persino troppo perché in fondo è ciò che vi ha aperta la porta per una carriera di brillanti e onesti puttanieri

I cento giorni che fecero la Russia

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Lo schema che permette una diversa, forse addirittura migliore, comprensione di Apocalisse adottato dal blog è ormai noto. Noi immaginiamo un ordine dei fatti laddove tutti vedono un’opera kafkiana (Ravasi).

Quest’ordine nasce sin dal primo capitolo, cioè dall’elenco delle sette chiese che sono dislocate in Asia Minore, ma rispecchiano tutta la realtà cristiana nei secoli a venire rispetto a Giovanni, se Apocalisse è Rivelazione di cose “che devono presto accadere” (Ap 1,1).

E’ così che Efeso è Israele; Smirne la Russia: Pergamo l’Italia; Tiatira la Germania; Sardi l’Inghilterra; Filadelfia la Francia e Laodicea la Spagna. Come è facile intuire, siamo di fronte all’intera cristianità con le rispettive chiese.

A ciò si aggiungono le lettere ad esse indirizzate, le quali hanno come destinatari le sette chiese stesse e potremmo fermarci qui, perché per il post sono sufficienti queste indicazioni, per cui solo per completezza aggiungiamo che i sigilli, le trombe e le coppe si distribuiscono non a caso nell’opera, ma rispecchiano l’ordine delle sette chiese stesse dicendoci che ciò che accade in ciascuno di essi accade, nello stesso ordine, nelle singole chiese, cioè in una realtà storica, politica e religiosa distinta dalle altre, sebbene i riflessi si ripercuotano anche nelle altre realtà.

Ma oltre a questo c’è anche un’altra caratteristica che la nostra lettura di Apocalisse ha e fa riferimento agli elementi naturali, quali il cielo, il mare, la terra e gli inferi (sottoterra). Noi in essi vediamo le chiese, cioè vediamo in Efeso/Israele il cielo; in Smirne/Russia il mare; e nelle restanti cinque la terra, quando Sardi/Inghilterra rappresenta gli inferi, cioè ciò che sta “sottoterra”, tant’è che non reputiamo casuale che la lettera indirizzata a quella chiesa scriva “ti si crede vivo, ma sei morto” poiché il regno dei morti sono gli inferi.

Ecco, spiegato questo non rimane che entrare in argomento, cioè nello specifico e parlare del “mare” cioè di Smirne, della Russia e dunque della Chiesa ortodossa, laddove essa è consegnata, seguendo la lettera, a una persecuzione di 10 giorni.

Diciamo subito che quei 10 giorni ci suonano molto male, perché in realtà noi leggiamo “cento” per un periodo complessivo di 100 anni, se applichiamo la regola di un giorno per un anno conosciuta da Apocalisse.

Dunque Smirne, la Chiesa ortodossa, avrà, stando ad Apocalisse, una persecuzione di un secolo (vedremo 1918-2018) e non di 10 giorni e questo crea un collegamento con una profezia non molto conosciuta fuori dagli ambienti cattolici, cioè quella di Leone XIII che sembra abbia ricevuto per ispirazione una profezia in cui Satana chiede 100 anni “per distruggere la chiesa” che, se vero, costringe a chiedersi di quale chiesa si tratti, poiché noi non attribuiamo automaticamente tutto alla Chiesa cattolica, sebbene un Papa sia il latore della visione (ne potrebbe essere anche il protagonista, non trovate?).

Se fosse stato scritto, in Apocalisse, che Smirne, la Chiesa ortodossa, subirà una persecuzione di 100 giorni/anni sarebbe stato davvero facile attribuire la profezia ad essa (1917/8 anno della profezia-2018 perché anche adesso non se la passa bene), ma leggiamo “10 giorni” nella sua lettera e dunque non lo è, ma solo a prima vista, facile perché noi ipotizziamo il falso finalizzato a creare proprio il contesto della persecuzione che doveva rimanere anonima, pena lo smascheramento dei persecutori e della vittima, ipso facto santa.

Dunque non rimane che cercare nella Scrittura almeno un indizio che suffraghi la nostra ipotesi del falso, scoperto il quale, cioè l’indizio, si possa demandare ad altri un ricerca più completa circa quei 100 giorni, anziché dei 10 indicati dalla lettera di Giovanni. Insomma vogliamo almeno giustificare la fatica, dare almeno una speranza.

Ecco allora che si presenta ai nostri occhi un caso strano, una coincidenza che noi non riteniamo tale ed emerge dalla ghematria ebraica di יַמִּ ים che significa, stando alla traduzione inglese di Gn 1,10, “mare” quando noi lo avevamo scritto in apertura che “il mare” in Apocalisse è la Russia ortodossa.

