La palla ai piedi dell'albero di Natale

La lettera a Sardi, la chiesa a cui abbiamo dedicato molti post, si caratterizza per l’ora, un’ora che l’angelo deve conoscere, altrimenti se ne andrà via nudo (Ap 16,15), così come è stato trovato, perché beato sarà chi mantiene le sue vesti.

Egli, Gesù, verrà come un ladro, si scrive, ma nessuno ha capito il senso di quel sostantivo che ripropone la crocefissione, quando, tra due ladroni, fu appeso anche Gesù, ma non come ladro quanto come impostore.

In questo senso allora, lo strong diviene insostituibile, perché coglie la sfumatura e riferisce Gv 10,8, quando solo tutti quelli venuti prima di lui sono ladri e briganti.

Ma anche qui la traduzione è pessima, perché non lascia intendere che quel “venuti” prima di lui significa “venire alla vista del pubblico” come di nuovo suggerisce lo Strong, per cui “nascere”, magari come Messia e prestarsi all’adorazione dei pastori prima, dei Magi poi.

Adesso subentra un bellissimo gioco di versetti, quelli a cui il blog crede, perché capaci di far luce quanto altre chiavi di lettura, magari più note, ma insufficienti, talvolta, a far luce piena su ambiti particolari.

La prima citazione che abbiamo riportata è in Ap 3,3, quando Gesù viene come impostore o falso maestro e infatti quel 3,3 di Apocalisse della Lettera a Sardi è il 33 d.C., la data tradizionale e solo tradizionale della crocefissione che, ne siamo certi, è da condivisa da ben pochi nella sostanza, la quale si fa forte solo di una tradizione che se impugnata non ha argomenti.

Quel 33 d.C. fa di Gesù, allora, un falso maestro perché lascia molto spazio al dubbio, talvolta al mito, in ogni caso lo priva di una storicità certa se neanche l’anno di morte ha una solida base.

Gesù, allora, viene a Sardi con documenti saputi falsi, ma di cui non si conoscono neppure gli originali e vidimati dalla storia, perché il 35 d.C. è assolutamente marginale, tanto che se ne occupa solo il nostro blog.

Tuttavia è quel 35 d.C. che fa di Gesù il rabbuni (Gv 20,16) cioè l’unico e vero maestro, mentre il 33 d.C. lo confonde nella folla degli aspiranti al titolo, rendendolo, sostanzialmente, un grande falso, un impostore che nessuno sinora ha cacciato dalla storia.

Sardi deve stare bene attenta, allora, perché la sua venuta non sarà, come si aspetta, in pompa magna, quella a cui è abituata, ma vorrei dire in sordina, quando però penso in guardina, cioè nella veste di un impostore di nuovo condannato, sebbene stavolta dai tribunali dei suoi prestigiosi ed esclusivi college che non vogliono nessuno con la palla la piede.

Tuttavia Gv 10,8, la seconda nostra citazione, è chiaro: tutti coloro che sono venuti prima di Lui sono in realtà ladri e briganti, ma lo abbiamo scritto: non è corretto tradurre così perché non è semplicemente “venuto”, ma “nato, esposto al pubblico” e conseguentemente all’adorazione, dei pastori prima; dei Magi poi, lo abbiamo già scritto.

Non il caso, allora, ma la sacralità dei vangeli vogliono fermare quella venuta al pubblico in Gv 10,8, perché se il 33 d.C. segna la menzogna e la palla al piede di Gesù, il 10/8 segna però il Natale, il nostro solito Natale, rovinato da un impostore, che però in quel giorno è davvero nato, ed era il 10 agosto del 15 a.C., mentre è morto e risorto nel 35 d.C. lasciandoci però la Pasqua.

Il Primate d’Inghilterra

Buonasera Sua Eccellenza Justin Welby, Primate d’Inghilterra

le scrivo perché spesso ho occasione di riflettere sulle cose inglesi, distanti secondo la politica e forse anche la religione, ma non secondo uno sguardo che valica tutti i confini, perfino quelli geografici. Quello sguardo è sapienziale e rende una cosa sola l’uomo e la sua storia, perché apparteniamo a un’unica specie e siamo entrambi cristiani.

