La storia di Anna

annaPur non avendo consultato il web, credo che la figura di Anna, Anna la profetessa, sia messa a margine dalla grande esegesi. Figura femminile che passa in sordina nei Vangeli, se solo Luca ne parla incidentalmente per dirci, in apparenza, che una vecchietta di ottantaquattro anni aspettava il Messia e Lo vide. Poi magari morì, soddisfatta.

Eppure, a uno sguardo più attento, ella appare figura molto complicata: prima donna a riconoscerLo, è vero, ma anche ultima profetessa e questo la proietta nella grande storia di Israele, magari quella non scritta se il profetismo, stando al panorama attuale, non ha né capo, né coda.

Noi, nel nostro piccolo (un blog è di per se stesso, piccolo) abbiamo invece visto e scritto che quel profetismo nasce in Natan e accompagna gli albori della monarchia di cui segue le tracce.

Un profetismo che scompare nell’orizzonte universale nel 587 a.C. per poi riemergere con Anna nel 99 a.C. cosa che ne fa un fenomeno carsico, un fiume che scorre sotto la storia e che per questo la alimenta, cioè ne alimenta le radici.

Quel fiume scompare nel 587 a.C., abbiamo scritto, e scompare per ragioni altre, ragioni che si collocano nei nostri secoli, se la datazione dell’esilio è “roba -o robaccia-” nostra. Quel 587 a.C. distrugge l’asse cronologico biblico, cioè 1-2 Re, spina dorsale del corpo profetico il quale, dopo di allora, striscia ai piedi del secolo.

E sempre quel 587 a.C. costituisce un vulnus (ferita) in una spina dorsale che si colloca dietro le spalle del corpo biblico, per cui il colpo è stato inferto a tradimento, cioè all’ombra del secolo e magari in luogo santo (Υαθικανος), come accadde a Zaccaria, “ucciso tra il tempio e l’altare” (Mt 23,35)

Tutto questo ce lo consiglia la ghematria di Ναταν (Natan) che è 402 la quale, se sottratta al 989 a.C., inizio del profetismo, cade nel 587 a.C. e data l’esilio babilonese che la Bibbia non conosce, né riconosce. Tuttavia, proprio perché profezia, la Bibbia ha lasciato nei profeti il suo testamento, cioè un ultima profezia che è appunto quel 587 a.C. che emerge grazie alla ghematria di Natan, capostipite dei profeti.

Se la ghematria ha fatto luce sul primo profeta, che ne è dell’ultimo? Che ne è di Anna alla luce della ghematria? Possibile che sia il primo profeta (Natan) che l’ultimo (Anna) siano legati dal calcolo ghematrico? Se Natan ha profetizzato la morte della profezia con il 587 a.C. calcolabile con la ghematria del suo nome proprio, Anna di cosa è capace?

Partiamo dal valore ghematrico del suo nome proprio greco (Ἅννα) che è 102 e sottraiamolo al 588 a.C. (assedio di Gerusalemme precedente la deportazione del 587 a.C., sebbene datazione fluida che però non impedisce l’identità di sostanza con il 586 a.C.) che a noi risulta, lo abbiamo scritto, essere l’ultima profezia. Così facendo otteniamo un 486 di differenza e cifra a noi non sconosciuta, perché riconduce all’anno biblicamente esatto dell’eclissi descritto dal VAT 4956 che il blog data nel 486 a.C.

Ho scritto il blog, perché la scienza è certa di un altra datazione, cioè il 567 a.C. (ghematria di Υαθικανος) tanto che da quell’anno, che considera assoluto, essa ricava, dopo l’assedio del 588 a.C., quel 587/6 a.C. dell’esilio babilonese, quello stesso che noi diciamo abbia uccisa la profezia.

Dunque, Anna, parrebbe abbia fatto il suo mestiere e come Natan ha profetizzato quel 587 a.C., così ha ha fatto la profetessa andando però alle sue origini, cioè al Dies Natalis della menzogna (567 a.C.), perché grazie alla ghematria del suo nome proprio individua il trentasettesimo anno di Nabucodonosor, sebbene collocandolo non nel 567 a.C., come fa la scienza, ma bensì nel 486 a.C. come fa la Bibbia; come fanno i profeti e, paradossalmente, come fa il blog.

