Il drago e la donna, il tempo e la storia

donnaLa lettura di Ska e del suo secondo volume de Introduzione all’Antico Testamento, ed. kindle, seppur all’inizio, ha già prodotto un risultato davvero sorprendente, perchè unisce la sua grande conoscenza del testo biblico alle mie nozioni ghematriche e cronologiche. Il risultato sarà il lettore a valutarlo, ma sin d’ora posso scrivere che, a mio parere, il connubio è davvero brillante.

Ska si sofferma, nelle prime pagine, sulla medianità del quarto giorno della creazione che risulta essere il centro di due terne di giorni (3+1+3) facenti parte di una settimana. Prima di questo ben spiega -davvero mi ha sorpreso- che “il mondo è tempo; l’universo storia”. Frase carica di effetti e di pensiero.

Quel quarto giorno, mediano tra due terne di giorni, Dio lo dedica alle luminarie dell’universo, quindi alla storia, che sono il sole, la luna e le stelle, certamente da sempre luce ai viandanti (gli uomini e le donne, come vedremo), tanto che Apocalisse ne ha compresa la funzione da farne metafora, se metafora è l’ampliamento di un concetto.

Ecco allora che quel sole, quella luna e quelle stelle accompagnano la figura più pura di Apocalisse, quella certamente più poetica, cioè la Donna vestita di sole, con una corona di dodici stelle e la luna sotto i suoi piedi (Ap 12,1).

Sole, luna e stelle, tutti elementi naturali che Ska “usa” per misurare non il tempo ma la storia, una storia che come la donna si colloca nel cielo, così essa si colloca nell’universale, uscendo dal tempo, cioè dal mondo.

La creatura che Ella è destinata a partorire è l’υἱός (Ap 12,5) che ha un valore ghematrico di 486 quando, se ridotto a un calendario, esso segna il 486 a.C. (trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor, asceso al trono nel 523 a.C., quarto anno di regno di Joachim secondo Ger 25,1 e secondo noi), calcolato, quel 486 a.C. indipendentemente perchè frutto di una cronologia bimillenaria e, per quanto ci riguarda, ventennale.

La Donna, allora, non partorisce più un figlio simbolico, ma un figlio la cui storicità non sarà più messa in discussione, come lo è oggi, perchè come il drago e la donna si collocano nel cielo (Ap 12.1-3), cioè nell’universo che, è bene ricordarlo, è storia secondo Ska, anche il figlio godrà degli stessi attributi universali, in quanto anch’egli appartenente al cielo e dunque alla storia di cui è figlio legittimo, a differenza di un 567 a.C., come vedremo.

Compreso questo, risulterà anche chiaro perchè quel 486 a.C. segni l’esatta datazione dell’eclissi descritta da VAT 4956 che la scienza, il tempo, il mondo, collocano illegittimamente nel 567 a.C., quando la cronologia biblica partorisce, facendo emergere dalle cifre (cronologia), un 486 a.C. storico e ghematrico (υἱός Figlio).

La datazione del 567 a.C. è frutto, allora, della scienza, mentre quel 486 a.C. è frutto della Sapienza; l’uno figlio del tempo, del mondo, in una parola, della scienza; l’altro, il 486 a.C., è frutto della Sapienza, della storia universale che non ha bisogno di un forcipe cattedratico che costringa il nascituro a venire alla luce e a vagire: è sufficiente il grido di una madre che ha già in sè tutte le luminarie del mondo, pardon, dell’universo, essa stessa, quindi, luce per un figlio di luce.

Verrebbe da aggiungere che Egli, l’υἱός, è frutto di una relazione amorosa tra Antipa (Ἀντιπᾶς) e la Donna (γυνή) i cui valori ghematrici, rispettivamente 448 e 461, se sommati offrono 909, cioè il 909 a.C. come ultimo anno di regno di Salomone, secondo la nostra cronologia; a fronte, ma sarebbe più corretto scrivere “di fronte” o “davanti” per rispettare la scena apocalittica del parto descritta in 12,1-3, un 931, cioè 931 a.C., ghematria di δράκως. (drago, non δράκων) e ultimo anno di regno di Salomone secondo la cronologia più gettonata (Galil), ma sarebbe davvero troppo sperare che tutte le persone vedessero, in un unico cielo cronologico (909 a.C.), quel segno grandioso descritto da Giovanni: la donna e il drago (Ap 12.1-4).

