Mene, Mene, Tekel u-Pharsin

Il cavallo che compare in Apocalisse 6,5 è nero e nell’ottica di un’opera di cui niente deve essere cambiato, persino nella lettera, quel colore esprime un significato.

Il primo che sale alla mente è il nero della notte, un nero che scritturalmente sintetizza le tenebre antitesi della luce venuta nel mondo come recita il Prologo di Giovanni.

Questo non significa che cavallo e cavaliere siano in lotta con la luce, ma che conoscono quelle tenebre, come un madre lingua conosce quella lingua, come Arminio conosceva le legioni .

in CEI ’74 le occorrenze di “notte” sono 339, mentre non sappiamo, noi, quante notti famose si raccontino nella Bibbia, ma questo non impedisce il nostro discorso che farà riferimento alla notte della caduta di Babilonia, quando durante il convito appare la mano che scrive il celeberrimo Mene, Mene, Tekel u-Pharsin che significa “sei stato pesato e sei stato trovato mancante e il tuo regno andrà perduto (diviso)” a favore di Dario il Medo, così si legge, ma era Dario I.

Quel sei stato pesato richiede una bilancia e tutto il corredo atto a farla funzionare, cioè i pesi. Quella bilancia è in fondo l’arma di un cavaliere disarmato, stando all’equipaggiamento di un soldato, tanto è vero che è l’unico che non può nemmeno ferire, a differenza degli altri tre.

Tuttavia quel peso e misura sono la sua arma, insolita quanto si vuole, ma non ignota laddove si decide la battaglia nella sua strategia, una strategia che però mette gli altri in grado di combattere.

Tutto questo mette in relazione la notte babilonese e il cavaliere senza armi, se quella bilancia non è un’arma. Nel primo caso si pesò la Babilonia storica, nel secondo si misura quella scritturale, cioè di Apocalisse che, nell’economia dell’opera, è colei che occupa più paragrafi, tanto è importante.

Se la prima fu pesata, quindi, lo sarà anche la seconda, ma come? o dove? Insomma cosa della Babilonia apocalittica è messo sulla bilancia? Un primo spunto ce lo dà proprio CEI ’74 e le occorrenze di “notte” che sono 339, offrendo così un primo 33 , quando il secondo comparirà a cavallo, come vedremo subito.

Infatti ἵππος μέλας (cavallo nero) ha un valore ghematrico di 331 (abbiamo solo sostituito l’epsilon con l’eta, ma non è assolutamente la prima volta che parliamo di una profonda contraffazione del greco scritturale) per un secondo 33 che già smonta, in parte, la casualità, ma essa cede del tutto quando si pensi alla battaglia del blog che ha fatto del 35 d.C. il suo cavallo di battaglia, magari nero, con tanto di bilancia perché effettivamente le due misure storiche, cioè il 33 d.C. e il 35 d.C. della crocefissione, costituiscono non due diversi anni, ma due diverse cronologie e storie.

Ecco allora ciò che è messo sulla bilancia: la storia, e quella scritta dalla Babilonia apocalittica è trovata mancante di due anni, è vero, ma che hanno un cabotaggio, storico, enorme perché riassumono due cronologie indipendenti e inconciliabili.

Tutti facilmente possono capire l’abisso che separa il 33 d.C. e il 35 d.C. se pensano alla Tradizione cattolica e al fidei depositum tradito, ma non nel senso che si afferma, ma in quello che nega negando e tradendo il 35 d.C.

Non è quindi questione di lana caprina quei due anni: lì è la frode di una bilancia con pesi e misure falsate, cioè la frode storica e scientifica, quella stessa che il cavaliere porterà alla luce dalla notte violenta che la protegge.

In quei due anni Babilonia sarà trovata mancante, cioè bugiarda proprio laddove giurava la sua parola: il Magistero come diretta espressione di un fidei depositum tradito nella notte del mondo.

Adesso conosciamo il senso di quella bilancia, di quel cavallo e cavaliere, come conosciamo la battaglia che si svolgerà dopo le sue rilevazioni che porteranno alla luce l’ammanco storico e la conseguente frode.