Nei miei appunti su Apocalisse, ho spesso fatto riferimento alla lettera che è a voi indirizzata che è quella di Sardi, in cui si dice chiaro che siete morti, ma vi si crede vivi.

La vita apparente che vi contraddistingue è dovuta a un fatto, piucché a una persona, sebbene quel fatto sia Darwin che avete sepolto in Westminster. Quel Darwin proietta l’uomo su una scala che non è rivolta al cielo, ma alla terra, tanto che si spinge, cioè affonda i suoi piedi, sotto terra, come del resto deve essere se Sardi rappresenta, nel mappamondo apocalittico, gli inferi.

Darwin ci vuole animali, cioè ci consegna alla morte animale, a un evoluzione che ci stacca da Dio, per una finitezza che ha perso addirittura il senso e la definizione di eternità per un hic et nunc evolutivo.

Quando una Chiesa apostata neanche dalla verità, cioè da Gesù se via verità e vita, si condanna da sola a una vita che è solo apparenza, per il semplice fatto che l’immanenza, cioè l’evoluzione, ne ha uccisa l’anima e quel che resta è un’effige di una Chiesa capace solo d’ingannare l’occhio, ma solo quello dei curiosi.

L’apostasia è peccato grave che Dio tollera, ma fino a un certo punto, oltre il quale, cioè esaurito il tempo della misericordia, scatta inesorabile quello della giustizia, che non sarà però sommaria, ma un’ironia che voi stessi avete scritta su un copione di tutto rispetto, cioè un urbe et orbi anglicano che farà ridere tutto il mondo.

Darwin non è solo l’evoluzione, per cui, con lui, avete sepolto l’anello non mancante, ma sfilato dal dito di Dio: avete sepolto una scimmia nel vostro tempio che è diventato il suo.

Una scimmia altro non è che un primate, cioè, visti gli onori riservati, il Primate d’Inghilterra a tutti gli effetti , il Primate di una Chiesa che si è prestata da sola a un’ironia facile facile ma di sicuro effetto, affinché chi è causa del suo mal pianga se stesso, sebbene in compagnia di un mondo che tutto a un tratto scoprirà che anche Dio sa far ridere.

I miei omaggi

Giovanni

007, il movente segreto

Negli ultimi post ci siamo occupati della questione inglese entrando a corte, certi che chi ha i centimetri o pollici sufficienti avrebbe capito, per gli altri pace.

Adesso faremo di nuovo appello all’altezza, sebbene di pensiero, per una visione più alta, quella stessa che ricorre come un mantra nell’esegesi cattolica che pone immancabilmente la Bibbia di fronte a uno specchio, ma da circo il più delle volte, cosicché quasi mai la realtà ultima è offerta nelle sue esatte dimensioni, ma si muove tra il gigantesco e il nano.

Non mancano di certo nel mondo anglosassone gli studiosi del processo d’indipendenza delle colonie, tuttavia, anche al di là delle teorie più raffinate, manca allo studio la realtà più alta, cioè l’ultima analisi che non è filosofica, ma storica, sebbene i concetti siano mutuati da Apocalisse, libro di testo per bambini, ma anche per adulti evoluti nel senso buono.

In questo contesto noi caleremo la nostra analisi che postula un matrimonio che non s’ha da fare per dei Promessi sposi manzoniani che escono dalla loro cornice storica conosciuta per addentrarsi in chiesa, cioè in Sardi.

Diversi post abbiamo dedicato alla questione che si riassume brevemente, in fondo, cioè che Apocalisse è stata falsata nel suo ordine o, se volete, nel suo giorno più bello: le nozze dell’Agnello a cui si deve dare gloria (Ap 19,7), cioè uno dei sette spiriti elencati in 5,13 e che si associano, quasi esattamente, nell’ordine delle Chiese, solo che, quando arriviamo a Sardi, dobbiamo attribuirgli la gloria, perché è la gloria dei che si conferisce agli inferi, cioè a Sardi, ed essa immancabilmente sfida la morte, tipica degli inferi, una morte che fa esplicitamente il suo ingresso nella Lettera a Sardi che purtroppo, per cause che conosciamo, “si crede viva” ma in realtà è morta.