Il valore ghematrico di יַמִּ ים è 100 e assieme a questa coincidenza (avevamo altresì scritto che noi ritenevamo falsati i 10 giorni di persecuzione) vogliamo aggiungere, sulla scorta di un’intera categoria dedicata alla non secondaria funzione della numerazione dei versetti, che non è muto quel 10 che emerge da Gn 1,10 dove leggiamo “mare”, perché la falsificazione avevamo detto essersi consumata nello scambio proprio del numero 100, che emerge dalla ghematria di יַמִּ ים, con il numero 10 relativo ai giorni della persecuzione.

Insomma, di indizi che giustifichino la ricerca di qualche manoscritto di Apocalisse dimenticato ce ne sono e magari si ha fortuna e si scopre quello giusto, cioè non contraffatto che ci parla di 100 giorni e non di dieci. Magari sono cosa già nota quegli strani 100 giorni, ma catalogata, come al solito, come “errore del copista”, quando invece dicono la verità e siamo di fronte al testo originale della Lettera a Smirne.

Se così fosse, quella profezia che ci ha consegnato un Papa cattolico (Leone XIII) assumerebbe tutt’altra luce, perché non solo profezia, ma anche e più rivolta non alla Chiesa cattolica -che tra l’altro non ci pare mai stata perseguitata in questi ultimi 100 anni- ma alla Chiesa ortodossa che non a caso ha subito due guerre mondiali e 70 anni di comunismo che ha cercato di scristianizzare dalle radici la Russia ortodossa, la quale ha resistito veramente “sino alla morte” rimanendo fedele, come scrive la lettera, e dunque gli va conferita la “corona della vita” promessa.

Ps: vorrei aggiungere altro, ma lo tengo per un secondo momento.

 

 

Da Marco l’evangelista a Marco Van Basten: l’istinto del goal

van bastenGli attaccanti di razza sentono l’azione da goal. La intuiscono sin dalle prime battute magari nella loro stessa area di rigore.Questo perché l’uomo sviluppa un istinto quando esercita una professione o, più genericamente, d’abitudine svolge un compito.

Ci siamo occupati credo lungamente del Natale (vedi categoria) e siamo giunti alla conclusione che esso in origine si celebrasse al 10 di agosto, quando il sole fa il suo ingresso nella costellazione del leone.

Ben lungi, allora, dal freddo e dal gelo che lo caratterizza e che i bambini, costretti, cantano nel “Tu scendi dalle stelle”. Quel Natale freddo e gelido non è cattolico, ma nonostante questo accomuna tutto il mondo, per cui, tutto il mondo, è vittima della stessa menzogna.

Non esiste il mondo delle genti e delle nazioni, se guardiamo al Natale: esso è unico e cristiano, nella misura in cui, però, che può esserlo chi mente all’innocenza e fa dell’Innocenza una spudorata menzogna, la quale occupa il posto di maggior rilievo nel calendario: il 25 dicembre, Natale.

Quando hai capito questo, ti rendi conto che non hai possibilità di fuga: tutto il mondo è paese. Insomma non puoi nemmeno fuggire nelle città-rifugio su cui si poteva contare fino a poco tempo fa, come l’Argentina (non è vero Bergoglio?), per gli italiani: il 25 dicembre si celebra anche là.

“Quo vadis?”

“Da nessuna parte, Signore; da nessuna parte”

Ecco la possibile risposta di un dissidente cristiano, un cristiano costretto al mondo e al suo Natale. Un mondo che Giovanni, nella sua prima lettera, afferma giacente sotto il potere del maligno ed è vero: in tutto il mondo Natale è il 25 dicembre. Ecco, forse, la concretizzazione di un versetto che sulle prime sembra uno dei tanti: il mondo, il diavolo, il potere… insomma la solita solfa cristiana.

E invece no: veramente tutto il mondo giace sotto il potere del maligno ed è quel Natale che lo caratterizza, quel maledetto 25 dicembre. Non è un modo di dire: è proprio così: tutto il mondo giace sotto il potere della notte fredda e gelida del suo Natale e guai a sgarrare: non hai rifugio, neppure in Argentina che ha accolto tutti, tutti ma che non accoglierebbe te a cui non piace il suo Natale.

