Isaia, un profeta multiplo

Il greco della Settanta ha subito pesantissime modificazioni che, finalizzate, divengono a tutti gli effetti grandi falsi. Uno su tutti fa scuola ed è Pasqua, laddove il greco scritturale di oggi propone πάσχα, quando però in origine il lemma era una semplice traslitterazione dall’ebraico Pes(a)ch, cioè Πησχ.

Si dice del Natale essere la principale festa cristiana, ma il Vangelo è chiaro in proposito: Gesù è venuto per la Pasqua (Gv 12,27) tanto che Lui e quella festa sono una sola cosa, riassumendone la vita, la missione e la predicazione.

Non è un caso, allora, che il greco della Settanta facesse risaltare questa identità con Πησχ che ha un valore ghematrico (888) identico a Ἰησοῦσ. (888). Tutto ciò permette a noi di dubitare anche di un profeta, ma non perché non lo reputiamo tale, anzi, quanto perché dubitiamo del nome con cui è passato alla storia e alla Scrittura: Isaia.

Egli, anche dal solo Luca 3,4, risulta scritto come Ἠσαΐας e ciò non solo impedisce una lettura ghematrica che risulterà evidente e fondamentale per la comprensione di un aspetto di colui che forse è il maggiore dei profeti maggiori.

Infatti, quando noi lo riportassimo semplicemente come Ισαια, cioè la versione che l’italiano ha accolta e conservata, il valore ghematrico del suo nome apre a una lettura forse ancora ignota del profeta: quella onomastica, perché Ισαια ha un valore di 222, numero che permette il calcolo dei suoi multipli, cioé

444

666

888

Qualcuno avrà già capito che solo del 444 non sapremmo indicare un’origine e una funzione, mentre del 666 e del 888 tutto risulta chiaro, perché l’uno numero della bestia apocalittica; l’altro ghematria di Ἰησοῦσ.

E’, in questa nuova lettura, solo il 444 ignoto anche se un indizio appare proprio in Isaia, al capitolo 11,12, in cui egli riferisce dei, non a caso, 4 angoli della terra che caratterizzano solo lui e Apocalisse, e riferimento simbolico che s’inserisce in una progressione aritmetica che espande i suoi confini nella profezia, quella di un profeta non semplicemente poliedrico, come ameremmo dire oggi, ma multiplo, la cui missione è scritta anche nel suo nome.

Non sappiamo dire altro, per ora, per cui ci limitiamo a suggerire l’idea che potrebbe scardinare quella sinora conosciuta e che legge, secondo noi e altri erroneamente, un proto, deutero e trito Isaia, per sostituirla con una matematica che ha già individuato quattro fasi, piucchè tre profeti e sei mani, cioè quella di Isaia, quella della bestia e quella di Gesù composte da un unico autore, meglio profeta, che obbligano a rileggere per intero l’opera maggiore dei maggiori profeti, ritenuta erroneamente un collage, ma caratterizzantesi in realtà per una solidità matematica.

Memory

Ho letto integralmente tre volte i Detti dei Padri del deserto, tanto che il blog offre una categoria al riguardo. Tuttavia, spesso apro il volume a caso per udire la voce, quella del deserto.

Difficilmente rimango deluso, perché spesso quello che non hai capito prima, lo capisci dopo e chissà che proprio quello non sia il momento, il momento, cioè, di parlare ai monaci di cui non condivido la vita, ma certamente gli orari.

L’apoftegma che ho incontrato due sere fa (le sette-otto non sono notte, neanche se sei già a letto) è stupido o così almeno appare perché c’è un anziano un po’ rincoglionito e un Padre, magari giovane, altrettanto.

Il primo dimentica ossessivamente ciò che gli è stato detto; il secondo non la finisce mai di ripetere per un dialogo tra malati di alzheimer e logorroici. Ti sfugge, insomma, quel dialogo assurdo e sulle prime ne sorridi, ma se sei fortunato lo capisci, capisci cioè l’enorme lezione che se ne ricava, qualora la chiusa dell’apoftegma ti illumini. Leggiamolo, allora quell’apoftegma numero 18 di Giovanni Nano


Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene

Nella chiusa si legge che “questo è il compito dei monaci (di Scete), dare coraggio a coloro che sono tentati (caduti) e fare violenza a se stessi per guadagnarsi reciprocamente al bene”.

