Il Cristo e Gesù: due nature, due calendari. Un santo anomalo.

Di Gv 8,32 ce ne siamo già occupati, ma non a dovere e questo non significa che tratteremo l’argomento in maniera esaustiva: c’è sempre un dopo, in tutte le cose.

Partiamo col dire che sarà un post centrato sul senso e l’uso dei versetti nella Scrittura, note bibliografiche che sinora aiutavano le citazioni, ma non erano esegesi, “mute” com’erano alla vista.

Tuttavia è innegabile: Gv 8,32 si compone di 8 e 32, quando l’uno accenna a Ἰησοῦσ la cui ghematria è 888, mentre il 32 è l’anno del ministero pubblico. Questo significa che nel 32 d.C. si riconobbe Gesù.

E’ certamente l’anno del battesimo ad opera di Giovanni che avvenne sul Giordano, ma è anche l’anno che trapela dal contenuto del versetto, cioè “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Per la comprensione di ciò è importante ricordare quanto sinora scritto su Gv 8,24 “Io sono/sono Io”) perché a suo tempo scrivemmo il giusto, ma solo in parte avendo dimenticato che oltre a Gesù, c’è il Cristo e dunque quella affermazione ha sì un senso piano, storico, cioè “sono Io”, ma anche un senso teologico che è “Io sono” affinché le due nature abbiano un ruolo specifico.

Lo stesso accade in quella “verità” di Gv 8,32 che si può scrivere tale, ma anche ricorrendo alla maiuscola, cioè Verità, solo che se la seconda è rivelazione, è la Verità del Cristo, del Messia; mentre la prima è piana, è storica e riconduce a quanto anch’esso già scritto circa il Cristo istituzionale (Barabba) che il sinedrio Gli oppose, perché quella “verità” di Gv 8,32 diviene semplicemente “come stanno le cose” e lascia intendere che Barabba sarà messo fuori gioco, perché Gesù Cristo e non Gesù Barabba.

Ecco allora il senso doppio di Gv 8,32 che non ha una sola verità da mostrare, ma due: quella del Cristo che è la Verità teologica che libera; e quella di Gesù che è la verità che anch’essa libera, ma dalle pastoie storiche di una scelta tra due Messia di cui non si sa, non si sa cioè chi, tra Gesù e Barabba, sia il Cristo.

Quel 32 d.C. fece quindi “luce” alla luce del battesimo di Giovanni che non a caso richiama la folla (la storia) sul fiume Giordano, perché quella folla era in ambascia non sapendo decidersi tra il Cielo  e l’istituzione, tra Dio e il sinedrio; tra Gesù detto il Cristo e quello detto Barabba.

L’opera di Giovanni Battista, allora, diviene storica, sebbene si avvalga di un segno: la colomba. E’ storica perché si rivolge al momento storico che fu un battesimo su un fiume e non a caso cade nel 32 d.C. perché il 31 d.C., in quell’ottica ormai consolidata e che il blog ha fornito scrivendo che l’approssimazione di 6 mesi non si tratta di lana caprina, era occupato da Cristo, un Cristo sfida al sinedrio, al tempio perché Messia perché Cristo, dando il “la” a tutto un vangelo che fu Passione. che divenne agonia, cioè lotta sul Golgota.    

Dunque il 31 d.C. che emerge da quei 46 anni di Gv 2,20 è frutto di una cronologia cristologica che forse è l’unica che interessa a Giovanni evangelista, perché attratto dalla Passione a cui dà un senso storico, come storico fu il Cristo, ma solo alla luce della Passione

Non a caso Giovanni apostolo indica quei 46 anni, certamente anche alla luce del loro valore simbolico che noi abbiamo riassunto in questa tabella, ma rimane il fatto importante: Gesù, nuovo ναός, affronta il sinedrio perché Messia cosciente di esserLo, ma senza rivelarlo se non al sinedrio stesso, da pari a pari, a cui lesse nel cuore (Gv 2,25) il progetto omicida, facoltà che poteva sussistere solo in Dio.

