Isaia, un profeta multiplo

Il greco della Settanta ha subito pesantissime modificazioni che, finalizzate, divengono a tutti gli effetti grandi falsi. Uno su tutti fa scuola ed è Pasqua, laddove il greco scritturale di oggi propone πάσχα, quando però in origine il lemma era una semplice traslitterazione dall’ebraico Pes(a)ch, cioè Πησχ.

Si dice del Natale essere la principale festa cristiana, ma il Vangelo è chiaro in proposito: Gesù è venuto per la Pasqua (Gv 12,27) tanto che Lui e quella festa sono una sola cosa, riassumendone la vita, la missione e la predicazione.

Non è un caso, allora, che il greco della Settanta facesse risaltare questa identità con Πησχ che ha un valore ghematrico (888) identico a Ἰησοῦσ. (888). Tutto ciò permette a noi di dubitare anche di un profeta, ma non perché non lo reputiamo tale, anzi, quanto perché dubitiamo del nome con cui è passato alla storia e alla Scrittura: Isaia.

Egli, anche dal solo Luca 3,4, risulta scritto come Ἠσαΐας e ciò non solo impedisce una lettura ghematrica che risulterà evidente e fondamentale per la comprensione di un aspetto di colui che forse è il maggiore dei profeti maggiori.

Infatti, quando noi lo riportassimo semplicemente come Ισαια, cioè la versione che l’italiano ha accolta e conservata, il valore ghematrico del suo nome apre a una lettura forse ancora ignota del profeta: quella onomastica, perché Ισαια ha un valore di 222, numero che permette il calcolo dei suoi multipli, cioé

444

666

888

Qualcuno avrà già capito che solo del 444 non sapremmo indicare un’origine e una funzione, mentre del 666 e del 888 tutto risulta chiaro, perché l’uno numero della bestia apocalittica; l’altro ghematria di Ἰησοῦσ.

E’, in questa nuova lettura, solo il 444 ignoto anche se un indizio appare proprio in Isaia, al capitolo 11,12, in cui egli riferisce dei, non a caso, 4 angoli della terra che caratterizzano solo lui e Apocalisse, e riferimento simbolico che s’inserisce in una progressione aritmetica che espande i suoi confini nella profezia, quella di un profeta non semplicemente poliedrico, come ameremmo dire oggi, ma multiplo, la cui missione è scritta anche nel suo nome.

Non sappiamo dire altro, per ora, per cui ci limitiamo a suggerire l’idea che potrebbe scardinare quella sinora conosciuta e che legge, secondo noi e altri erroneamente, un proto, deutero e trito Isaia, per sostituirla con una matematica che ha già individuato quattro fasi, piucchè tre profeti e sei mani, cioè quella di Isaia, quella della bestia e quella di Gesù composte da un unico autore, meglio profeta, che obbligano a rileggere per intero l’opera maggiore dei maggiori profeti, ritenuta erroneamente un collage, ma caratterizzantesi in realtà per una solidità matematica.

Mandateli in bianco

Chi può affermare che nella Scrittura non ci siano angoli pittoreschi che nessuno ha mai visitato? Non è forse questa la meta più ambita di chi ha fatto mille viaggi? Poter raccontare di essere stato il primo a giungere in un remoto spazio del mondo non è forse un primato?

Certo, lo è, come lo è scoprire che la Bibbia cela ancora spazi inesplorati a cui si giunge per mulattiere, quelle, però, del pensiero che tanto è folle da meravigliarsi lui stesso e per primo del panorama che si staglia ai suoi occhi.

E dire che del 666 anticristico si è detto tutto, tanto che abbiamo detto anche noi, ma adesso ne seguiamo lo sviluppo matematico per multipli, non prima, brevemente, di aver ricordato che Apocalisse conosce tre bestie sostanzialmente:

Il serpente antico, cioè satana

La bestia che sale dal mare

e il falso profeta

Da questo si può dedurre una progressione matematica per multipli, perché la bestia segna il celeberrimo 666 mediano, per cui satana è 333 e il falso profeta è 999, non a caso 666 rovesciando i numeri.

