Un vortice di follia

croce

La Bibbia dà i numeri, lo sappiamo alla luce di quasi 600 post di cronologia e ghematria biblica. Ma anche Dio ha dato personalmente i suoi numeri quando ha contato i comandamenti che sono 10 o, almeno, appaiono tali se la sostanza non è cambiata e qualcuno di essi non è caduto, non intendo in disuso, ma proprio caduto, scomparso sbianchettato. Potrebbe essere?

L’ipotesi di un comandamento fantasma è affascinante, come un poltergeist che richiede un ghostbuster biblico e riconduca quel comandamento nel Decalogo e non turbi i sogni di alcuni, infestando le chiese.

La croce che essi hanno stampata attaccata al collo è sempre quella di Gesù, ma è modificata. Ce lo dice la Bibbia che dà i numeri e li dà con il 666; il 777 e l’888 rispettivamente significanti l’imperfezione diabolica descritta da Apocalisse e che marchia; ce lo dice Ἰησοῦσ che ha un valore di 888 (storia vecchia, conosciuta a memoria) ma ce lo dice quell’insolito σταυρός che sulle prime, però, non dice nulla e costringe a giocare con le lettere che lo compongono e “ha” scrivere (sì, una cosa del genere tanto è somara) non σταυρός ma σαυρός per un valore di 777 ed ecco i numeri della Bibbia che ci parlano di un percorso da ciò che è materia e imperfezione diabolica giunge a Dio allo 888 passando attraverso la croce, il 777.

Dunque abbiamo:

666 Diavolo

777 Croce

888 Dio

per uno schema semplice, ma efficacie.

Ma perché compare quella tau se tutto era così chiaro e importante ai fini della comprensione del testo biblico? Perché quella graduazione di luce biblica ha perso un colore del suo arcobaleno dell’alleanza, cioè il 777 della croce che infatti sospende tra cielo e terra?

Il motivo è in fondo semplice: si è aggiunta una tau, ma che è una theta in realtà e ci parla di un nove ghematrico e di nove comandamenti, perché uno, sebbene ancora presente nel Decalogo, è caduto in disuso dai vertici della legge ed è “Non avrai altro Dio all’infuori di me”.

Il contesto in cui ciò è potuto accadere, tra l’altro, lo scrive Genesi con quel “sarete come Dio” che avrebbe dovuto, però, aprire gli occhi (Gn 3,5 cioè 35 l’anno della croce), non far cadere i comandamenti -che sono tutti e dieci, beninteso.

E invece uno è caduto, è caduto alla Passione quando si gridò “Non abbiamo altro Re al di fuori di Cesare” (Gv 19,15) che ha lo stesso non significato, ma anche costruzione del periodo del comandamento caduto che è “Non avrai altro Dio al di fuori di me”. Confrontiamoli:

Non avrai altro dio al di fuori di me (wiki)

Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare (Gv 19,15, CEI 2008)

Identici, stesso senso, stessa costruzione.

A Gerusalemme gli Ebrei scelsero Cesare e lasciarono Dio, mentre quando si è inserita una tau/theta in σαυρός (croce) si è fatto lo stesso, ma in più lo si è voluto dire, cioè urlare ugualmente nella pubblica piazza, affinché Cesare (Diavolo) avesse il suo tributo e fosse onorato con una tau/theta francescana che sì, ricorda la croce perché prima fatta in mille pezzi, anzi, no in 9, se il Decalogo è monco, tau (croce) che va in giro facendo bella mostra per ricordare a tutti il “poverello d’Assisi” ancora più povero, perché ha donato ai ricchi un comandamento, affinché ricordino che non si commettono atti impuri: Cesare non vuole.

Ps: la foto è mia, scatta stamattina quando mi sono recato laddove una croce ricorda un omicidio per un sacco di castagne. Mi serviva una croce, per un vortice di follia che ha amputato il Decalogo.

La misura di uno scandalo

pietra

Se esiste un modo per riassumere lo scandalo del Cristo, Cristo l’ha trovato, sebbene poi in realtà tutto ci parli del suo scandalo che ebbe il suo climax sulla croce, è vero, ma fu introdotto da una citazione che attinge direttamente a Isaia e al salmo 117(118).

