Matteo, Luca e Giovanni. La porta del tempio

The_Inspiration_of_Saint_Matthew_by_CaravaggioDue sono le genealogie che ci offrono i Vangeli: quella di Matteo e quella di Luca che sono diverse. Diverse nella metrica, diverse nello scopo e diverse nella sostanza, cioè nelle generazioni.

Parrebbe, quindi, impossibile un punto comune e qualora ci fosse esso dovrebbe avere un’importanza fondamentale se entrambi gli evangelisti hanno sentito il dovere di riportarlo.

Non siamo in grado di enumerare gli eventuali punti comuni, ma uno lo conosciamo ed è la costruzione della porta superiore del tempio, di cui ci dà notizia 2Re al versetto 15,35, versetto che, curiosamente, apre già a una spiegazione sulla necessità avvertita da ben due evangelisti, perché il 15 e il 35 riassumono l’anagrafe di Gesù ferma, secondo il blog ma anche la Scrittura a quanto pare, al 15 a.C.-35 d.C.

Mai abbiamo ritenuto un caso questa coincidenza tant’è che abbiamo, forse sulla scorta proprio di questo esempio, creato una categoria apposita (versetti) che contiene tutti i casi in cui un versetto fa luce sulla cronologia.

L’anagrafe di Gesù, insomma, espressa da un versetto, quello che ci parla della costruzione della porta superiore del tempio, quando Gesù in Gv 10,7 si equipara alla “porta” che non può non essere quella superiore del tempio, se essa già richiama l’attenzione del lettore con il versetto che dà notizia della sua costruzione: il 15,35 di 2Re, come 15 a.C.-35 d.C. è l’anagrafe gesuana.

Dunque la porta superiore del tempio costituisce non solo l’elemento comune di due genealogie (il caso matteano lo  illustreremo a breve, mentre quello lucano lo abbiamo illustrato ieri) e ciò ci obbliga a chiederci come mai.

Al momento, purtroppo, dobbiamo accontentarci del dato di fatto: Matteo e Luca sono concordi nello scrivere che costituisca un elemento fondamentale dei Vangeli se inseriscono la sua dedicazione nelle loro genealogie. Vediamo come.

Innanzi tutto ricordiamo che noi già ci eravamo occupati dell’anno della sua dedicazione: il  668/667 a.C. Ciò ci è stato possibile attraverso l’analisi comparata dei calendari sabbatici e giubilari con la cronologia dei Re. Sovrapponendo gli uni all’altra è emerso che quel 668/667 a.C. fu l’anno sabbatico e giubilare che caratterizzò il regno di Jotam, che si fregiò di un evento che si realizzava solo una volta ogni 350 anni, dando luogo a una festa solenne, che in quell’anno si pensò di celebrare degnamente modificando nientemeno che il tempio, prima e unica volta in 1000 anni di storia se consideriamo la sua fondazione e le modifiche erodiane.

Se una cronologia particolarmente complessa, quella dei Re, incrocia non uno, ma due calendari religiosi nell’anno esatto in cui coincidono difficilmente ciò accade per caso, come certamente non è un caso se in quell’anno regnò Jotam, di cui abbiamo notizia che fu l’artefice della costruzione della porta.

Insomma tutto fila via liscio a dirci che siamo nel giusto, anzi, che già eravamo nel giusto e forse neppure c’era bisogno di due genealogie, ma dal momento che le abbiamo studiate esse saranno conferma piena a quel 668/667 a.C. i cui riflessi gettano un ombra davvero minacciosa sul 586 a.C. come anno dell’esilio: troppo pochi gli anni che rimangono per giustificare tutti i re che devono succedersi da Jotam in poi per giungere a Sedecia, quando Manasse ne regna da solo oltre 50 di anni.

Ma dicevamo delle due genealogie, una delle quali l’abbiamo studiata ieri giungendo alla conclusione che, considerato tutto quanto sopra, difficilmente troviamo in Luca “un Gesù” alla generazione segnata al 667 a.C. per volere del caso, quando, lo abbiamo scritto, Gesù si paragona alla “porta” dell’ovile santo (Gv 10,7) e dunque non al “porticato” foss’anche di Salomone che appare, anche alla luce di Luca, un falso, salvo smentite.

