La genealogia di Berenice

Nel post precedente avevamo posto al lettore una domanda che fa del Vangelo di Luca un’opera letteraria, quando già il ricorso all’analessi aveva posto i termini di una riflessione che esula dai vangeli per porsi a una luce nuova, narrativa.

Il punto era se fosse possibile dare un nome e un volto all’emorroissa, la donna che non solo chiude una genealogia, quella lucana, ma che consegna il Vangelo di Luca alle donne, se ella compone il settenario che permette la divisione delle 84 generazioni così da ottenere 12, come le tribù, come gli apostoli.

La tradizione ci parla di quella donna come Veronica, ma il Pianigiani, sempre ottimo, è di tutt’altro avviso, come potete leggere qui, e individua, attraversando lo gnosticismo, Proynike-Beronichè-Berenice.

Noi diamo molta fiducia al Pianigiani, come la diamo a questo testo del ‘700 che, ispirandosi a Giuseppe Flavio e alle sue Antichità, ci parla di una Berenice moglie o cognata di Erode Agrippa (10 a.C.-44 d.C.), un re di Giudea che visse gli anni di Gesù, cosa che permette di avvalorare almeno una tesi, cioè quella che vuole l’emorroissa donna famosa in Gerusalemme, nonché ricca perché inutilmente “aveva speso tutti i suoi beni con i medici” (Lc 8,43) senza guarire dalla sua malattia.

Inoltre, noi abbiamo scritto che ella è il simbolo di una Gerusalemme in attesa da secoli, per cui quelle perdite di sangue sono la disillusione di un popolo che non riusciva ancora a concepire il suo Messia o, in ogni caso, a concepirlo come si presentò.

Infine, il fatto che proprio Luca dia notizia dell’emorroissa non è casuale: Luca era un medico e come tale tratta professionalmente la malattia, per cui le due cose si unirono:

  1. L’emorroissa personaggio famoso che nessuno era riuscito a guarire aveva reso il caso pubblico
  2. La guarigione ne fece un caso medico, cioè la scienza si trovò di fronte al miracolo o in ogni caso alla guarigione straordinaria operata da colui che diceva di essere il Cristo

Ecco allora che tutto si fonde in una notizia che Gerusalemme non poteva ignorare: la donna era famosa; i medici ne confermavano l’inguaribilità e dunque il Messia era giunto, Gerusalemme aveva concepito.

Ma il fatto che l’emorroissa fosse donna famosa, ci riconduce ad Agrippa e alle sue Berenice, perché sua madre, sua figlia e sua moglie o cognata, in ogni caso molto amata come sostiene Flavio in Antichità, portavano quel nome e allora il Pianigiani, che subito ci ha parlato di lei, rifacendosi agli gnostici, coglie nel segno.

Mi pare che tutto si allinei alla perfezione, se nel post precedente noi avevamo promessa una favola, la quale vuole sempre l’anonima serva rivelarsi principessa d’alto lignaggio: Berenice, che noi inseriremo nella genealogia lucana in ossequio alla sua chioma, senza che Callimaco ci accusi di plagio, perché avevamo promesso un volto e ci piaceva bello.

In nome della serva

Alla luce del post di ieri sera, quello che fa luce sul rapporto, vero, tra la Scrittura e le donne, emerge un aspetto triste, perché ogni capolavoro, quale è il Vangelo di Luca, ha il suo anonimo, in questo caso, la sua anonima.

E’ un po’ come in certi film in cui l’anonimo, relegato in un ruolo marginale della trama, si rivela poi protagonista, perché il suo nome rivelerà la sua identità.

E’ il caso dell’emorroissa che, facente parte integrante della genealogia lucana, che si compone di nomi maschili e femminili, solo lei però non ha più un nome, sebbene in origine ce lo avesse, per il semplice fatto che tutti gli altri e tutte le altre ce l’hanno.

Dunque, se la condizione femminile sinora vissuta è dovuta alla Bibbia essa stessa “stuprata” (padre A. Maggi), sull’emorroissa è calata la mannaia di una censura che assurge a simbolo, perché con lei sono precipitate anche le donne nell’anonimato.

Il suo riscatto, quindi, significa il riscatto da una condizione di soggezione che i Vangeli, in particolare quello lucano, erano ben lungi dall’attribuire, ma ha fatto comodo un “sopra” e un “sotto” karmasutrico e di chiesa, cosicché l’ordine fosse legge, non Giustizia, non Scrittura.

Dare di nuovo un volto e un nome all’emorroissa, all’eroina della Scrittura, significherebbe, allora, fare Giustizia, non vendetta, a una donna e a un genere, quello femminile, che con lei ha sofferto di un anonimato ex cathedra.

Sarebbe davvero bello che io o altre sapessimo rivelare il volto e il nome della serva, cioè dell’emorroissa, affinché il capolavoro lucano ci riservi un finale da favola.