Nel primo caso leggiamo:

Dice il Signore Dio:
«Ecco io pongo una pietra in Sion,
una pietra scelta,
angolare, preziosa, saldamente fondata:
chi crede non vacillerà. (Is 28,16)

mentre nel secondo caso tutto assume un senso pieno, tanto che credo non sia opportuno considerare i passi isolatamente. Leggiamolo

La pietra che i costruttori avevano disprezzata
è divenuta la pietra angolare. (Sal 118 v. 22)

A questi due passi i Vangeli fanno riferimento quando scrivono

La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d’angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri (Mt 21,42)

e noi non vogliamo addentrarci in un’esegesi che altri hanno già diffusamente fatta, tanto il passo è famoso e importante all’interno della Scrittura. Questo non significa che non vogliamo evidenziarne l’importanza, ma, al contrario, sottolineare come abbia quasi vita propria essendo una pietra d’angolo caratterizzata da precise misure che non sono solo simboliche, ma ordinano la Scrittura stessa, in particolare l’opera di Giovanni che ripropone il passo da un’ottica del tutto particolare e che la caratterizza, cioè il numero sette che dal suo Vangelo ad Apocalisse non solo ne testimonia la paternità, ma anche un preciso segno se “i segni” sono sette; sette le chiese; sette i sigilli; sette le trombe; sette le coppe e sette volte compare ἀγάπη (amore) a caratterizzare la sua opera.

Il passo di cui ci stiamo occupando, la pietra angolare scelta ma scartata, non è da meno, tanto che Giovanni lo colloca sì nel suo schema ordinato dal numero sette, come vedremo, ma facendo però riferimento all’intera Scrittura, dove quella pietra angolare del Cristo compare altrettante sette volte.

Infatti al Salmo 118 segue Isaia 28, poi Mt 21,42; Mr 12,10; Lc 20,17; At 4,11: 1Pt 2,7 per un totale di sette citazioni. Sin da subito ci è venuto da pensare che quel sette, simbolo da sempre di perfezione, crei un gioco di parole e di significati, se la pietra di cui si parla fu in realtà scartata perché imperfetta. In ballo c’è l’idea stessa di perfezione che può essere divina o umana, tanto che ciò che Dio elegge, l’uomo spesso scarta e viceversa.

Ma si gioca anche la natura di un’opera evangelica che si fa parola, si fa, appunto Vangelo e Rivelazione (Apocalisse), se λίθος (pietra), simbolo eminente del Cristo, compare nel primo sette volte, per poi riaffiorare nella seconda in sette versetti, ma otto occorrenze, quasi a rafforzare un concetto che si era fatto ordine su una scala di sette che caratterizza l’uomo e l’evangelista: Giovanni.

Sono proprio le non casuali otto occorrenze su sette versetti di Apocalisse che ci parlano del Cristo, se il valore ghematrico di Ἰησοῦσ (Gesù) è 888, tanto che possiamo scrivere che la perfezione (sette) si esprime in Gesù (8 88).

Dunque “la pietra scartata” è sì un passo fondamentale, ma lo è ancor di più di quanto si potesse immaginare se la Scrittura su di essa ha costruita la sua perfezione che non è solo simbolica, ma si fa numero, cioè precisa misura, cosa che rende una pietra pietra angolare perché dalle sue misure e dalla sua perfezione dipende tutto quanto sopra di essa sarà costruito da Dio, però, perché l’uomo, in realtà, aveva un altro progetto.

 

l’attesa messianica: da uno spunto ghematrico a un approccio cronologico

eliaProporrò una curiosa simmetria che da sola forse è capace di dar ragione di molti punti che caratterizzano il blog e ricostruire un lemma fondamentale nella sua ortografia originale: il lemma è ναός (Sancta Sanctorum) passato nei Vangeli come un sostantivo alla pari di molti altri, sebbene fortemente evocativo alla luce di Gv 2,20-21, perchè lì Gesù ad esso si equipara. E non a caso direi alla luce di quanto stiamo per scrivere o riscrivere, che forse è meglio.

