La ragione e la fede di un’attesa

Nel post recedente abbiamo appena introdotto la diversa natura cronologica dell’Attesa messianica vista da Luca e da Giovanni, quando l’uno ferma il tempo al 34 d.C.; l’altro al 32 d.C.

Sono due diversi episodi che determinano la differenza, ma proprio perché diversi riflettono le due diverse nature dei rispettivi vangeli: storico quello di Luca che nasce dopo “un’accurata ricerca e un resoconto ordinato”; teologico quello di Giovanni che vive un’unica grande Pasqua.

Infatti se nel primo si referta la storia alla luce della guarigione dell’emorroissa, fatto medico, nel secondo quell’attesa messianica finisce con la resurrezione di Lazzaro che fa da pendant alla Resurrezione.

Luca, medico, fu pragmatico uomo di scienza e non indulse alla teologia; Giovanni si china sul petto di Gesù e ne sente il battito teologico facendo del Vangelo un resoconto “raffinato” piucchè accurato.

Questo però non significa che le due opere si contraddicano: tutt’altro. Le due opere, come abbiamo spiegato sopra, nascono diverse per natura e scopo e dunque quell’Attesa segna una fine che non coincide, sebbene in entrambi precisa cronologicamente, solo che l’uno guarda al taglio storico; l’altro a quello teologico.

Detto questo possiamo introdurre una tabella che sintetizza l’intero periodo, cioè da Mosè al 34 d.C., tabella che riassume tutto dimostrando che quell’Attesa nasce nel deserto e giunge all’Emorroissa rendendola ancor più donna se Anna la profetessa fu l’ultima della sua stirpe e il suo sguardo concluse quello profetico proiettato nel futuro.

Vorremmo dire che “la Legge e i profeti fino a Giovanni” (anche qui), ma quest’ultimo, per sua stessa ammissione, non fu Elia, non fu profeta, ma solo voce di quel deserto (Gv 1,21-23) che aveva concepito il Messia e dunque ciò che lo ha reso celebre, ciò che ne ha fatto The voice per antonomasia, si arricchisce di una sfumatura messianica che attinge all’esperienza esodale mosaica di cui fu sintesi e araldo, ma non profeta: lui stesso lo ammette facendo così di Anna l’ultima della stirpe.

 

CRONOLOGIA DELL’ATTESA MESSIANICA
 
Mosé Profeti  Luca Giovanni
1425 a.C. 1425 a.C. ”            “ ”            “
945 a.C. 945 a.C. ”            “ ”            “
465 a.C. 465 a.C. ”            “ ”            “
  63 a.C. ”            “ ”            “
15 a.C. 15 a.C. ”            “ ”            “
    15 d.C. ”            “
    23 d.C. ”            “
      32 d.C.
    34 d.C.  
       

Scorsa la tabella, che richiede la conoscenza cronologica del blog altrimenti mi sarebbe impossibile impostarla con i mezzi e le capacità di cui dispongo, passiamo a dire che sì, Luca e Giovanni sono diversi in quell’Attesa, ma confluiscono perché immissari del Lago di Tiberiade. l’uno per una lunghezza di 34 km; l’altro 32 km, si può dire

Confluiscono nel lago in virtù di Isaia 21,11 passo celebre che annuncia il giorno chiedendo l’ora della notte, una notte che gli apostoli hanno passata invano pescando niente (Gv 21). Dunque quella notte riassume quella messianica dell’attesa, quando però sarà il giorno fruttuoso, sarà la Resurrezione, il Cristo vivo sulla riva.

Infatti Is 21,11 riassume le cifre che caratterizzano Luca e Giovanni perché 11 sono gli anni che dal 34 d.C. permettono di raggiungere il 23 d.C. sintesi del salmo del Divin pastore.

Vero è che l’emorroissa soffriva, stando all’attuale Vangelo di Luca, da 12 anni ma più esatta è la nota di 11 anni quella che permette tutto quanto detto, linkando, nel paragrafo precedente, in particolare la nota del perfetto (è venuto).

Per quanto riguarda il 21 mi pare addirittura ovvio: 21 è il capitolo della Pesca miracolosa e deve leggersi 777 per un simbolismo che trae il suo più importante significato in croce avendo scritto che il Vangelo di Giovanni è una Grande passione.

