Cesare e Gesù: le due facce di una storia divisa

date-a-cesareSe c’è un pericope per cui il Vangelo è conosciuto e quella di Mt 22,21 che impone di dare a Cesare ciò che è di Cesare e dare a Dio ciò che è di Dio. Una moneta riassume due realtà quindi: quella umana e profana (Cesare) e quella sacra che è di Dio.

Fuori dalla metafora possiamo esprimerci liberamente e vedere nell’una il corpo, nell’altra lo spirito; come possiamo immaginare nell’una la storia di Dio, nell’altra quella dell’uomo.

Insomma è una dicotomia che sa esprimersi anche attraverso la nostra fantasia, ma più di tutte essa esprime il senso storico che essa conferisce al Vangelo, se da una parte’c’è Cesare e dall’altra Dio, come a dirci che la storia non ha una sola dimensione. Nasce allora il desiderio di conoscere quando quella storia, la nostra storia, si è divisa e nell’umano, forse primigenio, si è innestato (incarnato) Dio.

Sulle prime la risposta sarebbe facile: se il 15 a.C. segna la nascita di Gesù (l’Incarnazione, Dio che si è fatto uomo) è da allora che il regno di Dio ha fatto il suo ingresso; però meglio forse sarebbe attingere a Luca e riproporre la già discussa questione del capitolo 16 (si veda categoria) in cui si afferma che “la Legge e i profeti fino a Giovanni; da allora il regno di Dio è annunciato” ma ciò ci farebbe dimenticare la profezia, quella stessa che nasce con Natan e che ha generato la promessa del regno messianico.

Partiamo dal dato di fatto: parliamo di un regno, per cui niente meglio lo esprime di quello davidico che segna, non a caso, la sua divisione nel 909 a.C. creando un regno di Giuda e un regno d’Israele che potrebbero ben prestarsi a illustrare storicamente quella dicotomia di cui stiamo parlando.

Sulle prime noi forzeremo i termini per prestare 1-2 Re al nostro gioco, forzeremo cioè un lemma, ossia il nome proprio di Cesare, quello stesso di cui abbiamo parlato finora e che compone una faccia della nostra moneta. Egli personifica il potere e non la Potestà, cioè l’uomo e non Dio. Dunque traccia con il suo profilo la storia umana.

L’edizione greca riporta, per Cesare, Καῖσαρ ma noi, quasi traslitterando dal latino (Caesar), e immaginando una falsificazione del lemma (si veda categoria “falsificazione” e “contraffazione”) proporremo Χησαρ e ne calcoleremo il valore ghematrico che è 909 identico al 909 a.C. che la nostra cronologia dei Re da sempre indica come l’anno della divisione del regno davidico. Abbiamo forse raggiunto un primo risultato: la ghematria, sebbene rivisitata del nome proprio Χησαρ, ci ha condotti a una faccia di quella moneta ed è quella che stavamo cercando nelle pieghe della storia, in particolare dei Re.

Sembra, allora, che il regno di Dio, sebbene annunciato nel 32 d.C., prenda le mosse ben prima, quando cioè il regno davidico si divide e la sua storia, come la moneta, assume due facce: l’una raffigurante Gerusalemme; l’altra Samaria; cioè l’una la storia di Dio, l’altra quella di Cesare.

Tutto potrebbe apparire arbitrario, ma alla luce di quanto stiamo per aggiungere credo che alcuni di voi troveranno tutto ciò interessante, almeno quanto può essere interessante calcolare gli anni tra il 909 a.C., che segnano la divisione di un regno prima unitario, e lo 888 a.C.

Questo perché 888 è ghematria di Ιησουσ (Gesù), oltre che anno storicamente rilevante nel panorama della cronologia di 1-2 Re che si sviluppa dal 989 a.C. al 505 a.C. comprendendo, quindi, anche quello 888 a.C. Insomma, se stiamo parlando del regno di Dio che prende le mosse dal 909 a.C., l’anno 888 a.C. deve pur dirci qualcosa se riassume la ghematria di Colui che lo ha personificato quel regno.

Tale differenza è 21 e noi già da tempo abbiamo introdotta la numerazione dei Salmi come indice cronologico (si veda categoria Salmi). In questo caso la numerazione ci serve per avvalorare un contesto storico e ghematrico che nei Salmi troverebbe la sua conferma, qualora il 21(22) fosse eminentemente messianico, perchè ci direbbe che la traccia sinora descritta cade nel suo contesto ideale.

Il salmo 21 è messianico per eccellenza, tanto da stupire per la sua precisione profetica descrivendo la crocefissione. I passi in esso contenuti, quindi, ci parlano direttamente del Cristo. Infatti leggiamo:

[v. 1]: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e ciò richiama le parole di Gesù alla fine della sua agonia (Mt 27,46).