Dicevamo che si deve invertire parzialmente quell’ordine e conferire a Sardi la Gloria, mentre a Filadelfia, chiesa successiva nell’ordine delle lettere, l’onore, ma questo lega le due chiese a una storia che vedremo si fa comune.

Infatti la Rivoluzione francese blindò la Francia al cattolicesimo romano affinché il programma della celebrazione delle nozze si tenesse in una chiesa ultra cattolica che garantisse un matrimonio combinato.

L’Ancien régime non fu distrutto per le brioches di Maria Antonietta, ma per far posto alla scristianizzazione prima e alla ricattolicizzazione della France profonde poi. In questo senso, allora, assumono un’altra luce le 135 diocesi della Francia pre-rivoluzionaria, perché se ogni chiesa ha il suo campanile con la croce, quelle 135 diocesi ci parlano più di ogni altra cosa di cosa fosse la Francia cattolica, cioè così cristiana da avere 135 diocesi ferme, nel numero, al preciso anno della crocefissione, il nostro 35 d.C. che fu abbattuto, come anno e come croce, assieme alla Francia dai venti rivoluzionari, offrendo così il simbolo non solo del processo di scristianizzazione, ma ancor più di cattolicizzazione romana cruenta.

Ma negli anni precedenti la rivoluzione abbiamo anche la Guerra d’indipendenza delle colonie americane, guerra che vede la sua pace con il Trattato di Parigi del 1783, fatto che lega ancor più Filadelfia (Francia) a Sardi (Inghilterra), perché il luogo non è casuale, come non crediamo sia casuale la spinta dell’illuminismo francese che sconvolse gli equilibri americani, se si ha chiaro quanto scritto sul matrimonio dell’Agnello, cioè che si è falsato il documento di nozze (Apocalisse) per tenere nozze segrete, tanta sarebbe stata la vergogna di una sposa bambina, costretta a delle nozze coatte.

In sintesi stiamo dicendo non che soffiarono, ma che si soffiarono i venti rivoluzionari e indipendentisti sulle coste americane, perché, già blindata la Francia, si cercò d’indebolire la sposa legittima e toglierla di mezzo con ogni mezzo.

Avevamo promesso un post alto, cioè un’ultima analisi alla luce di Apocalisse e abbiamo mantenuta la promessa, adesso potrebbe essere il turno degli avvocati, cioè degli studiosi di quel particolare periodo storico per comprendere se siamo anche solo parzialmente nel giusto.

Si tratta, sulle prime, di rivedere le origini della Guerra d’indipendenza per comprendere se, a questa luce, cioè a quella di Apocalisse, sia tutto in regola o qualcuno ha attentato alla vita di Sardi, promessa sposa e questo solo James Bond può farlo uscendo però dalla pellicola, i libri di testo, con l’immancabile bombetta, ma in mano.

Apocalisse, dal paradosso alla freddura. Un’analisi delle lettere

L’approccio alla Lettere di Apocalisse cambia di tema dipendentemente dallo scopo, ma mi pare, anche al di là della mia ignoranza, che nessuno abbia parlato delle lettere del paradosso.

Abbiamo in Smirne un esempio chiarissimo, dove la povertà e la tribolazione russa si accompagnano alla ricchezza, sebbene spirituale; mentre in Sardi la vita secondo il secolo diviene morte all’eternità. Oppure penso a Laodicea che “manca di nulla” al mondo, però mendica nella via di Dio. Ma c’è anche la francese Filadelfia che mostra la sua “poca forza”, ma spera nella ricompensa che la farà “colonna”, cioè elemento portante, quello che regge tutto il peso.

Talvolta, però, in questa logica del paradosso, si raggiunge il grottesco perché la tedesca Tiatira ha le opere di ora migliori delle prime, quando quest’ultime contengono la shoah, per cui ti viene davvero il dubbio sull’opinione di Dio riguardo alla storia, che forse non è raccontata bene nelle sue cause e questo, tra l’altro, lo si evince dalla Lettera agli ebrei che non è paolina, ma di Giovanni, nella misura in cui la Lettera a Efeso s’indirizza a loro, cioè all’Israele che molto ha “sopportato per amore del Suo nome”, un amore però che nutre solo l’Israele che ricorda da dove è caduto e tiene ancora acceso il suo candelabro (menorah).