La tentazione ha poco a che vedere con la smemoratezza che diviene, quindi, simbolo di caduta (ricorda come hai ricevuta la parola, Ap 3,3 (?), Lettera a Sardi, Inghilterra) per cui il compito dei monaci è quello di aiutare a ricordare non una, ma mille volte senza stancarsi.

Quella fiamma che Giovanni dice non risenta mai dell’afflusso dei questuanti, non è altro che la luce e la speranza che dal monaco si attingono, il quale diviene, quindi, la fonte della speranza anche laddove la caduta e recidiva, sistematica, talvolta senza speranza e, come lascia intendere l’apoftegma, senza ritorno, dell’anziano smemorato.

Non è la memoria di un vecchio in ballo, ma il peccato di cui, l’uomo, non si riesce a liberare che è divenuto senza riscatto, cioè disperato, tanto che il vecchio smemorato non va più nemmeno a far visita a Giovanni che lo incontra per caso, per cui ha perso la speranza, non la memoria e il peccato ha vinto.

Giovanni incontra, crediamo non casualmente, il vecchio e gli chiede come vada. La risposta è tipica di colui che si è arreso al male, al suo male, è, cioè “neanche son venuto più”, cioè non ci credo più, non mi salvo più! Ma Giovanni lo riaccende di nuovo, magari per la milleunesima volta che sarà quella decisiva, magari perché il vecchio non si è sentito abbandonato.

Ecco, questo è il compito di un monaco: ardere, ardere sempre, essere cioè fiamma viva e sempiterna come Giovanni, affinché tutti per migliaia di volte possano ricorrere a lui certi di avere la luce, di riscaldarsi e rianimarsi dopo le mille volte che son caduti, altrimenti meglio lasciar perdere; meglio lasciar perdere se la tua porta è chiusa, se ti sei stancato dei lamenti e ne hai le orecchie piene e lo psicologo tal dei tali “costa poco”.

E’ un mestieraccio, quindi, il monaco, anche perché la tua fiamma sarà l’oggetto di innumerevoli bufere e sputi -se non peggio- mirate a spegnerti, a spegnere la tua luce che alimenta migliaia di candele e candeline che da te dipendono, spente le quali e spenta la tua lucerna, si farà buio, anche a Scete, cioè Σκ ετ ηηη quando ηηη è 888 ghematria di Ἰησοῦς mentre Σκ e simbolo della Sapienza che diviene di Gesù, la quale mai deve spegnersi nelle sue lucerne principali, cioè nella Scete universale .

Ecco, questo è il compito dei monaci di tutti i tempi, specie quelli bui e tenebrosi. Essi sono “lo maggior corno della fiamma antica”, spento il quale è buio pesto, sebbene i primi testimoni informati della nascita di Gesù siano stati i pastori, ma non dimentichiamoci che la prima testimone della Resurrezione fu una prostituta, lei per prima a dire che la carne, seppur peccaminosa quant’altri mai, può risorgere.

Concludo con una mia poesia che ritengo molto attinente con il post e capace di dare essa stessa speranza a coloro che si sentono perduti nel peccato, quando però ce n’è uno solo d’imperdonabile.

Lasciaci così, Signore,

 noi che viviamo all’ombra

 degli spigoli dei marciapiedi;

 lasciaci così, nel mondo… in carovane,

 leggere sospese senza battistrada,

 di nani e giganti,

 vecchie prostitute e ballerine,

 ciechi, zoppi, sordi,

 muti e maschere di carne;

lasciaci così,

 acrobati del giorno

 che ci guida Napoleone,

 mai stanco della sua Waterloo

 e passiamo di sconfitta in sconfitta;

 lasciaci così,

 al nostro fuoco di candele

 che mai Ti ha sfidato.

 Lasciaci così,

 che ce ne andremo presto, tutti:

 siamo fratelli.

Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

“Rien ne va plus”, tutto fuorché un casinò

Siamo o non siamo gli autori de La cronologia di Dio. Quando la Bibbia gioca con i numeri? Sì lo siamo, per cui non ci si deve meravigliare se talvolta giochiamo con quei numeri, nel senso che non cerchiamo grandi cose sulle prime, ma ci proponiamo solo di trovare una coerenza interna nel range numerico in esame, nel gioco, insomma, che a volte è stato capace però di rivelarsi ben oltre se stesso e divenire cosa seria, addirittura.