Adesso è il turno di Matteo che va per per le spicce citando direttamente Jotam nella sua genealogia e in questo ci facilita il compito, perché possiamo facilmente contare quante generazioni di 35 anni (da sempre il blog indica questo numero di anni per una generazione) passino da Jotam a Gesù e sono 20 per un totale di anni 700.

Adesso bisogna ricordarsi che la coincidenza di un anno sabbatico con quello giubilare avveniva ogni 350 anni,per cui in 700 anni abbiamo due cicli sabbatico/giubilari coincidenti. Sapendo che il 668/667 a.C. fu uno di quegli anni dobbiamo calcolare due cicli per ottenere il 32 d.C. (700-668=32), anno d’inizio del ministero pubblico di Gesù secondo il blog, che ben giustifica il paragone che Gesù fa di se stesso alla porta superiore del tempio: come essa fu dedicata in anno sabbatico e giubilare, Gesù iniziò (dedicò) il Suo ministero: nuova la porta, nuova la predicazione.

Dunque anche alla luce di Matteo la porta superiore del tempio fu fatto epocale, perché non solo permise al tempio di raggiungere il suo massimo splendore, ma permise a Gesù di ottenere una giusta cornice alla sua predicazione, cosa che non è sfuggita a Giovanni che espressamente riporta il parallelismo unendosi al già folto gruppo di evangelisti (Matteo e Luca) che hanno ritenuto indispensabile parlare della sua costruzione e dedicazione: i primi due attraverso una genealogia; il terzo, di quattro, dedicandogli un capitolo del suo Vangelo: il decimo.

Quel 668/667 a.C. come anno della dedicazione della porta superiore del tempio non segna solo un fatto architettonico, ma un’intera cronologia che se lo ha assunto si allinea alla perfezione con la cronologia che prima di lui lo indicava, in questo caso la cronologia biblica. Averlo quindi all’interno di una propria cronologia è garanzia di fedeltà e credibilità biblica, con buona pace di coloro che preferiscono all’armonia gli spasmi storici e cronologici che provoca una storia inventata e cucita addosso, mai riconosciuta come propria sebbene definita assoluta, sì, ma assolutamente sbagliata, a meno che tre evangelisti e un corpus cronologico di quasi 4000 mila anni si sbaglino, sebbene autori della loro stessa storia.

Un’unica porta per due grandi storie

fiancoAbbiamo visto in alcuni post che la ghematria fa luce sull’intera vicenda mosaica in tutta la sua complessità (dall’anagrafe mosaica all’esodo). I calcoli che sono possibili fare sono davvero illuminanti nel senso pieno di una cronologia biblica che sia un unicum tra Antico e Nuovo Testamento (si vedano le categorie 1485, 1454, 1425, 1385, 15,  calendario delle settimane, Mosè e Nochè).

Non è il caso adesso di riproporre tutto (mi è impossibile), nemmeno in sintesi, ci affideremo a qualche link perchè vogliamo solo far comprendere quanto il capitolo 10 di Giovanni sia importante, parlandoci della porta che è Gesù (Gv 10,7); della porta superiore del tempio (dunque non il porticato di Salomone, lo proveremo con questo post) e di un guardiano (Gv 10,3) spesso considerato come nei film, cioè solo una comparsa, ma che in realtà è Mosè stando alla ghematria di θυρωρός (guardiano) che ne richiama l’anno di  nascita, come vedremo subito.

Infatti le generazioni matteane si sviluppano in tranches di 14 generazioni da Cristo a Babilonia; da Babilonia a Davide e da Davide a Mosè denunciando un clamoroso falso, leggendo noi Abramo perchè 14 generazioni (490 anni) conducono, se sommate al 15 a.C. anno di nascita di Gesù, al 1485 a.C. e tale data giustifica solo Mosè, non nell’ottica della nostra cronologia, ma secondo quella dei padri, patrocinatori della teoria dell’esodo antico che ha in Thutmose III (1481 a.C.-1425 a.C.) il faraone di riferimento

Tant’è che che la stessa ghematria di Μωϋσῆς (Mosè) conduce al 1454 a.C. perchè il valore che emerge dal calcolo ghematrico è appunto 1454. Tale anno fu quello che segnò il suo rientro in Egitto perchè mediano tra l’anno di nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.).