Infatti noi proporremo ναως, con l’omega, il cui valore ghematrico è 857 che collocheremo nella nostra, e solo nostra, cronologia dei Re per ottenere il trentaduesimo anno di regno di Asa che si colloca a 88 anni di distanza dalle fondamenta del tempio, gettate nel 945 a.C., sempre secondo noi.

La nostra società è solita ricorrere alle abbreviazioni che rimandano alla voce estesa, una voce che in questo caso diviene Ἰησοῦσ, il cui valore ghematrico è 888 perchè 88 è la sua abbreviazione. Questo ci fa drizzare le orecchie, perché introduce in una ghematria fondamentale che caratterizza Gesù stesso e da cui dipendono aspetti cronologici importanti, come dimostra la categoria dedicata al numero.

Ma se nel processo a ritroso, quello appena mostrato, la ghematria di ναως conduce all’abbreviazione della ghematria di Ἰησοῦσ , che ne è del processo che si genererebbe proiettando quella stessa ghematria nel futuro rispetto allo 857 a.C.?

Beh, stiamo parlando del ναως e dunque il termine ad quem non può che essere quello riferito da Gv 2,20-21 in cui Gesù si equipara al ναως, appunto. Qui bisogna prestare attenzione alle date, perché quel colloquio con i farisei si tenne quando Gesù aveva 46 anni, come si legge, per cui se noi consideriamo il battesimo come avvenuto nel 32 d.C. (si noti che lo 857 a.C. è il trentaduesimo anno di regno di Asa), anno sabbatico e giubilare assieme, e consideriamo le 3 forse 4 pasque di Giovanni, che conducono al Cristo cinquantenne che caratterizza il blog, otteniamo che quei 46 anni cadono nell’anno 31/32 d.C. e questo permette di fare un calcolo, cioè di conoscere quanti anni passino da quello 857 a.C. che genera l’abbreviazione ghematrica di Ἰησοῦσ (945-857=88, lo ricordiamo)  e il Gesù “per esteso”, cioè manifesto, lì di fronte al tempio e ai farisei.

Il conto è facile: 857+31=888 ed ecco che quell’abbreviazione diviene scritta per esteso e conduce al Cristo, cioè a Ἰησοῦσ che abbiamo scritto avere una ghematria di 888. Mi verrebbe da ipotizzare, allora, che l’attesa messianica nasca nel IX secolo, forse addirittura ed esattamente nello 857 a.C., laddove si colloca Elia, un’attesa messianica che fa il suo ingresso nella sua incompletezza proprio perché attesa e questo senso appare evidente non solo dalla ghematria di ναως che conduce allo 857 a.C., ma anche e più dagli anni che separano quella data dalle fondamenta del tempio, gettate nel 945 a.C. Quegli 88 anni che separano le due date appaiono, allora, veramente l’abbreviazione del nome proprio di Gesù, un’abbreviazione che ci parla dell’attesa, un’attesa messianica che nasce con Elia, il cui lemma greco Ελια ed ebraico אֵלֶ֚יהָ, sebbene riveduti come ναως, hanno una ghematria di 46, come 46 sono gli anni del Cristo che si manifesta nel 31/32 d.C. a Gerusalemme e che è separato da quello 857 a.C. da 888 anni, quando 888 è la Sua ghematria.

Difficilmente tutto ciò è imputabile al caso, se non altro perché c’è di mezzo una cronologia dei Re che niente a che fare con la ghematria: è storica per cui inserire alla perfezione un intarsio ghematrico così complesso e veder quadrare i conti non può che dipendere dal fatto che i conti siano quelli, sebbene siano storia e sebbene siano ghematria, talvolta facce della stessa medaglia, cioè della stessa storia sebbene vissuta come attesa.

Ps: chiediamo scusa se il lemma ebraico אֵלֶ֚יהָ (Elia) non dovesse essere perfetto, Ci muoviamo un po’ nel greco, per nulla nell’ebraico. Tuttavia ci affidiamo ai numeri e alle loro simmetrie per capire se la nostra ricostruzione possa essere esatta. E in questo caso ci pare proprio che lo sia.