Dunque il 31 d.C. segnò l’avvento del Messia, del Cristo; mentre il 32 d.C. di Gesù e ciò apre a due diverse cronologie (vedi sotto), inserendo dati importanti per la comprensione storica che adesso sa quando esattamente avvenne il dialogo all’ombra del tempio (31 d.C., non a caso a 46 anni) e quando il  battesimo (32 d.C. 47 anni), fatti che non cadono in una logica di datazione doppia tout court -ed eccoci al punto- ma l’uno nel 31 d.C.; l’altro nel 32 d.C., due anni distinti.

Non è un caso, dunque, che alla luce della seconda tabella in calce appare chiara l’una e l’altra cronologia alla luce di Daniele, egli stesso alle prese con quei 6 mesi che costringono ad arrotondare (i Re stessi ne soffrono se il totale degli anni dei regni è 484 anni e 6 mesi) l’inizio della sua più famosa profezia (70 settimane) al 448 a.C. e al 447 a.C.

La tabella, infatti, mostra il Cristo che prende le “mosse” dal 518 a.C. per giungere al 35 d.C., quando 35 è il numero delle occorrenze neo testamentarie (sinottici e Giovanni), ma questo si riflette e forse prova l’intero nostro discorso cronologico che ha ben distinto Gesù (crocefissione al 36 d.C.) e Cristo (al 35 d.C.), non perché ucciso due volte, ovvio, ma solo perché l’evento cade a metà del gregoriano costringendoci non a datare per approssimazione, ma a considerare che l’ambivalenza esprime essa stessa concetti, teologici gli uni (35 d.C.); storici gli altri (36 d.C.).

Ma non finisce qui, come mostrano le tabelle in calce, perché nacque un Messia e nacque Gesù: l’uno nel 15 a.C; l’altro nel 14 d.C. di un gregoriano che approssima, ma sbagliando numismatica, credendo facce di due diverse medaglie ciò che furono e sono facce di un unica medaglia, per un “è” Dio, ed un “è” Cesare” (Mt 22,21), cioè per un “è” Cristo ed un “è” Gesù: l’uno nel 15 a.C., l’altro nel 14 a.C. per un conio gregoriano che non ne tiene però conto.

In 15,10, infatti, Giovanni fa luce sulla natività del Cristo, perché quel γινώσκω la dice lunga se ben tradotto. E’ Luca 1,34 che ci istruisce sul senso profondo che esso ha nel capitolo giovanneo e non è un brutale “conosco”, ma “ho intimità/sono intimo”, cioè “procedo” dal Padre, ne sono figlio: sono Io stesso Dio, sono il Cristo nato nel decimo giorno del quinto mese (Ab, luglio-agosto ) del 15 a.C.

Come non tiene conto di Gv 10,14 che fa leva sul Natale tradizionale se non calcoliamo la Sua nascita nel 15/10 del calendario sacro del 15-14 a.C, gregoriano, perché il contenuto del versetto è chiaro, specie Gv 10,14 in cui Egli si definisce il Buon pastore, quando l’annuncio fu dato ai pastori per primi non la notte del Natale cristologico, ma del Re, quindi 6 mesi dopo che ancora meno appaiono approssimazione, perché segnano il decimo giorno di 6 mesi dopo Ab, cioè il mese di Tebet del 14 a.C. gregoriano.

Tutto questo potrebbe apparire arbitrario, potrebbe, cioè, apparire arbitrario che sussistano fasi addirittura nella Natività che segnano ora la nascita del Cristo (protetta, nascosta); ora quella di Gesù (manifesta ai pastori e ai Magi), cioè non del Salvatore, ma del liberatore che è diverso dal sedizioso Barabba..

Se tutto ciò vi pare arbitrario, spiegatemi come sia possibile mettere alla prova la Tradizione che vuole il 6 gennaio l’Epifania (manifestazione quella stessa che noi abbiamo segnata nel 14 a.C.) cattolica e la natività ortodossa (certamente imposta) se noi assumiamo il nostro Ab 15-10 (decimo giorno del mese di Ab del 15 a.C.) e utilizziamo per il calcolo quei 6 mesi che sinora ci hanno guidato e riassunti in calce.

Da Ab, 6 mesi dopo, giungiamo a Tevet, cioè a gennaio, esattamente a gennaio, come vuole la tradizione cattolica per l’Epifania e quella ortodossa per la natività, per altro giusta se di Gesù, forse un escamotage ortodosso che vinse la Rivoluzione non di ottobre, ma di dicembre, il 25. Natale.

