Isaia, un profeta multiplo

Il greco della Settanta ha subito pesantissime modificazioni che, finalizzate, divengono a tutti gli effetti grandi falsi. Uno su tutti fa scuola ed è Pasqua, laddove il greco scritturale di oggi propone πάσχα, quando però in origine il lemma era una semplice traslitterazione dall’ebraico Pes(a)ch, cioè Πησχ.

Si dice del Natale essere la principale festa cristiana, ma il Vangelo è chiaro in proposito: Gesù è venuto per la Pasqua (Gv 12,27) tanto che Lui e quella festa sono una sola cosa, riassumendone la vita, la missione e la predicazione.

Non è un caso, allora, che il greco della Settanta facesse risaltare questa identità con Πησχ che ha un valore ghematrico (888) identico a Ἰησοῦσ. (888). Tutto ciò permette a noi di dubitare anche di un profeta, ma non perché non lo reputiamo tale, anzi, quanto perché dubitiamo del nome con cui è passato alla storia e alla Scrittura: Isaia.

Egli, anche dal solo Luca 3,4, risulta scritto come Ἠσαΐας e ciò non solo impedisce una lettura ghematrica che risulterà evidente e fondamentale per la comprensione di un aspetto di colui che forse è il maggiore dei profeti maggiori.

Infatti, quando noi lo riportassimo semplicemente come Ισαια, cioè la versione che l’italiano ha accolta e conservata, il valore ghematrico del suo nome apre a una lettura forse ancora ignota del profeta: quella onomastica, perché Ισαια ha un valore di 222, numero che permette il calcolo dei suoi multipli, cioé

444

666

888

Qualcuno avrà già capito che solo del 444 non sapremmo indicare un’origine e una funzione, mentre del 666 e del 888 tutto risulta chiaro, perché l’uno numero della bestia apocalittica; l’altro ghematria di Ἰησοῦσ.

E’, in questa nuova lettura, solo il 444 ignoto anche se un indizio appare proprio in Isaia, al capitolo 11,12, in cui egli riferisce dei, non a caso, 4 angoli della terra che caratterizzano solo lui e Apocalisse, e riferimento simbolico che s’inserisce in una progressione aritmetica che espande i suoi confini nella profezia, quella di un profeta non semplicemente poliedrico, come ameremmo dire oggi, ma multiplo, la cui missione è scritta anche nel suo nome.

Non sappiamo dire altro, per ora, per cui ci limitiamo a suggerire l’idea che potrebbe scardinare quella sinora conosciuta e che legge, secondo noi e altri erroneamente, un proto, deutero e trito Isaia, per sostituirla con una matematica che ha già individuato quattro fasi, piucchè tre profeti e sei mani, cioè quella di Isaia, quella della bestia e quella di Gesù composte da un unico autore, meglio profeta, che obbligano a rileggere per intero l’opera maggiore dei maggiori profeti, ritenuta erroneamente un collage, ma caratterizzantesi in realtà per una solidità matematica.

Furti d’identità alla scuola del Vangelo

Alla luce del post precedente, l’informazione di Leonardo cronologia è illuminante, non solo in virtù del 153 d.C. che è identico, nella cifra, ai 153 “grossi pesci” del capitolo 21 di Giovanni, ma anche in relazione all’altra notizia che Leonardo dà: il Vaticanus come luogo di pessimo vino.

Invito adesso e caldamente il lettore a rileggersi il post di stamattina per comprendere bene il quadro generale in cui si versa quel pessimo vino, perché sin da subito la memoria avrebbe dovuto guidarmi a Cana, cioè al primo segno di Gesù che è inserito non nei sinottici, ma in Giovanni.

La leggenda, in questo caso, ha elaborato male il nucleo storico conservando la pessima qualità di un vino in luogo dell’acqua trasformata in vino, ma resta il fatto che tutto tradisce il primo segno, tutto rimanda a Giovanni.