Del 666 sappiamo già molto, grazie ad altri e, permettetemi, anche a me, mentre di quel 333 sappiamo nulla, ma a noi è venuta voglia di scriverlo non in greco, come al solito, quanto in ebraico e ne è venuto fuori, grazie alla ghematria che vuole, leggendo da destra verso sinistra שלג,

ש = 300

ל = 30

ג = 3

Questo lemma ( שלג), ben si presta a una traduzione letterale con qualsiasi programma (abbiamo usato due traduttori online e il risultato non è cambiato), tanto che noi citiamo solo Google e il suo traduttore e ne è venuto fuori “neve”.

Sin dalle prime ci ha colpito quella neve, perché noi siamo quelli che gridano allo scandalo di Natale piucché al film, poiché troviamo assurdo e falso celebrarlo nel mese di dicembre al 25, quando anche le condizioni meteo di Betlemme in quel periodo sono date per particolarmente avverse, per cui quella neve fiocca a fagiolo su quel 333 di שלג che diviene 333 d.C. quando la chiesa afferma si sia, per questo da sempre o secondo Tradizione, fissato il Natale con la dedica della Basilica di Betlemme nel 25 dicembre del 332 (la cronologia di Leonardo riporta la stessa notizia per l’anno 333 d.C., però).

Ecco allora che la lettura ghematrica di שלג che segna il 333 di satana si associa alla traduzione di un lemma che ha come significato “neve”, il quale a sua volta, con quella neve, si affianca alla Basilica di Betlemme del 332/333 d.C. in cui nasce, nel 25 dicembre, il bianco Natale, per dirci che per forza ha nevicato: è sparata bella grossa col cannone: quello di satana o serpente antico che dir si voglia, perché in realtà è il 10 agosto Natale.

Da una veste come sacco, al sacco di Babbo Natale

Questo blog non si affida solo al metodo storico, perché sa che quel metodo altro non è che l’anello al naso messo al bue della scienza e con esso la si porta ovunque si voglia.

La conclusione a cui giunge quel metodo, quindi, è quasi sempre pre-ordinata, talvolta addirittura scontata, perché tutto è congegnato affinché l’esito della ricerca sia uno, cioè il loro.

Magari non può essere vero per ogni branca dello scibile, ma per alcune materie particolarmente sensibili, questo è lo stato dell’arte, perché non si vuole che si giunga alla verità, che non è di fede, ma scientifica.

Il nostro metodo d’indagine, quindi, è spesso non condivisibile, ma non perché non sia valido di per sé, ma solo perché si è stabilito, a priori, un metodo, escluso il quale, la conclusione è sbagliata, talvolta assurda, se non risibile.

Tuttavia a noi, a un blog, poco importa se le conclusioni possono o non possono essere condivise: è un nostro capriccio e inviamo la nostra ricerca con una bottiglia gettata in mare, nella speranza che siano le correnti del web a farla approdare in una spiaggia aperta del sapere.

Vorremmo allora parlare dei due testimoni vestiti di sacco di Apocalisse 11,3 che più della scienza hanno solleticato la fantasia, ridotti come sono a un mero simbolo di una verità che è solo di fede, la quale mai ha indossato l’abito scientifico, cioè storico.

Quella veste di sacco, infatti, li rende dei passanti anonimi sulla scena storica, quando però quel sacco, in greco σάκκος, ha anche un valore ghematrico ed è 317, più chiaro 318, per un dopo Cristo che lo colloca nella storia e li rende partecipi, perché da allora inizia una predicazione di 1260 giorni (Ap 11,3).

Tale predicazione altro non è che la verità, ma non quella di fede, quanto quella storica che essi conservano nel loro abito penitenziale, lontano dagli orpelli del secolo, quello scientifico, che danno eleganza di pensiero, è vero, ma sono fuorvianti.

