J’adore Dio(r)

Continuiamo con la nostra Lettera a Filadelfia che cela ancora sorprese, quelle stesse che emergerebbero da una vita coniugale “non amata”, lei che, invece, è amata da Gesù perché si legge “che io, ti ho amata” e tutti lo sapranno.

Ieri parlavamo di una sposa bambina, quella stessa che sale all’onore della cronaca, ma non allo spirito di Filadelfia che è lo stesso, cioè onore: nessuno ci fa caso. Nessuno ha notato che non è amata ed è stata rapita all’amore con violenza e Terrore.

Essa è stata usata e abusata intenzionalmente perché quel contratto di matrimonio era necessario per una logica di potere e denaro che ha chiesto sangue come firma: “O mia o di nessun altro, Parigi o cara!”

Poi si sono inventati quattro mura scalcinate, domestiche in vero, ma senza finestre: ” Che nessuno veda e senta!”.

La Rivoluzione.

Liberté, Egalité, Fraternité  erano i gerani sul pindarico’attico recinto: “Che sia mai il volo!”. Lì ti rifugiavi e nient’altro, per uno spasmo d’amante, ma lontano, chissà dove e dov’è!.

Tutti hanno visto i fiumi d’inchiostro dell’Ancien régime convolato a nozze che scorrevano sotto, sotto, ma lo stile era bello: “Che belle parole…Liberté, Egalité, Fraternité… e che bel matrimonio! Vive la France! Vive la révolution! Vive l’Ancien!”.

“Ma io, ti ho amata”

Ecco tutto, perché sorriso tra le lacrime di un’attesa che è prova. “Si prostreranno ai tuoi piedi, vedrai!” Si prostreranno ai tuoi piedi e l’anello sarà “occorrenza”: quel 60 che indica lo Strong e che ci parla di una bestia e di una bella.

Lo hai sposato contro la tua volontà, il mostro, la bestia, ma mai hai sussurrato “Je t’adore”. Mai! Hai preso un anello,  ma non il marchio di schiava e sempre sei stata alla finestra del tuo onore, scostando appena appena le tendine per vedere se Lui arriva e poterlo urlare allora: “Oui! Oui! Je t’adore aussi, mon amour!”

Alle altre della terra toccherà il bel-letto, un barbatrucco a cui pensavano di sfuggire perché: “Mica son la più scema! Così fan tutte!” ma le vedremo a una a una quando le lacrime scioglieranno il trucco e spunteranno i baffi del barbatrucco, per un’ora della prova mai piaciuta, a dispetto, pure, dell’adagio. Sì, tutte di corsa.

 

L’église profonde: la sposa bambina

I fatti di Oltralpe spingono a una riflessione sulla Chiesa di Filadelfia, una Chiesa anonima. Anonima perché non conosciamo né il suo nome, sebbene Filadelfia sia scritto, né il nome nuovo del suo Dio (ap 3,12) che reputa giusto tenerla  a battesimo per un’anagrafe scritturale.

Di certo conosciamo il premio che compone il suo riscatto dall’anonimato, perché essa è debole, ha “poca forza” (Ap 3,8) ma non ha rinnegato e questo fa di lei una chiesa spirituale che va oltre la “carne debole” perché il suo spirito “è pronto” (Mc 14,38) ed è ” l’onore” a cui essa non deroga, non potrebbe!

Quel premio discende dal cielo e si fa forza, come lei si è fatta forza e diviene per questo colonna del tempio, quando le colonne sono la struttura architettonica che regge tutto quanto l’edificio, magari non belle per il mondo, giusto i fregi dei suoi capitelli, ma per questo sublimi agli occhi di Dio che sa cogliere nella loro portata la bellezza di una forza spirituale che l’occhio umano invece passa oltre.

E’ un contrappasso dantesco, quindi, ciò che ci offre Apocalisse nella Lettera a Filadelfia: laddove la natura umana ha vissuto la debolezza, Dio ne fa Obelix, per un obelisco architettonico “roccia” (Lc 6,48) del tempio: incrollabile.

E persino il suo anonimato, se essa riceve un nome nuovo, è incanto qualora la chiave di lettura rimanga sì storica, ma possieda la Chiave, quella di Davide non a caso citata nella lettera, perché quella Chiesa, Filadelfia, si pretese Gallica, pretese un nome e un ruolo al pari di quella protestante e anglicana, ma si scatenò la repressione, la Rivoluzione francese che non è gallica, ma francese perché così la passa la storia, ma c’è un’ altra storia “Rivelazione” che ci parla di violenta reazione dove tutti vedono i Lumi, ma in realtà furono tenebre.