Dunque abbiamo che:

il 153 d.C. fa il paio con i 153 grossi pesci

il palindromo evangelico Roma/amoR che è tipico delle Lettere di Giovanni

il vino come primo segno del suo Vangelo

Alla luce di tutto questo, Pietro, sorgono due domande:

Quelle ossa sono le tue o hai preso possesso della tomba?

Che ne è di Atti che mi ha sempre fatto ridere per quella situation comedy d’altissima scuola, perché dopo un gran parlare (At 2,14-41) esclami: “Guardaci!” (At 3,4). Cos’è quel paio che hanno guardato Giovanni e non l’oratore hanno compiuto quel miracolo di cui ti sei anche allora impossessato?

Oggi è un tema scottante il furto d’identità e temo che lo si debba alla tua scuola che per prima ha fatto sì che il discepolo che Gesù amava divenisse il tuo profilo pubblico grazie al quale, forse, sei tu adesso il discepolo che “Gesù amava”.

Un po’ come ne Il gladiatore dove si dice:

“Conoscevo un uomo di sani principi che amava mio padre e che mio padre amava…” ma “quell’uomo non c’è più”: hai fatto bene il tuo mestiere, tombarolo!

La pesca miracolosa sulla riva destra del Tevere

La pesca miracolosa costituisce uno dei passi più noti del Vangelo di Giovanni. Credo che nel corso dei millenni tutte le domande siano state poste e abbiano ricevuta risposta, sebbene sia sfuggito (dimenticato? Censurato?) il senso di quei 153 grossi pesci, senso che noi abbiamo riassunto qui (nel particolare qui)

Sorge, però, una domanda davvero bizzarra se Giovanni conta quei pesci, operazione solo in apparenza inutile nell’economia di un Vangelo che in così poche pagine riassume la vicenda terrena di Gesù di cui si potrebbero scrivere così tanti libri che il mondo non basterebbe a contenerli (Gv 21, 25).

Dunque se l’apostolo non si è lasciato prendere dal capriccio, perché dovremmo farlo noi se ci chiediamo di che specie fossero quei pesci? Infatti, sappiamo che sono grossi, forse veramente grossi, ma non sappiamo che pesci fossero. Erano tutti della medesima specie o di specie diverse?

Noi crediamo che fossero della stessa specie ed erano romani, perché, ovvio, noi in quei “grossi pesci” vediamo un simbolo e non una cattura fine a se stessa. Il significato del simbolo, quindi, non può che essere relativo al rango sociale, culturale e politico dei personaggi irretiti, che erano, appunto, “grossi”.

Ci appare evidente, già sulle prime, che non fossero ebrei, cioè che non i membri del sinedrio si fossero convertiti (di questo si tratta: di una conversione) altrimenti Giovanni lo avrebbe scritto chiaramente tanto era naturale.

Ma la pesca fu eccezionale, cioè assolutamente inaspettata tanto da essere “miracolosa” e dunque il pescato non apparteneva a specie autoctone, erano, insomma, romani; e che lo fossero lo vedremo nel prosieguo, dando a quel 153 del Vangelo e della pesca un’ulteriore senso, altrettanto importante.

Partiamo col ricordare quanto già scritto, anche ieri, che a Gerusalemme, in virtù dello sconvolgimento degli elementi naturali (terremoto, eclissi) a cui avevano assistito i romani dopo la crocefissione, in particolare Pilato la cui parola non poetava essere messa in dubbio, Roma chiese una relazione dei fatti del 35 d.C.

Forse Tiberio in persona volle essere informato e dunque lui, forse, è “l’illustrissimo” del Vangelo lucano. Ma questo segna un fatto epocale, perché chiude l’Antico Testamento, almeno stando alla città simbolo di esso: Gerusalemme, che con la crocefissione del Figlio di Dio non era più la città di Dio, ossia la città di Davide.