Cesare e Gesù: le due facce di una storia divisa

date-a-cesareSe c’è un pericope per cui il Vangelo è conosciuto e quella di Mt 22,21 che impone di dare a Cesare ciò che è di Cesare e dare a Dio ciò che è di Dio. Una moneta riassume due realtà quindi: quella umana e profana (Cesare) e quella sacra che è di Dio.

Fuori dalla metafora possiamo esprimerci liberamente e vedere nell’una il corpo, nell’altra lo spirito; come possiamo immaginare nell’una la storia di Dio, nell’altra quella dell’uomo.

Insomma è una dicotomia che sa esprimersi anche attraverso la nostra fantasia, ma più di tutte essa esprime il senso storico che essa conferisce al Vangelo, se da una parte’c’è Cesare e dall’altra Dio, come a dirci che la storia non ha una sola dimensione. Nasce allora il desiderio di conoscere quando quella storia, la nostra storia, si è divisa e nell’umano, forse primigenio, si è innestato (incarnato) Dio.

Sulle prime la risposta sarebbe facile: se il 15 a.C. segna la nascita di Gesù (l’Incarnazione, Dio che si è fatto uomo) è da allora che il regno di Dio ha fatto il suo ingresso; però meglio forse sarebbe attingere a Luca e riproporre la già discussa questione del capitolo 16 (si veda categoria) in cui si afferma che “la Legge e i profeti fino a Giovanni; da allora il regno di Dio è annunciato” ma ciò ci farebbe dimenticare la profezia, quella stessa che nasce con Natan e che ha generato la promessa del regno messianico.

Partiamo dal dato di fatto: parliamo di un regno, per cui niente meglio lo esprime di quello davidico che segna, non a caso, la sua divisione nel 909 a.C. creando un regno di Giuda e un regno d’Israele che potrebbero ben prestarsi a illustrare storicamente quella dicotomia di cui stiamo parlando.

Sulle prime noi forzeremo i termini per prestare 1-2 Re al nostro gioco, forzeremo cioè un lemma, ossia il nome proprio di Cesare, quello stesso di cui abbiamo parlato finora e che compone una faccia della nostra moneta. Egli personifica il potere e non la Potestà, cioè l’uomo e non Dio. Dunque traccia con il suo profilo la storia umana.

L’edizione greca riporta, per Cesare, Καῖσαρ ma noi, quasi traslitterando dal latino (Caesar), e immaginando una falsificazione del lemma (si veda categoria “falsificazione” e “contraffazione”) proporremo Χησαρ e ne calcoleremo il valore ghematrico che è 909 identico al 909 a.C. che la nostra cronologia dei Re da sempre indica come l’anno della divisione del regno davidico. Abbiamo forse raggiunto un primo risultato: la ghematria, sebbene rivisitata del nome proprio Χησαρ, ci ha condotti a una faccia di quella moneta ed è quella che stavamo cercando nelle pieghe della storia, in particolare dei Re.

Sembra, allora, che il regno di Dio, sebbene annunciato nel 32 d.C., prenda le mosse ben prima, quando cioè il regno davidico si divide e la sua storia, come la moneta, assume due facce: l’una raffigurante Gerusalemme; l’altra Samaria; cioè l’una la storia di Dio, l’altra quella di Cesare.

Tutto potrebbe apparire arbitrario, ma alla luce di quanto stiamo per aggiungere credo che alcuni di voi troveranno tutto ciò interessante, almeno quanto può essere interessante calcolare gli anni tra il 909 a.C., che segnano la divisione di un regno prima unitario, e lo 888 a.C.

Questo perché 888 è ghematria di Ιησουσ (Gesù), oltre che anno storicamente rilevante nel panorama della cronologia di 1-2 Re che si sviluppa dal 989 a.C. al 505 a.C. comprendendo, quindi, anche quello 888 a.C. Insomma, se stiamo parlando del regno di Dio che prende le mosse dal 909 a.C., l’anno 888 a.C. deve pur dirci qualcosa se riassume la ghematria di Colui che lo ha personificato quel regno.