Inoltre spiegatemi anche perché esattamente il 10 di Tevet gli Ebrei digiunano in ricordo dell’assedio che distrusse il tempio, quello stesso che vide il dialogo tra i farisei e il nuovo ναός che doveva distruggere quello attuale, affinché fosse ricostruito in 3 giorni dal Cristo che, lo abbiamo scritto sopra, sfida la classe sacerdotale all’ombra del tempio e legge nel “suo” cuore il piano omicida.

Spiegatemi, spiegatemi tutto questo alla luce di Gv 10,14 (pastore- Magi- Gesù); e il 10,15 del Cristo per un Natale coi fiocchi, perché cadenti ad agosto, il 10 del 15 a.C. o, se preferite, il 25 giorno di Ab, che è uguale.

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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Dall’esilio al Golgota calcolo Daniele (70 settimane)

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Ci vuole orecchio

Rimane ancora un articolo in testa e mi accingo a scriverlo, sebbene già accennato, perché già abbiamo scritto che la scena in cui Pietro taglia l’orecchio (quale, se è importante il lato della bara in cui gettare le reti in 21,6?) a Malco non è fine a se stessa e non necessariamente esprime l’ardore petrino, uno zelo che ha consumato Gesù per il tempio e che nutre lo stesso Pietro, sebbene per il nuovo ναός (tempio, Sancta Sanctorum), in Gesù cioè.

Anzi, vi dirò che se Gesù impugna una frusta, come mai Pietro impugna una spada? E’ un altro interrogativo di un passo che nasconde, ma questo è tipico, secondo me, di Giovanni, che scrive sempre fra le righe, come la cronologia interna del Suo Vangelo che abbiamo visto essere questa:

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Ma torniamo al punto: Pietro taglia l’orecchio di Malco, ma potrebbe anche essere un gesto non di difesa, come credo universalmente ritenuto, ma di offesa, se la natura ci ha dato due orecchie affinché sentissimo due versioni. Quell’orecchio mozzato ci dice, allora, che se ne impose una e con la violenza.

Strano è che il gesto appartenga a Pietro, vero, tuttavia è innegabile: fu lui. Pensiamo, allora, che la ghematria di un greco revisionato alla bisogna, il quale nulla ci imputa: ne abbiamo viste davvero troppe, possa dirci qualcosa in più di quella serataccia e scriveremo, quindi, Μαλκω per un valore ghematrico di 891 che diviene 891 a.C. primo anno del biennio di regno di Abia, secondo i nostri Re.

Perché siamo caduti in Abia è strano, tuttavia è l’inizio di un regno quel 891 a.C. e dunque vale prestarci attenzione e indagare il suo operato alla luce di 2cro 13, non prima, però, di aver scritto che Αβια (abia) ha un valore ghematrico di 14 quando 14 è anche la ghematria di Δαυίδ (Davide) e la cosa si fa interessante alla luce del discorso che tiene Abia che fa riferimento proprio al capostipite della dinastia.

Vogliamo pubblicarlo per intero quel discorso? Sì, facciamolo riportando l’intero capitolo 13 di 2 Cronache:

1 Nell’anno diciottesimo del re Geroboamo divenne re di Giuda Abia. 2 Regnò tre anni in Gerusalemme; sua madre, di Gàbaa, si chiamava Maaca, figlia di Urièl. Ci fu guerra fra Abia e Geroboamo. 3 Abia attaccò battaglia con un esercito di valorosi, quattrocentomila uomini scelti. Geroboamo si schierò in battaglia contro di lui con ottocentomila uomini scelti.
4 Abia si pose sul monte Semaraim, che è sulle montagne di Efraim e gridò: «Ascoltatemi, Geroboamo e tutto Israele! 5 Non sapete forse che il Signore, Dio di Israele, ha concesso il regno a Davide su Israele per sempre, a lui e ai suoi figli con un’alleanza inviolabile?
6 Geroboamo figlio di Nebàt, ministro di Salomone figlio di Davide, è sorto e si è ribellato contro il suo padrone. 7 Presso di lui si sono radunati uomini sfaccendati e iniqui; essi si fecero forti contro Roboamo figlio di Salomone. Roboamo era giovane, timido di carattere; non fu abbastanza forte di fronte a loro. 8 Ora voi pensate di imporvi sul regno del Signore, che è nelle mani dei figli di Davide, perché siete una grande moltitudine e con voi sono i vitelli d’oro, che Geroboamo vi ha fatti come dèi. 9 Non avete forse voi scacciato i sacerdoti del Signore, figli di Aronne, e i leviti e non vi siete costituiti sacerdoti come i popoli degli altri paesi? Chiunque si è presentato con un giovenco di armento e con sette arieti a farsi consacrare è divenuto sacerdote di chi non è Dio.
10 Quanto a noi, il Signore è nostro Dio; non l’abbiamo abbandonato. I sacerdoti, che prestano servizio al Signore, sono figli di Aronne e leviti sono gli addetti alle funzioni. 11 Essi offrono al Signore olocausti ogni mattina e ogni sera, il profumo fragrante, i pani dell’offerta su una tavola monda, dispongono i candelabri d’oro con le lampade da accendersi ogni sera, perché noi osserviamo i comandi del Signore nostro Dio, mentre voi lo avete abbandonato. 12 Ecco noi abbiamo, alla nostra testa, Dio con noi; i suoi sacerdoti e le trombe squillanti stanno per suonare la carica contro di voi. Israeliti, non combattete contro il Signore, Dio dei vostri padri, perché non avrete successo».
13 Geroboamo li aggirò con un agguato per assalirli alle spalle. Le truppe stavano di fronte a Giuda, mentre coloro che erano in agguato si trovavano alle spalle. 14 Quelli di Giuda si volsero. Avendo da combattere di fronte e alle spalle, gridarono al Signore e i sacerdoti suonarono le trombe. 15 Tutti quelli di Giuda alzarono grida. Mentre quelli di Giuda emettevano grida, Dio sconfisse Geroboamo e tutto Israele di fronte ad Abia e a Giuda. 16 Gli Israeliti fuggirono di fronte a Giuda; Dio li aveva messi in potere di costoro. 17 Abia e la sua truppa inflissero loro una grave sconfitta; fra gli Israeliti caddero morti cinquecentomila uomini scelti. 18 In quel tempo furono umiliati gli Israeliti, mentre si rafforzarono quelli di Giuda, perché avevano confidato nel Signore, Dio dei loro padri.
19 Abia inseguì Geroboamo; gli prese le seguenti città: Betel con le dipendenze, Iesana con le dipendenze ed Efron con le dipendenze. 20 Durante la vita di Abia Geroboamo non ebbe più forza alcuna; il Signore lo colpì ed egli morì. 21 Abia, invece, si rafforzò; egli prese quattordici mogli e generò ventidue figli e sedici figlie.
22 Le altre gesta di Abia, le sue azioni e le sue parole, sono descritte nella memoria del profeta Iddo. 23 Abia si addormentò con i suoi padri; lo seppellirono nella città di Davide. Al suo posto divenne re suo figlio Asa

A me risulta chiaro che l’intero discorso di Abia verta su Davide e su quell’alleanza che Israele ha infranta e questo ci dice che la ghematria del nome proprio del re (Abia) non collega a caso Davide a lui.

Inoltre, quell’alleanza che Israele ha infranta ben si presta a collocarsi nel contesto descritto appena ieri, cioè quello che vede infrangere il comandamento che vincola Gerusalemme ad avere un unico Dio e niente al di fuori di Lui, cosa che avvenne quando si gridò a Cesare unico Re (Gv 19,15), è vero, ma anche unico Dio se Gesù si era presentato a lei come il Re dei Giudei, come risulta dal Titulus Crucis (INRI).

Ed abbiamo così un secondo punto di contatto tra la Passione e Abia, ma ce n’è un terzo: la battaglia che Abia sostiene, la quale vede il suo esercito aggredito alle spalle, cioè a tradimento, cosa che avvenne anche a Gesù a causa di Giuda.

Vogliamo metterne un quarto di punti di contatto? Sì, le 14 mogli di Abia, come 14 è la ghematria di Davide e come 14 sono le generazioni matteane, quelle che conferiscono la κλείς Δαυίδ ( chiave di Davide, valore ghematrico 490, ossia 14×35) quello stesso re di cui abbiamo riferita la ghematria che è 14.