Quest’ultimo valore e anno (1454) c’introduce nel capitolo 10 di Giovanni, dove Cristo si equipara alla porta delle pecore, quella porta -lo abbiamo visto anche ieri– non è il porticato di Salomone, ma la porta superiore del tempio dedicata nel 668 a.C. Una porta che ha un guardiano, un θυρωρός che ci parla di Mosè con quel 1485 del valore ghematrico che conduce, grazie alla ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, al 1454 a.C.

Ecco allora che, compreso il capitolo giovanneo nelle sue linee profondissime, emerge chiaramente la necessità d’indagare la Septuaginta e leggere come essa traduca il versetto 15,35 di 2Re che dà notizia della costruzione della porta superiore del tempio.

Che lemmi ha scelto? Ha optato, ad esempio, per πύλη o per θυρα quando ha tradotto “porta superiore” dal testo masoretico? Basta allora sincerarsi e scorgere un chiaro πύλη ἐπάνω che significa “porta superiore”.

Adesso la fa da padrona il calcolo ghematrico della locuzione che deve incrociarsi con uno dei tanti valori che la vicenda mosaica offre nella sua panoramica anagrafica e esodale, senza uscire, però, dal capitolo 10 del vangelo di Giovanni che ci ha offerto con θυρωρός un 1485 a.C. per la nascita di Mosè; e un 1454 a.C. con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς, cioè 1454 per il suo rientro in Egitto.

Infatti.πύλη ἐπάνω ha un valore ghematrico di 1454 che se ricondotto a un calendario offre il 1454 a.C. quello stesso che avremmo rintracciato con la ghematria del nome proprio Μωϋσῆς dicendoci che quando a suo tempo calcolammo ghematricamente θυρωρός (guardiano) e lo avemmo ricondotto a Mosè, in particolare al suo anno di nascita, eravamo certamente nel giusto.

Come eravamo  e siamo nel giusto quando gridiamo al clamoroso falso nel capitolo 10 di Giovanni che mai avrebbe potuto riportare la passeggiata invernale fatta sotto il porticato di Salomone, ben cosciente che in realtà si trattava della porta superiore del tempio, fatto testimoniato dalla numerazione del versetto (2Re 15,35) che richiama l’anagrafe di Gesù (15 a.C.-35 d.C.), quando quel versetto non ci parla del portico di Salomone, ma della porta superiore ed essa, dunque, è Gesù a cui infatti Egli si equipara.

Dunque abbiamo che:

  1. Le generazioni matteane conducono all’anno di nascita di Mosè (1485 a.C.)
  2. La ghematria di θυρωρός fa di lui il guardiano citato dal capitolo 10 di Giovanni (1485 da cui 1485 a.C.)
  3. La ghematria del nome proprio di Μωϋσῆς ci parla del suo rientro in Egitto (1454 a.C.)
  4. La ghematria di πύλη ἐπάνω (porta superiore del tempio) conferma la lettura ghematrica di Μωϋσῆς offrendo lo stesso valore (1454, cioè 1454 a.C.)
  5. Il versetto 15,35 della Septuaginta, che riporta la notizia della costruzione di quella stessa porta, opta per lemmi che offrono ghematricamente lo stesso valore: 1454 che coincide con il 1454 a.C.

Da tutto questo emerge con chiarezza che Mosè è il guardiano, il guardiano di una porta che è quella superiore del tempio a cui Gesù si equipara coincidendo la numerazione del versetto (15,35) con gli estremi anagrafici del Cristo (15 a.C.-35 d.C.).

