Terafim, dall’ebraico al greco passando per un’unica immagine

terafimCi siamo occupati dell’immagine della bestia in tre post (questo, questo e questo), ma l’argomento non si conclude, sebbene già si avvalga d’informazioni uniche e importanti, perchè hanno saputo collocare quell’immagine in un contesto reale, ben lontano dal simbolo: il Battistero di Padova.

Abbiamo anche visto che quell’immagine non ha in  εἰκών il lemma greco originario, ma in ειχον e su quella scia vogliamo di nuovo affrontare l’argomento, perchè “immagine” compare anche come terafim se stiamo al lemma ebraico di התרפים (immagine/terafim)

Lo riporteremo scritto in greco terafim, ma con le dovute varianti che ripropongano l’originale senza stravolgere la parola, ma solo ricorrendo ai necessari aggiustamenti che, ne siamo certi, conducono all’originale. E’ così che θεραφιμ diviene o θερααφιμ o θηραφιμ dando luogo a due letture ghematriche diverse ma facenti parte di un unica radice: l’immagine della bestia di cui ci parla Apocalisse.

Il primo lemma che abbiamo ricavato giocando solo un po’ con le vocali è θερααφιμ e il suo valore ghematrico è 666 e sin da subito è chiaro che faccia riferimento al marchio di quella stessa bestia di cui è stata eretta l’immagine stando a Ap 13,14.

La seconda parola che si ottiene giocando con le lettere è θηραφιμ e il suo valore ghematrico è 668 che noi collocheremo storicamente nel 668 d.C., anno della morte di Costante II che già conosciamo come “la bestia che sale dal mare” oggetto di un nostro precedente post che scioglieva la ξ (csi) greca secondo il dialetto ionico in σκ  (sigma cappa) permettendo, dopo aver intercalato l’alfa e l’omega (Ap 1,8) tra le consonanti che formano il 666, cioè χξς (chi, csi e stigma), di formare χαςσκως-χασχω-χαινω (cascos-casco-caino) cioè il nome e numero d’uomo (Caino) di cui ci parla Apocalisse 13,18 tanto che quel 666 è sì il marchio della bestia, ma ancor più lo è di Caino, richiamandone la drammatica vicenda.

Poi abbiamo anche scritto che la bestia “sale dal mare” (è importante notarlo), cioè dall’Oriente cristiano, ed è lì che dobbiamo cercarla, cioè nel mondo bizantino del 668 d.C. rappresentato dalla Chiesa di Smirne (il mare secondo gli elementi naturali citati da Apocalisse considerati dal nostro schema) e infatti Costante II , imperatore bizantino, fu ribattezzato Caino dal popolo perchè aveva ucciso suo fratello, morendo a sua volta nel 668 d.C., quando 668 è la ghematria di θηραφιμ (immagine, in questo caso della bestia, come sappiamo).

Dunque l’aver giocato con le parole che compongono  θερααφιμ o θηραφιμ ci ha condotti per due volte laddove l’immagine della bestia doveva condurci, cioè alla bestia stessa, in particolare al suo marchio (666) e al suo nome (Caino, Costante II) e a tutto questo si aggiunge che ειχον (immagine, (Ap 13,14 e התרפים (immagine/terafim) non solo hanno un identico valore ghematrico (735), ma quell’immagine, quel terafim conduce direttamente e senza ombra di dubbio di nuovo alla bestia se riportiamo il lemma greco corretto, cioè al suo numero (666) e al suo nome (Caino, Costante II).

Se sono stato chiaro sarà la stessa logica, unita alla buona fede, a escludere dal vostro giudizio il caso, come non è un caso il bellissimo gioco ghematrico che ruota attorno alla vita di Giusto de Menabuoi, autore dell’immagine della bestia, sia in fondo arte; mentre quello sopra esposto storia (Costante II).

Ps: il mio computer, da sempre, è spiato in ogni suo singolo movimento. Non mi preoccupo per me, ma per voi che potreste fare una scelta scellerata, impedendomi, tra l’altro di dare luogo a tutte le denunce necessarie al momento opportuno e affidare dei delinquenti, farabutti, assassini a chi di dovere

 

L’immagine della bestia, una lettura ghematrica greca ed ebraica alla luce di Giusto de Menabuoi

I due post precedenti (questo e questo) si sono occupati di una questione semplicemente affascinante: l’immagine della bestia così come ne parla Apocalisse.