Daniele e Davide, la ghematria oscura di una profezia e di un regno

La profezia dei 1290 e 1335 giorni di Dn 12,11-12 è una delle più oscure e anche noi ce ne siamo occupati in questo post dando la nostra versione (non parlo di soluzione). Per inquadrare il post con una cornice adeguata, dobbiamo ricordare ai lettori che Daniele non fu un profeta secondo gli Ebrei e l’esegesi cattolica attuale si è adagiata sul filo giudaico, tant’è che ormai la profezia delle 70 settimane si conclude nel nulla, in Antioco epifane, cioè nel pieno del periodo maccabico, lasciando che i calcoli seguano la logica dell’esegesi, piucchè la propria, per altro indefettibile, come abbiamo dimostrato con quella profezia (70 settimane) stessa in questo post.

Dunque Daniele morto e sepolto agli occhi del profetismo ebraico e cristiano-cattolico, come morte e sepolte sono le sue cifre, quasi un matto che dà i numeri, diciamo in Italia. Ma è così? E’ tutto così chiaro, limpido, tranchant come si dice Oltralpe o qualcuno, cioè coloro che lo vogliono morto, gioca sporco?

Sì perchè mi sono imbattuto in una caso davvero curioso riguardante i 1290 e 1335 giorni profetici, caso che solo il lettore può risolvere se in possesso degli strumenti adeguati, neanche paragonabili ai miei che spesso appartengono al mondo del gratis, cioè quell’universo che si attraversa solo con i piedi di piombo.

Il programma che uso per avere una visione di massima nel calcolo ghematrico è questo. Esso offre molti spunti, sebbene esca dalle linee guida del mio calcolo che si affida, per regola, ai nominativi singolari (rarissimamente plurali) e alla prima persona del presente indicativo per i verbi, tutte cose che non fa il programma, offrendo di tutto e di più.

Tuttavia è buono se in testa hai un valore preciso e lo vuoi scandagliare ghematricamente, come i succitati 1290 e 1335 giorni, di cui offre la ghematria ebraica e greca, ma non in questo caso. In questo caso il programma non conosce lemmi ebraici che corrispondano a 1290 e a 1335 e dire che non sono valori altissimi o bassissimi così da risultare rari o inesistenti.

Non cercate neppure nel web perchè, a un mio, esame pare che nessuno o abbia pensato a una possibile soluzione della profezia riposta nel valore ghematrico secco (1290 e 1335); o, anche coloro che magari ci hanno pensato, si sono imbattuti in un assoluto silenzio, senza pensare che fosse frutto non del caso, ma della complicità ed essa è reato.

Torniamo a chiederci come mai tutto l’intero Antico Testamento ebraico non conosca la ghematria di lemmi corrispondente a 1290  e 1335. Possibile che cifre così importanti tanto da essere oggetto di una fondamentale profezia siano sconosciute al programma? o il programma nasconde la mano perchè complice?

Sì poichè un altro caso, per altro denunciato dal blog, si è verificato con un anno assolutamente importante, forse più importante del 1290 e del 1335 se con tale anno e cifra non solo si ricostruisce l’intera cronologia di 1-2 Re, cioè il 989, il 989 a.C. del primo anno di regno di Davide, come segniamo noi con esattezza; ma anche si fa luce su Apocalisse.

Anche in questo caso il programma non conosce un lemma ebraico dal valore di 989, quando mi pare assolutamente impossibile e un vero peccato che Davide re a Gerusalemme non sia considerato dalla ghematria ebraica. Come non è considerato dalla ghematria greca di quello stesso programma il 419, cifra e anno che riconduce nientemeno, calcolate voi stessi, alla ghematria di Δαυίδ nientemeno, quindi, che Davide, e dire che il calcolo di Δαυίδ è così semplice che lo si fa a mente!