Mi sento dunque di concludere affermando con certezza che il portico di Salomone citato nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni è assolutamente falso e coloro che lo hanno introdotto hanno avuto un unico scopo: distruggere uno dei capitoli più complessi e belli dell’intera Scrittura, capace da solo di saldare indissolubilmente l’Antico al Nuovo Testamento facendo entrare dalla stessa porta Mosè e Gesù, fianco a fianco

Ps: mi rendo conto che la complessità dell’argomento richiederebbe ben altra trattazione, ma l’argomento, alla luce di tutti i post che sarebbe necessario citare, è di una difficoltà estrema che richiede calma e moltissima, moltissima riflessione, pena incomprensione se la carne al fuoco è troppa. Affidiamo al Signore queste poche note che magari coloro che seguono assiduamente il blog sapranno catalogare e fare dei tanti post direttamente e indirettamente coinvolti un pezzo unico come meriterebbe.

La porta delle meraviglie

La porta superiore del tempio non finisce mai di stupire, forse per questo ad essa si è equiparato Gesù quando nel capitolo 10 del vangelo di Giovanni Egli stesso si definisce quella porta. Ricapitoliamo, allora, i punti finora affrontati.

Per prima cosa siamo riusciti a datarne l’anno della dedicazione incrociando il calendario sabbatico e giubilare da noi ricostruito con la cronologia dei Re. Questo ci ha portati all’anno 668 a.C., sesto di regno di Jotam, quello stesso re che la Bibbia indica come patrocinatore dell’opera (2Re 15,35).

Poi abbiamo notato come il versetto che ne dà notizia sia coincidente con l’anagrafe di Gesù, anch’essa ferma su due cifre: 15 e 35 che ne fanno il 15 a.C. e 35 d.C. dell’anagrafe gesuana, seguendo la nostra cronologia.

Mai abbiamo imputato tale coincidenza al caso, tant’è che proprio in virtù di essa abbiamo cominciato a indagare i versetti alla ricerca di coincidenze simili e in questo siamo stati premiati, tanto che ci siamo visti costretti a creare un’apposita categoria del menu, il cui titolo è “versetti”,  che contenesse tutti i post dedicati all’argomento.

La coincidenza di anagrafe e versetto ci ha condotto in seguito al capitolo 10 di Giovanni, dove Gesù è esplicito riferendo se stesso a quella porta, cosa da noi già paventata avendo incontrata la coincidenza tra la Sua anagrafe e il versetto 2Re15,35.

A seguire abbiamo tratto alcune conclusioni: si sbaglia quando s’intende (meglio sarebbe scrivere si falsa) il porticato di Salomone come luogo della passeggiata descritta da Giovanni 10,23, perchè in realtà si tratta della porta superiore del tempio; e si sbaglia quando si accenna alla purificazione dopo la profanazione antiochea a cui la festa della Dedicazione non accenna, come non accenna secondo noi al porticato di Salomone che noi riteniamo un falso scritturale.

Si sbaglia perchè neppure si ha ben chiaro che non siamo nell’ultimo anno di vita di Gesù, ma nel 32 d.C. cioè all’inizio del ministero (seconda Pasqua se la prima è caduta nel 31 d.C avvalorando l’ipotesi di un ministero di tre anni e mezzo). Nota certamente non a margine questa, perchè quel 32 d.C. segna il secondo anno sabbatico e giubilare che la porta superiore ha conosciuto (gli anni sabbatici e giubilari cadevano ogni 350 anni, per cui 668 a.C. dedicazione più il 32 d.C. = 700) come, lo abbiamo scritto, fu il secondo anno di ministero di Gesù, facendo di quella stessa relazione tra l’una (porta) e l’Altro (Gesù) un legame fortissimo.

Ecco, questo in linea di massima il nostro lavoro, quello sinora svolto, ma c’è di più, ben di più che si “apre” varcando quella stessa porta, che non a caso simboleggia Gesù. Quel di più ce lo offre la ghematria di quella stessa Dedicazione se riportiamo il lemma greco, cioè Εγκαίνια (Gv 10,23) che ha un valore di 100.

In questi ultimi giorni (si veda nel menù la categoria “Salmi”) il lettore avrà certamente notato che ci siamo addentrati nei Salmi tramite un accesso ignoto (credo sinceramente che dovremmo parlare di dimenticanza, perchè i Padri ne erano sicuramente al corrente) che offre con la loro numerazione preziose note cronologiche a cui si aggiunge, stavolta, una voce che conferma una lettura in tal senso, cioè in un senso finora ignota.