Oltre a questo, la ghematria sempre ci dice che 486 è la ghematria di Υἱός (Ap 12,5) il “Figlio” della Donna vestita di sole di cui ci parla Apocalisse, per cui non è un caso che l’anagrafe di Anna riportata da Luca (Lc 2,36) conduca a Betleem, come abbiamo visto in questo post in cui i 99 anni di Anna coincidono con la ghematria di Βηθλεεμ dicendoci che la profetessa è legata al Bambino  più di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Dunque Anna non solo si colloca, grazie a Luca, nel tempio, ma si colloca anche nella storia e la sua visione si fa, da particolare (tempio), universale (VAT 4956). Ella, insomma, esce dalle pagine del Vangelo per far ingresso addirittura nell’astronomia, se Il VAT 4956 descrive un eclissi.

Inoltre ella ci parla di un bambino e di un Υἱός, cioè di una maternità che si rinnova e dalle pagine lucane affiora in Apocalisse, cioè dal particolare giunge all’universale, come universale sarà l’Υἱός destinato a pascere tutte le nazioni e non solo Israele (Ap 12,5).

Ecco perché sin dalle prime battute abbiamo parlato di vulnus (ferita) inferto a tradimento (Υαθικανος) nel corpo biblico: quel 587 a.C. spezza le vertebre della cronologia biblica che interrompe la sua funzione rendendola un’invalida storica, tant’è che la profezia, la quale su quella spina dorsale s’innesta, è incapace di reagire agli stimoli degli studiosi che, nella quasi totalità, vedono solo un tessuto necrotizzato, anzi, sarcasticamente “profetizzato”.

Non apparirà un caso, alla luce di tutto questo, che 487 (siamo sempre nell’ottica del 487/6 a.C. dell’esatta datazione del VAT 4956 se ridotto a un calendario) sia anche la ghematria di ἰατρὸς (medico) quel ὁ ἰατρὸς ὁ ἀγαπητὸς (il caro medico) di cui ci parla Paolo (Col 4,14) in termini affettuosi, perché sarà Il Dottor Luca Evangelista a farsi carico di quella ferita (vulnus) e a guarirla avvalendosi di Anna, unico a citarla e a permetterci così di ricostruire un tessuto profetico vivo che era stato generato con Natan; ferito quasi mortalmente con il 587 a.C.  e sanato da quell’Υἱός tenuto fra le braccia di Anna, una nonnina di ottantaquattro anni, ma con un energia da far invidia a una ventenne.

Da Davide a Gesù, gli anni del drago

dragoForse universalmente, ma certo nella tradizione cattolica, in Apocalisse il figlio della Donna vestita di sole è Gesù, come la Donna è Maria. Il drago ha perso per strada, la strada del simbolo, i suoi connotati per un significato che mai va oltre il male, nella sua accezione più generica.

Il blog ha cercato di uscire dall’ambito simbolico in cui -forse a comodo- è stato relegato dandone una lettura ghematrica, sebbene nella sua forma tardo bizantina (così mi hanno spiegato) di δράκως (drago) che ha un valore di 931, il quale a sua volta diviene storico segnando il 931 a.C. come ultimo anno di regno di Salomone, stando alla cronologia dei re più gettonata: quella di Galil.

Al contempo abbiamo anche visto che l’unione ghematrica -e sponsale- tra γυνή (Donna) e Ἀντιπᾶς (Antipa) produce anch’essa un 931 che diviene 931 a.C., quello stesso ultimo anno dei Re (Salomone) indicato da δράκως. Questo ha, forse, permesso la visione del segno grandioso di Giovanni (Ap 12,1), cioè la Donna e il Drago in un unico cielo, sebbene cronologico e tutto ciò ha reso concreta un ‘immagine che mai ha voluto limitarsi a colpire la fantasia, ma ha sempre mirato ha farsi storia, se quel 931 a.C. lo è storia, stando a Galil. e se Apocalisse è rivelazione di cose future.

Ma del drago si può dire di più? Non è in fondo così importante da meritare qualcosa oltre al simbolo? Certamente, e allora noi considereremo, stavolta, la forma di δράκων, quella cioè che compare nell’edizione greca di Apocalisse, che ha un valore di 975 il quale non è il 975 a.C., ma un preciso e importante periodo storico che emerge solo dalla cronologia del blog, quello cioè che unisce il 989 a.C. (primo anno di regno di Davide) al 15 a.C. (anno di nascita di Gesù). Infatti 990/989-15/14=975/974 in un ottica di datazione doppia, necessaria trattandosi dell’anno ebraico convertito in gregoriano.

