Maglia rosa

Buongiorno Dottor Scalfari, sappia che non le scrivo per una sorta di captatio benevolentiae, perché non leggevo il suo giornale, sebbene fosse quello in voga ai tempi dell’università. Troppo in disaccordo, non tanto con i contenuti quanto con il taglio, taglio e giudizio che ereditai da mio padre, il quale lo definiva, da lettore de Il Giornale (di Montanelli, beninteso!), “insinuante” che neanch’io trovo buona cosa, ammesso che il giudizio sia valido.

Tuttavia lei è l’ultimo grande vecchio del giornalismo italiano e le dedico un altro post, affinché il primo sia completo, un primo post che nasceva da un’evidenza: se erano 70 gli apostoli e ne restano 12, significa che se ne vanno in 68. Semplicemente ovvio.

Adesso è bene che lei sappia che 68 è anche il numero totale dei capitoli dei sinottici (Matteo: 28; Marco: 16; Luca: 24), la qual cosa può benissimo reputarla casuale, ma non prima di aver valutato tutto alla luce dei 21 capitoli di Giovanni, per un 7+7+7=21 che ci parla della croce, se scritta in greco corretto, cioè σαυρός .

Ecco allora che tutto prende forma e contenuto: i sessantototto se ne andarono a causa della croce che è “stoltezza” per i farisei e per greci (pagani, 1Cor 1,18-23), greci che “vogliono filosofia (sapienza)” (1Cor 1,22) e quegli stessi greci filosofi attuali, tendenti all’edonismo, cioè a un bene stare e bene pensare, per cui il calice lo fuggono, ma non fuggono il pane (conoscenza) e il suo spezzarsi, perché anche quello è filosofia, è sapere, mentre il calice no, è patire, è croce e dunque hic est crux, hic saltat.

Eppure è ovvio: 68 sono i capitoli della perfezione, cioè della croce senza la quale i vangeli divengono tormento intellettuale o divertssement. Quella croce, invece, separa, separa gli apostoli di Gesù (dodici), da quelli del mondo ( sessantotto intellettuali) che son di più, son sessantotto appunto, ma è solo l’immancabile gruppo che insegue, che insegue il mondo.

“Cosa da nulla tutto questo” lei dirà e invece io le faccio notare che a Roma son ben di più di sessantotto, son 666 e fanno “scivolare” (oddio quant’è elegante: pare me!) la pericope dell’adultera da Luca a Giovanni (Ravasi) per un totale originale giovanneo di 20, ma è con ventuno che vien fuori 777 e dunque ecco la gara: 12 in fuga; sessantotto il gruppone all’inseguimento e 666 il pubblico lungo le strade che mai ha spinto un pedale ma, lo sa meglio di me, è il più grande esperto.

Buona giornata, Dottor Scalfari, e mi perdoni se non le auguro Buon Natale per il prossimo 25 dicembre, perché lo considero solo una voce udita da quei 666 ai b(al)ordi della strada.

Ps: sa perché ho scelto Ugrumov? Mi piaceva seguire il Giro e il Tour e una volta ho assistito a una sfida ai ferri corti tra Indurain e Ugrumov, grandissimo scalatore. E infatti lo aspettò lì, a quella salitaccia: un tourbillon di “strappi” che fecero arrivare Miguel senza fiato al traguardo. Bellissimo!

Barbemolli

Buon giorno Dottor Scalfari,

non ho dimenticato il suo “filone di pane”, sebbene un po’ di lievita sia passato, ma lo sa meglio di me: rem tene verba sequentur, cioè fai salvo il concetto e il resto viene da sè, sebbene perda di vigore.

C’è un passo nel Vangelo (uno dei tanti, beninteso) in cui l’esegesi si è accapigliata ed è Gv 6,51-70 (70 come i discepoli di Lc 10,1),  cioè “chi non beve il mio sangue e non mangia la mia carne” che la scuola sessantottina, quanto mai miope qui, anzi, cieca, cieca del tutto, ha ridotto a un esempio di antropofagia, per un’antropologia culturale che dissemina enormità sulla neve, certa che reggerà.

Quella stessa antropologia che fa dei cristiani degli antropofagi, se si comunicano, dimenticando che chi comunica certe cose è invece sciocco, cioè comunicato sì, ma senza sale, e gettato nelle strade, cioè nelle aule, vie della “comunicazione”.

Quando e come accadde che di fronte a quel sangue da bere e quella carne da mangiare quasi tutti se ne andarono? Erano di ritorno, se non vado errato, ma più importante è scrivere che erano 70 e ne rimasero 12, cioè se andarono in sessantotto. Curioso, non trova?

Non trova curioso che quell’antropologia che, come sessantotto, li caratterizza perché metodo sublime per conoscere ciò che ci fa conoscere, la cultura cioè, si leghi meravigliosamente bene a quei sessantotto che se ne andarono di fronte a un rito certamente cannibale?