Dunque il braccio lucano del lago si ferma al 34 d.C.; quello giovanneo al 32 d.C. ma entrambi confluiscono alimentando il Lago di Tiberiade di cui ci siamo occupati a suo tempo diffusamente (vedi categoria 153).

Ed è a Tiberiade che la notte finisce e quel pescato miracoloso, 153 grossi pesci, conduce ad Alcimo colui che distrusse il Cortile interno del tempio e così distrusse l’opera profetica (1Mac 9,54).

In Gesù e in quel pescato non c’è la stessa demolizione, ma il compiersi della voce dei profeti e la profezia lascia il posto alla Rivelazione che per primo Giovanni scorge, come la scorge per primo nei vangeli se ferma al 32 d.C. mentre Luca al 34 d.C.

Vorremmo anche brevemente accennare che Tiberiade è luogo d’elezione dopo il grande salto del Vangelo di Giovanni che abbiamo detto avere le caratteristiche di un fiume che nasce quieto, invisibile per poi, man mano, crescere d’intensità fino alla Passione dove s’immerge carsicamente riaffiorando sulle sponde del lago per una scena idilliaca di Resurrezione.

La distanza della barca dalla riva, cioè da Gesù, misura in metri 888,75 quando 888 è la ghematria greca di Gesù; stesso dicasi delle misure del cortile del tempio che se ridotte al cubito romano ammontano a 888 cm.

Come vedete siamo all’interno di un contesto storico e teologico con l’Attesa messianica vissuta da Luca e Giovanni, un’Attesa che fu quindi ratio e fides che ebbe la sua sintesi in una cornice idilliaca.

Ps: chiedo scusa se il post da per scontato molto, persino troppo, ma se ogni volta dovessi spiegare punto per punto il blog entrerebbe in una logica esponenziale insostenibile.

L’Attesa messianica: una condizione femminile maiuscola

Parlare di “Attesa messianica” significa occuparci di un tempo preciso, di un preciso momento storico vissuto da Gerusalemme. Quindi non è un tempo d’attesa tout court, ma preciso momento storico e perciò richiede la maiuscola.

Come richiede che si abbiano chiare le fasi che, come in tutti i periodi storici, si avvicendano prima dell’Epilogo, un Epilogo che, in questo caso, aggiunge un Epifania a quella già nota, perché il Messia diviene manifesto.

Quell’Attesa divenne storia nel 63 d.C. quando Pompeo fece di Gerusalemme una provincia romana. La perdita d’indipendenza coincise con la perdita di un’identità politica, culturale e religiosa che affondava le sue radici e traeva la sua legittimazione in Mosè, un periodo aureo che si riteneva perduto e per questo, forse, l’Attesa messianica fu vissuta solo come speranza.

Essa, cioè l’Attesa, iniziò, lo abbiamo scritto, nel 63 a.C. ed ebbe una prima fase che si concluse nel 15 a.C. quando Anna la profetessa vide il Messia appena nato (Lc 2,38). Il suo, però, è lo sguardo profetico che solo sa scorgere il baluginio messianico nell’orizzonte di Gerusalemme. Nessun altro, che non fossero i protagonisti dell’Annunciazione (altro periodo che compone l’Attesa), ne seppe nulla.

Dal 15 a.C. si giunge al 15 d.C. quando quell’attesa diviene febbrile e si avverte il Messia nell’aria che Gerusalemme respira, ma che non sa da dove proviene (Gv 7,40-43) o chi in realtà sia tra i tanti papabili.

In questi anni, quelli che vanno dal 15 d.C. al 31/32 d.C., il sinedrio cerca di mettere il manico alla caffettiera bollente di Gerusalemme presa da quell’Attesa e propone un suo Messia affinché, colto di sorpresa, non sia in balia di un evento che sa rivoluzionario nella storia di Gerusalemme che si compie, perché l’Antico Testamento e Mosè hanno parlato di Lui (Gv 5,46).

Quello stesso sinedrio Lo incontra all’ombra del tempio e Giovanni 2,19-25 ne da minuziosa notizia e lascia capire che solo i membri del sinedrio capiscono che l’Attesa è finita: è Lui, Lui che legge (Legge) nei loro cuori il progetto deicida (Gv 2,25).