Dunque è il 33 d.C. la roccaforte da espugnare, ma ce ne è anche una sentimentale altrettanto importante ed è il Natale del 25 dicembre. Non ha un grosso valore strategico o militare, ma simbolicamente rappresenta quanto di più caro a Babilonia.

Quel Natale, infatti, fa parte della sua notte e i vangeli in questo convergono fermando l’occorrenza a 25 (26) per “notte”, caduta la quale Babilonia non solo sarà espugnata laddove si riteneva inviolabile, cioè al 33 d.C., ma anche laddove celebrava la sua Santa menzogna, la più cara, la più dolce quella che dispensava i regali e istruiva i coretti bianchi, per un “Tu scendi dalle stelle” o regina del mondo.

Due obbiettivi per un’unica grande battaglia che passerà alla storia servita sul piatto di una bilancia.

Errata: le occorrenze di “notte” nei vangeli sono 26, ma fa lo stesso: sempre quella festività è, anzi, proprio la lapidazione di Stefano ci parla della violenza che copre la frode.

Chiave di basso

Abbiamo fatto correre i cavalli di Apocalisse, forse addirittura per far salva una tradizione di famiglia, se mio nonno, da dietro il Desco di ciabattino, amava ripetermi che : “Nell’Ambra si vedevano i cavalli. Dopo il Concilio di Trento non si sono visti più”.

Una memoria di paese che con me, Dottore in fondo, su!, diviene ricerca e resoconto ordinato, sebbene per categorie, tipica di un blog, ma di uguale effetto, per dei nipoti ovunque, persi nello spazio e nel tempo, a cui anch’io dico: “Nell’Ambra si vedevano i cavalli” e che siano loro, poi, non più a tramandare una memoria, già salva, ma a farne studio, persino scienza.

Siano loro a liberare la Scrittura, solo altrimenti bella che come l’avvicini ti affascina, come la leggi ti capisce. Sia gioco sulle prime, siano le mie notti, quelle dei Re, anzi, “Certe notti” che la Scrittura “è calda e dove ti porta lo decide Lei”.

Ma anche al mattino, anche ora, cioè “Quando la Bibbia gioca con i numeri” che vediamo in quell’ordine equestre non solo un mondo a rovescio, se di un’Inghilterra, patria di Alice, purosangue inglese che elessi a mio cavallo, sebbene pazza, ma buona come il pane, finché il sangue, tanto, forse persino troppo, non le saliva alla testa, di me e di sé.

Mai disarcionato, però, sebbene ella istruì che cinque non potevano “essere” in “stalla”, non perché numero di troppo, ma perché alla calma sedata, poteva seguire l’ira furibonda, totalmente fuori controllo, segnando un indole priva di un equilibrio scritturale, di un aplomb che sì, il mondo consegna, ma che la Bibbia non trova.

Un mondo rovescio, per questo dicevamo, se l’Inghilterra è l’ippica, quella che conta, perché Apocalisse la manda a piedi: i cavalli son quattro e giungono sino a Tiatira: Sardi è truppa, come lo è Laodicea anch’essa fregiata dalla “grande ippica”,ma poi, lassù in cielo, ad essa assiste.

Vedete come Apocalisse rovescia il mondo riscrivendolo? Sì, lo riscrive, perché il più bel cavallo è in una scuderia di campagna ed è nero: di Pergamo. E’ il suo cavaliere che lo ha eletto, la Bibbia “gioca” così, perché noi indaghiamo l’ordine equestre e quel cavallo è terzo, ma anche secondo, cioè è 3 ed è 2 è 32, il 32 d.C. quando Gesù inizia il ministero ed esce dai riflettori del mondo (ἀρχόμενος) per divenire Messia.

Non è più leader: è Dio e si mette alla testa del movimento fondato da Giovanni, gettando il guanto di sfida a un’intera classe sacerdotale all’ombra del tempio, lo zelo verso il quale (Gv 2,17), diviene Passione, diviene Black passion, come il nome del Suo cavallo.

32, cioè 23 rovescio chiave di una genealogia lucana estremamente complessa e articolata, ma anche anche Salmo, di un Signore “Divin pastore”, non leader secondo il mondo e per questo Black passion ci parla di grano, orzo, olio e vino.