Insomma un calembour di stranezze che colpiscono punti fondamentali della cronologia e della profezia, tanto che ti verrebbe la voglia di invitare chi può a procurarsi un programma serio e metterlo alla prova con i “valori oscuri”, in primis 1290 e 1335; poi 989 e a insistere 419.

Chissà che non ne vengano fuori delle belle, come nel caso di ἡρπάσθη (ἁρπάζω, rapire) che solo casualmente e per ostinazione ne ho cercato il valore ghematrico che è 989, quando il versetto di Apocalisse (12,5) che lo usa ci parla proprio del figlio della donna, novello Davide, rapito dalle fauci del drago e destinato a un grande regno il cui scettro grava sulle nazioni.

Ecco un bel rebus numerico per trascorrere una serata diversa, in compagnia, qualora emerga la verità, di Daniele e di Davide, gente allegra e tiratardi, insomma amiconi, ve lo garantisco.

Gesù e Mosè, le vite parallele dimenticate da Plutarco

PlutarcoC’è un avverbio nei Vangeli che vorrebbe circoscrivere una nota anagrafica ma che ha prodotto un’infinità di illazioni tanto da renderlo capace di presentarsi all’esegesi senza un limite preciso. L’avverbio in questione è “circa” di Luca 3,23, scelto dall’evangelista per indicare gli anni di Gesù.

Universalmente si è ritenuto opportuno tradurre il versetto seguendo proprio quel “circa” che ha sviato tutti conducendo traduzione e traduttori in terreno infido, quello cronologico, che se non chiaro conduce all’inesprimibile mondo della congettura.

E infatti di congetture se ne è fatte a iosa su quel “circa” tanto che la stessa Tradizione cattolica ci ha visto l’inizio del ministero pubblico a “circa trent’anni”; poi si sono sommati i canonici tre anni e mezzo di ministero ed ecco il Cristo trentatreenne che uno, dopo la crocefissione, si sarebbe aspettato di trovarLo in cielo, quando non è neppure sulla terra.

Insomma quel “circa” lucano ne ha combinate delle belle quando si è associato ad ἀρχόμενος (Lc 3,23) che solo sulle prime fa pensare all’inizio del ministero, perchè a ben guardare sta lì a dirci che si cominciò a chiacchierare di Lui, cioè di Gesù, che forse era sulla bocca di tutti, ma questo non significa che avesse iniziato il Suo ministero, anzi ne era ben lungi nel 15 d.C., se iniziò nel 32 d.C.

Sì perchè in un ottica, l’unica possibile, di un Cristo cinquantenne Egli nacque nel 15 a.C., per cui fu “circa” (ecco il senso) il 15/16 a.C. quando Gesù divenne ἀρχόμενος, cioè personaggio pubblico, ma non Messia proclamato, per quello bisognerà aspettare Nazaret, quando rivela la Sua missione e divinità leggendo Isaia 61, cioè nel 32 d.C. a “circa” 17 o 16 anni di distanza.

Prova ne è che Gv 2,20-21 ci ha tramandato i 46 anni necessari per la costruzione del secondo tempio, quando l’edificio subito l’evangelista lo associa a Gesù, anch’egli quarantaseienne al momento del dialogo.

L’imbarazzo lucano tra l’altro è testimoniato da due conti possibili che conducono al Gesù ἀρχόμενος. Uno lo abbiamo già illustrato e lo riproponiamo nella tabella a suo tempo pubblicata che dimostra come dall’esodo si giunga, scalando di 480 anni, al 15 d.C., passando per tappe fondamentali della cronologia biblica. Ecco la tabella, consultate la prima colonna

 

SEDER OLAM RABBATH CRONOLOGIA CHIUSA CRONOLOGIA APERTA
1425 a.C. Esodo -480 anni 1423 a.C. Erezione della Dimora (Es. 40,17) -486 anni 1425 a.C. esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Quarto anno di regno di Salomone. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni 937 a.C. Dedicazione del tempio -486 anni 945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse Rientra Esdra. Iniziano i lavori al tempio -480 anni 451 a.C. Rientro di Neemia. XX° anno di regno di Artaserse. Pronunciata la parola sul rientro (Dn 9,25) -486 anni 465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse. Rientra Esdra. Iniziano i lavori per il II° tempio -46 anni indicati da Gv 2,20 per i lavori
418/9 a.C. Dedicazione e anno giubilare -9 cicli giubilari (450 anni)
15 d.C. Gesù ἀρχόμενος (Lc 3,23) 35 d.C. Crocefissione. E’ dedicato il nuovo tempio in Cristo 32 d.C. Inizio del ministero pubblico. Anno giubilare e

Come è facilmente comprensibile dall’esodo si giunge esattamente al 15 a.C. cioè a quei “circa trent’anni” lucani se Gesù è nato nel 15 a.C.