Quel Natale che abbiamo calcolato grazie a un versetto, cioè Mc 5,25 in cui fa il suo ingesso una figura bellissima: l’emorroissa che non è solo una donna miracolata perché guarita dalla sua sterilità. No, essa assume tutto l’enorme spessore che ha nelle Scritture l’attesa messianica, poiché come lei attendeva un figlio che non arrivava nonostante tutti gli sforzi e tutti gli averi spesi, così Gerusalemme, cioè l’ebraismo tutto, attendeva il suo Messia che tardava a venire, anzi, che forse non veniva più.

Prova ne è che Anna, la profetessa, viveva quella stessa attesa. Leggiamo il passo molto bello di Luca

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza,  era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (Lc 2,36-38)

Ecco, quella redenzione di Gerusalemme altro non è che l’attesa messianica della città per cui Anna, come l’emorroissa, presta la sua figura per dare a quell’attesa una corporeità, come l’emorroissa la dà con la sua malattia nella misura in cui essa è la sofferenza di un intero popolo che aspettava la sua redenzione.

Marco 5,25, lo abbiamo scritto nei post precedenti contenuti nella categoria “Natale”, permette, attraverso la numerazione del versetto e l’aiuto di un qualsiasi programma che converta l’anno ebraico in gregoriano e viceversa, di giungere al 10 agosto del 15 a.C. partendo dal venticinquesimo giorno di Ab, permette cioè di giungere al Natale cristiano, non perché accomuni la cristianità e il mondo, ma perché semplicemente Cristo è nato il 10 agosto del 15 a.C.

Siano allora sempre i versetti a far luce sul Natale oscuro, cioè quel Natale che fa giacere sotto il potere del maligno l’intero mondo preda della menzogna. Giovanni afferma che il mondo giace sotto il potere del maligno in 5,19 della sua prima lettera. Lettera e capitolo alquanto controversi perchè, a quanto pare, i versetti vanno e vengono.

Si parla infatti di un Comma giovanneo estrapolato o interpolato, neppure si sa. Wiki ci parla di altre intrusioni nel capitolo 5, fatto sta che se il mondo giace sotto il potere del maligno in 1Gv 5,19 e qualora i versetti ricomponessero il capitolo originale, io credo, per quel fiuto da goal che ho sviluppato, che la palla andrebbe in rete (web) e avremmo Mc 5,25 che ci parla del (vero) Natale e un 1Gv 5,25 che ci spiega perché il mondo soggiaccia alla menzogna: hanno inventato il Natale e lo hanno imposto a tutti e il mondo intero è la sua preda

Signori, è una finale di champions e abbiamo ottime chances  di vincerla 2-0. Lo sento. Me lo dice l’istinto. Quello del goal.

 

La farina del diavolo finisce in Vaticano

farina

Buona parte blog è dedicato a una battaglia: quella relativa alla datazione dell’esilio babilonese che la scienza ferma nel 586 a.C. mutuando la prova dalla VAT 4956 in cui è descritta l’eclissi avvenuta nel trentasettesimo anno di Nabucodonosor. Da lì, sempre la scienza, ricava la deportazione, conseguente alla caduta, di Gerusalemme avvenuta nel diciannovesimo anno di regno di Nabucodonosor (Ger 52,12). Tale anno fu il 586/7 a.C.

Di fronte a una datazione astronomica, quindi assoluta, gli argomenti in contrario debbono essere forti, perchè chi la impugna, impugna la scienza e i suoi metodi. Tuttavia la presenza nel tessuto biblico di una cronologia alternativa semplicemente perfetta e che dà ragione di tutto, compreso anche dei temi cronologici in cui la scienza è rimasta confusa se non muta, è di per se stesso un argomento, perchè ci costringe a chiederci da dove provenga quella cronologia, se il caso, in tre millenni di storia, non si può tirare in ballo.

E’ così che noi, nell’imbarazzo, ci siamo appellati alla ghematria che non consideriamo prova, quanto aspetto che contribuisce a far luce laddove regna la penombra del dubbio, a cui spesso vengono dedicate sperticate lodi. E’ stato allora quel ὄφις (serpente) il cui valore ghematrico è 586 a dirci che il 586 a.C. è opera sua; ed è stato Σατανᾶς (satana) sempre a dirci che Ciro è un  falso storico, perchè il suo primo anno di regno (559 a.C.) coincide proprio con la ghematria di Σατανᾶς.

Dunque, stando alla ghematria, siamo di fronte a una cronologia -e a una storia- dai due volti: l’uno riassunto dal 586 a.C.; l’altro dal nostro e biblico 505 a.C. come data dell’esilio babilonese. Tali anni, insomma, creano due storie e due cronologie, quasi a parlarci di un demoniaco e di un sacro nel tempo, un tempo che si è fatto storia.