318+1260 è uguale a 1571 a cui si aggiungono i 3 giorni e mezzo della loro non sepoltura dopo l’assassinio della verità che essi rappresentano ed otteniamo quindi il 1581/1582, cioè l’anno, forse i mesi, precedenti la bolla papale Inter gravissimas del 4 ottobre del 1582, la notte della morte di Teresa D’Avila, la santa e dottore della chiesa amica di Dio che non fu più tale.

Ecco allora che la verità dei due testimoni ha terminato, in quella notte del 4-15 ottobre, la sua parabola terrena e scientifica, perché entrano in vigore una storia e una verità inventate, quella storia e quella cronologia che il blog da sempre denunciano tali.

I due esempi più eclatanti di quell’invenzione sono il 33 d.C. per la crocefissione e il Natale, in particolare quest’ultimo, però, assume un valore simbolico altissimo, archetipo di censura e di una mistificazione della storia, perché si sono procurati, anche, di rendere storicamente solido il Natale del 25 dicembre attribuendolo a una Tradizione cattolica che affonda le sue radici nel 332 d.C., quando si dedica, a Gerusalemme, la Basilica della natività dicendo che da sempre, in fondo, è Natale d’inverno al 25 di dicembre.

Ma noi sappiamo, da questa categoria, che il Natale era in realtà fermo al 10 di agosto del 15 a.C., per cui la menzogna è davvero scandalosa. Avevamo anche scritto, a tal proposito, che è inutile cercare nel passato remoto per giungere alla verità, perché è sufficiente indagare capillarmente fondi d’archivi e biblioteche, dove siamo certi si siano conservati o scampati alla censura sistematica che li ha distrutti in massa, i martirologi cattolici precedenti il 1584, quando entrò in vigore il nuovo martirologio cattolico adeguato al passaggio al gregoriano.

Sarà allora in ciò che si è salvato miracolosamente da un naufragio cattolico la risposta agli interrogativi che un Natale in pieno inverno pone alla logica e alla storia; sarà nei martirologi precedenti il 1584 la veste di sacco dei due testimoni, cioè la verità su un Natale agostano e di luna piena, perché la Chiesa aveva i suoi santi in paradiso, sebbene poi li abbia gettati all’inferno.

Sarà, insomma, un martirologio a far luce su un calendario liturgico che tradiva, cioè consegnava alla storia, l’intera vita di Gesù, fermandola sulle righe di una liturgia che non poteva non essere scritta seguendo le orme di Cristo, nato il 10 agosto, quando anche la Chiesa cattolica celebrava il Natale prima che ne preferisse uno assolutamente stravagante ma alla moda.

Lo avevamo scritto e adesso, alla luce dei due testimoni, la fiaccola di una lettura ghematrica del loro sacco come veste, ne siamo ancora più sicuri, tanto che lanciamo la nostra bottiglia in mare, affinché le correnti la spingano sulle coste di una scienza costretta, suo malgrado, a credere alla vita dei santi e a un metodo, il mio, che fa acqua da tutte le parti.

Eric the Red

Buongiorno Professor Fomenko,

le scrivo di nuovo ma non per parlare della mia ricerca, bensì della sua della quale, avendo acquistato 400 anni d’inganni, ho letta l’introduzione, nel senso che sono a conoscenza dei suoi scopi e dei suoi metodi.

Stamattina, aprendo le news, ho appreso che un giovane toscano, toscano come me e della stessa età in cui io mi sono recato a Londra (1989 a 24 anni, quel 989 a.C., tra l’altro, come mio primo anno regno di Davide) è stato ucciso sempre a Londra.

La vita della vittima, per anagrafe e regione di appartenenza, mi ha incuriosito e ho letto altro della vicenda, anche perché (questo forse è il motivo vero) il giovane si chiamava Eric e questo mi ha fatto pensare a Eric il Rosso e a Harry the Red a cui io ho creduto di scrivere più volte.