Tale differenza è 21 e noi già da tempo abbiamo introdotta la numerazione dei Salmi come indice cronologico (si veda categoria Salmi). In questo caso la numerazione ci serve per avvalorare un contesto storico e ghematrico che nei Salmi troverebbe la sua conferma, qualora il 21(22) fosse eminentemente messianico, perchè ci direbbe che la traccia sinora descritta cade nel suo contesto ideale.

Il salmo 21 è messianico per eccellenza, tanto da stupire per la sua precisione profetica descrivendo la crocefissione. I passi in esso contenuti, quindi, ci parlano direttamente del Cristo. Infatti leggiamo:

[v. 1]: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e ciò richiama le parole di Gesù alla fine della sua agonia (Mt 27,46).

[v. 16]: “M’hanno forato mani e piedi” (crocefissione)

[v. 18]: “spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica” (Gv 19,23)

Dunque il salmo 21(22) conduce al Cristo ed è emerso da una cronologia che aveva il fine di segnare l’avvento del Suo regno in contrapposizione a quello umano. Per cui se da una parte la ghematria di Χησαρ (909, Cesare) ci ha condotti, dopo la divisione del regno, a Samaria, espressione del potere politico, il salmo 21 ci ha condotti, da quello stesso anno che divide la monarchia, allo 888 a.C. ghematria di Ιησουσ, cioè alla Potestà di Dio e quindi a Giuda che ne è il trono.

Siamo di fronte, quindi, a una storia che si fa duplice, come duplice era la moneta che fu offerta a Gesù. Il conio rimane lo stesso e data 909 a.C. ma il corso che ha avuto è ben diverso perché l’una ha seguito Cesare gridando, oggi come allora, che non ha altro dio fuorché Cesare (Gv 19,15); l’altra Dio.

La genealogia lucana: aspetti di un approccio cronologico inesplorato

In alcuni post ci siamo occupati della genealogia lucana (vedi categoria) tracciandone le grandi linee cronologiche che essa disegna. Sostanzialmente sono quattro le tranches che si sviluppano da Adamo e giungono a Gesù per un totale di 3923 anni. La prima è Adamo-Nochè (Noè) e conta 10 generazioni di 106 anni per un totale di 1060; la seconda è Nochè-Abramo e conta 12 generazioni di 74 anni per un totale 888 anni; la terza è Abramo-Davide e conta 17 generazioni di 58 anni per un totale 986 anni e infine l’ultima da Davide a Gesù che conta 43 generazioni di 23 anni ciascuna per un totale di 989 anni.

Diciamo subito due cose:

  1.  Come dimostra la tabella seguente questi totali emergono solo se dalla seconda tranche l’inizio e la fine delle singole tranches ripetono l’antenato. E’ così che abbiamo due volte Noè  che chiude la prima tranche e apre la seguente; poi abbiamo che Abramo segue la stessa frequenza; Davide ugualmente, mentre Gesù si ripete due volte per raggiungere, dall’Anno Mundi, un “ipotetico” anno zero che conclude la genealogia. Lavoro sui generis alcuni lo giudicheranno, ma invito alla pazienza, perché riserva sorprese che aprono a considerazioni interessanti nell’ottica di una rivalutazione della genealogia in questione, secondo noi.
  2.  In un precedente post ci eravamo già occupati di queste tranches ma non eravamo ancora al corrente che quella da Davide a Gesù si differenzia molto dalla genealogia di Matteo che si sviluppa per generazioni di 35 anni. Per questo motivo avevamo sommato alle prime tre tranches i 490 anni indicati da Matteo che ci parla di 14 generazioni di 35 anni tra Davide e Gesù. Questo perché non eravamo ancora a conoscenza che per lo stesso periodo Luca offre 43 generazioni di 23 anni esatti e perciò si creava un vuoto di 484 anni perfettamente coincidente con gli anni di regno di Giuda. Ancora non siamo in grado di sapere se tutto ciò costituisca un errore, perché le due genealogie si sono rivelate, come vedremo, capaci di più finalità che danno luogo ad aspetti diversi tra loro e dunque a cronologie che perseguono, sebbene all’interno di un unico contesto, scopi e calcoli diversi che potrebbero anche caratterizzarsi per elementi che accomunano Luca a Matteo.