Gerusalemme, stando ai nostri Re, sorge come città divina e capitale nel 989 a.C. per cui nel 35 d.C. ha 1024 anni quando noi nel 1025/1024 (datazione doppia) a.C. facciamo nascere Davide (come si veda qui). Questo genera un’identità tra Davide e Gerusalemme che è oltremodo facile comprendere, mentre va sommariamente spiegato che nel 35 d.C., infrangendo l’alleanza con la crocefissione, si apre non solo un’alleanza nuova, ma si fonda, alla fede, una nuova città che è Roma, non a caso palindromo evangelico di amoR.

Dunque, avendo scritto che la specie dei pesci della pesca miracolosa è romana, e avendo aggiunto che la crocefissione fonda una nuova capitale simbolo della nuova alleanza, capitale che è Roma, dobbiamo trovare il legame tra i due eventi e quel legame è sempre il numero 153 dei “grossi pesci” ma romani.

Abbiamo indagato nel web alla ricerca di queste informazioni e ne abbiamo trovata una molto, molto precisa: la datazione della Tomba di San Pietro ferma al 153 d.C.. che conduce, inequivocabilmente, a Roma, cioè laddove deve essere, se si è compreso il mio ragionamento.

Va da sé che Pietro è di tutto rispetto, sia nell’economia della nuova capitale, sia nell’economia del passo, cioè della pesca miracolosa che lo vede nudo, è vero, ma anche protagonista di un mea culpa che farà storia, forse una storia così importante che è ancora sotto gli occhi di tutti se quelle ossa contenute nella tomba sono sue, anche se amoR mi fa pensare al Giovanni che ne Vangelo ci ha parlato di pesci, mentre nelle sue lettere di amoR.

Memory

Ho letto integralmente tre volte i Detti dei Padri del deserto, tanto che il blog offre una categoria al riguardo. Tuttavia, spesso apro il volume a caso per udire la voce, quella del deserto.

Difficilmente rimango deluso, perché spesso quello che non hai capito prima, lo capisci dopo e chissà che proprio quello non sia il momento, il momento, cioè, di parlare ai monaci di cui non condivido la vita, ma certamente gli orari.

L’apoftegma che ho incontrato due sere fa (le sette-otto non sono notte, neanche se sei già a letto) è stupido o così almeno appare perché c’è un anziano un po’ rincoglionito e un Padre, magari giovane, altrettanto.

Il primo dimentica ossessivamente ciò che gli è stato detto; il secondo non la finisce mai di ripetere per un dialogo tra malati di alzheimer e logorroici. Ti sfugge, insomma, quel dialogo assurdo e sulle prime ne sorridi, ma se sei fortunato lo capisci, capisci cioè l’enorme lezione che se ne ricava, qualora la chiusa dell’apoftegma ti illumini. Leggiamolo, allora quell’apoftegma numero 18 di Giovanni Nano


Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene

Nella chiusa si legge che “questo è il compito dei monaci (di Scete), dare coraggio a coloro che sono tentati (caduti) e fare violenza a se stessi per guadagnarsi reciprocamente al bene”.

La tentazione ha poco a che vedere con la smemoratezza che diviene, quindi, simbolo di caduta (ricorda come hai ricevuta la parola, Ap 3,3 (?), Lettera a Sardi, Inghilterra) per cui il compito dei monaci è quello di aiutare a ricordare non una, ma mille volte senza stancarsi.

Quella fiamma che Giovanni dice non risenta mai dell’afflusso dei questuanti, non è altro che la luce e la speranza che dal monaco si attingono, il quale diviene, quindi, la fonte della speranza anche laddove la caduta e recidiva, sistematica, talvolta senza speranza e, come lascia intendere l’apoftegma, senza ritorno, dell’anziano smemorato.

Non è la memoria di un vecchio in ballo, ma il peccato di cui, l’uomo, non si riesce a liberare che è divenuto senza riscatto, cioè disperato, tanto che il vecchio smemorato non va più nemmeno a far visita a Giovanni che lo incontra per caso, per cui ha perso la speranza, non la memoria e il peccato ha vinto.