Il paradosso che Apocalisse esprime con le sue lettere è, dunque, un rovesciamento di giudizio che da storico, scientifico si fa sapienziale per cui lo sguardo e la prospettiva sono completamente diversi, tanto che noi vogliamo mettere sullo stesso piano Smirne (Russia) e Sardi (Inghilterra) perché antipodi del mondo giovanneo, poiché se da una parte c’è il Top, dall’altra c’è quella che è stata ultimamente ribattezzata “gas station” e magari neanche all’avanguardia, ma a bombole.

Dei russi, lo sappiamo da questo post, Oltralpe si dice che basta una grattatina per avere il cosacco, cioè la loro educazione e civiltà è solo di facciata, mentre di Sardi è un gran bel dire perché offre sempre i suoi gentlemen, cioè quanto di più raffinato, elegante, educato e civile l’umanità abbia saputo e sappia esprimere.

Tuttavia è innegabile che questo giudizio non si accompagni a uno dello stesso tenore procedente da Dio e in ciò Paolo fa scuola quando dice che Egli sceglie ciò che è disgraziato agli occhi del mondo, per confondere ciò che il mondo ha benedetto e ricoperto di grazia (1Cor 1,27).

Il giudizio paolino significa anche che spesso ciò che è stimato e alto agli occhi degli uomini, è vile e spregevole agli occhi di Dio, confermando, così, una logica del paradosso che già aveva caratterizzato Giovanni e la sua Apocalisse.

Ecco allora che si riaffaccia prepotente lo sguardo divino sulle faccende umane, anzi, troppo umane se la nostra origine è animale ed evoluta sì, ma secondo l’uomo, perché secondo Dio è semplicemente bestiale e, in onore al paradosso, la troviamo in chiesa, ma solo in una Chiesa che è quella frequentata dai gentlemen, per cui vacci a capire qualcosa.

Darwin, sepolto in Westminster, non è il capriccio di un’agenzia di pompe funebri, ma una precisa scelta tanto che le esequie furono eseguite in pompa magna, o in gran pompa, che è uguale, cosa che denota una volontà che da creazionista si è fatta evoluzionista, pensando così di salire la scala che porta al cielo, ma in realtà è precipitata così male che a causa del botto si credono vivi, ma in realtà sono morti. Insomma uno stato confusionale causato non da droghe pesanti, ma dal pensiero che si è fatto debole fino a perdere i sensi.

Darwin, dunque, diviene l’espressione di un paradosso minacciato per lettera la quale diviene testamento e motto, perché se è vero il Ecretz le russe, vous avez le cosac, potrebbe essere altrettanto vero che a dare una grattatina ai gentlemen abbiamo Darwin e il suo Top che non è primato, ma primate, cosa che va oltre il paradosso per entrare a pieno titolo nella più classica delle freddure inglesi.

Enri’

Chi non conosce l’I.R.A: cioè l’Irish Republican Army? Quante chiavi di lettura sono state offerte? Innumerevoli, ma come al solito, forse, quella giusta è quella scartata e serbata, per la prova, all’ultimo, ma solo perché la porta è rimasta ostinatamente chiusa.

A corte nacque quello che ormai è un uomo fatto, nacque Enri’ la cui chioma sembra davvero tratta da una borgata di Belfast, e anche qui la scienza ha detto la sua adducendo il fatto a un tratto ereditario tedesco: quello di suo nonno che sembra abbia avuti antenati rossi di capelli.

L’I.R.A come movimento politico; Enri’ genetico ma non se ne viene a capo: la porta non si apre perché Enri’ ha ancora i suoi capelli rossi e l’I.R.A sobbolle.

Proviamo allora quella chiavetta minuta che sembra messa lì nel mazzo a dar noia e vediamo l’I.R.A non come acrostico, mentre Enri’ lo vediamo come destino.

Il latino in questo ci aiuta perché conosce l’ira e la declina, ma non a caso, in ira, irae ed è quella che ti manda in collera, una collera che può essere divina, cioè l’ira dei.

Questa si è esercitata con l’I.R.A che diviene, allora, non resistenza armata, ma la mano armata di Dio che quando la combini grossa spara, spara pure. Infatti mai ho dimenticato un fatto, sebbene davvero lontano nel tempo, cioè quello relativo a un Windsor o parente stretto che scrisse Il Vangelo del golf o del polo (facciamo del golf che mi viene meglio).