La tabella che segue, entrando in argomento, ha calcolato cronologicamente tutte le generazioni lucane che da Adamo si susseguono fino a Gesù. Abbiamo fatto questo perché certi che all’interno della genealogia lucana si celassero informazioni importanti che avrebbero solo potuto emergere dai calcoli piucché dalla linea genealogica. Pensiamo di aver fatto bene alla luce di quanto è emerso, che però è solo un primo abbozzo di ricerca che ha il solo fine di stimolare coloro che possono dedicarsi all’argomento con più profitto.

La genealogia lucana alla luce di quanto ha evidenziato il blog necessita, infatti, di uno studio nuovo che ne esplori anche la cronologia, spesso dimenticata, ma insita in una genealogia che si voglia inserire in contesto cronologico, magari quello già descritto dal blog che traccia la storia d’Israele e dunque la genealogia di Gesù che è sempre storia, ma osservata da un punto di vista particolare e per altri scopi, seppur non esulanti dal contesto cronologico universale.

Ecco la nostra tabella genealogica che offre solo spunti al momento, ma molto interessanti che spero attirino l’interesse del lettore

 

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La prima cosa da notare, nell’ottica di una genealogia di Gesù, sono quegli 888 anni tra Nochè e Abramo i quali non sono frutto di una coincidenza, perché 888 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù), aspetto ghematrico che definisce una genealogia a Lui rivolta perché ne descrive tutti gli antenati per “come si credeva” (Lc 3,23). Questo periodo, alla luce degli 888 anni che lo compongono, risulta interessante a sufficienza per un’indagine ad hoc che risponda a due domande: qual è il significato che la lettura ghematrica potrebbe avere nelle singole generazioni che la compongono? Nel complesso genealogico descritto da Luca, quel periodo di 888 anni per cosa si caratterizzò se fa appello a Gesù, sebbene nella sua accezione ghematrica? Domande che nascono spontanee se non si adduce tutto al caso che, alla luce di quanto stiamo per scrivere, non crediamo sia da tirare in ballo.

Infatti, la tabella mostrata sopra considera anche il ramo materno della genealogia, cosa che nessun altro fa, stando a wiki, perché solo con quello essa incrocia cronologicamente il dato storico del 989 a.C. come primo anno di regno di Davide; il 667 a.C. come anno della costruzione della porta superiore del tempio e il 644 a.C. come primo anno di regno di Ezechia. Ovvio che stiamo parlando della cronologia che caratterizza il blog, la quale però risulta essere perfettamente allineata con l’evidenze lucane, come vedremo. Tale ramo femminile, quindi, costituisce a tutti gli effetti una generazione e deve rientrare, magari non necessariamente sempre, nel computo.

La natura cristologica della genealogia lucana non si esaurisce nell’esempio citato. Essa, infatti, si completa alla ventinovesima (trentesima contando due volte Davide) generazione che indica un chiarissimo Gesù. Un Gesù che in Gv 10,7 si equipara alla porta che noi già sappiamo, grazie all’omonima categoria che contiene tutti i post dedicati all’argomento, essere la porta superiore del tempio . 

Quella porta fu costruita nel 668/667 a.C. perché non solo una cronologia dei Re colloca in quell’anno il regno di Jotam, artefice del progetto (2Re 15,35), ma anche perché i calendari sabbatici e giubilari sovrapposti a quella cronologia indicano quell’anno come eccezionale, perchè sabbatico e giubilare assieme. Questo spiega come mai durante il regno di Jotam si costruì la porta superiore del tempio, unica modifica strutturale al tempio in mille anni di storia (Salomone-Erode). Il cantiere fu aperto per celebrare degnamente un evento che si verificava solo una volta ogni 350 anni e quel 668/667 a.C. fu uno di quelli.