Giovanni incontra, crediamo non casualmente, il vecchio e gli chiede come vada. La risposta è tipica di colui che si è arreso al male, al suo male, è, cioè “neanche son venuto più”, cioè non ci credo più, non mi salvo più! Ma Giovanni lo riaccende di nuovo, magari per la milleunesima volta che sarà quella decisiva, magari perché il vecchio non si è sentito abbandonato.

Ecco, questo è il compito di un monaco: ardere, ardere sempre, essere cioè fiamma viva e sempiterna come Giovanni, affinché tutti per migliaia di volte possano ricorrere a lui certi di avere la luce, di riscaldarsi e rianimarsi dopo le mille volte che son caduti, altrimenti meglio lasciar perdere; meglio lasciar perdere se la tua porta è chiusa, se ti sei stancato dei lamenti e ne hai le orecchie piene e lo psicologo tal dei tali “costa poco”.

E’ un mestieraccio, quindi, il monaco, anche perché la tua fiamma sarà l’oggetto di innumerevoli bufere e sputi -se non peggio- mirate a spegnerti, a spegnere la tua luce che alimenta migliaia di candele e candeline che da te dipendono, spente le quali e spenta la tua lucerna, si farà buio, anche a Scete, cioè Σκ ετ ηηη quando ηηη è 888 ghematria di Ἰησοῦς mentre Σκ e simbolo della Sapienza che diviene di Gesù, la quale mai deve spegnersi nelle sue lucerne principali, cioè nella Scete universale .

Ecco, questo è il compito dei monaci di tutti i tempi, specie quelli bui e tenebrosi. Essi sono “lo maggior corno della fiamma antica”, spento il quale è buio pesto, sebbene i primi testimoni informati della nascita di Gesù siano stati i pastori, ma non dimentichiamoci che la prima testimone della Resurrezione fu una prostituta, lei per prima a dire che la carne, seppur peccaminosa quant’altri mai, può risorgere.

Concludo con una mia poesia che ritengo molto attinente con il post e capace di dare essa stessa speranza a coloro che si sentono perduti nel peccato, quando però ce n’è uno solo d’imperdonabile.

Lasciaci così, Signore,

 noi che viviamo all’ombra

 degli spigoli dei marciapiedi;

 lasciaci così, nel mondo… in carovane,

 leggere sospese senza battistrada,

 di nani e giganti,

 vecchie prostitute e ballerine,

 ciechi, zoppi, sordi,

 muti e maschere di carne;

lasciaci così,

 acrobati del giorno

 che ci guida Napoleone,

 mai stanco della sua Waterloo

 e passiamo di sconfitta in sconfitta;

 lasciaci così,

 al nostro fuoco di candele

 che mai Ti ha sfidato.

 Lasciaci così,

 che ce ne andremo presto, tutti:

 siamo fratelli.

Il Padre il Figlio e la Piena di grazia

Riprendiamo il discorso non interrotto, ma incompleto circa l’Unigenito il cui lemma greco μωνωγηνής ci aveva condotti a un valore ghematrico di 1750 che noi avevamo collocato alla cinquantesima generazione di 35 anni ma matteana.

Teoricamente avremmo commesso due errori:

il primo, Matteo conta solo 42 generazioni, sebbene noi avessimo sempre indicato il falso quando cita Abramo per Mosè (vedremo che quest’ultimo è fondamentale e chi ha colpito sapeva benissimo ciò che faceva).

Il secondo, abbiamo attribuito a Luca il metro di Matteo nelle 8 generazioni che servono per raggiungerne 50 dopo le 42 di Matteo.

Ci ha fuorviati proprio il fatto che ha istruito e istruisce il post: la simmetria tra quel 50 e quel 35, perché Gesù, secondo noi, muore a cinquanta anni nel 35 d.C.

Ci siamo resi conto non dell’errore, ma forse della forzatura, ma ci siamo anche resi conto che poteva non essere casuale quella combinazione pasquale. E infatti non lo è.