Per questo motivo ho aperta la pagina web di Eric il Rosso e ne ho letta parzialmente la biografia, venendo a conoscenza che suo figlio introdusse il cristianesimo nell’isola e che Eric morì nel 1010.

Notizie solo in apparenza innocue, perché di mezzo, io, ci ho messo i reali inglesi a cui imputo un Darwin in Westminster che tradisce l’origine cristiana dell’Inghilterra, quell’origine a cui è richiamata nella lettera a lei indirizzata, cioè quella a Sardi in cui si ammonisce a ricordare come si è ricevuta la parola, a ricordare, quindi, la sua origine.

Dunque l’opera del figlio di Eric il Rosso ha, nell’origine, il punto di contatto con l’Inghilterra che fu Sardi e fu cristiana. Ma in quelle news c’è un altro punto di contatto tra i reali inglesi e i Re biblici, se i primi, come corona, sono il capo della Chiesa anglicana.

Sono certo, infatti, che le esclusive scuole inglesi adottino la cronologia di Galil per i Re e allora la morte di Eric fa ulteriore luce, forse anche per Scotland Yard che non sa, magari, che Eric morì nel 1010 d.C., mentre Davide, stando a Galil, inizia a regnare nel 1010 a.C., quasi lanciando un messaggio, forse inquietante.

Adesso, descritta la cornice, vengo a lei nel particolare di una stampa, credo, perché l’immagine che il web offre per Eric il Rosso è questa:

Come può leggere nella didascalia, la stampa è datata 1688 e forse per questo le armi sono “anacronistiche”. Tuttavia si legge chiaro, nella stampa, 986 e dunque ciò che è ritratto risale a quegli anni.

La cosa si potrebbe risolvere in un nulla, ma solo lei, proprio in virtù della sua ricerca, può capire se davvero quelle armi sono anacronistiche o se si tratta di un’altra didascalia completamente infondata, come quella che lessi agli inizi dei miei studi, quando, di fronte al DNA della mia ricerca, mi chiesi se davvero fosse fertile.

Insomma misi alla prova un primo abbozzo d cronologia, esperimento che non ricordo nel dettaglio, ma ben ricorda nella scopo: dovevo ottenere dai calcoli il 471 a.C. come primo anno di regno di Artaserse, affinché il lavoro sino ad allora svolto avesse senso e promettesse frutti.

Invece lessi, avendolo dimenticato, che Artaserse regna, stando alla storiografia attuale, dal 465 a.C. e dunque la lettera che Temistolcle invia a quel re nel 471 a.C. era datata male o che Temistocle, considerato da Plutarco un genio dell’antichità, non sapesse in realtà a chi stava scrivendo, lasciando a lei misurare il grado di follia di quest’affermazione.

Ecco allora che le didascalie, talvolta, sono ricavate da un sapere comune, da un main stream accademico che però, io e lei, sappiamo profondamente sbagliato, in molti casi, come in quello di di Eric che, creandosi un gioco di numeri ambiguo (986/1688) e un altrettanta ambigua divisa militare, credo che potrebbe dar luogo a un’interessante ricerca nel dettaglio, perché lei ha sollevato la questione della datazione dei dipinti che tradiscono altre epoche rispetto a quelle conosciute, studiate e insegnate.

Le ho parlato di me, di un giovane toscano morto a Londra, di Eric il Rosso e di Harry il Rosso, tutte cose che promettono una saga dei nostri giorni, cioè una news.

L’assassino non è il pagliaccio

Uno dei molteplici passi in cui Apocalisse propone un enigma è quello dei Nicolaiti di cui non sappiamo ancora bene, di cui sappiamo, in realtà, poco e le ipotesi abbondano.

Tra queste campeggia certamente l’etimo che vuole una fantomatica “vittoria del popolo” per una lotta di classe ante litteram che vedremo essere tale, ma di un livello molto superiore alla dialettica marxista.