La costruzione della porta superiore del tempio, quindi, permise al tempio di raggiungere il suo massimo splendore, ecco perché Gesù si paragona ad essa in Gv 10,7 ed ecco perché la genealogia lucana pone esattamente in quell’anno un antenato con il suo stesso nome, se non Lui stesso addirittura, cosa che renderebbe la genealogia lucana una pagina tutta da ristudiare.

La coincidenza tra l’anno sabbatico e giubilare che vide nel 668/667 a.C. la costruzione della porta superiore del tempio e la generazione di “Gesù”, cioè la ventinovesima o trentesima, permette la comprensione di un passo che il blog aveva già interpretato in quel senso, quando aveva scritto chiaro che quella porta citata in Gv 10,7 non ha nessuna relazione con il porticato di Salomone, come si scrive, ma fu la porta superiore del tempio che fece da cornice al capitolo 10 di Giovanni, come testimonia anche la perfetta coincidenza della generazione lucana che indica “un Gesù” nell’anno esatto della sua dedicazione.

Vorremmo fermarci qui perché coscienti che già il materiale offerto è notevole e si rischia la confusione nella mente del lettore, ma non posso non completare il discorso facendo presente che non è un caso che la genealogia lucana “datata” come mostra la nostra tabella, offre la generazione successiva al 667 a.C. ferma al 644 a.C. quando 644 è ghematria di Ἐμμανουήλ (Emmanuele) e questo riconduce all’oracolo più studiato di tutta la Scrittura: quello dell’Emmanuele che ha diviso Ebrei e cristiani per duemila anni.

Ce ne siamo già occupati qui e siamo giunti alla conclusione che la lettura ghematrica sia l’unica a far cessare le polemiche, perché rivela, con quel 644 di Ἐμμανουήλ, Ezechia nel suo primo anno di regno (644 a.C.), stando alla nostra cronologia, e questo ne fa il protagonista dell’oracolo perché quel primo anno di regno riassume simbolicamente tutto quanto il suo governo dando però ragione agli uni e agli altri.

Infatti, proprio perché non è Gesù è Gesù perché quel greco che permette la lettura ghematrica è neo-testamentario e dunque Ezechia prefigura il Cristo e il suo regno messianico, se l’oracolo lo è messianico. Dunque abbiamo che alla .ventinovesima generazione si cita “gesù”, antenato di Gesù se non Gesù stesso e a seguire, nella ventottesima generazione, l’Emmanuele, cioè Ezechia, tanto che quella contiguità non può essere casuale, se non fosse altro perché storica come storico è il 668/667 a.C. e il 644 a.C. poiché emergono da una cronologia che nel primo caso incrocia alla perfezione due calendari (sabbatico e giubilare); nel secondo si fa forte di una cronologia dei Re dimostrata un’infinità di volte quella che la Bibbia da sempre propone, sebbene altre cronologie, ritenute storiche, le siano state attribuite nottetempo creando dei veri e propri nonsense nel quadro cronologico biblico.

Ecco dunque la genealogia di Luca, cioè la genealogia di Gesù che non poteva essere altrimenti perché si compone di tranches di 888 anni, quando 888 è la ghematria stessa di Ἰησοῦσ; poi Lo colloca non sotto il porticato di Salomone, ma sotto la porta superiore del tempio costruita nel 668/667 a.C. in anno sabbatico e giubilare, quello che più di ogni altro si presta a un oracolo messianico che ne fa l’Emmanuele nel 644 a.C.

Tutto questo è emerso dando un preciso valore cronologico alle generazioni lucane che non esauriscono la loro funzione nella lunga lista di nomi, perché forse è più importante la lunga somma di numeri, ben lungi dall’essere compresa perché nuova agli occhi degli studiosi. Ma lo abbiamo scritto: questo post vuole solo attirare l’attenzione su una pagina lucana ritenuta lacunosa ed esaurita, quando è ancora capace di spunti di assoluta importanza, tanto che in un un ipotetico libro essa necessariamente non si potrebbe esaurirsi in alcuni paragrafi, ma occuperebbe un intero capitolo, tanto è importante, secondo noi.