Se infatti interpretiamo quel 100 che indica il salmo e leggiamo il salmo 100 risulta subito evidente che la numerazione dei salmi non esaurisce la sua funzione nel catalogarli, ma si arricchisce di complessità ignote (dimenticate), intendendo quella complessità come l’unità e l’armonia che necessariamente deve caratterizzare un testo sacro, cioè ispirato, che non procede per capitoli, versetti o salmi fine a se stessi, ma li considera facenti parte di un testo che nasconde le sue armonie anche laddove nessuno si immaginerebbe: la numerazione dei salmi, appunto.

Leggiamo dunque il salmo 100, che ci faccia luce, anzi, ci apra la porta

1 Salmo. In rendimento di grazie.
2 Acclamate al Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.
3 Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
4 Varcate le sue porte con inni di grazie,
i suoi atri con canti di lode,
lodatelo, benedite il suo nome;
5 poiché buono è il Signore,
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.

Sin da subito il lettore, se io sono stato chiaro, capirà che il salmo non è tanto un salmo di ringraziamento o almeno -così la intendo io- quel ringraziamento che introduce il salmo 100 è certamente una dedica (ringraziamento), una dedica al Signore certo, ma che non può non condurre alla Sua dimora, al tempio.

Ecco allora che il brevissimo salmo non a caso c’introduce non solo in “porte e “cortili” come si legge, ma più ancora non a caso ci parla di quel gregge che li varca e dunque subito il nostro pensiero non può che andare al capitolo 10 di Giovanni e a quella porta che Gesù stesso afferma di essere e a cui si equipara, quando invita il gregge ad oltrepassarla.

Dunque Εγκαίνια o Festa della dedicazione ha nel suo valore ghematrico la chiave che apre “la porta”, non più solo e semplicemente superiore, ma divina; e  la ghematria apre anche la Scrittura, Scrittura  che ci parla del Cristo come del Cristo ci ha parlato il capitolo 15,35 di 2Re; il capitolo 10 di Giovanni e il salmo 100 tutti concordi nell’affermare che non si tratta della purificazione di un tempio profanato, ma dell’inaugurazione di un tempio rinnovato nella carne del Cristo, come Gv 2,20 afferma.

Potremmo anche aggiungere che sì, era inverno, se stessimo alla numerazione di Gv 10,22 che potrebbe datare, come è accaduto per il Natale, quell’insolita, fredda passeggiata invernale nel decimo mese (tevet, dicembre/gennaio, come deve essere)  ventiduesimo giorno, ma saremmo veramente troppo fortunati se ciò fosse vero, fortunati ad aver oltrepassato la porta delle meraviglie.

Da Amaria a Melchisedek: il giudaismo dalle origini a Cristo seguendo una ricostruzione cronologica

MelchisedekNei post che attingono alla lista dei sommi sacerdoti ebrei c’è un punto che potrebbe dar adito a dubbi, sebbene il post che stiamo scrivendo si caratterizzi per una chiarezza estrema delle cifre, cioè delle date, sviluppandosi secondo quella misura aurea che crediamo di aver fatta affiorare dalle pieghe della cronologia biblica.

Quel punto controverso è la durata dell’esilio che noi sempre abbiamo indicata secondo o i calcoli di Daniele che fa riferimento a Geremia, cioè 70 anni; o a Ezechiele che ci parla espressamente di 40 anni.

Questo ci dice che la fine dell’esilio compone il rientro il quale non fu di massa, ma avvenne secondo cronologie e classi sociali diverse, componendo un quadro quanto mai articolato di cui noi non abbiamo un punto di riferimento nelle fonti, perchè abbiamo escluso Ciro da ogni responsabilità.

La questione, quindi, diviene molto complessa e meriterebbe uno studio ad hoc, mentre noi siamo alle prese con un grande affresco biblico che necessariamente deve considerare i singoli capitoli come oggetto di studio solo in un secondo momento, quando cioè la cornice e i grandi personaggi sono già al centro della scena.