Cominciamo col dire che sin da subito ci rivolgeremo alla ghematria di
Νικολαΐτης per ottenere, come a suo tempo abbiamo già fatto, un 505 che, se ridotto a un calendario, diviene 505 a.C., anno fondamentale nella nostra cronologia, segnando l’esilio babilonese. Ma non solo.

Quel 505 a.C. è la prima data che s’incontra se in possesso di due elementi fondamentali: l’anno di nascita di Gesù (15 a.C.) e la “Chiave di Davide” che è sì ghematria (κλείς Δαυίδ=490), ma anche la somma degli anni di una tranche generazionale matteana (14×35 anni=490).

La somma dell’anno di nascita al 490 ghematrico e generazionale produce quel 505 a.C. (15+490=505) dell’esilio e questo dimostra tutta la sua importanza nel contesto prima vetero e neo testamentario tout court; poi cronologico.

Dunque se Νικολαΐτης conduce a una data cardine (a nostro avviso altro non è che la porta dell’Antico Testamento dove solo è possibile inserire la Chiave di Davide altrimenti si rimane fuori o ci si arrampica da qualche altra parte, come riporta Gv 10,8-10) che non si esaurisce nel calcolo secco, ma sviluppa una cronologia fondamentale ed altra rispetto a quella che l’ha generata.

Il 505 a.C., infatti, è l’anno in cui Ezechiele colloca il suo esilio a differenza di Geremia, tanto che l’uno calcola 40 anni di esilio; l’altro 70 per una profezia “diversa” che infatti nel primo caso cerca il tempio, mentre nel secondo “le settimane” di Daniele.

Ezechiele, invece, sottrae all’esilio babilonese 40 anni, ma non prima di avere considerato che la durata dei regni di Giuda non è a resto zero, perché essa ammonta a 484 anni e 6 mesi e ciò costringe a un’approssimazione: o scegliamo il 505 a.C. dal 989 a.C.; o scegliamo il 504 a.C. sempre dal 989 a.C. dipendentemente dall’approssimazione: in difetto la prima, in eccesso la seconda.

Questo è molto importante per comprendere che l’esito di quella stessa profezia cambia conducendoci, col suo difetto, al 419 a.C.; col suo eccesso al 418 a.C. per un Cristo e per un Gesù, cioè per Dio e per l’uomo. Vediamo perché.

Tolti 40 anni al 505 a.C., otteniamo il 465 a.C., settimo anno di regno di Artaserse, quando rientra Esdra col compito di riedificare il tempio (Esd 7,7-8). E’ l’anno, insomma, in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio.

Da lì, si sottraggono i 46 anni necessari per la sua ricostruzione e dedicazione indicati da Gv 2,20 per ottenere il 419 a.C. e i lavori ultimati. Quel 419, oltre che terminare la profezia di Ezechiele, è anche la ghematria di Δαυίδ per un Cristo Re.

Capite bene che l’approssimazione in eccesso scala tutto quanto il discorso di un anno, facendoci cadere nel 418 a.C., storicissimo “sesto anno di Dario (Esd 6,15)” secondo, però, in cui sempre il tempio è dedicato. Ma questo ci parla di Gesù proprio in virtù di una storicità che emerge nella figura di Dario e non di Davide per un simbolismo di facile lettura.

Ecco allora chiaro perché la lettura ghematrica di Νικολαΐτης ci conduce al 505 a.C.: essa ci narra della divinità che i Nicolaiti negano, anzi, come vedremo, vogliono bandita, vogliono, cioè, bandire Dio dalla storia, tanto che proprio la storia ci offre il paradigma per comprendere il fatto ed esso coincide con la sorte di Tarquinio il Superbo che presta la sua figura e la sua vicenda a Dio, Egli stesso bandito e consegnato, come scrive ottimamente Andrea Caradini, a una damnatio memoriae.