Quella “chiave” era di esclusivo possesso di Gesù e questo lo rendeva Re, oltre ogni dubbio. E’ quella che avrebbe -come fece- fatto chiarezza, rendendoLo Re di Giuda e Figlio di Davide e come tale erede legittimo del suo regno, ma fu amputato un orecchio, s’impose, con la violenza, una versione caotica, laddove era tutto chiaro, Scrittura alla mano.

Non a caso, allora, il blog ha sempre scritto che la genealogia matteana dei Vangeli ha subìto lo stesso scempio quando leggiamo Abramo, ma in realtà era Mosè, se non fosse altro perché quel 1485, che emerge dalla ghematria di θυρωρός, (guardiano, Gv 10,2), sottratto al 15 a.C. (anno di nascita di Gesù) dà un risultato di 1470, identico alle tre tranches matteane di 14 generazioni di 35 anni (vedi sopra).

A tutt’oggi, quindi, ci sono due versioni di quella genealogia:

una è quella del blog (perdonatemi l’arroganza); l’altra mi sa tanto che sia di nuovo petrina, gladio alla mano, e taglia l’orecchio, impone una versione tutta sua che la musica s’ascolta in chiesa. E basta, sebbene sia una passione.

Ps: a margine una lunga nota, sempre ghematrica, ricavata dalla nota bibliografica di Gv 21,6 che noi a capriccio abbiamo letto 216 e ne abbiamo valutato il significato ghematrico alla luce di questo programma.

E’ lì che abbiamo letto il verbo ebraico גזרו (dividi/dividere) contenuto in 1Re 3,25 quando Salomone ordina che il bambino conteso sia diviso. Il bambino è unico, lo sappiamo, ed ha un unica madre -e padre- e sarà proprio lei ad accettarne la perdita affinché lui abbia salva la vita.

Gesù, è Gesù bambino e di nuovo è stato conteso da due madri -e padri- da due versioni dei fatti, cioè se il Cristo che divenne può essere secondo l’uno o secondo l’altro e obbliga a chiedersi di chi sia figlio se Egli fu frutto di una Gerusalemme o di un altra.

In altre parole se il Cristo fu Gesù, detto il Cristo; o se fu Gesù detto Barabba (qui, qui e qui), frutto del sinedrio, dell’istituzione. Ecco, liberarono Barabba e quell’orecchio mozzato ci dice che imposero con la violenza un Cristo istituzionale.

Ma possiamo anche sapere che fu l’orecchio destro tagliato, in virtù di Gv 2,16 che noi abbiamo letto come 216 e calcolandone i significati ghematrici che ci hanno condotto a גזרו (dividi), parlandoci di due lati della barca e di due orecchie, nel caso specifico, quando però fu al lato destro della barca che si gettarono le reti per la pesca miracolosa , per cui fu a destra, se il nostro parallelismo ha un senso, che si tagliò l’orecchio, per poi, però, predicare invano.

Concludo dicendo che ho postato una canzone di “Enzo”. Sapeste quanto piaceva a mio padre: l’ascoltava in cuffia.

Un regno, un anno e un Arca perduti. I Re al cinema

indianaPost molto breve sebbene l’argomento, ma l’aggettivo affascinante non è sprecato perchè parlerà del destino dell’Arca dell’Alleanza. Basta una semplice occhiata alla voce che gli dedica wiki per comprendere che le ipotesi si sprecano e con esse il destino dell’Arca di cui non sappiamo neppure quando e da chi sia stata trafugata.

Il tema ha esercitato da sempre una notevole attenzione sia nella letteratura, come nel cinema, tanto che tutti conoscono il film Indiana Jones e in questo caso -magari non in altri in cui ho presentato il post in chiave cinematografica- il riferimento al cinema è d’obbligo. Ma veniamo a noi.

Una delle ipotesi che data la trafugazione dell’Arca è quella che la pone al centro del saccheggio del tempio da parte di Ioas, re d’Israele (2Re 14,14), ai danni dell’allora re di Giuda Amazia. Questo risulta chiaro da wiki.

Noi, amanti della ghematria, abbiamo voluto calcolare il valore ghematrico di “propiziatorio” (ἱλαστήριος circa il lemma dovremmo aprire una parentesi inopportuna sulla sua corruzione o falsificazione, ma soprassediamo ) che è 735. Nessuna delle cronologie note, intendo di riferimento, colloca il regno di Amazia in quegli anni, cioè nell’anno che emerge da quel 735, cioè il 735 a.C.