Non fece a tempo a mettere il naso sul libro fresco di stampa e a gioirne che l’ira dei fece Hole in one spedendolo in buca al primo colpo, perché lo fece saltare in aria mentre era sullo yacht.

In Italia, nel nostro piccolo, abbiamo sviluppato una saggezza popolare che si esprime per adagi, per lo più popolari e uno di questi recita “Scherza con i fanti, lascia stare i santi” per una cultura che sebbene mal si presti ad essere trasmessa negli esclusivi college, ha tuttavia un fondo di verità e riposa laddove riposa lo yacht.

Fa riflettere il caso per cui viene spontaneo associarlo a Enri’, pure lui irlandese di adozione e, se tanto mi dà tanto, al di là di un gossip di famiglia, di temperamento, per un I.R.A, fatta in casa, quasi un boom cake che il primo era piaciuto..

Ma a spaccare in quattro il capello di Enri’ le sorprese non finiscono, perché il gossip che lo riguarda ci ha informati sulle sue vicissitudini dal parrucchiere, le quali sono pesanti avendo, per sua stessa ammissione, sofferto molto e fatto soffrire altrettanto, immaginiamo.

L’imitazione di Cristo ci aiuta nella lettura del caso, sì proprio quella che serve a una Devotio moderna, anzi, attualissima, perché il capolavoro letterario ci parla di Via della Santa croce come maestra di cammino e di perfezione, un pellegrinaggio iniziatico non per tutti come sosteneva Teresa d’Avila che affermava che la croce Dio la riserva ai suoi amici più cari.

Quella di Enri’ fu davvero croce e pesante per di più: tutto i soldi e le conoscenze del mondo non poterono niente, niente contro quel rosso autunnale e sperimentò, così, l’impotenza che non fu una red line, ma una chioma oltre il quale non si poteva andare e mai si andò.

Quell’impotenza lo avvicina alla gente, però, che la sperimenta quasi tutti i giorni e tutti i giorni la tocca con mano rassegnandosi, cosicché essa ha trovato il suo re, non perché abbia studiato in esclusivi college; non perché si è distinto in pericolose (?) azioni militari o guidi elicotteri da combattimento, ma solo perché ha sofferto e come loro è stato impotente, lui che aveva il mondo ai suoi piedi.

Per questo, Enri’, non affronterà la gente con tanta testa (superbia), per altro rossa, ma con il cuore, magari incazzoso, ma per questo vicino, vicino a un sentire e a quella red line che noi tutti, in basso, viviamo ogni giorno.

A Davide, o Salomone dovrei controllare, non servirono raffinate tecniche di laboratorio per venire a capo di un figlio conteso: decise per una spartizione equa, fifty fifty e mise mano alla spada. Sappiamo come andò a finire: la madre vera si oppose e si tirò indietro perché il suo cuore lo voleva tutto, cioè lo voleva vivo.

Non fu una giustizia codici e provette alla mano, ma un cardiogramma a risolvere la questione davvero spinosa e dunque il cuore spesso sa più di quello che esprimono i suoi battiti che però con la loro frequenza parlano.

“Benedetto è il Signore che ha addestrato le mie mani alla guerra” si legge in un salmo di Davide, ma vale anche per il cuore istruito dal dolore perché lo capisce e cerca chi gli è simile, forse in virtù di un altro adagio popolare italiano che laconicamente afferma “Ogni simile ama il suo simile”.

Ecco l’I.R.A di Enri’, una chiave di lettura dimenticata nel mazzo di un palazzo dalle mille stanze, compresa quella segreta che solo il ricorso a una chiavetta ignorata ha forse aperto.

Come da foto

Se l’opera di Giovanni è triplice (Vangelo, Lettere e Apocalisse) sembra chiaro che attinga a un’unità concettuale e semantica che si riflette su se stessa.

Non è nostra intenzione affrontare un tema di per se stesso ciclopico, ma solo quello della morte e neppure nella sua dimensione teologica o simbolica, quanto numerica: nel Vangelo giovanneo ne muore uno solo: Lazzaro.