E’ un salmo quello che ci parla di Black passion, se mai ne sia esistita la razza che io conosco, però, e so che l’importante è rimanere bassi, altrimenti morde “tirando a far peggio”; ma anche sa ringraziarti voltandosi, nitrendo sommesso, basso, basso più basso per giorni, come esigeva da te; sa ringraziarti, dicevo, della fatica, pur sapendo che son gli ultimi giorni prima del macello, cioè prima de “il limitar… di sua vita mortale” che tu non sapevi. Hai capito dopo.

VitaminlaDy

Lasciate briglia sciolta e ogni speranza, per questa volta. Lasciate che il mormorio divenga voce, anzi, nitrito se cavallo già ha scritta la sua occorrenza ed è 6, un 6 falso profetico appartenente al χξς di Apocalisse che diviene numero e nome d’uomo: Caino, lo sappiamo.

Non sappiamo, però, cosa quella carica di cavalleria scomponga o assalti perché se ne son viste di tutti i colori (giallo, verde , giallastro verdastro,  rosso, nero e bianco) ma nessuna direzione, quasi una parata sciabola alla mano e nient’altro, ma non è così alla luce di quel 6: l’obbiettivo è il colonialismo scritturale falso profetico che orba urbi et orbi.

E’ dunque una battaglia in cielo


di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

 caro sessantotto, non sulle e nelle piazze, in cielo: e tu te la sei persa – o la perderai- ma hai fatto il tuo: lo sei quello verde, è indubbio.

Sei parte della cavalleria, della carica: sei cavaliere perché è nell’occorrenza, di nuovo, la logica di quell’assalto e “cavaliere” è di nuovo 6 come per cavallo e non è un cavillo: tutt’altro.


Ha precipitato in mare cavallo e cavaliere” 

si  legge ed è Legge, ed è Esodo e dunque il binomio è biblico e non a caso ha la stessa occorrenza: 6

Quel rango è serrato e galoppa: mieterà la sua messe di grano, orzo, olio e vino perché l’occorrenza, di nuovo, ci parla di chi guida se è 56 quella di “cavalieri”, quando noi l’abbiamo scritto: il cavaliere del cavallo nero è colui che calcola, colui che guida perché dà le misure ed è la testa ed è alla testa e dà alla testa. Non a caso. Allora, l’occorrenza di “cavalieri” ci narra di tutto ciò se è 56, per un 65 rovescio che diviene 6,5 il versetto del Cavallo nero apocalittico.

Non è un’accozzaglia, è gente in gamba quella che è lassù nei cieli e dà la carica. Nessun dorma. All’alba vincerò.

Ps: io un post così brutto non lo vendo, lo regalo. Toh, vitaminlaDy!

Pps: il nick è in vendita, però.

Da Gandhi a Giovanni: tecnica di una vittoria

Introduco il post con un argomento solo in apparenza non in linea con il suo contenuto, ma è quello, però, che ha istruito la riflessione. La Chiesa fonda il proprio ecumenismo e il proprio dialogo su un assioma: la Sapienza ha istruito tutti, cioè in tutte le culture c’è traccia di Dio. Ed è giusto anche per noi, come vedremo.

Qui l’argomento dovrebbe prendere un’altra piega, ma noi evitiamo di farlo per passare subito al punto riassumendo la cosa importante, cioè cosa abbiamo di fronte:

Cavallo verde o giallastro; Cavallo nero; Cavallo rosso; ; Cavallo bianco.

Ognuno ha un ruolo:

Il cavallo verde semina morte

Il cavallo nero raccoglie grano, orzo, olio e vino

Il cavallo rosso scatena la guerra

Il cavallo Bianco la vince

Il primo cavallo abbiamo scritto essere il ’68 di cui noi non a caso abbiamo altresì scritto che non sa: è movimento umano, troppo umano per sapere che la guerra non è contro i principati del mondo, ma quelli maligni del cielo, come scrive Paolo (Ef 6,12 per un 6 6 6 falso profetico).

Il cavallo nero sa, ma esce da un contesto di misure, come a dire che è il tenente artigliere che misura il lancio, ma non lancia, comunque sa di Paolo.

Il cavallo rosso accende la miccia e spara: scatena la guerra e sa pure lui.

Il cavallo bianco la vince e sa.