Non lo è perché apre un discorso che davvero va in profondità e in Matteo e in Luca fondendoli, sia generazionalmente, sia metricamente perché per comprendere bisogna attribuire a Luca il metro di Matteo, cioè una generazione di 35 anni che non è una forzatura, ma una fusione delle “sostanze” dell’uno e dell’altro, meglio: delll’Uno e dell’Altra, come vedremo.

Riprendiamo il nostro μωνωγηνής e attribuiamolo a Matteo, ossia calcoliamo le sue 42 generazioni e poi contiamo quelle necessarie, ma lucane, per raggiungere 50 generazioni.

Così facendo, cadiamo in Aram che conserva il senso già descritto, cioè quello etimologico di “luogo elevato” adatto al sacrificio. Questo ci parla di nuovo di Gesù e dunque quel 1750 ghematrico di μωνωγηνής, nato da Matteo e Luca, non è una forzatura, tutt’altro se Gesù è l’Unigenito.

Dobbiamo provare tutto ciò, però, e lo faremo tracciando una mappa generazionale che condurrà di nuovo a Gesù seguendo il senso delle due generalogie che non sono una linea di sangue ma si fanno storia, a volte, come questa volta,invece, si fanno teologia, forse profonda.

La prima generazione è Aram e ne abbiamo appena descritto il senso, quello che esprime non solo l’etimologia del nome proprio, ma anche quello che emerge da μωνωγηνής calcolato gematricamente che è 1750 coincidente con la cinquantesima generazione di Matteo/Luca.

Quella generazione è l’ottava lucana e allora seguiamone il metro che è 8 e scaliamo di altrettante per ottenere Davide che si commenta da solo.

Poi altre 8 e otteniamo Jotam matteano (wiki bene lo allinea al Giuda lucano per un’ulteriore estensione di significati), colui che costruì la porta superiore del tempio a cui Gesù, in Gv 10,8 si equipara quando riferisce di essere Lui la porta, non il porticato (vedi qui gli articoli dedicati).

Questo punto deve essere tenuto bene a mente, perché dopo vedremo che Jotam salda le due cronologie o in ogni caso risulterà essere il cardine della porta o del discorso.

Dopo Jotam e altre 8 generazioni otteniamo Zorobabele, colui che wiki altrettanto bene esprime quando riferisce che guidò “l’esodo” da Babilonia a Gerusalemme (dal peccato alla redenzione), perché veniamo giusti giusti dalla porta, cioè dal capitolo 10 che gli stessi studiosi caratterizzano per un linguaggio esodale, quando notano che Gesù “conduce fuori” (Gv 10,4) e noi, a suo tempo, abbiamo fatto notare che sì, c’è un pastore nel brano, ma anche un guardiano e questo ci permette di scorgere, nel primo, Gesù, nel secondo Mosè, tanto che la ghematria di θυρωρός a lui conduce.

Dunque la sequenza che emerge da una mappa di 888 passa da

Aram

Davide

Jotam

Zorobabele

e quella sequenza è di 8 8 8, che dovrete un po’ cercare (è facile) senza perdervi d’animo perché bisogna stare attenti alle “virgole” storiche, ghematria di Ἰησοῦς (Gesù).

La teologia sa già intuire la cornice del discorso ancora tutto da tessere e noi possiamo solo darle del filo, magari da torcere offrendo un’altra metrica esatta che spiegherà quanto annunciato poco sopra, cioè la centralità di Jotam e della sua porta superiore del tempio a cui Gesù, quello stesso emerso da 888, si equipara.

Quella metrica conta di nuovo e nota che da Aram (scalato nel conteggio) a Jotam ricorrono 15 generazioni, mentre da Jotam, doppiamente contato, 35 per un 15-35 che è 15 a.C.-35 d.C. anagrafe di un Gesù cinquantenne come 50 era la generazione di Matteo/Luca ricavata da μωνωγηνής . Ma non solo.

