Apocalittici o integrati

Buona sera Sua Santità Emerita

le scrivo dopo la lettura su Aleteia (vorrei linkare l’articolo ma non lo trovo più) di un commento a un suo intervento in cui fa da sfondo Apocalisse. E’ sempre un piacere leggere coloro che cercano, nella Scrittura, lo Spirito, perché coscienti, come coloro che vi ricorrono, che la lettera uccide.

Al di fuori di questa esegesi c’è il deserto, il deserto della lettera, per cui i suoi interventi sono oasi, almeno per me che ho affrontato Apocalisse non nella radice dei verbi, ma nella natura dell’opera, un’opera che alcuni, chissà a quale titolo, reputano kafkiana senza soffermarsi, nonostante il rango di Chiesa, a riflettere se forse non dipenda da loro.

Incapaci di vincere la partita, insomma, buttano all’aria la scacchiera, ma hanno pregato prima di affrontarla o si sono cimentati con un piglio accademico che a denti stretti ha intimato a Giovanni: “Dimmi!?”.

Le confesso che, al di là della mia evidente presunzione, io ci ho capito qualcosa, ma non perché fossi intelligente o preparato, anzi, non ne sapevo niente e come tutti i neofiti ho commesso l’errore di affrontare, già scarsissimo di Scrittura, il testo più difficile, quello che ha fatto naufragare il fior fiore degli esegeti.

Ma come mai, allora, ci ho capito qualcosa? Le confido un segreto che mi pare mai prima ho rivelato: a Levane, durante una delle visite di mio padre, fui costretto, ovvio, cedergli il letto che prima era suo e allestii una brandina in sala di fronte al camino, diverso da quello che ho adesso di fronte, ma pur sempre camino.

Quella notte, chissà perché, mi venne l’dea di Apocalisse, ma solo se prima avessi pregato quaranta Pater, dopo di che dissi, tra me, adesso posso affrontarla e tutto quello che di buono – e ce n’è forse addirittura molto- lo devo a quei Pater e non a laboriosi, ponderosi e boriosi studi.

Al contempo ho continuato la mia ricerca cronologica biblica, unendo poi le due cose tanto che posso dirle che la storia e Apocalisse coincidono, perché Apocalisse è storia, il resto, il più delle volte sono storie.

Ho frequentato il liceo classico di cui, tra l’altro, il preside era un prete (don Martini) e in IV ginnasio avevo come professore di lettere, greco e latino un castellano, cioè del comune e diocesi di Città di Castello, sebbene il liceo fosse a Montevarchi.

Leandro Arcaleni c’introdusse subito nell’aula intellettuale della Pubblica istruzione citando libri su libri, tra cui “Apocalittici e integrati” di Eco che noi, a nostra volta, citavamo perché già convinti, dopo una settimana di ginnasio, diessere intellettuali fatti. Questo fa sorridere, ma non più del giusto perché quel libro mi torna estremamente utile adesso che le scrivo.

Infatti, alla luce di Apocalisse e della cronologia biblica che ho studiato in seguito, ritengo quel titolo fortunatissimo, ma impreciso, perché meraviglioso sarebbe stato “Apocalittici o integrati”.

Sì perché o credi alla storia di Apocalisse o a quella che insegnano a scuola che altro non è che il velo con cui si copre quello che è successo veramente (cit.). E’ in Apocalisse la storia, una storia che non è quella della fede, ma quella con la esse maiuscola, cioè quello che veramente è successo, succede e succederà perché Giovanni ha letto il futuro.

Le faccio un esempio: il Risorgimento, alla luce dell’inno nazionale italiano, è tutto da riscrivere perché “schiava di Roma Iddio la creò” l’italia, per cui la chiave di lettura di quel periodo storico è ben altra: da Porta Pia uscirono i preti piucché entrare i garibaldini.

Capisce che tutto si arrovescia e non è questione di dare giudizi di valore, cioè se sia stato un bene o un male, quanto capire quello che poi realmente è successo e che magari doveva succedere alla luce di Apocalisse, però, tanto che in fondo qualunque cosa abbia ordito la Chiesa altro non ha fatto che scrivere la Storia, con buona pace di tutti coloro che vedono la storia esclusivo appannaggio dell’uomo.

“Apocalittici o integrati” significa, allora, che o credi ad Apocalisse o all’uomo cioè a una ricerca a cui sfugge il senso ultimo della storia stessa per cui il frutto della fatica è vano e sempre esposto all’opera successiva che magari ribalta tutto.

Gesù spesso ci mette di fronte a un aut aut, cioè a un con Lui o con altri. Così fa della storia che ci vuole partecipi comunque, ma distinti in apocalittici o integrati.