Stando quindi alle cronologie linkate -e note- la ghematria fallirebbe e rimarrebbe non lettera, ma numero muto. Così siamo abilitati ad autocitarsi e proporre la nostra cronologia dei Re che invece vede nel 735 a.C. il trentacinquesimo anno di regno di Amazia.

Qui nasce la seconda discrepanza con l’ecumene degli studiosi, perchè essi non offrono un regno di Amazia sufficientemente lungo da coprire 35 anni, tant’è che Galil, il più citato, indica 29 anni perfettamente allineato con il calcolo del cronista (2Cro 25,1).

Abbiamo allora che quel 735 ghematrico non trova, stando al panorama attuale degli studi, una collocazione nè nei Re, trattandosi di Amazia; nè nel regno dello stesso, sebbene una cronologia dilettante faccia in entrambi casi centro con un’unica freccia ghematrica.

Allora ci chiediamo se la nota ghematrica sia così scomoda tanto da essere quella verità che i Re hanno conservata gelosamente, quella verità che fa luce sul mistero dell’Arca che poteva emergere solo da una cronologia reale integra, fedele e degna depositaria di un segreto di cui, crediamo, molti erano al corrente, ma che si sono prodigati di rendere indecifrabile, prima confondendo la cronologia dei Re; poi distruggendo un regno che lo si è fatto apparire di 29 anni quando in realtà ne durò, come dimostra la nostra tabella che ha semplicemte rifatto i calcoli sulle indicazioni dello stesso deuteronomista,, 42 di anni comprendendo anche un trentacinquesimo di regno di Amazia che altri hanno fatto sparire e con esso nientemeno che il propiziatorio, cioè l’intera Arca, se esso ne era il coperchio.

Siamo legittimati a questa soluzione perchè altri prima di noi hanno datato il suo trafugamento negli anni di Ioas e di Amazia quando si spoliò il tempio, lo conferma wiki, mentre noi ci limitiamo a dire che, alla luce di quanto sopra, è la pista giusta per risolvere il mistero, anche se non della sua fine, certamente del suo inizio: Ioas trafugò l’arca nel 735 a.C.

Tra l’altro -il lettore attento ricorderà certamente e conoscerà la categoria versetti del menu- noi siamo soliti cercare le prove anche negli angoli insoliti della Bibbia, quelli che, dato il loro scarso se non nullo tenore scientifico, altri non si sognano neppure di considerare: i versetti in particolare, ma anche l’armonia delle cifre stesse.

Partiamo dai primi, i versetti che in 2Re 14,14 ci danno notizia del trafugamento dei tesori del tempio tra cui certamente l’Arca. Quel 14,14 ci ricorda la ghematria ebraica del nome proprio di Davide che è 14; inoltre segnano l’esatto ammontare delle generazioni da Cristo a Davide (Mt 1,17) divise in due tranches di 14 generazioni (ecco il 14,14 di 2Re) che coprono l’intera cronologia dei Re stessi.

Vorremmo dire che l’armonia regna sovrana, perchè al contenuto storico e cronologico espresso sopra, si aggiunge una nota quanto mai indicativa che non è casuale, non è casuale cioè che quel 14 s’inserisca in un contesto di altissimo profilo come il destino nientemeno che dell’Arca.

A questo si aggiunge un’altra armonia, quasi un coro a più voci, che ci presenta un 735 a.C. che noi scriviamo 7 e 35 facendo notare che quel 7 è simbolo di perfezione (cosa che certamente caratterizzò o caratterizza tuttora l’Arca), mentre il 35 d.C. è l’anno esatto di una crocefissione che nessuno vuole perchè gli si preferisce un falsissimo 33 d.C., come si è preferito una cronologia e un regno distrutti pur di nascondere l’Arca, quella non dell’Alleanza, ma della scienza, da sempre alleata, appunto, della verità.

Infine 35 emerge anche dal regno di Amazia perchè quel 735 a.C. fu, stando alla nostra cronologia, il trentacinquesimo anno del suo regno e questo compone un coro, forse dei cherubini che ornavano l’arca stessa e di cui vorremmo, per concludere, proporre la foto, ma è d’obbligo Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Semplicemente perfetto.