Sì, è curioso, curioso davvero tanto che ti vien voglia di capire perché presero cappello e gridarono: “Giammai!” che molti di noi son vegetariani, tra l’altro. Eppure è così: chi non beve il mio sangue e non mangia la mia carne non può seguirmi, non ne è degno: se ne vada, ch’è meglio.

E’ meglio perché quel sangue da bere e quella carne da mangiare ci parla di un uomo morto, prima ucciso e poi consumato, cioè di un Cristo che è sì vino, ma a tutto pasto, un “Pianti”.

Dunque quel Messia non è che debba, vuole morire, ma noi sessantotto, non siamo qui per questo, noi vogliamo “incidere la realtà”; noi nella Fuga in Egitto vediamo la fuga dalla realtà e non un progetto di-vino; noi siamo armi in pugno, noi siamo la P68 e quel leader non lo vogliamo.

La storia, noi, la facciamo, “La storia siamo noi” e non ci adageremo su un altare sacrificale come un agnello da immolare che muto si presta ai suoi macellai (At 8,32). Noi grideremo nelle piazze!

Non ci interessa il progetto di-vino che ciò esige, c’è una storia umana ben più importante da compiere e non berremo il Tuo sangue; non mangeremo la Tua carne perché divoreremo i nemici di classe, affinché il popolo si riscatti e non fumi il Tuo oppio, sebbene Tu abbia rifiutato persino l’aceto.

Se tu sei il Cristo, sappi che noi eleggeremo il Che, Lui sì che è il nostro Messia, pure Lui morto, ma armi in pugno e il suo altare è stata un’operazione di guerriglia e ha persa la vita, non l’ha crocefissa con il collo torto dei santini.

Il Che, infatti, è Ξή vedi? vedi che “vale il” ’68? lo conferma il greco, quel greco filosofo e dei filosofi il cui pensiero incide la realtà, non fugge in Egitto ma rimane in Piazza e intona “El pueblo unido” e del tuo altare sacrificale, dove pretenderesti che pure noi ci adagiassimo passivi, ce ne facciamo un baffo, anzi, una barba che se dobbiamo dirtela tutta, a te preferiamo Bar(ab)ba il sedizioso, ma non sedizioso, sedizioso (Lc 23,25): rivoluzionario proprio!.

Eravamo con te, certo, come certo è che nasciamo in te, ma adesso le nostre strade si separano “perché il tuo linguaggio è duro” e noi siamo Barbemolli.

Peace and Pope

peacePrima di affrontare il post devo ricordare che la cristianità tutta, riassunta dal web, non conosce il nome di Gesù. L’unigenito Figlio di Dio che ha generato e uniformato l’intero cristianesimo in 2000 anni di presenza reale e che ha scandito il tempo in prima e dopo di Lui non ha nome, se il nome scritto correttamente è requisito di una carta d’identità.

Infatti voi invano cerchereste Ιησουσ come lo scriveva non noi, ma Ireneo di Lione, Sant’Ireneo di Lione, che il web ha dimenticato tanto che immancabilmente, dopo pagine e pagine di ricerca, ve ne uscireste sempre con Ιησους. E dire che i calcoli di Ireneo dovevano essere giusti quando ne calcolava la ghematria in 888 che non si può raggiungere se non con il sigma finale nel nome proprio.

Ciò, come abbiamo scritto più volte, ci autorizza non a inventarci parole, ma a ricercare la dizione esatta che, pur mancante nei manoscritti e papiri, non è sfuggita al solido mondo dei numeri, come testimonia quel 888 di Ιησουσ.

Chiaro questo risulterà chiaro anche che il caso proposto non è una forzatura, ma una necessità legittimata da un contesto, per altro affascinante: Gezabele e i suoi grandi amori, come ce li ha tramandati Apocalisse 2,22.

Il frutto delle sue unioni e dei suoi molti amanti sono figli, figli di Gezabele i quali avranno la stessa sorte della madre: letto di dolore e grande tribolazione e questo per esplicita volontà di Dio.

Il fascino che avvolge la donna, sfiora il mistero se ella si colloca in Apocalisse che non è uno sguardo sul passato ma sul futuro, quindi qualcosa che era di là da venire rispetto a Giovanni. E questo genera il mistero.

La ghematria spesso è capace di superare la barriera del tempo, lo abbiamo visto più volte, perchè la stessa bestia di Apocalisse è con la ghematria, sebbene a processo invertito perchè si risale al nome partendo dal numero, che è stata catturata e giace appesa nel Battistero di Padova come trofeo allestito da Giusto de Menabuoi.

Chissà allora che anche stavolta la ghematria, sebbene con qualche accortezza, non faccia luce e quella Gezabele, donna che si spaccia per profetessa, non sia ritratta insieme ai suoi figli, i quali saranno proprio elemento determinante per quel contesto che dicevamo legittimare la nostra revisione del lemma greco.

Esso si scriverebbe, stando ai testi, Ἰεζάβελ, ma noi lo reinterpreteremo come Ἰηζάββηλ forzando di un poco, ma senza stravolgere il lemma, anche perchè ormai è regola che la contraffazione del Testamento greco si sia esercitata in parti solo apparentemente poco sensibili, come lo scambio di una eta con un epsilon; una omicron con un omega o un theta con un tau.