Come nelle lettere di Apocalisse la morte fa diretto intervento in Sardi, che si crede viva, ma è morta e in proposito potete benissimo consultare il “search” con la chiave “Sardi” per sincerarvi che il tema è affrontato, forse approfonditamente.

Noi, adesso, vogliamo mettere in relazione una Chiesa, Sardi, con un Vangelo al suo capitolo 11, quello di Giovanni, in cui assistiamo alla resurrezione di Lazzaro che, per quanto scritto sopra, è Sardi, è l’Inghilterra.

Un’Inghilterra patria dei più prestigiosi college e campus, un’Inghilterra, però, socratica, nella misura in cui esprime il mito: quello della caverna che Giovanni “mutua” con la tomba, anch’essa grotta da cui si esce per tornare alla luce che sulle prime ferisce, poi dona.

Da Socrate a Gesù, passando per Giovanni, e dunque il post si fa interessante, perché Sardi è invitata a fuori-uscire da una spelonca filosofica in tutto e per tutto simile al tempio, ma che però non richiede la frusta, ma le lacrime (Gv 11,35).

Il passo che il Vangelo in questione offre non è quello che solo (l’unico di Giovanni) propone la morte, perché in realtà è il passo della luce, quella luce che sta fuori dalla caverna e quella luce a cui torna Lazzaro, preso dai lacci degli Inferi, come gli Inferi sono Sardi negli elementi naturali di Apocalisse (cielo, mare, fonti/terra e inferi/terra e terra).

E’ il passo della luce anche “alla luce” di Gv 11,9 che misura le ore del giorno, cioè le ore di luce e che così apre una cronologia insolita per il ministero pubblico. Insomma tutto splende oltre la morte per la Gloria di Dio (Gv 11,4) come la gloria è lo spirito di Sardi, per una luce che è eternità e non lux mundi.

Un tempo, l’eternità, che si fa “ora” in Sardi, ora che è tenuta a conoscere e a temere (Ap 18,10). Tenuta a conoscere perché il “tempo” non è un tabloid: è Gloria, eternità quella che trova espressione nella cronologia dell’ υἱός (Figlio, Ap 12,5) che ghematricamente (486, per 486 d.C.), da solo, fa abortire una cronologia reietta perché mutante nel tempo, nello spazio e nelle edicole (sì, edicole).

E un tempo che si fa veste nella Donna di Apocalisse (12,1), che indossa le luminarie del cielo (sole, stelle e luna). Una veste che la lettera a Sardi raccomanda pulita affinché non sia un tempo sporco, inaccettabile perché Genesi, se al quinto giorno della quinte Chiesa si creano quegli stessi astri, si genera cioè il tempo, la sua misura e la sua concezione: in una parola nasce l’eternità e non la storia.

Sardi è tenuta a tutto questo che diviene comandamento se noi adottiamo, come si deve, l’ordine ebraico del Decalogo che al quinto comandamento ordina il rispetto del padre e della madre, ordina cioè di conservare la parola per come ricevuta dai Padri (Ap 3,1).

Ci sono di mezzo le nozze, capisci? Per questo lo abbiamo scritto più volte: il tuo spirito è la Gloria, ma qualcuna nottetempo si è intrufolata nel letto, scambiando l’ordine per l’onore, scambiando cioè la Gloria di Sardi per l’onore di Filadelfia, affinché il matrimonio fosse combinato e cattolico. Ah, non ha badato a spese, ma non si è svenata: ha svenato la Francia con una rivoluzione, tanto Parigi era cara.

“Giunte sono le nozze dell’agnello, dategli Gloria” si legge in Ap 19,7 ma tu, “Lazzara”, hai preferito la “Middleclass” per un glamour da due soldi: la storia, insomma, all’eternità. Ti hanno consigliata per il bene della Corona di stelle, ma credimi se ti dico che ne hai presa in cambio una di candeline, che ogni tre due ne nasce uno, pare, disonorando, però, padre e madre accorciando, così, i giorni della tua vita sulla terra (quinto comandamento) perché le candeline durano poco.

Ciao, Queen

Giovanni

Ps: non accusatemi di essere “aristocratrico” come recita la versione italiana de “Il piccolo Lord”, sto solo dicendo che sostituire Dio con la “Middleclass” mi sembra un tantinello rischioso.