Ritenuta da tutti solo un simbolo fra i tanti di Apocalisse, credo abbia avuto in sorte una miriade di commenti, senza che questi giungessero a qualcosa di solido.

La nostra ricerca, a differenza delle altre, ha collocato il simbolo in un contesto reale, cioè il mondo dell’arte sacra che offre, nel Battistero di Padova, proprio quell’immagine, ad opera di Giusto de Menabuoi. La ripropongo nuovamente, perchè essa parla più di lunghissimi discorsi.

 

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Il commento che sinora è stato offerto contestualizza l’opera del Menabuoi in un periodo tormentato della Chiesa, periodo che vorrebbe esaurire l’argomento, sebbene molto più complesso. Quasi un tagliare corto perchè la materia è estremamente delicata e in questo sono d’accordo, visto che l’immagine della coppia satanica, bestia e falso profeta, si trova addirittura in chiesa, in un battistero.

Tuttavia lo abbiamo detto: quell’opera pittorica, un affresco per la precisione, nasconde numerosi segreti che stravolgono totalmente la critica che sinora è stata fatta (se ben ricordo c’è di mezzo Avignone, ma non ci interessa).

Infatti è nella vita di Giusto de Menabuoi che si nasconde il senso dell’opera d’arte che diviene opera profetica come profetica è la stessa vita di Giusto, il quale non interrompe la tradizione dei profeti la cui vita era essa stessa segno.

Ecco allora che quell’immagine che il Menabuoi ha consegnato ai posteri sposa la sua stessa esistenza, in particolare la sua anagrafe che segna non solo una vita di 60 anni, come 60 è il valore della csi greca che compone, assieme al chi e allo stigma, la triade satanica del 666, cioè satana, bestia e falso profeta; ma anche una data di nascita che si colloca nel 1330, quando 1330 è il valore ghematrico di χριστον (Unto, Messia).

Alla luce dell’opera del Menabuoi (l’immagine della bestia) e alla luce della sua stessa esistenza che giustifica quasi un perfetto parallelismo tra carriera artistica e profetismo, ci pare difficile parlare di casualità, anche perchè sappiamo -e lo abbiamo detto- che l’Antico Testamento ci ha consegnata la vita dei profeti come segno stesso del ministero.

A tutto questo, che crediamo già sufficiente, si aggiunge un particolare molto interessante che riscrive, ma ne siamo autorizzati lo abbiamo detto più volte, il lemma greco di “immagine” che crediamo non sia quello proposto dal testo greco di Apocalisse cioè εἰκών, ma  ειχον che ha un valore ghematrico di 735 il quale ha due particolarità:

la prima, è che si compone di un 7 (numero della perfezione) e di un 35. In particolare è quel 35 molto interessante perchè si aggiunge a quanto scritto sopra a proposito del 60 della csi e del 1330 che riconduce a χριστον, cioè Unto, Messia.

35 d.C. è l’esatta anagrafe di Gesù, cioè la Sua data di morte secondo questo blog e dunque il contesto ghematrico che ruota attorno all’affresco di Giusto de Menabuoi ne esce ancora più avvalorato e ricco, facendo sì che veramente la vita dell’artista sia segno, segno profetico. veniamo adesso al secondo punto

L’aver riscritto il lemma greco di “immagne” (ειχον) potrebbe disturbare qualcuno, ma allora sappia che la ghematria ebraica di התרפים (terafim/immagine) è ugualmente 735 facendo coincidere due ghematrie: quella ebraica e quella greca in un lemma dallo stesso significato: immagine, dicendoci che il lemma giusto è quello che abbiamo proposto noi  ( ειχον anzichè εἰκών) e che Apocalisse, intendo il suo testo, è stato pesantemente manomessa, verosimilmente per impedirne la lettura ghematrica, semplicemente fondamentale per un’opera profetica.