Jotam abbiamo detto essere il cardine del discorso e per questo ricorre due volte: due sono, come normale, i cardini della “sua porta” ed essi sono il 15 e il 35 perché è in 2Re 15,35 che si dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio stessa, per un’armonia che sfida le obiezioni e il caso.

Questo è quanto ci premeva dire, spiegare cioè che il primo post dedicato all’argomento è una bozza di lavoro, degli appunti pubblicati, ma l’argomento era tutto da sviscerare, tanto che ci spingeremo laddove mai siamo andati (teologia), ricordando prima che il blog da sempre ha denunciato il falso nella genealogia di Matteo, laddove leggiamo Abramo.

No, è Mosè “figlio dell’Altissimo” e dunque la sua genealogia, partendo da lui è la genealogia del Figlio che infatti non solo procede secondo la cronologia del Cristo (Mt 1,1 non a caso, a differenza di Luca, apre con “Genealogia di Gesù Cristo), crocifisso nel 35 d.C., per un’identità tra l’anno e la generazione matteana (35 anni) che è cristologica, mentre quella lucana ci parla di Gesù, crocifisso in un 36 d.C. che compone l’anno “doppio” ebraico se ricondotto al gregoriano, ma ancor più compone il Cristo e, con Luca, Gesù (vedi tavola), cioè Dio (Matteo) e l’uomo (Luca) o, in una parola, il”vero Dio e vero uomo” alla luce non di sottili disquisizioni teologiche, ma di due solide genealogie che ci parlano del Padre (l’Altissimo, Matteo)), dello Spirito Santo e di un Figlio (Gesù) alla luce di Luca del suo Magnificat (Maria) e della sua e soltanto sua “piena di grazia” (Lc 1,28) che fa dell’Uno e dell’Altra l’anima e il corpo di Gesù, sì, vero Dio e vero uomo, cioè il Cristo e Gesù.

Con gli ultimi paragrafi siamo entrati in un campo minato, per noi, ma ci premeva far intuire l’utilità teologica di due genealogie che procedono non di padre in figlio, ma dal Padre e dal Figlio passando per Maria. Ci siamo riusciti? Ai posteri l’ardua sentenza che gli occhiali verdi già me li hanno dati. Cose da pazzi, insomma.

La ragione e la fede di un’attesa

Nel post recedente abbiamo appena introdotto la diversa natura cronologica dell’Attesa messianica vista da Luca e da Giovanni, quando l’uno ferma il tempo al 34 d.C.; l’altro al 32 d.C.

Sono due diversi episodi che determinano la differenza, ma proprio perché diversi riflettono le due diverse nature dei rispettivi vangeli: storico quello di Luca che nasce dopo “un’accurata ricerca e un resoconto ordinato”; teologico quello di Giovanni che vive un’unica grande Pasqua.

Infatti se nel primo si referta la storia alla luce della guarigione dell’emorroissa, fatto medico, nel secondo quell’attesa messianica finisce con la resurrezione di Lazzaro che fa da pendant alla Resurrezione.

Luca, medico, fu pragmatico uomo di scienza e non indulse alla teologia; Giovanni si china sul petto di Gesù e ne sente il battito teologico facendo del Vangelo un resoconto “raffinato” piucchè accurato.

Questo però non significa che le due opere si contraddicano: tutt’altro. Le due opere, come abbiamo spiegato sopra, nascono diverse per natura e scopo e dunque quell’Attesa segna una fine che non coincide, sebbene in entrambi precisa cronologicamente, solo che l’uno guarda al taglio storico; l’altro a quello teologico.

Detto questo possiamo introdurre una tabella che sintetizza l’intero periodo, cioè da Mosè al 34 d.C., tabella che riassume tutto dimostrando che quell’Attesa nasce nel deserto e giunge all’Emorroissa rendendola ancor più donna se Anna la profetessa fu l’ultima della sua stirpe e il suo sguardo concluse quello profetico proiettato nel futuro.