Tuttavia ci sono dettagli che non possono essere ignorati, come quei 44 anni che segnano l’esilio stando ai nostri calcoli ispirati dalla lista dei sacerdoti ebrei. Infatti a fronte di un 515 a.C. che segna la deportazione Jehozadak abbiamo scritto che la fine dell’esilio, esilio che essa rappresenta avvenne nel 471 a.C., cioè con l’ascesa al trono di Artaserse.

Questo comporta che il vuoto sacerdotale dovuto all’esilio, cioè l’interruzione del culto gerosolomitano, sia di 44 anni, per cui non giustificabile in un esilio di 40, tanto meno di 70 anni.

Ma lo abbiamo scritto in apertura: la fine dell’esilio e il rientro conseguente si compongono nel tempo e nelle classi sociali per cui quei 40 anni previsti potrebbero avere un inizio e una fine diversa a seconda di coloro che ne beneficiarono.

E’ così allora che Ezechiele, il sacerdote Ezechiele ( Ez 1,2), potrebbe aver considerato un inizio e una fine dell’esilio anche attraverso una tempistica diversa che facesse riferimento al tempio e coloro al quale erano legati.

La prima visione del sacerdote Ezechiele noi la facciamo risalire al 511 a.C., cioè al quinto anno di deportazione di Joachin per cui se togliamo 40 anni cadiamo in un esatto 471 a.C. e quello è l’anno in cui confluiscono i 153 anni del giudaismo del secondo tempio calcolati dal 318 a.C. che segna la sua fine.

Ecco allora limati quei 4 anni di scarto che avrebbero potuto minare un percorso cronologico che partiva dal 668 a.C., sabbatico e giubilare, e si concludeva in altrettanto anno sabbatico e giubilare (318 a.C.) seguendo una cadenza fissa: 153 anni, salvo l’interruzione quarantennale dovuto all’esilio.

Siamo certi che quanto sopra non esaurisce l’argomento apportando solo un’ipotesi, forse valida, come vedremo, tuttavia quello che segue credo dimostri da solo che quei 153 anni sono una misura aurea che si colloca nel giudaismo tutto disciplinandolo. Coloro che ne sono degli esperti forse la considereranno, perchè veramente cela sorprese. Adesso ricapitoliamo un attimo:

668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio

515 a.C. deportazione di Jehozadak finisce il giudaismo del primo tempio

511 a.C., quinto anno di deportazione Joaichin, prima visione di Ezechiele: iniziano i 40 anni di esilio

471 a.C., primo anno di regno di Artaserse, l’esilio previsto dal sacerdote Ezechiele finisce: inizia il giudaismo del secondo tempio

318 a.C., ha termine il giudaismo del secondo tempio

Questa è la scaletta che i post dedicati alla lista dei sommi sacerdoti ebrei ha suggerito rispettando i tempi (40 anni su una visione del 511 a.C.) del sacerdote Ezechiele, e non a caso sacerdote perchè trattandosi di una lista di sacerdoti chi altri poteva esserne così partecipe da disegnare una cronologia sacerdotale che facesse direttamente riferimento al tempio?

Da quel 318 a.C. si sviluppa però anche una cronologia che conduce al 12 a.C., passando per un 165 a.C. che vide la purificazione del tempio dopo la profanazione da antiochea (Chanukkà, Festa delle luci). Infatti:

318 a.C.-153 anni=165 a.C.

165 a.C.-153=12 a.C.

Certamente importante il 165 a.C. come fase intermedia, ma ancor più importante fu il 12 a.C. perchè secondo la nostra cronologia e le osservazioni (non astronomiche, ma cronologiche) di Kokkinos il 12 a.C. passò Halley sopra Gerusalemme, cioè quella stella cometa di cui ci parlano i sinottici.

E’ da quell’anno che è possibile ricavare la nascita di Gesù, perchè il 12 a.C. è dato astronomico a cui si aggiunge la nota sinottica che riporta la strage degli innocenti, cioè la strage dei bambini da due anni in giù e quindi nati tra il 14 e il 15 a.C. e per questo noi abbiamo fatto del 15 a.C. l’anno di nascita di Cristo.