Si stroncò, la Chiesa gallica, con la Rivoluzione, non si fece la storia, ma anzi la si impedì. Sebbene il mondo celebri il fatto come epocale, esso fu un solo vizio di Roma constrictor che non poteva perdere la Francia, non poteva perdere Parigi “O cara” perché in essa si doveva consumare un matrimonio che fu ratto in realtà, tanto che l’ordine degli spiriti (Ap 5,12) delle sette chiese fu falsato, vedendo Gloria associato a Filadelfia, mentre onore a Sardi, ma è l’esatto contrario:


Giunte sono le nozze dell’Agnello: dategli Gloria (Ap 19,7)

e qui Roma ha perso la testa vedendosi l’esclusa in cambio di Cenerentola: Sardi. “Ferro ignique” gridò sul suolo francese quando il piano di sostituirsi a Sardi tenendo nozze segrete in Chiesa (cattolica) fu minacciato dal Diritto, cioè dalla Giustizia.

La Chiesa gallica “non s’ha da fare! Ne va delle mie nozze!” e prima di perdere la testa ne tagliò tante, perché Filadelfia era una sposa bambina a cui fu combinato un matrimonio. Sposina ribelle e terrorizzata, vero, ma pur sempre figlia e la si decapitò come nobile cittadina romana a causa della Giustizia (Ap 20,4), non crocefissa schiava.

“La promessa sposa” fu così che indossò il velo, ma nero per un lutto non nazionale, ma clericale per poi  nasconderla fra quattro mura, anonima al mondo, ma non a Dio che le ha dato la forza dell’onorabilità, facendone poi colonna, cioè un’onorata massaia francese che vale due uomini e tiene su tutta la baracca (Tempio) ed è bellissima così, con la pezzola in capo e le maniche della maglietta tirate su fino ai gomiti. 

Peace and Löwe

bulliI post dedicati al cavallo verde di Tiatira sono ormai numerosi, ma non si concludono. Quest’ultimo parte da un’evidenza: Iezabel compare solo nella lettera a Titaira, Germania. Dunque è lì che va cercata.

Abbiamo inoltre detto che essa rappresenta tutta la scuola sessantottina, nata dalla débacle tedesca dopo la Seconda guerra mondiale, quando cioè i tedeschi rinnegarono se stessi distruggendo alla radice il concetto di forza e autorità.

Nel post di ieri abbiamo offerto un calcolo ghematrico basato sulla dizione particolare di Iezabel, che non forza il senso che emerge dal contesto di Apocalisse che ci parla dei figli di Iezabel, che noi abbiamo identificato negli Hippy, simbolo del Sessantotto.

Qualcuno potrebbe storcere il naso sulla nostra versione del lemma (Ἰηζάββηλ), allora propongo la stessa riflessione con il lemma attinto direttamente dai dizionari: Ἰεζάβελ che ha un valore ghematrico di 60, cosa da noi conosciuta mai mai oggetto di un post perchè non inseribile fino ad ora in un contesto.

Ricordate, prima di proseguire la lettura, che il cavallo verde di Apocalisse è cavalcato dalla Morte e dunque ad essa deve far riferimento qualsiasi calcolo e contesto. In questo caso quella Morte è la morte della Bestia, perchè 60 è il valore ghematrico della csi greca, quando chi, csi e stigma compongono il numero stesso della bestia, cioè 666.

Quella bestia abbiamo detto essere Costante II che muore nel 668 a.C., data e numero che noi ieri abbiamo scomposta in 6 e 68, quando i 6 richiama lo stigma falso profeta mentre il 68 il Sessantotto.

Quindi la ghematria di Iezabel riconduce direttamente al falso profeta e al sessantotto uniti nella figura drammatica di Costante Ii ribattezzato Caino dal popolo perchè aveva ucciso il fratello.

La presenza, unica in Apocalisse, di Iezabel nella lettera a Tiatira, Germania, non è casuale ma quadra un cerchio già descritto in tutti post precedenti che noi adesso inseriremo i una precisa categoria.

Sia Ἰηζάββηλ che Ἰεζάβελ conducono in Germania, quando i valori ghematrici emergenti da entrambi i lemma di Iezabel, danno sì luogo a due diversi percorsi logici e storici, ma sono uniti dall’anno di morte di Costante II “la bestia”, se il cavallo verde di Tiatira è cavalcato dalla Morte. E’ la Morte che conduce dapprima in Oriente, poi in Germania, nella cattolica Germania che dopo il dramma post bellico dette luogo a una catarsi nazionale che distrusse le radici stesse di un popolo saldamente ancorate sui concetti di forza e autorità.