Vorremmo dire che “la Legge e i profeti fino a Giovanni” (anche qui), ma quest’ultimo, per sua stessa ammissione, non fu Elia, non fu profeta, ma solo voce di quel deserto (Gv 1,21-23) che aveva concepito il Messia e dunque ciò che lo ha reso celebre, ciò che ne ha fatto The voice per antonomasia, si arricchisce di una sfumatura messianica che attinge all’esperienza esodale mosaica di cui fu sintesi e araldo, ma non profeta: lui stesso lo ammette facendo così di Anna l’ultima della stirpe.

 

CRONOLOGIA DELL’ATTESA MESSIANICA
 
Mosé Profeti  Luca Giovanni
1425 a.C. 1425 a.C. ”            “ ”            “
945 a.C. 945 a.C. ”            “ ”            “
465 a.C. 465 a.C. ”            “ ”            “
  63 a.C. ”            “ ”            “
15 a.C. 15 a.C. ”            “ ”            “
    15 d.C. ”            “
    23 d.C. ”            “
      32 d.C.
    34 d.C.  
       

Scorsa la tabella, che richiede la conoscenza cronologica del blog altrimenti mi sarebbe impossibile impostarla con i mezzi e le capacità di cui dispongo, passiamo a dire che sì, Luca e Giovanni sono diversi in quell’Attesa, ma confluiscono perché immissari del Lago di Tiberiade. l’uno per una lunghezza di 34 km; l’altro 32 km, si può dire

Confluiscono nel lago in virtù di Isaia 21,11 passo celebre che annuncia il giorno chiedendo l’ora della notte, una notte che gli apostoli hanno passata invano pescando niente (Gv 21). Dunque quella notte riassume quella messianica dell’attesa, quando però sarà il giorno fruttuoso, sarà la Resurrezione, il Cristo vivo sulla riva.

Infatti Is 21,11 riassume le cifre che caratterizzano Luca e Giovanni perché 11 sono gli anni che dal 34 d.C. permettono di raggiungere il 23 d.C. sintesi del salmo del Divin pastore.

Vero è che l’emorroissa soffriva, stando all’attuale Vangelo di Luca, da 12 anni ma più esatta è la nota di 11 anni quella che permette tutto quanto detto, linkando, nel paragrafo precedente, in particolare la nota del perfetto (è venuto).

Per quanto riguarda il 21 mi pare addirittura ovvio: 21 è il capitolo della Pesca miracolosa e deve leggersi 777 per un simbolismo che trae il suo più importante significato in croce avendo scritto che il Vangelo di Giovanni è una Grande passione.

Dunque il braccio lucano del lago si ferma al 34 d.C.; quello giovanneo al 32 d.C. ma entrambi confluiscono alimentando il Lago di Tiberiade di cui ci siamo occupati a suo tempo diffusamente (vedi categoria 153).

Ed è a Tiberiade che la notte finisce e quel pescato miracoloso, 153 grossi pesci, conduce ad Alcimo colui che distrusse il Cortile interno del tempio e così distrusse l’opera profetica (1Mac 9,54).

In Gesù e in quel pescato non c’è la stessa demolizione, ma il compiersi della voce dei profeti e la profezia lascia il posto alla Rivelazione che per primo Giovanni scorge, come la scorge per primo nei vangeli se ferma al 32 d.C. mentre Luca al 34 d.C.

Vorremmo anche brevemente accennare che Tiberiade è luogo d’elezione dopo il grande salto del Vangelo di Giovanni che abbiamo detto avere le caratteristiche di un fiume che nasce quieto, invisibile per poi, man mano, crescere d’intensità fino alla Passione dove s’immerge carsicamente riaffiorando sulle sponde del lago per una scena idilliaca di Resurrezione.

La distanza della barca dalla riva, cioè da Gesù, misura in metri 888,75 quando 888 è la ghematria greca di Gesù; stesso dicasi delle misure del cortile del tempio che se ridotte al cubito romano ammontano a 888 cm.

Come vedete siamo all’interno di un contesto storico e teologico con l’Attesa messianica vissuta da Luca e Giovanni, un’Attesa che fu quindi ratio e fides che ebbe la sua sintesi in una cornice idilliaca.