Non è di poco conto questo periodo se Gesù è “figlio di Davide” (Mt 1,1). Tale periodo infatti collega il padre al figlio, il quale risulta essere quell’ υἱός (figlio) della Donna vestita di sole. Adesso fa ingresso il testo di Apocalisse, in particolare Ap 12,4 in cui si legge chiaro che il drago vuole divorare il figlio appena nato della Donna, ed ecco allora che quel periodo storico che collega il 989 a.C. al 15 a.C.; e che collega il padre (Davide) al figlio (Gesù) si arricchisce con una trama ben precisa: pedofaga, e il drago ha, oltre al simbolo, uno scopo ben preciso.

Scopo che, sempre alla luce della ghematria, raggiunge il suo climax quando quel bambino è salvato non dalle acque, ma dalle fauci del drago grazie a un tempestivo e inaspettato rapimento e quel ἡρπάσθη (ἁρπάζω, rapire), con il suo valore ghematrico di 989 (ἁρπάζω), diviene nuovamente il 989 a.C., primo anno di regno di Davide, che è e rimarrà, perchè di Davide, il trono (storico) di Dio che mette in sicurezza la creatura.

Insomma, è alla luce della ghematria che si consuma tutto il capitolo 12 di Apocalisse, altrimenti fermo su un simbolo che non esprime l’azione se non in termini letterari, quando esso è pensato (ispirato) per una dimensione storica (989 a.C.-15 a.C.) che emerge solo se in possesso della cronologia esatta, cioè quella di Dio; una cronologia che è essa stessa il bambino (υἱός),  perchè conduce da Davide a Gesù parlandoci di una discendenza davidica che non deve assolutamente farsi denaro: significherebbe che il drago è riuscito nel suo intento e ha divorato il bambino.

 

A cavallo nella storia

Che cosa sappiamo dei cavalli di Apocalisse se non che il loro trotto disegna una lamed come abbiamo evidenziato in questo post e nell’immagine inserita? Forse non sappiamo che i versetti non sono semplicemente tali, ma mascherano, come tutti i casi raccolti nella categoria omonima, una cronologia, in questo caso del loro trotto che dal ’59 giunge al ’68 seguendo trienni come ostacoli di un campo di gara? Siamo certi, però, che altro non si celi dietro ai colori e ai cavalieri, ad esempio?

Partiamo da quest’ultimi e occupiamoci per prima cosa del quarto cavallo, quello verde che è cavalcato dalla morte (Ap 6,8) e che subito c’inserisce in un contesto umano se il Cristo, cioè il divino, è resurrezione, Pasqua non a caso, visto il calendario. Dunque quel cavaliere e quel movimento, che noi azzardiamo associarlo al ’68 sulla scorta del versetto che lo indica, fu impresa umana perché lo caratterizzò la morte, cioè la finitezza di una storia che nasce e si sviluppa con l’uomo, distante dall’eternità o dalla storia eterna, quella che è apparsa ai nostri occhi come gli “altari della storia“, non più materialialismo, quindi, ma divina.

Infatti, nello storicamente piccolo ruolo che forse ha avuto il ’68 rientra il suo veemente attacco a ciò che era potere e autorità, ma un potere e un’autorità umana, politica e sociale, tanto che a quel movimento sempre è sfuggito -e sfugge- che il mondo non giace sotto il potere dei potenti, ma del Maligno (1Gv 5,19)  per stessa ammissione di colui che ha scritto anche Apocalisse, Giovanni, a cui va riconosciuta imparzialità se abbiamo ragione e quel versetto 6,8 è il ’68.