Ι’μ 50, the age of a Gospel (15 a.C.-35 d.C.)

giovanni

Ci sono dei momenti in cui senti che devi scrivere e lasciare che le cose vadano oltre, magari al di là di un confine e di un Vangelo, quello di Giovanni, sinora descritto e letto cronologicamente seguendo la Pasqua, quando esso si rivela per ben altra cronologia e varca pure esso, quindi, il confine geografico, è vero, ma pure linguistico se il greco si fa inglese e la ghematria assume valori impropri, addirittura bizzarri.

Tuttavia il contesto è di alto profilo e li giustifica quegli schizzi cardiaci ghematrici che sono alla base di tutto il post. E’ così che noi partiremo da un  episodio citato al capitolo 2 di Giovanni, cioè il dialogo tra Gesù e i farisei, dialogo che noi abbiamo già posto in una luce diversa che fa riferimento alla fine dell’era sommo-sacerdotale per l’instaurarsi del sacerdozio eterno alla maniera di Melchisedec, di Gesù.

Nella Bibbia il passaggio da un epoca a un’altra è sempre conflittuale, come fu conflittuale l’Esodo nella figura di Mosè e il faraone; come lo fu Saul con Davide e come lo fu il passaggio dal sommo sacerdozio a quello unico ed eterno.

Sempre, però, tutto è avvenuto per gradi, mai si è consumato un O.k Corral che ha liquidato la faccenda in un duello e sempre ci sono state fasi, forse anche perché il deserto prima,  Gerusalemme poi hanno costretto alla progressione storica e non al taglio gordiano.

Siamo, quindi, di nuovo giunti, all’ombra del tempio chiedendoci cos’altro accadde in quel dialogo, cioè cosa Gesù e i farisei si dissero in realtà e per comprenderlo bisogna attingere a quanto il blog ha evidenziato sul Vangelo di Luca, a cui tutti attribuiscono i trent’anni per l’inizio del ministero, quando, però, è assolutamente sbagliato considerare quell’ ἀρχόμενος come ministeriale, perché in realtà segna il sorgere del personaggio pubblico di Gesù, Gesù divenne, insomma, personaggio importante, un VIP diremmo oggi, ma senza caratteristiche messianiche se non potenziali.

Quell’anno, non fu il 30 d.C., ma il 15 d.C. quando, nell’ottica del Cristo cinquantenne di Giovanni, egli aveva esattamente i “trent’anni” lucani, se nato nel 15 a.C., e divenne ἀρχόμενος. Questo segna una fase di ascesa appena iniziata, un percorso pubblico che fu carriera in vista di una maturità “passionale” che si rivela, non si consuma, all’ombra del tempio, cioè in Giovanni 2,18-22 quando la Sua morte annuncia l’opera redentiva, il riscatto universale.

Siamo quindi all’interno di un range cronologico ben circoscritto che si muove tra i trent’anni lucani e i 46 di Giovanni, fermando il tempo a 16 anni di “gran carriera”, quella che rese le Sue spalle così forti da affrontare, solo, un intera classe sacerdotale. E qui segniamo il primo punto, chiedendoci come sia andata, cioè com’è che i farisei compresero che quello mostrato loro al tempio era il guanto di sfida gettato da Gesù.

“Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni” si legge sempre al capitolo 2 e significa “Uccidetemi e io risorgerò” ed ecco il guanto di sfida, ecco che Gesù diviene leader, ecco che Gesù minaccia la Sua messianicità senza tuttavia rivelarla apertamente: Lui sa, ma aspetta Giovanni, di lì a poco, con il suo battesimo, cosa che Gli conferisce un movimento già organizzato di cui Lui prenderà le redini intimorendo i farisei, che non temevano Giovanni, ma il popolo che in Giovanni credeva (Mt 21,23-27).

Tuttavia essi già compresero, non tanto perché “Io risorgerò”, quanto perché compresero che era Lui, Lui il messia atteso, ma come o da cosa lo compresero in particolare? Certamente dall’aver rivelato il piano già complottato ai Suoi danni e che prevedeva la soppressione.