Nel 12 a.C. giungono i Magi “per adorarLo” avendo avuta la certezza della Sua nascita, quindi quel 12 a.C. che emerge da una cronologia sacerdotale fa di Gesù un sommo sacerdote perfettamente inserito non solo in un contesto scritturale ma anche cronologico che prende le mosse dal 668 a.C. e giunge, salva la parentesi esilica quarantennale, nel 12 a.C. seguendo tranches di 153 anni esatti.

Non a caso ciò crediamo risolva l’enigma bimillenario posto da Gv 21,11 quando l’apostolo incomprensibilmente enumera il pescato, 153 grossi pesci, (Gv 21,11): quel 153 fa direttamente riferimento a Gesù sommo sacerdote perchè era

stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek. (Eb 5,10)

Non è assolutamente casuale che la lista del sacerdozio ebraico enuclei una cronologia propria, perchè “propria” è la natura del soggetto che poco ha da spartire con le altre cronologie che si ramificano certamente da uno stesso ceppo, ma hanno vita propria come in fondo testimonia il versetto stesso citato che richiama direttamente quanto da noi scritto a proposito della prima visione di Ezechiele nel 511 a.C.

Gesù nuovo Melchisedek è in Eb 5.10, mentre la visione, quella stessa che ha giustificato lo scarto dei 4 anni e che ha dato le mosse a tutto quanto il post, del 511 a.C. che in una datazione doppia fu il 511/510 a.C. cioè 5,10, Ebrei 5,10.

Abbiamo già incontrati casi di identità tra versetto e cronologia (vedi anche qui) quando, ad esempio, abbiamo affrontato la porta superiore del tempio, la cui costruzione è riportata in 2Re 15,35, con un’anagrafe di Gesù, che ad essa si equipara, la quale mostra un 15 a.C. come nascita e un 35 a.C. come morte, per cui il caso di Eb 5,10 ci conferma ancora di più sia dell’estrema delicatezza del tessuto biblico fin nei suoi minuti particolari (i versetti); sia che quanto scritto in aperture circa la possibilità di un rientro dall’esilio che si compone nel tempo e nelle classi è sostenibile, tanto da credere che quel 511 a.C. che s’inserisce in una cronologia sommo sacerdotale che dal 668 a.C. giunge al 12 a.C. passi, appunto, per un 511 a.C. che non rappresentò l’esilio per come lo conosciamo, ma l’interruzione di un filo liturgico lungo 656 anni anni se consideriamo il 12 a.C. (adorazione dei Magi); 700 il 32 d.C. (inizio del ministero pubblico di Gesù), quando quest’ultima data dà origine a una cifra di tutto rispetto (700) che, multiplo di 7, indica la perfezione e infatti, almeno a me pare, la cronologia sacerdotale appena descritta lo è perfetta avendo pure l’avallo di un versetto importantissimo Eb 5,10, cioè niente meno che di Mechisedek, in persona.

PROSPETTO RIASSUNTIVO

668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio

515 a.C. deportazione di Jehozadak finisce il giudaismo del primo tempio

511 a.C., quinto anno di deportazione Joaichin, prima visione di Ezechiele: iniziano i 40 anni di esilio

471 a.C., primo anno di regno di Artaserse, l’esilio previsto dal sacerdote Ezechiele finisce: inizia il giudaismo del secondo tempio

318 a.C., ha termine il giudaismo del secondo tempio

165 a.C., purificazione del tempio, Festa delle luci

12 a.C., cometa di Halley, adorazione dei Magi

 

Il giudaismo del primo e secondo tempio, quando la storia è perfetta simmetria

tempioA fronte di un silenzio assoluto, il sacerdozio di Jotam/Amaria stupisce per la sua importanza, tanto che viene da chiedersi se non sia da considerare sullo stesso piano del silenzio che circonda il sommo sacerdozio alla nascita di Gesù, tant’è che non troviamo casuale l’equipararsi di Lui a quella stessa porta che costituisce il leitmotiv dell’intero “pontificato” e regno di Amaria e Jotam.

Parlavamo dell’importanza di quegli anni e di quegli uomini e in effetti i calcoli lasciano presagire grandi cose riservate al futuro, a noi, noi che cerchiamo sempre l’ordine nella storia e talvolta lo imponiamo sbagliato.