Non a caso, in esso, tutto è divenuto semplice protesta da quella Lotta Continua promessa, per poi miseramente esaurirsi in quella parabola che ben descrissero sin dalle origini i cartisti inglesi: l’imborghesimento che ne ha fatto semplicemente dei nuovi padroni, da prodromi della rivoluzione permanente che come tutte le rivoluzioni ha divorato i suoi figli, perché da Cesare si giunse a Cesare Augusto; dalle Leggi anti-magnatizie fiorentine a Cosimo I;  dalle comuni a Napoleone;  dalla Rivoluzione di ottobre a Stalin e dalle piazze sessantottine si è giunti… vorrei dire a cosa, ma è ancora presto per qualificarne l’inevitabile deriva autoritaria che immancabilmente elegge il suo duce concentrando il potere dopo i bagordi. Parabola tipica di tutto ciò che nasce umano e si fa storia, anch’essa umana e per questo è cavalcata dalla morte che segna ogni movimento che alzi il suo vessillo, perché altra rispetto a quella eterna di cui ne ignora il progetto, anche se inconsapevolmente ne fa parte.

Ben diverso quando un movimento esplora il divino e comprende per prima cosa che il mondo giace sotto il potere del Maligno, lui solo Potere, tutti gli altri, al massimo, hanno autorità e risultano solo comparse più o meno rumorose. La sfida vera, dunque, è al Maligno non all’avversario politico ingaggiato in una lotta di classe che veramente appare una zuffa tra liceali.

Un maligno che certamente abita la storia che si fa città, cioè luogo fisico: Babilonia, l’arcinemica per eccellenza del popolo di Dio, perché Babilonia delle religioni, quando il, Cristo, protagonista assoluto della rivelazione, ci ha parlato dell’unico e vero Dio (Gv 17,3) e conseguentemente dell’unica vera storia, quella eterna, che non possono assolutamente coesistere con le divinità pagane di un pantheon babilonese. L’idolatria connessa a Babilonia ne fa l’espressione multi-etnica e multi-culturale di una religiosità sfida, sfida all’unicità di Dio e alla sua onnipotenza, se costretta a condividere la storia.

Ecco allora che entra nella scena il cavallo nero al versetto 6,5 che noi interpreteremo fisicamente come ’65. Quel cavallo è nero è nero come la notte, quella stessa in cui fu pesato Baldassàr e fu trovato mancante (Dn 5,27) e per questo, in quella stessa notte, “Dario il medo ricevette il regno” (Dn 5,30), cioè Babilonia cadde sotto il colpo di mano di Dario I.

Noi conosciamo quell’anno e fu il 486 a.C. quando finì anche il ministero profetico di Ezechiele. Cadde Babilonia perché fu pesata e trovata mancante e per questo quel cavaliere ha in mano uno ζυγός (Ap 6,5, bilancia) e ci parla di misure esatte tanto che esatta è anche l’identità tra la bilancia che impugna al posto della spada e l’anno della caduta di Babilonia, perché ζυγός. ha un valore ghematrico di 486, come nel 486 a.C. cadde Babilonia.

Una Babilonia metafora di una storia pesata e rivelatasi anch’essa mancante e dunque, proprio perché ne esprime il peso, falsa, poichè quel 486 che indica la sua caduta e la ghematria di ζυγός sono identici al valore di Υἱός (Figlio maschio, Ap 12,5) che (ri)nascendo rinnova la storia ristabilendo la giusta misura, in questo caso riportando la storia alla sua genesi esatta, cioè quella biblica. Infatti il 486 a.C. è l’antagonista di un 567 a.C. che data lo stesso evento, ma dall’osservatorio astronomico babilonese, non biblico che invece osserva l’eclissi descritta dal VAT 4956 nel 486 a.C., trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor e non  nel 567 a.C..

Tutto questo oppone la Sapienza biblica, espressa dalla cronologia del testo sacro, alla scienza che vorrebbe, di quel 567 a.C., farne valore assoluto, caposaldo inespugnabile, mastio babilonese dove organizzare la resistenza alla storia tutta dopo averne inventata una sua di storia. Appare così, dalle possenti mura scientifiche babilonesi, un personaggio che è simbolo stesso della grande impostura da tutti attesa, ma già in atto: Ciro che la Bibbia mai ha (ri)conosciuto come re, organizzando essa stessa una resistenza nelle sue pagine, tanto che a un esame attento emerge la verità e Ciro appare in tutta la sua falsità, facendo di  Babilonia la nemica della fede, della ragione e della storia.