Questo fu segno per loro, ma non per Gerusalemme che dovette aspettare il 32 d.C., quando Giovanni Battista Lo rivela a tutti, ma più ancora lo farà la Resurrezione di Lazzaro (anch’esso momento storico preciso che richiede la maiuscola) che diraderà ogni nebbia stando, però, al Vangelo di Giovanni, perché Luca traccia un altro segmento di quell’Attesa: la Guarigione dell’emorroissa (34 d.C.) per un taglio storico precipuamente lucano che magari vuol aggiungere altro, ma che ancora ci sfugge. Sta di fatto che con l’Emorroissa Gerusalemme cede alla lusinga del Messia, dell’Emmanuele, del “Dio con noi” e crede.

Tutto questo, però, compone il breve periodo di quell’Attesa, perché ce n’è uno lunghissimo e che coincide con il grido di Ezechiele che compendia quello di tutti i profeti che hanno vissuto la Lunga notte e si son chiesti quando essa finirà (Is 21,11).

Quel periodo nasce nel 1425 a.C., cioè con l’Esodo che annuncia l’Esodo pasquale di Gv 10 in cui, come Mosè ha condotto fuori dall’Egitto Israele, così Gesù, il Messia, condurrà fuori il popolo di Dio dal peccato superando ciò che lo produce: la Legge.

Quel periodo nasce nel 1425 a.C. e procede secondo un tempo profetico fatto di intervalli di 480 anni (vedi tabella), cosicché traccia epoche ben precise di quell’attesa stando alla cronologia del blog:

1425 a.C.: Esodo

945 a.C.: fondamenta del primo tempio

465 a.C.: fondamenta del secondo tempio

15 d.C.: Gesù ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico che getta anch’esso le Sue fondamenta, in particolare del nuovo ναός (Gv 2,20) che, come abbiamo scritto, pone fine sì all’attesa, ma non la rivela. Bisognerà ancora aspettare

il 31 d.C.: il dialogo al tempio in cui il sinedrio Lo riconosce

il 32 d.C.: Giovanni Lo battezza e Lazzaro lo incorona

il 34 d.C.: l’Emorroissa lo elegge

Come si può facilmente capire, se tutto ciò fosse uno spartito si passa da un tempo solenne, quello profetico, che si caratterizza per una chiave mosaica, a un tempo “presto prestissimo” e infatti le note di quell’Attesa si fanno febbrili con repentini cambi di tema dal 15 d.C. al 34 d.C.

Tutto ciò denota che Gerusalemme era in subbuglio e ognuno vedeva il Messia non con i propri occhi, ma con il proprio sentire se già gli evangelisti, con Giovanni e Luca di diverso avviso, tracciano una loro Epifania messianica: l’uno nel 31/32 d.C.; l’altro nel 34 d.C.

Resta il fatto, però, che quell’Attesa prima s’intuisce (1425 a.C.-15 d.C.); poi si compie (15 d.C.-31 d.C.), ; infine si rivela (32 d.C.-34 d.C.) e questo è chiaro in Anna, la Profetessa, che presta il suo corpo di donna per illustrare una gravidanza messianica concepita nella notte dei tempi (1425 a.C.) e che ebbe la sua alcova nel deserto.

Anna aveva 84 anni (Lc 2,36) quando vide il compiersi di quell’Attesa, cioè nel 15 a.C. al tempio (Lc 2,37). Ella fu sposata per 7 anni e questo interruppe il suo ministero togliendola dalla sua condizione profetica e consegnandola al matrimonio.

Dunque per 77 anni (si noti il simbolismo che emerge dal calcolo secco a cui si aggiunge il 7 degli anni di matrimono per un 777 di perfezione) ella esercitò un ministero ed ecco allora che si fa interessante il calcolo di quell’Attesa alla luce della cronologia su esposta e che verte sul 63 d.C. per giungere al 15 d.C. per un una traccia storica e profetica anch’essa ferma sui 77/78 anni (63 a.C.-15 d.C.) parlandoci, con una vita, quella di Anna, di una condizione profetica, quella stessa che visse Gerusalemme e a cui Anna prestò se stessa, rendendola davvero l’ultimo profeta, anzi, l’Ultima profetessa, per un ulteriore tranche d quell’Attesa che fu donna.