Speriamo sia anche il caso di questo post, che nasce dall’idea della scala di perfezione proposta da blog che vede

666

777

888

per un’insolita lettura, cioè che nasciamo tutti bestie, non fatevi illusioni (666 è il marchio della bestia); veniamo crocefissi (777) e saliamo a Gesù (888) in paradiso dopo un purgatorio lento e doloroso, vero, ma inevitabile, purtroppo.

Il gioco, allora consiste in questo: sommeremo il 666+777+888 per vedere dove ci conduce, se in un antro cronologico buio o a sprazzi di luce se non luce piena.

Il valore della somma è 2331 e deve collocarsi in una cronologia che, se termina nel 888 termina in Gesù, Gesù apice della scala di perfezione, se non fosse altro perché anche la ghematria ci aiuta in questa conclusione:

666 è il marchio della bestia ed è ghematrica, seppur a rovescio, perché Apocalisse ci parla di un numero che è nome (Caino), quando noi è dal nome che siamo giunti alla sua ghematria, mentre stavolta il processo è a ritroso (666>nome).

777 è la ghematria di σαυρός. (croce)

888 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù)

Come vedete tutto fa capo a Lui, tanto che la nostra genealogia lucana colloca, come vedremo, quel 2331 in un ambito cronologico-genealogico che somma 12 generazioni di 74 anni per un totale di 888 anni e 888 è la ghematri di  Ἰησοῦσ.

Già tutto, allora, diviene interessante, perché si comincia a tracciare quella coerenza interna che cerchiamo nel gioco che, se tale, deve averla, altrimenti è caos, è caso.

Adesso noi sommeremo al 2331 l’apice della vita di Gesù: la Sua Pasqua del 35 d.C., anno della croce per un totale di 2366 (2331+35=2366) e lo caleremo nella genealogia lucana riproposta

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cadendo nella generazione di Eber al cinquantatreesimo (53) anno per un 35 rovescio, però, che conduce di nuovo alla croce del 35 d.C., aggiungendo un’altra tessera di coerenza e significato.

Poi conteremo le generazioni che si succedono da Eber fino a Gesù, ricordando che nella genealogia lucana non ce n’è uno solo, ma ce ne sono due: uno è intermedio.

E infatti in Quello cadremo facendo però tappe significative e anch’esse intermedie, perché dopo 23 generazioni incontreremo Davide, Davide re pastore come 23 è i suo salmo del “Divin pastore“; poi ci renderemo conto che alla ventitreesima generazione dopo Eber cadremo esattamente non solo in Davide, ma anche in una genealogia che cambia passo cronologico e procede non più secondo 58 anni, ma 23 anni 23, come 23 erano le generazioni da Eber e come 23 è il salmo di Davide rintracciato dopo 23 generazioni.

Adesso non rimane che procedere oltre le tappe intermedie e giungere a Gesù dopo 36 generazioni. Vero è che è il Gesù che fa capolino molto prima del 35/36 d.C. (esattamente nel 667 a.C quando il 668/667 a.C. è l’anno della dedicazione della porta superiore del tempio) ma resta il fatto che siamo caduti in Gesù sempre all’interno della cronologia lucana.

Le generazioni da Eber a Gesù (escluso, cioè a Eleazer) sono 36 per un 35/36 d.C. che sempre noi abbiamo scritto essere l’anno della croce, in particolare il 36 d.C. che fa capo a un semestre biblico tutto fuorché frutto del caso.

Come non è caso, secondo noi, i significati molteplici che assume il numero secco che emerge dalla somma di 666+777+888=2331 perché non solo ricorre di nuovo il 23; non solo ricorre il 33 falso anno della crocefissione tradizionale a cui si deve aggiungere 2 per ottenere il 35 d.C., che era il 53 rovescio descritto sopra, per ottenere 1, cioè “l’unico vero Dio” che siamo tenuti ad almeno conoscere (Gv 17,3).

Non so a voi, ma a me questo “gioco” non appare tale: troppi calcoli, troppe varianti che si legano assieme in un unico ambito: la  genealogia lucana che sa divertirsi e divertire, sino a che non diviene, magari, cosa seria, ma questo lo vedremo dopo, post-facendo.

Per adesso limitiamoci a considerare che solo con la nostra genealogia lucana emergono queste “coincidenze” che sono e rimangono precise solo nell’ambito cronologico biblico descritto dal blog (cronologia e genealogia) per una coerenza che altrove sarebbe caos e dunque, Mesdames e Monsieurs, rien ne va plus, les jeux sont faits”.

Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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