Partiamo con l’introdurre l’argomento riassumendo quanto già scritto in questo post, in cui avevamo fatto notare che l’a.U.c. (ab Urbe condita) cade nel sesto/settimo anno di regno di Ozia (721 a.C.) legando la cronologia dei Re biblici a quella dei Sette re di Roma che fondarono sì una città, ma più ancora una Chiesa, legando le sorti di Gerusalemme a Roma stessa, facendo di entrambe “Le città di Dio” correggendo addirittura il “tiro” di Agostino.

Che esse siano legate a doppio filo è dimostrato anche da una leggenda che vuole i Sette re di Roma regnanti per 35 anni ciascuno, permettendo a noi di ricordare quanto scritto in apertura circa non solo le generazioni matteane di 35 anni, ma anche quello che si ricava da quelle generazioni, cioè la “Chiave di Davide” che offre un valore ghematrico di 490 come 490 anni è una tranche generazionale matteana.

La presenza nella leggenda romana, quando una leggenda possiede sempre un fondo di verità, della base di calcolo della genealogia di Matteo (35 anni) e della Chiave di Davide, collega il periodo aureo di Gerusalemme, espresso dalla chiave per eccellenza, cioè quella davidica, a quello romano dei Sette leggendari re, rafforzando ancor più quel doppio filo che collega Gerusalemme a Roma.

In questa cornice s’inseriscono i Nicolaiti che combatterono ad Aricia nel 505 a.C., e non a caso perché fu allora che Tarquinio il Superbo perse ogni speranza di rientrare in una Roma che lo aveva cacciato sì come tale, ma in realtà come legittimo re.

Ha tutta la nostra ragione Andrea Caradini quando scrive che in realtà sulla figura dell’ultimo re di Roma aleggia una damnatio memoriae e la storia non ce l’hanno raccontata giusta, perché il popolo voleva vincere in nome di un’eguaglianza (tutt’uguali) che andò in realtà oltre la legge e il diritto riscrivendo la storia da vincitrice.

Ecco che, allora, Tarquinio è Dio, Egli stesso cacciato; è la divinità che non trova più posto nella storia perché il “popolo” (l’uomo) lo ha cacciato e dunque Tarquinio è la metafora di una storia vinta dal popolo, dai Nicolaiti, che si sono inventati la superbia di un re per attribuirla poi a Dio e così legare le loro sorti.

Questo sono i Nicolaiti di ieri e di oggi e non appartengono, quindi, solo al passato: l’intera storiografia esprime ancora la loro opera quando vorrebbe farci credere incapaci di una cronologia biblica, la cui assenza è solo il frutto dell’opera Nicolaita che ha di nuovo cacciato Tarquinio (Dio) usando un popolo bue che ha creduto all’alibi della superbia divina che altro non sarebbe che paterna, naturale unicità, mentre la loro, in realtà, è sete di potere, conquistato il quale si abbandonerebbero al più assoluto disprezzo di un popolo obbligato alla loro adorazione, all’adorazione, cioè, di un’élite d’imbecilli .

Per Dio non c’è più posto, come scrivono i vangeli della natività. Dio nasce fuori dalla storicità, magari di nuovo in una stalla e “al freddo e al gelo” solo perché si è distrutto il 10 agosto suo Dies natali; mentre muore alla storia con il 33 d.C. per un’anagrafe che ne fa un apolide, un senza tetto e senza storia.

Capite bene, allora, che nella canzone di Natale “Tu scendi dalle stelle” è scritto tutto e il testo è nicolaita (Babbo Natale altri non è che San Nicola per un’omonimia ovvia) perché vuole un Dio “al freddo e al gelo”, cioè buttato in mezzo a una strada, magari in un fosso; mentre quel “quanto ti costò averci amato” non è altro che lo sputo di bile di chi, avendo perso, rinfaccia che “la vittoria, però, l’hai pagata cara!”.

La cantano i bambini del coretto bianco “Tu scendi dalle stelle” e vengono i brividi, ma non di freddo.