Rileggete tutto quanto sopra; rileggete i due post precedenti (questo e questo) e poi chiedetevi se tutto ciò possa essere frutto del caso alla luce di un’opera artistica dall’enorme spessore profetico, cioè l’immagine della bestia per come l’ha tramandata ai posteri Giusto de Menabuoi.

Ps: i miei avversari sono di una violenza psicologica feroce chiedendomi un post anonimo che dovrei consegnare loro e con esso tutto il mio lavoro. Ricordate: un “portafoglio” non lo si ruba con l’ascia, ma con due dita, cioè un post anonimo che io non concederò mai, a prezzo della mia stessa vita, per cui se ne verranno in possesso statene certi che sono riusciti a rubarmelo.

 

Giusto, è la sua immagine

Uno dei tanti punti oscuri o enigmatici di Apocalisse è costituito dall’immagine (εἰκών) della bestia (Ap 13,14). Trattandosi di un immagine, lascio ampio spazio agli storici dell’arte, i quali meglio di me sapranno indagare il caso.

Ieri abbiamo visto che il,Battistero di Padova ospita un affresco di Giusto de Menabuoi, questo:

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E’ indubbiamente l’immagine della bestia e riassume tutta la dinamica satanica che la lega al falso profeta, anche perchè è ospitata in una chiesa (per alcuni brevi considerazioni vedi qui).

Tuttavia niente ci dice se sia l’immagine della bestia apocalittica, tant’è che le didascalie dell’affresco spiegano diversamente (una semplice ricerca nel web e trovate tutto).

Noi però siamo certi di una cosa: l’Antico Testamento c’insegna che la vita di un profeta è spesso di per se stessa segno profetico, per cui quel suo ministero è scandito dalla sua stessa vita.

Qualora l’ambito profetico coinvolga l’arte, esso può esprimersi in una biografia che è anch’essa vita? La sua opera, come la sua vita, può divenire ministero?

E’ il caso di Giusto de Menabuoi che nasce a Firenze nel 1330 e muore a Padova nel 1390 a sessanta anni. Sono i sessanta anni della sua esistenza che pongono gli interrogativi di cui sopra, perchè 60 è la csi del 666, quando esso riassume, in ordine, satana (600); bestia (60) e 6 (falso profeta) completando la triade infernale.

La perfetta coincidenza tra la biografia di Giusto de Menabuoi, vissuto 60 anni, e la sua opera, l’immagine della bestia postata sopra, fanno coincidere anagrafe e opera in ambito profetico se, come dicevamo, la vita stessa di un profeta è segno, in questo caso immagine, quella della bestia, fantasticata, cercata e cacciata, ma sempre sfuggita perchè la sua tana era laddove meno te lo aspetti (un battistero).

Inoltre quella perfetta coincidenza tra biografia e opera si arricchisce di una nota ghematrica che conferma tutto ed è la data di nascita di Giusto de Menabuoi, il 1330, che ghematricamente equivale a χριστον, cioè “unto”, ossia il Messia, facendo sì che da una semplice nota anagrafica si possa ricavare tutto il contesto che abbiamo cercato di descrivere, cioè un’opera artistica che tradisce, con la vita del suo autore, un ministero profetico, non in ambito biblico, è vero, ma pur sempre sacro: un battistero che accoglie e riproduce un passo apocalittico sfuggito sinora a tutti come una fiera infernale.

Allora è quell’immagine che noi abbiamo proposta che

per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere un’immagine della bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta.  Le fu anche concesso di animare l’immagine della bestia sicché quell’immagine perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero l’immagine della bestia.  Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte;  e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei? (Ap 13,14-18)

Noi crediamo di sì perchè la vita dell’artista, come quella del profeta, è segno, ma lasciamo agli esperti d’arte la parola, magari dopo approfondite ricerche nella direzione indicata dalle tracce che conducono alla tana: nientemeno che una chiesa.

Ps: Giusto de Menabuoi, cioè “Giusto pastore” possiamo dire; dunque Buon (Giusto) pastore, il Buon pastore (Gv 10,11) che “offre la vita per le pecore” e infatti la vita di cui stiamo parlando fu un unico grande segno, compreso il nome e il cognome associato all’immagine per eccellenza: quella della bestia