Gandhi sosteneva che: 

Prima ti ignorano

Poi ti deridono

Poi ti combattono

Poi vinci

Ed ecco quegli stessi cavalli, quello stesso schema per una vittoria che è progressione storica o presa di coscienza storica universale, cioè sapienziale, che la guerra, in realtà, come scrive Paolo, è contro i maligni principati del cielo, contro Satana e i suoi diavoli.

Diavoli che secondo noi non solo falsato il greco scritturale impedendo la lettura ghematrica per altro fondamentale in Apocalisse, ma anche il testo, come è avvenuto nel resto delle Nuove Scritture e nelle Antiche.

Insomma la Sistina ha riscritto tutto a suo uso e consumo andando oltre l’inimmaginabile: Apocalisse, che mette chiaramente in guardia dal falsare sia pure una sola lettera, quando la “Iota” già era stata fatta salva da Gesù.

Diciamo subito che potremmo essere stati beffati dal caso, sebbene i calcoli originalissimi che offriremo incrocino alla perfezione il Vangelo di Giovanni, lo stesso autore di Apocalisse, per cui non usciamo da un ambito psicologico, culturale e scritturale tipico, anzi, esso ci permette di affermare che quel Vangelo sta ad Apocalisse, come Apocalisse sta a quel Vangelo perché solo la loro intersezione permette di comprendere la profonda unità concettuale e scritturistica.

Infatti noi a suo tempo abbiamo ipotizzata una scala cronologica che detta l’intervento di cavalli e cavalieri ed essa è 3 anni, quando il “la” del pentagramma storico si ricava dai versetti 6,8 (cavallo verde o giallo) a cui si sottrae il versetto 6,5 (cavallo nero) per poi immaginare un 1968 (’68=v. 6,8) e un 1965 (’65=v. 6,5) e ottenere una differenza di 3, ossia 3 anni e così ricomporre il quadro cronologico di Apocalisse relativo all’intervento dei cavalli, cioè ’68 ’65 ’62 e ’59.

Per curiosità, però, ci siamo spinti oltre a ciò che già sembrava arbitrario: abbiamo sommati quegli anni immaginandoli versetti, per cui

’59 (cavallo bianco) è v. 5,9

’62 (cavallo rosso) è v. 6,2

’65 (cavallo nero) è v. 6,5

’68 (cavallo verde) è v. 6,8

________________________                                     

Totale                           47

questo perché abbiamo sommato i numeri interi e decimali singolarmente per poi sommare i loro prodotti cioè 23 (5++6+6+6) + 24 (9+2+5+8) per ottenere 47 (23+24=47) quando tra i 46 e i 47 anni Gesù rivela il piano omicida del Sinedrio in Gv 2,19-20 e dunque entra in scena la morte in un Vangelo che è un’unica grande Passione istruendo essa la cronologia profonda.

Curioso, allora, diviene l’occorrenza di “cavallo” nella Bibbia che richiama essa stessa quella morte, cioè la Croce, ossia il 35 d.C. a dispetto del 33 d.C. posticcio e sempre fuori asse come un riporto soggetto ai venti, storici.

Tale occorrenza è, infatti, 35 e sta lì a dirci che tale anno è il senso profondo di quella battaglia che nasce ignorata, poi è derisa poi è combattuta e poi vinta come a suo tempo fece Gandhi, ma contro, però, un colonialismo scritturale che la dice lunga alla luce di un’altra occorrenza neo testamentaria sempre di cavallo, cioè 6 quando esso, lo sappiamo a memoria, rappresenta il falso profetismo

Inoltre appare chiaro che la crosta che copre il grande affresco di Apocalisse ha perso smalto e, a un’indagine del dettaglio, l’originale emerge dicendoci che l’opera di falsificazione è andata ben oltre, scombinando l’impianto bibliografico dell’opera almeno relativamente ai cavalli, lasciando a noi il dubbio di cosa sia andato perduto in Apocalisse se tale falsificazione non si è limitata semplicemente a riscrivere capitoli e versetti credendo scioccamente di ovviare alla maledizione ereditata in caso contrario (Ap 22,19).

Nel Gravatar di questo blog ho scritto, relativamente al motto, che “non esiste la forma perfetta, ma il contenuto ideale” e tutto ciò fa al caso nostro se quel contenuto smentisce la forma.                                      

Orzo, che Passione!