Quindi non sorprenda il nostro Ἰηζάββηλ perchè saranno i numeri -lo abbiamo detto- a inserirlo correttamente nel contesto appropriato che giustificherà il nostro piccolo gioco di parole che propone con Ἰηζάββηλ una ghematria di 68 che inserito in un calendario diviene epocale: il Sessantotto.

Di lui si dice che abbia avuto molti figli tra i fiori, tanto che essi si chiamano “figli dei fiori” e questo richiama direttamente il contesto di Apocalisse che ci parla di Gezabele e dei suoi figli. Insomma la ghematria di Ἰηζάββηλ deve condurci, come avviene, in un contesto storico che è contrassegnato da una numerosa prole e quale contesto se non quello sessantottino offre un picco di natalità così alto? Tutti conoscono gli Hippy, i figli dei fiori che sbocciarono nel sessantotto.

Un sessantotto che secondo noi rappresenta il cavallo verde di Tiatira Germania che non ha pascolato ovunque ma, come abbiamo visto qui, nel sud della nazione dove abbiamo detto di cercare le origini del movimento di contestazione che ebbe l’avallo della chiesa cattolica. Nel post precedente abbiamo scritto di non cercare ovunque in Germania, ma solo al sud, nella Germania cattolica.

La riprova di tutto è che, se abbiamo scritto del ’68 nativo in Germania; e se abbiamo scritto che il movimento si riassume nell’opera di Gezabele il nostro schema non deve pesacare a casaccio in Apocalisse, ma in Tiatira, Germania, e infatti Gezabele compare proprio nella lettera a Tiatira, la tedesca Tiatira in cui abbiamo sostenuto che nasce il Sessantotto, espresso dalla ghematria di Ἰηζάββηλ, cioè ’68.

Adesso restringiamo ancor più il campo di ricerca, quindi, indicando una donna, Gezabele, che ha partorito, in virtù della stagione umidissima del dopo guerra tedesco, i suoi “fiori” con l’avallo della Chiesa, da sempre con essi addobbata tanto da farsene corona.

Qualora veramente emergesse storicamente che non solo il Sessantotto nacque in Germania; non solo nella Germania del sud; non solo cattolica ma anche alcova di Gezabele, quindi una donna, quel letto di dolore e quella grande tribolazione sarebbero la naturale evoluzione di un fiore reciso che si china su se stesso appassendo, ma anche la mia grande rivincita sugli epiteti e le risa dopo il mio racconto del galoppo di un cavallo verde smeraldo a cui nessuno, per primo me, non crederebbe se non lo avesse visto con i propri occhi.

Cercate una donna, là, nella cattolica Germania del sud, magari in primavera, stagione in cui si fa  bella. Sono pronto a scommettere.

Ps: come mai il furgone Volkswagen è simbolo del ’68?

Le sorgenti del ’68

68Quando ho scritto che il ’68 nasce in Germania ho dovuto ricredermi nel profondo, perchè ho sempre detestato quel movimento troppo distante dal mio essere. Eppure le sue origini sono lì in Germania, la quieta Germania negli anni della contestazione.

Gli studiosi del movimento, a cui Apocalisse ha dato nobiltà, sapranno certamente rintracciare la sua fonte che non è, a mio parere, nella grande idea di un singolo, ma nelle lacrime amare di un intero  popolo.

La rivolta contro l’autorità che contraddistinse il ’68 non poteva che nascere in Germania, laddove un popolo era uscito distrutto dalla Seconda guerra mondiale a cui si aggiunse il crimine per eccellenza stando alla storia attuale: la shoah.

Quella cambiale di popolo assassino che i tedeschi si ritrovarono a pagare e che pagano tuttora, li ha stravolti nel profondo. La loro fiducia nell’autorità, sia pure nella sua versione autoritaristica, che aveva partorito il fuhrer si era rivelata la più grande e tragica delle illusioni.

Un intero popolo che aveva persa la fiducia in se stesso concepì la rivolta proprio contro il concetto di autorità, di leader, di fuhrer. Le silenziose lacrime di una nazione costituirono la fonte del vorticoso fiume della contestazione che divenne rapido e impetuoso altrove, ma non in Germania sebbene lo avesse partorito.

Qui è la dinamica descritta da Apocalisse che ci viene in aiuto: quando esce il cavallo verde di Tiatira (Germania) lo “seguono gli inferi” e non a caso quindi il Sessantotto divenne movimento di contestazione in America (Sardi, Inghilterra, mondo anglosassone) costringendo un governo, quello americano, a una delle sue più cocenti sconfitte militari: il Vietnam.

Non sono un esperto del movimento, ma penso ugualmente che il ’68 sia veramente il cavallo verde che esce in Tiatira, come scrive Apocalisse. Per quanto posso, se posso, consiglierei gli studiosi di cercarlo nel volto dei tedeschi, in particolare gli occhi, perchè le loro silenziose lacrime amare hanno dato origine al più vorticoso fiume della storia contemporanea.