Ps: chiedo scusa se il post da per scontato molto, persino troppo, ma se ogni volta dovessi spiegare punto per punto il blog entrerebbe in una logica esponenziale insostenibile.

Dio ladro

Prima di entrare in argomento, suggerisco la rilettura, per chi ha voglia e pazienza, dei post dedicati a Barabba, il Cristo del sinedrio, l’alter Christus istituzionale, goccia di santità opposta all’oceano di purezza: Gesù.

Spesso si soprassiede a un fatto: Gesù fu crocefisso tra due ladroni, e un assassino no? Magari un pedofilo o uno psicopatico sadico. No, due ladroni e tutti certi che basta dire che Gesù era nel mezzo, che neanche si dice messo in mezzo, che sarebbe già qualcosa, no in mezzo e basta: uno alla destra e uno alla sinistra, tanto basta. E invece non basta per nulla.

Gesù è un ladrone alla pari degli altri due, ma cosa ha rubato se i vangeli tacciono il fatto? In cosa è stato colto in piena flagranza di reato tale che, avendo salvato l’adultera colta addirittura sul fatto, non riesce a salvare se stesso (Mt 15,30)? Nulla, ha rubato nulla è solo che non era.

Non era il Messia, ne ha rubato l’immagine e il ruolo: egli ha cercato di impossessarsi dell’eredità d’Israele esautorando il tempio, quello stesso che in Gv 2,20 ha addirittura minacciato di distruggere per farsi largo.

In poche parole, il sinedrio vinse con il tradimento di Giuda e il Cristo fu istituzionale e l’Emmanuele era “Dio con loro” e con Egli la ragione e la fede erano ancora nel e il tempio, non distrutto, non vinto, ma ancora segno dell’alleanza divina, del “Dio con noi”.

L’istituzione, con il gioco dei trenta denari, ebbe la meglio: riuscì a nascondere il Messia originale, a favore della sua brutta copia e la vittoria, sul Golgota, sembrò totale, ma in breve risultò effimera, non perché ci fu il 70 d.C., quanto perché ci fu la rivolta e l’ultima guerra contro l’impero romano nel 135 d.C. e allora ci fu la catastrofe.

Il sinedrio fu smentito e smembrato da Dio, fatto non a pezzi ma a diaspora che ancora sopravvive all’evento, un evento che la ghematria sola celebra con δόξα il cui valore è 135, per una perfetta coincidenza tra la data storica dell’ultima guerra giudaica contro Roma (135 d.C.) e l’uno e trentacinque, cioè il 35 d.C. quando, un secolo prima, il sinedrio cantò vittoria, ma solo per un secolo impose il suo Number One: Barabba.

Nel 135 d.C., con la sconfitta d’Israele massacrato dalle legioni, Gerusalemme non ebbe più l’Emmanuele, apparve chiaro che Dio non era più con loro, anzi, mai lo era stato, ma lasciò solo che un popolo scegliesse il proprio destino affinché la Gloria di Uno rifulgesse, tanto quanto il 35 d.C. fu adombrata e umiliata.

Sappiamo che 35 d.C. e 36 d.C. non sono questione di lana caprina: il primo anno rappresenta il Cristo; il secondo Gesù e dunque non è un caso quel 135 d.C. a un secolo di distanza dal 35 d.C.: di mezzo ci fosse l’Emmanuele, ci fosse la ragione, la fede, la Gloria del Messia; mentre lì, in mezzo, tra due ladroni, ladrone pure Egli, ci fosse l’Autorità sulla e della Torah, non di Gesù, autorità che l’istituzione non voleva scippata, quando lei, in realtà, era la scippatrice.

Un tira e molla di un secolo: poi intervennero le Forze dell’ordine a vessilli spiegati: le legioni e non sentirono ragioni perché: ” Dio ladro!” non si poteva né vedere, né sentire, mi pare persino ovvio.