Scrivo questo post a coloro che credono e credono la Bibbia ispirata, cioè Verbum dei che non falla se non lo si induce. Essa esprime certamente i suoi alti concetti ma, al contempo, le sue piccole prove che avvalorano gli stessi grandi concetti, come la Passione e morte. Ma in che anno?

La tradizione cattolica apostolica romana (tutto maiuscolo) afferma ferrea in preda a un rigor mortis che fu il 33 d.C.; il mondo accademico, ispirato dalle grandi scuole anglosassoni, crede lo stesso, in preda a un rigor non mortis, ma british che già la sua lettera, la Lettera a Sardi, introduce nel mondo.

Io, unico in quello stesso mondo, vado peregrinando di Chiesa in Chiesa del villaggio globale, ma pellegrino del ceto più basso come scriverebbe “il russo”. Ed è così che offro un mio 35 d.C. frutto di accurate ricerche e resoconti ordinati sebbene alla maniera 2.0 (se ci sia un 3.0 non lo so) cioè per categorie e in un blog.

E’ un 35 d.C. che nasce lontano, 24 anni fa, ormai, e che mi ha presa la vita senza riscatto perché a 53 anni ciò che è fatto è fatto; se non hai fatto non fai più.

Ma ti sorprende il senso unico, è vero, ma giusto della tua vita quando tracci le occorrenze bibliche, quel sussurro all’orecchio della Parola e noti che orzo ne conta 35, come il tuo 35 d.C. e corri subito a vedere quando l’orzo era mietuto e leggi, per bocca degli stessi ebrei (esempi a iosa), che i giorni erano esattamente quelli della Passione, della tua passione, cioè sia di Cristo che tua.

!4-15-16 di Nissan si mieteva l’orzo, mentre sul Golgota si raccoglieva un’altra messe, che non è l’orzo e le sue occorrenze, ma frutto anch’essa di un semina che ha prodotto orzo: il 35 d.C. Il resto (33 d.C.) è zizzania, neanche buona per un caffè leggero, leggero.

Riassumo tutto con un sillogismo


Le occorrenze di “orzo” sono 35


L’orzo si mieteva a Pasqua


La Pasqua dell’Agnello cade il 35 d.C.

Mi raccomando: rispettate la tradizione: fatevi gli auguri di Buon Natale…Cupiello, però, che quello di Gesù è il 10 agosto

J’adore Dio(r)

Continuiamo con la nostra Lettera a Filadelfia che cela ancora sorprese, quelle stesse che emergerebbero da una vita coniugale “non amata”, lei che, invece, è amata da Gesù perché si legge “che io, ti ho amata” e tutti lo sapranno.

Ieri parlavamo di una sposa bambina, quella stessa che sale all’onore della cronaca, ma non allo spirito di Filadelfia che è lo stesso, cioè onore: nessuno ci fa caso. Nessuno ha notato che non è amata ed è stata rapita all’amore con violenza e Terrore.

Essa è stata usata e abusata intenzionalmente perché quel contratto di matrimonio era necessario per una logica di potere e denaro che ha chiesto sangue come firma: “O mia o di nessun altro, Parigi o cara!”

Poi si sono inventati quattro mura scalcinate, domestiche in vero, ma senza finestre: ” Che nessuno veda e senta!”.

La Rivoluzione.

Liberté, Egalité, Fraternité  erano i gerani sul pindarico’attico recinto: “Che sia mai il volo!”. Lì ti rifugiavi e nient’altro, per uno spasmo d’amante, ma lontano, chissà dove e dov’è!.

Tutti hanno visto i fiumi d’inchiostro dell’Ancien régime convolato a nozze che scorrevano sotto, sotto, ma lo stile era bello: “Che belle parole…Liberté, Egalité, Fraternité… e che bel matrimonio! Vive la France! Vive la révolution! Vive l’Ancien!”.

“Ma io, ti ho amata”

Ecco tutto, perché sorriso tra le lacrime di un’attesa che è prova. “Si prostreranno ai tuoi piedi, vedrai!” Si prostreranno ai tuoi piedi e l’anello sarà “occorrenza”: quel 60 che indica lo Strong e che ci parla di una bestia e di una bella.