Pur non sapendo di preciso (sarebbe sufficiente un breve ricerca nel web) quando il giudaismo del primo e del secondo tempo nasca e si estingua secondo l’opinione degli studiosi, vogliamo dire noi qualcosa in merito, alla luce dei post precedenti che hanno fatta la chiarezza necessaria.

Abbiamo visto che con il 668 a.C. il tempio assurge a icona di un tempo. La costruzione della porta superiore del tempio non cambia solo l’architettura ma il “tempo”, consacrando gli anni a venire come quelli del massimo splendore, lo splendore del giudaismo tutto  e forse per questo Gesù, paragonandosi alla porta in Gv 10, lì si colloca.

Ecco allora che quel 668 a.C. segna l’inizio del giudaismo pre-esilico che sappiamo si conclude nel 515 a.C., dopo che Jehozadak è costretto all’esilio e viene momentaneamente sostituito da Giosuè, che morirà a Babilonia, quindi è ragionevole pensare che fu tra gli esiliati del 505 a.C. o 586 a.C. degli studiosi.

Questo fu il giudaismo del primo tempio ed ebbe una durata di 153 anni come del resto indica non solo la differenza tra 668 a.C. e 515 a.C., ma anche e più la ghematria greca di quell’insolito Amaria che accompagna Jotam in una passeggiata nei pressi della porta superiore, come la fece Gesù d’inverno.

Viene da chiedersi subito, allora, quando sia iniziato il giudaismo del secondo tempio e la soluzione apparirebbe facile alla luce di quel 515 a.C., ma il calcolo che ne verrebbe fuori, ricorrendo a quegli stessi 153 anni immaginando una simmetria, non condurrebbe a nulla, per cui la soluzione è altrove, in particolare nel considerare il secondo esilio, quello del 318 a.C. che chiude i cerchio anche in un ottica sabbatico-giubilare, quella stessa che si è aperta con il 668 a.C., anch’esso sabbatico e giubilare.

Se sommiamo al 318 a.C. i 153 anni del primo giudaismo otteniamo 471, il 471 a.C. come primo anno di regno di Artaserse come da sempre noi indichiamo. L’ascesa al potere di Artaserse fu un fatto che cambiò radicalmente le sorti degli Ebrei, perchè di lì a poco (464 a.C. o settimo anno di regno di quel re) essi avrebbero ricevuta l’autorizzazione a riedificare il tempio, tant’è che Esdra e i sacerdoti in quell’anno rientrarono da un esilio (Esd 7,7) che stava per finire, per finire cioè i 40 anni previsti da Ezechiele 4,6.

Ecco perchè i 153 anni sommati al 318 a.C. ci conducono non solo al primo anno di regno di Artaserse, ma anche all’inizio del giudaismo del secondo tempio in una data sinora sconosciuta, ma che è emersa laddove più di ogni altro si aveva a cuore il tempio e la sua sacralità: una lista di sommi sacerdoti che certamente conosceva -e conosce- la sua stessa storia.

Il giudaismo del secondo tempio non nasce dall’evidenza (515 a.C.), ma dalla storia profonda, quella cioè attesa e profetica, perchè il tempio gerosolomitano è esso stesso attesa e profezia. Fu il 471 a.C. che segnò la fine dell’una e l’avverarsi dell’altra e non un 515 a.C. che appare al confronto semplicistico, quasi brutale. La questione tocca le corde profonde di Israele, quelle che fanno diretta presa sul cuore (il tempio): è con lo stetoscopio che se ne odono i battiti, non con l’orecchio. Si tratta insomma di musica sacra, non profana.

Non sappiamo se le nostre conclusioni possano essere condivise, di certo quel 153 emerge da ogni poro biblico e guizza, come quei 153 grossi pesci della pesca miracolosa, di continuo tra le nostre mani, datando nientemeno che la storia del tempio tutta, aperta in anno sabbatico e giubilare (668 a.C.) e conclusasi in altrettanto anno sabbatico e giubilare (318 a.C.) e suddivisa in tranches eguali (153 anni) a riprova che non si tratta di una storia qualsiasi, certamente non di un 515 a.C. matematico.