Noi siamo certi di questo e continueremo a battere il tasto ghematrico che ha rivelato sia il serpente, sia Satana, ma c’è un punto nei Vangeli che potrebbe metterci in serio imbarazzo, anzi, a lungo ci ha messo in imbarazzo, perché di fronte a una possibile e pubblica obiezione, avremmo dovuto ripararci dietro argomenti deboli. Ma adesso non più.

Si tratta della pericope famosa del grano e della zizzania (Mt 13,30) che a una lettura ghematrica potrebbe da sola minare tutto quanto il nostro discorso, perché σῖτος (grano) ha un valore di 586, come 586 a.C. si data l’esilio che noi abbiamo denunciato come frutto di una falsificazione demoniaca, mentre apparirebbe come buon grano evangelico.

“Che fare?” direbbe Lenin. L’unica cosa da fare è considerare per intero la pericope e interpretarla alla luce di ζιζάνιον (zizzania) che noi riscriveremo ζιζανιως immaginando un falso nel falso, perché già abituati a incontrare sulla nostra strada ghematrica lemmi devastati per impedirne il calcolo (vedi categoria “falsificazione” e “contraffazione”).

Ecco, ζιζανιως ha un valore di 891 che noi interpreteremo come lo 891 a.C. che segna esattamente, nella nostra cronologia dei Re, il primo anno di regno di Abia. Tutto ciò appare, sulle prime, una mera coincidenza, ma noi lo abbiamo scritto che cercheremo la soluzione del nostro impasse ghematrico nell’intera pericope, quindi quel 891 di ζιζανιως lo compareremo al 586 di σῖτος per ottenere un 305 di differenza, che è sì ghematrica, ma anche cronologica se la prima data e valore segna un anno della cronologia dei Re (il primo di regno di Abia); mentre la seconda data e valore segna l’esilio babilonese e la conseguente fine della dinastia davidica, dicendoci che spesso ghematria e cronologia s’intrecciano indissolubilmente.

Adesso non rimane che vagliare alla luce della ghematria quel 305 di differenza, perché l’intero nostro discorso è ghematrico, per cui deve esserlo anche nel caso della differenza tra il primo anno di regno di Abia (891 a.C.), ghematria di ζιζανιως, e il 586 a.C., anno dell’esilio, e ghematria di σῖτος.

305 è il valore ghematrico di δαιμόνιον (demonio, diavolo) e questo ci permette di comprendere meglio l’intera pericope che, come il grano e la zizzania non devono essere separati (Mt 13,28-29), così non devono essere separati i lemmi, cioè ζιζανιως e σῖτος affinché il seminatore di zizzania nel campo di grano sia rivelato, sia rivelato cioè il δαιμόνιον.

L’intera pericope, quindi, se considerata complessivamente è ben lungi da contraddirci o dal mettere in discussione un tema fondamentale del blog (l’esilio babilonese e la sua falsa datazione del 586 a.C.), ma al contrario prova quanto sinora abbiamo scritto: chi ha seminato la zizzania nei Re (campo di grano) è il demonio, che ha gettato una semente ibrida al solo scopo di creare il caos laddove regnava e regna l’ordine (1-2 Re, come dimostra la nostra tavola dei regnati).

Non appare dunque un caso che quel 305 che segna la differenza tra lo 891 a.C. e il 586 a.C. ci parli del demonio, perché la storia dei Re che prende le mosse da un esatto 891 a.C. si conclude, stando alla scienza, con il 586 a.C. ghematria di ὄφις (serpente) che altro non è che l’alias del demonio che ha generato il caos.

La passione ci consiglia di aggiungere anche che quel 586 a.C. è – lo abbiamo scritto- frutto della datazione assoluta emersa dalla VAT 4956 che ferma l’eclissi lì descritta nel 567 a.C. e conseguentemente ferma l’esilio nel 586 a.C. Abbiamo già scritto che 586 è ghematria di ὄφις, ma in questo blog non abbiamo mai detto che 567 corrisponde a una ghematria attuale, se il latino offre per Vaticano Vaticanus. Il lemma latino si presta a una facile traslitterazione greca che ne fa Υαθικανος e il suo valore è 567, quello stresso 567 del 567 a.C. indicato dall’eclissi del VAT 4956, dicendoci che sì, è stato il demonio a seminare la zizzania, ma il demonio ha un nome e cognome: il Vaticano, colui che ha inventata non una storia assurda, ma bensì letteralmente demoniaca.