L’unità di misura adottata potrebbe dar adito a dubbi anche se individua con estrema precisione le tre date cardine dell’anagrafe gesuana (15 a.C.; 32 d.C. e 35 d.C.). Per questo motivo illustreremo il motivo per cui quel 15 d.C riassume la locuzione lucana finora priva di un esatto contesto cronologico, perchè si colloca nell’ambito del Cristo cinquantenne di Giovanni, Policarpo e Ireneo e non del trentenne in carriera sinora proposto.

Per spiegarci dobbiamo ricorrere prima a una nota ghematrica; poi ai calcoli possibili con il calendario delle settimane. Infatti la ghematria di Μωϋσῆς è 1454 a.C. ed è un valore mediano tra la sua nascita (1485 a.C.) e l’esodo (1425 a.C.). Noi, già a suo tempo, lo abbiamo assunto come l’anno del rientro in Egitto, quando ancora Mosè era ben lungi dal potersi considerare il personaggio chiave dell’Antico testamento.

Di Gesù abbiamo detto che a “circa trent’anni” si cominciò a parlare di lui e così diremo di Mosè in quel 1454 a.C., perchè pure lui divenne prima personaggio pubblico, poi quello che sappiamo.

Il calendario delle settimane fa al caso nostro perchè ci permette di capire se l’intera esistenza di Gesù e Mosè sia legata a doppio filo, stabilendo una specularità che già l’esegesi ha da secoli descritta, Scrittura alla mano.

Tale calendario, come nel caso dell’anno di nascita, individua 5 cicli lunghi esatti di 294 anni (1470 anni) tra il 1454 a.C. e il 16 a.C. quando noi lo abbiamo scritto che l’imbarazzo lucano non è facile approssimazione, ma lavoro scrupoloso, così scrupoloso che si è preoccupato di dirci che le fonti (i conti) sono due e conducono l’uno al 15 a.C.; l’altro al 16 d.C., in ogni caso a “circa trent’anni” se Gesù è nato  nel 15 a.C., locuzione che non esprime l’inizio di un ministero ma un chiacchericcio di piazza, cioè un’eco di quello che avverrà alla corte del faraone (Tuthmose III), prima; a Nazaret, in sinagoga, dopo.

Insomma possiamo chiedere pubblica ammenda a Plutarco, che nelle sue “Vite parallele” si è dimenticato di Gesù e Mosè, nati all’interno di uno stesso calendario, come abbiamo visto qui) ed entrambi chiacchierati in piazza, prima di mettere a tacere le voci o forse darle credito. Ma si sa, è la sorte dei grandi, prima che lo divengano.

 

Il pane dal cielo

paneHo letto il primo volume di Gesù di Nazaret, opera di Ratzinger e tra i vari spunti che mi hanno colpito, uno su tutti lo trovai sin da subito particolarmente interessante. Dico però che spero vivamente che la memoria non mi tradisca tanto da attribuire quanto sto per dire nientemeno che a un Papa, quando l’osservazione, magari, appartiene a un altro.

Tuttavia sono abbastanza sicuro di aver letto nell’opera citata che, sebbene si reciti nel Pater “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, non esiste la traduzione di ἄρτος (pane), cioè non esiste o non è sicuro che si tratti di “pane”, insomma non sappiamo cosa sia quell’ἄρτος.

Tutto ciò non vuole dire che siamo autorizzati a immaginarci l’inimmaginabile, solo che sull’esperienza fatta con il greco neo testamentario il sospetto della falsificazione viene e credo si possa dubitare di quel “pane” e dello stesso fornaio.