Non è un caso che quella rivolta assunse toni parossistici fino alla proclamazione di una libertà animale che sdoganò quella che Giovanni chiamerebbe la carne nella sua accezione più bassa (droga, pornografia, totale immoralità).

Lo specchio che la storia aveva messo di fronte ai tedeschi proiettava un’immagine così brutta di popolo assassino, che qualcuno impazzì, ma non impazzirono coloro che sfruttarono la situazione con un tempismo eccezionale, quello che Čechov, in un suo racconto, dice abbiano i gesuiti nell’azzannare, tenendo a battesimo un movimento che, qualora fosse dimostrato storicamente, rese gli altari cattolici sacrileghi.

Se quella Iezabel avesse un’anagrafe ben precisa, l’intero movimento sessantottino diverrebbe la più convulsa, orgiastica e satanica messa nera che la chiesa abbia mai celebrato e la presenza di un folle, incredibile, assurdo e inconcepibile cavallo verde nei prati naturali della storia sarebbe visibile a tutti.

Rimane ancora la domanda banalissima posta in calce ieri sera: come mai il “Bulli”, furgone Volkswagen, è simbolo degli Hippy se, a quanto si scrive, il ’68 non nacque in Germania?

Giusto, è la sua immagine

Uno dei tanti punti oscuri o enigmatici di Apocalisse è costituito dall’immagine (εἰκών) della bestia (Ap 13,14). Trattandosi di un immagine, lascio ampio spazio agli storici dell’arte, i quali meglio di me sapranno indagare il caso.

Ieri abbiamo visto che il,Battistero di Padova ospita un affresco di Giusto de Menabuoi, questo:

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E’ indubbiamente l’immagine della bestia e riassume tutta la dinamica satanica che la lega al falso profeta, anche perchè è ospitata in una chiesa (per alcuni brevi considerazioni vedi qui).

Tuttavia niente ci dice se sia l’immagine della bestia apocalittica, tant’è che le didascalie dell’affresco spiegano diversamente (una semplice ricerca nel web e trovate tutto).

Noi però siamo certi di una cosa: l’Antico Testamento c’insegna che la vita di un profeta è spesso di per se stessa segno profetico, per cui quel suo ministero è scandito dalla sua stessa vita.

Qualora l’ambito profetico coinvolga l’arte, esso può esprimersi in una biografia che è anch’essa vita? La sua opera, come la sua vita, può divenire ministero?

E’ il caso di Giusto de Menabuoi che nasce a Firenze nel 1330 e muore a Padova nel 1390 a sessanta anni. Sono i sessanta anni della sua esistenza che pongono gli interrogativi di cui sopra, perchè 60 è la csi del 666, quando esso riassume, in ordine, satana (600); bestia (60) e 6 (falso profeta) completando la triade infernale.

La perfetta coincidenza tra la biografia di Giusto de Menabuoi, vissuto 60 anni, e la sua opera, l’immagine della bestia postata sopra, fanno coincidere anagrafe e opera in ambito profetico se, come dicevamo, la vita stessa di un profeta è segno, in questo caso immagine, quella della bestia, fantasticata, cercata e cacciata, ma sempre sfuggita perchè la sua tana era laddove meno te lo aspetti (un battistero).

Inoltre quella perfetta coincidenza tra biografia e opera si arricchisce di una nota ghematrica che conferma tutto ed è la data di nascita di Giusto de Menabuoi, il 1330, che ghematricamente equivale a χριστον, cioè “unto”, ossia il Messia, facendo sì che da una semplice nota anagrafica si possa ricavare tutto il contesto che abbiamo cercato di descrivere, cioè un’opera artistica che tradisce, con la vita del suo autore, un ministero profetico, non in ambito biblico, è vero, ma pur sempre sacro: un battistero che accoglie e riproduce un passo apocalittico sfuggito sinora a tutti come una fiera infernale.

Allora è quell’immagine che noi abbiamo proposta che

per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere un’immagine della bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta.  Le fu anche concesso di animare l’immagine della bestia sicché quell’immagine perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero l’immagine della bestia.  Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte;  e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei? (Ap 13,14-18)

Noi crediamo di sì perchè la vita dell’artista, come quella del profeta, è segno, ma lasciamo agli esperti d’arte la parola, magari dopo approfondite ricerche nella direzione indicata dalle tracce che conducono alla tana: nientemeno che una chiesa.

Ps: Giusto de Menabuoi, cioè “Giusto pastore” possiamo dire; dunque Buon (Giusto) pastore, il Buon pastore (Gv 10,11) che “offre la vita per le pecore” e infatti la vita di cui stiamo parlando fu un unico grande segno, compreso il nome e il cognome associato all’immagine per eccellenza: quella della bestia