Lo hai sposato contro la tua volontà, il mostro, la bestia, ma mai hai sussurrato “Je t’adore”. Mai! Hai preso un anello,  ma non il marchio di schiava e sempre sei stata alla finestra del tuo onore, scostando appena appena le tendine per vedere se Lui arriva e poterlo urlare allora: “Oui! Oui! Je t’adore aussi, mon amour!”

Alle altre della terra toccherà il bel-letto, un barbatrucco a cui pensavano di sfuggire perché: “Mica son la più scema! Così fan tutte!” ma le vedremo a una a una quando le lacrime scioglieranno il trucco e spunteranno i baffi del barbatrucco, per un’ora della prova mai piaciuta, a dispetto, pure, dell’adagio. Sì, tutte di corsa.

 

Dalla profezia alla medicina: Geremia è Luca

dnaLe sinapsi cerebrali sono un intricato bosco e sottobosco che ha strade, sentieri e viottole tutti percorsi e quando la tua mente vaga, magari in auto, fa un viaggio a volte nella memoria, a volte nella ragione, altre nella fantasia che non è realtà, ma spesso ci si avvicina se per istinto, intuito, ispirazione o per sangue qualcosa ti dice che sì, sei nel giusto.

Quel giusto è un contesto che già parzialmente avevi scritto nella tua testa e che si rivela fondato alla luce della fantasia, come un fiocco, però, sul pacco che già avevi sul tavolo freddo della ragione.

E’ così che mi rivolgo ai fratelli Ebrei, io Ebreo di nonna e nonno paterni, se Mucci e Parigi sono ebraici e lo sono. Lo sono fino al tal punto che mi rivolgo agli Ebrei per chiedere che loro dicano che Luca discendeva da Geremia, per questo di nobilissima famiglia ebraica, per questo Dottore.

Gli Ebrei sanno, nessuno sa più di loro e ha più memoria di loro che hanno scritta la Bibbia per non dimenticare. Lo dicano che io dirò un sogno bellissimo di cui non svelo il finale, un sogno che mi vide di fronte a un gladio romano e alla parola προφήτης (Gv 1, 21).

Sulle prime scelsi il gladio, cioè la morte cruenta; poi dissi “profeta”, quando tre dei Maggiori lo furono in esilio, una condizione di schiavitù che sempre accompagna e caratterizza la profezia che non è esaltazione delirante, ma messaggio di Dio.

Dicano di Luca e il suo strettissimo legame di sangue con Geremia che nessuno sa nulla, tranne me e loro. Facciano grandinare dal cielo, silente per mezz’ora (Ap 8,1 cfr. adultera Gv 8), quel cielo che noi e solo noi abbiamo detto essere Israele che deve ricordare  “dove è caduto” (Ap 2,5) perché tu sai.

Quella grandine tutti la vedono simbolica, ma nessuno ha pensato, nessuno ha pesato, tranne Ravasi ed io, quei chicchi enormi di 35 kg, perché a tanto ammontava un talento che Giovanni non indica a vuoto, ma sa che quel 35 kg è la chiave del tempo, un tempo che è anche meteorologia.

La grandine non fa danni in città, la grandine è l’enorme flagello della campagna, una campagna che caratterizza l’habitat del cavallo nero, nero come la notte della presa di Babilonia delle genti e della loro storia; il cavallo nero di Apocalisse 6,5 il cui cavaliere ha in mano una bilancia che è simbolo di misura, come misura è un talento, se di 35 kg.

Esso, il talento, si oppone al 33 se 33 d.C. è l’anno della crocefissione e dunque quella grandine ha un contesto già scritto ed è geografico, politico: è Pergamo, l’Italia e dunque cattolico, patria e Chiesa, cioè, di una Tradizione cronologicamente modificata, per una messe che non è grano, ma grana, grana denaro, ma anche grana grandine.

Lo dicano, allora, gli Ebrei di un Geremia avo di Luca che io e loro lo sappiamo e la loro messe diventi la loro grana, in tutti i sensi, mentre io segnerò la mia viottola che conduce all’ermo colle, quella solitudine profetica che caratterizzò la vita di Gere’ e mia.