Forse è per capriccio che aggiungeremo una iota tanto da farlo lievitare un po’, quel pane, e permettere che divenga ἄρτιος che collocheremo in Gv 6,31-32 citandolo

I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo»

In questi versetti non è che si contrapponga la manna al pane, di cui nenanche sappiamo tutto, per cui non si contrappone Mosè a Gesù, perchè se quell’ἄρτος iniziale è divenuto ἄρτιος è chiara sin da subito, data la sua definizione , l’idea del superamento, cioè del nuovo pane quello, vorrei dire, essendone un divoratore, fresco che tutti prediligono.

Questo superamento, oltre che essere un tema fondamentale dei Vangeli che non abrogano la Legge, ma la completano (Mt 5,17), è insito nella definizione stessa di ἄρτιος che ha nei suoi significati l’idea della perfezione e della completezza -se non addirittura quella di “pronto” e “preparato” tipico di un cibo- tanto che il senso dei versetti lascia trasparire il fine del dialogo, cioè Mosè vi ha dato la manna, come cibo, io,  Gesù, vi do ciò che è completo, perfetto e pronto superando il pane esodale.

Il calcolo ghematrico allora che si ricava dal passo è davvero sorprendente, perchè ἄρτιος ha un valore di 487 quando il 487/486 a.C. è l’anno che secondo la nostra cronologia segna l’eclissi descritta dal VAT 4956 che coincide con il trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor.

E’ in quell’anno che la cronologia biblica potrebbe divenire storica perchè si avvarrebbe di un’osservazione astronomica grazie alla quale, dipendentemente dall’esito, la cronologia biblica affermerebbe a gran voce le sue ragioni.

Anno, il 487/486 a.C., per altro già incontrato più volte e più volte ricondotto a υἱός (figlio, Ap 12,5) quello stesso Figlio che promette non più la manna ma il cibo adatto, perfetto cioè spirituale, in una parola ἄρτιος,  sfuggente ai più, ma non alla ghematria che sa collocarlo in una cronologia che, qualora, l’eclissi del VAt 4956 fosse ricalcolata e ci desse ragione, sarebbe essa stessa ἄρτιος cioè perfetta, come suggerisce uno dei suoi significati.

 

 

 

Υἱὸς e τέκκνος: l’universale e il particolare. Le due dimensioni del Natale cristiano

Un post brevissimo in ossequio all’adagio che consiglia di battere il ferro finchè caldo. Ricordo che nel post dedicato alla sottrazione dei valori ghematrici di υἱὸς e τέκκνος ci siamo momentaneamente dimenticati di dire che non si tratta solo di ghematria ma di storia, in particolare cronologia.

I valori che lì abbiamo indicati riconducono, infatti, al 486 a.C.; al 471 a.C. e al 15 a.C. Il primo e l’ultimo sono interessanti perchè il blog da sempre indica la data dell’eclissi descritta dal VAT 4956 nel 486 a.C. e non nel 567 a.C. Quindi in ballo c’è un’intera cronologia, perchè quel 486 a.C. ha una genesi lunghissima tanto da coinvolgere, per esempio, ma solo per esempio, l’intera cronologia di 1-“Re.

Se sottraiamo 486 al 15 a.C. otteniamo 471, cioè la somma degli anni necessari per raggiungere il 15 a.C. partendo dal 486 a.C. la ghematria di τέκκνος non a caso indica 471 perchè da υἱὸς (figlio, Ap 12,5) si giunge al τέκκνος, sempre figlio e qui sarebbe davvero interessante per la dottoressa Chiara Barilli indagare come mai la cronologia faccia questa distinzione, parlandoci dell’υἱὸς prima di Cristo e del τέκκνος dopo.

Forse è nella storia, nella sua cronologia la ragione della diversità lessicale e non sta a noi investigarla: noi possiamo solo evidenziarla e considerare che da un piano strettamente storico si giunge ad uno anagrafico, come se tutto dipendesse dalla dimensione: universale l’una; storica, particolare anagrafica l’altra. E magari queste due accezioni si nascondono nell’υἱὸς e nel έκκνος.

Buon lavoro