Nessun comprese, infatti, le parole di Gesù, ma solo i farisei perché nella stanza più segreta del tempio si era tramato contro di Lui all’insaputa del popolo, ma Gesù lesse nei loro cuori (Gv 2,25) e questo rivelò loro che era davvero il Messia. Nessun altro era al corrente del piano segreto: troppo rischioso se la folla lo avesse conosciuto, ma è proprio per questo che il sangue si gelò nelle loro vene e dissero:” E’! ” cioè “is” che, infatti, scritto in greco, si legge ις ed ha un valore ghematrico di 16, come 16 sono gli anni esatti che passano dall’ἀρχόμενος (15/16 d.C.) al tempio, cioè al 31/32 d.C.

Compreso questo, si comprenderà che dopo tutto ciò si apre una fase interlocutoria, di studio del competitor per capirne le reali intenzioni, cioè se davvero sarebbe stato necessario ucciderlo, cosa magari non voluta, ma forse inevitabile, come lo fu.

Giovanni è chiaro qui. Fu con Lazzaro e la sua resurrezione che divenne evidente alla classe sacerdotale che non c’era più nulla da fare:  doveva morire: “O lui o noi!” dissero e decisero Lui, ma uccisero se stessi, ma questo è un altro discorso.

Nel capitolo dedicato alla resurrezione di Lazzaro si legge, infatti, che fu allora che si decise la morte di Gesù (Gv 11,53), non prima, prima si capì solo che “Is!”, poi si comprese che “He is! è proprio Lui, maledizione!” e deve morire di una morte che ha il suo simbolo certamente nella croce, ma non da meno sono i 30 denari di Giuda che infatti fanno luce su questa bizzarra cornice ghematrica, se scriviamo in greco “He is” utilizzando il simbolo grafico della Η (eta)  greca per la H latina, scrivendo cioè Ηε ιζ, immaginando, quindi, un adattamento fonetico alle esigenze della lingua inglese, e calcolando il rispettivo valore ghematrico che è, non a caso, 30 come i denari. “He is!”, insomma, e come tale morirà.

Abbiamo, quindi, disegnata la seconda fase e per noi sarebbe già sufficiente per tirare le fila del discorso, ma vogliamo aggiungere e spiegare perché secondo noi l’inglese si fa ghematria greca.

Sappiamo che lo spirito di Gloria appartiene a Sardi, l’Inghilterra; come sappiamo che Gesù con Lazzaro assurge alla Gloria di Gerusalemme, perché tutti accorrono a vedere il miracolo: la morte sconfitta dal Messia, che si rivela “più di Davide” che aveva ucciso Saul, ma suo erede diretto.

Quella morte caratterizza Sardi ritenuta “viva, ma in realtà morta” (Ap 3,1), come anche la Gloria caratterizza Sardi, quella stessa Gloria conferita a Gesù con la resurrezione di Lazzaro e tutto ciò fa parte di un’unica opera, cioè quella di Giovanni, se gli attribuiamo il Vangelo e Apocalisse, che si muovono all’interno di un unico ambito psicologico, teologico e culturale e per questo tutto si fonde armonicamente permettendo a noi di spaziare, persino laddove altri vedono baratri insuperabili.

Ricapitolando abbiamo che:

All’ombra del tempio i sacerdoti comprendono che “Is'”.

Con Lazzaro che “He is”.

Mentre il contesto inglese si giustifica nell’ambito di Apocalisse, laddove la morte fa il suo ingresso solo nella Lettera a Sardi, all’Inghilterra, da sempre di lingua inglese, ovvio, e detentrice di quella stessa Gloria che conquista Gesù con Lazzaro.

Questo non è un discorso arbitrario, tutt’altro, perché ricompone la cronologia di un Vangelo, quello di Giovanni, sconosciuta, ricollocando gli stessi elementi, ma in maniera diversa secondo una cronologia che va oltre la Pasqua che si rivela, addirittura, una prima lettura, forse superficiale.

Infatti, se sono stato chiaro, la cronologia del Vangelo di Giovanni potrebbe essere questa, se profonda:

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Sono certo che una rilettura integrale del Vangelo di Giovanni da parte degli esperti alla luce di questa cronologia interna farà non solo emergere quanto sinora nascosto di un Vangelo problematico (quello di Luca non è da meno), ma mi darà ragione esclamando: “Yes, It is”.