[v. 16]: “M’hanno forato mani e piedi” (crocefissione)

[v. 18]: “spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica” (Gv 19,23)

Dunque il salmo 21(22) conduce al Cristo ed è emerso da una cronologia che aveva il fine di segnare l’avvento del Suo regno in contrapposizione a quello umano. Per cui se da una parte la ghematria di Χησαρ (909, Cesare) ci ha condotti, dopo la divisione del regno, a Samaria, espressione del potere politico, il salmo 21 ci ha condotti, da quello stesso anno che divide la monarchia, allo 888 a.C. ghematria di Ιησουσ, cioè alla Potestà di Dio e quindi a Giuda che ne è il trono.

Siamo di fronte, quindi, a una storia che si fa duplice, come duplice era la moneta che fu offerta a Gesù. Il conio rimane lo stesso e data 909 a.C. ma il corso che ha avuto è ben diverso perché l’una ha seguito Cesare gridando, oggi come allora, che non ha altro dio fuorché Cesare (Gv 19,15); l’altra Dio.

Il silenzio delle Cronache, omissione o precisa scelta? Un approccio ghematrico al problema

albero-genealogico-maria-gesc3b9-giuseppeNella certezza che Jean Louis Ska (Antico testamento. Introduzione, ed. kindle) riassuma la posizione degli studiosi in merito a temi e interrogativi ancora aperti nella lettura e comprensione della Scrittura, affronteremo un altro punto degno di nota che egli ha sollevato ponendolo alla nostra attenzione: Cronache non accenna ai regni unitari, cioè non accenna nè a Davide, nè a Salomone e ciò lascia pensare che quanto “la Bibbia dice di questi due re appartenga più al mondo dei racconti popolari che non alla storia propriamente detta”.

Dunque l’assenza dei due regni per eccellenza è dovuta al fatto che il materiale storico è assente o, in ogni caso, frutto della cultura popolare, piucchè degno di una ricerca e di una catalogazione storica.

Credo che Ska abbia riportato lo stato dell’arte, un arte che non è stata capace d’intendere un silenzio in uno dei punti in cui la storia biblica ha fatto più fragore: Davide e Salomone. Tale silenzio lo si può interpretare solo alla luce di quella stessa Promessa (non più terra, ma discendenza) che il Signore fa dapprima a Davide, per poi rinnovarla a Salomone: l’integrità della Legge patto per una discendenza davidica e salomonica certa (2Re 2,2-4 e 2Re 6,11-13).

E’ in quella Promessa che compaiono i “figli” e la discendenza prende corpo uscendo dalla Promessa tout court. E’ in essa, cioè nella discendenza, che si gioca il destino della monarchia e del regno e di essa, per questo, si occupa Cronache.

Dunque, già da queste poche righe, si capisce che il taglio del cronista non è casuale, non si tratta di una semplice omissione, ma di una scelta ben precisa che esclude Davide e Salomone dalle Cronache perchè concentrata sulla discendenza.

Ben lontana dalla realtà, allora, appare la ragione sinora addotta che verte sulla fantasia popolare che non ha smosso, per i regni unitari, la “penna” del cronista, il quale non ha omesso, ma ha addirittura e semplicemente scelto l’oggetto delle sue Cronache.

Diventa di nuovo curioso, allora, il calcolo ghematrico di quella discendenza, di quei “figli di Davide” che si perpetuarono dalla morte di Salomone, egli stesso depositario della Promessa e dunque escluso dalla discendenza, fino al peccato, retribuito con la distruzione del tempio nel 505 a.C., però, caro professore.

Quel calcolo ghematrico ci parla non di una discendenza tradita, ma traditrice nella carne dei υἱοὶ Δαυιδ (figli di Davide, 2Sam 8,18) che la ghematria con il suo valore di 909 (490/υἱοὶ + 419/Δαυιδ = 909) colloca proprio in quel 909 a.C. che, sempre avendo l’esatta cronologia dei Re, segnò la divisione del regno e l’ingresso nella storia di quella stessa discendenza oggetto della Promessa.

Una discendenza che si rivela anche nel grande affresco apocalittico di Giovanni in cui la ghematria celebra un unione sponsale tra Ἀντιπᾶς (Antipa) e la “Donna vestita di sole” (γυνή) i cui valori ghematrici sono, rispettivamente 448  e 461 che se sommati danno un valore complessivo di 909, cioè di nuovo il 909 a.C., parlandoci di una Nuova discendenza generata da una “fedele testimonianza” (Antipa, metafora della fedeltà a Dio, Ap 2,13 ) e da una chiesa che ne accoglie la parola, per la genesi di una stirpe nuova, frutto essa stessa di una Promessa (Gen 3,15).

Il silenzio del cronista, allora, tutto è fuorchè omissione perchè in realtà scelta cosciente tra il prima e il dopo Davide e Salomone, come noi sappiamo distinguere tra i padri e i figli che non hanno quasi mai la stessa storia; mai, come in questo caso, la stessa Promessa.

Al fine di una maggiore comprensione e nell’impossibilità di scrivere un pezzo unico, raccomando caldamente anche:

L’eredità di un prologo

Luca e la discendenza davidica

 

L’eredità di un prologo

salomoneil Prologo al Vangelo di Giovanni è certamente da considerare uno dei passi più belli e importanti delle Scritture, capace da solo d’impegnare un concilio, quello di Nicea, oltrechè tutta quanta l’esegesi e la teologia a venire. Leggiamolo:

 

 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.

 

Noi, del Prologo, daremo una lettura ghematrica di quel λόγος che ha caratterizzato un intero Vangelo e messo forse in disaccordo molti, tanto è difficile la sua definizione, seppur facile in apparenza.

Fra le tante interpretazioni, forse manca quella ghematrica, dopo però una leggera revisione del lemma, freddo e oscuro se stessimo alla Scrittura conosciuta (originale?), ma ricco di senso -teologico in primis– se lo scrivessimo λωγος perchè presenterebbe un valore di 909 che ridotto a un calendario diviene 909 a.C., ultimo anno di regno di Salomone stando alla nostra cronologia dei Re.

Già da questo si capisce che quell’ultimo anno si contrappone a Ἐν ἀρχῇ (in principio) creando uno spazio storico, cronologico e teologico in cui crediamo Giovanni condensi, nella figura di Salomone, l’umanità tutta, ricca  di luce (sapienza) alle origini, ma corrotta e tenebrosa sul suo finire, come la vita di Salomone ben rappresenta.

Colui che fu la sapienza, colui che la chiese in preghiera e colui che la ricevé, perde, negli ultimi anni di vita tutto quanto il dono traviando il cuore e abbandonando la sapienza stessa.

In questo senso l’umanità che Salomone rappresenta oscura il cielo e quel λωγος che conduce a Salomone, all’ultimo anno di regno, permette, crediamo, una traduzione nuova di λωγος che non è più nell’ambiguità di una luce (sapienza) “non vinta” o “non accolta” e neppure “offuscata” ma, come consiglia forse una lezione marginale del verbo καταλαμβάνω, “mantenuta”, “tenuta ferma”, meglio, “conservata” (così mi suggerisce il Montanari).

Ecco allora che quel λωγος accolto e che ha uniformato l’umanità non è più solo vittima delle tenebre che non l’hanno accolta e non è più in lotta con le stesse tenebre che non l’hanno vinta o offuscata, ma diviene il tesoro che l’uomo ha perso, perchè non ha, come Salomone, saputo “conservare” il fuoco -sacro per di più- che si è spento, consumato nel cuore di Salomone prima, dell’uomo dopo.

Ma quell’ultimo anno di regno ci dice ben altro alla luce della ghematria ebraica di לשלמה che gli amici ebrei di un forum di consukenza hanno tradotto per me, incapace, rendendomi un gran favore: לשלמה significa “di, a favore di Salomone” che diviene, in senso lato, “possesso,eredità di Salomone” se la ghematria ebraica del lemma è 405, perchè da quell’ultimo anno del suo regno (909 a.C.) all’ultimo anno di regno di Sedecia (505/504 a.C.) passano esattamente 405 anni segnando l’intero regno di Giuda che diviene, per questo, possesso, eredità di Salomone.

Infatti, a prova che il “gioco” ghematrico ha questo senso e significato, interviene la ghematria di Ἰούδα (lemma anch’esso leggermente e opportunamente revisionato)  che è 485 quando l’intero ammontare degli anni del regno di Giuda è 484 e 6 mesi, cosa che obbliga a un’approssimazione: o 484 o 485 anni di regno per Giuda.

Ma quei 485 anni sono quegli stessi che determinano il 504 a.C. come fine del regno di Giuda se il suo inizio fu nel 989 a.C. primo anno di regno di Davide (989-485=504) e dunque determinano a loro volta quei 405 anni di regno tra l’ultimo anno di Salomone, o primo anno di regno di Roboamo, e il 504 a.C., ultimo anno di regno di Sedecia (909-504=405), chiudendo il cerchio ghematrico che è iniziato con λωγος e ha fatto di Ἰούδα l’eredità, il possesso di Salomone (לשלמה)  la sapienza personificata.

Nella grande teologia del Prologo per eccellenza, credo possa trovare posto anche una teologia fatta di cifre, quelle stesse che compongono la storia se cronologia. E qualora questa si unisca alla teologia diviene quel volo d’aquila che solo Giovanni può offrire, perchè sintesi perfetta tra astrazione e calcolo.