Quelle misure esatte che caratterizzano il “cavaliere nero” altro non sono, allora, che una storia ritornata nel suo alveo naturale, cioè alla sua sacralità, che ha per questo disseccato alle radici il politeismo babilonese, protetto dalle “grandi acque” (Ap 17,1), migrate però altrove adesso, magari perché deviate, come avvenne per la conquista della Babilonia storica.

Una storia che dunque ritorna eterna e ristabilisce il culto, l’unico in verità, rivelando tutta l’aridità spirituale che in realtà caratterizzava Babilonia delle “grandi acque”, delle genti e delle religioni con i suoi non giardini pensili, ma divinità sospese, cioè senza radici o al massimo immerse in una soluzione  dal ph fortemente idolatrico.

Ecco secondo noi il “cavaliere verde” e il “cavaliere nero” oltre il simbolo, perché inseriti nell’arcobaleno della storia simbolo di quell’Alleanza che ha scritto la storia e a cui solo gli sciocchi si oppongono desiderando un mondo oppresso dal maligno e governato da Babilonia la Grande, sì, ma grande prostituta come la storia che ci ha tramandata.

La roccia di Pietro, dal primato al record

recordPietro, Pietro la “pietra” (Mt 16,18) a cui è consegnato un primato che alcuni reclamano, altri non concedono, forse in ragione di quel και che secondo noi (sinceramente non mi pare che altri lo abbiano notato) ha un valore avversativo, cioè significa “ma” cambiando radicalmente il senso a un passo che, riallineandolo con Cristo “la roccia” che pare più adeguato alle Scritture che così ce lo hanno assegnato ( Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; Lc 20,18; At 4,11; Rom 9,32s; 1 Pt 2,4-8), diviene “Tu sei Pietro, ma (και)  su questa pietra edificherò la mia chiesa…” altrimenti risulta incomprensibile capire chi sia la roccia, perché apparirebbe altra rispetto al Cristo e rispetto a Pietro.

Pietro la pietra comunque, però, e allora chi più di lui può avventurarsi nel mondo della “Petro”-grafia scritturale e parlarci di pietre? Solo lui che lo è, pietra, può farlo. Allora prendiamo spunto dalla prima delle sue due lettere per indagare le pietre evangeliche e analizzarne la composizione con lo spettro ghematrico, oltre che con le occorrenze, ultima nostra frontiera.

In 1Pt2,7 incontriamo la prima pietra definita da Pietro “vivente”. Il greco ce la offre come .λίθον ζῶντα quando λίθος+ζάω ha un valore ghematrico di 933 che noi ridurremo al 933 a.C. che segna, seguendo la nostra cronologia, l’anno in cui si ultimarono i lavori alla reggia di Salomone.

Quella pietra vivente, se ne volessimo darne una lettura simbolica, è la dimora del Cristo perchè di quella stessa pietra che vive, Pietro ne fa simbolo del Cristo, poichè di Lui parla quando la cita. Dunque quella pietra vivente è la dimora del Cristo in cui tutti noi dobbiamo, come cristiani, convivere e forse per questo all’inizio del capitolo 2 Pietro raccomanda le regole cioè

Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza, come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono.

Ma in 1PT non si parla solo di pietre (λίθος) ma anche di rocce (πέτρα) in 2,7 e qui è molto importante ricordare che abbiamo aperto un altro capitolo di ricerca: le occorrenze e πέτρα ricorre 15 volte nel Nuovo Testamento, quando il 15 a.C. segna secondo noi la data di nascita di Gesù, tant’è che la ghematria di πέτρα è 486 che a sua volta è valore ghemtrico di υἱός (Figlio, Ap 12,5) e questo stabilisce una perfetta relazione tra quelle 15 occorrenze che riconducono alla data di nascita di Gesù e l’Υἱός, cioè il Figlio che in quell’anno nasce.

Consiglio chi volesse approfondire il discorso circa il valore ghematrico 486 l’apposita categoria del menu in cui sono contenuti tutti i post che vertono o coinvolgono quel valore; come raccomando di aprire e navigare in “tavole” in homepage, perchè quel 486 è precisa metrica biblica che collega date fondamentali della storia ebraica. Insomma volendone parlare richiederebbe un lavoro di settimane, per cui non rimane che rinnovare l’invito ad aprire la categoria “486” e a consultare le “tavole”.

Ecco, brevemente, Pietro che delle pietre e delle rocce ne ha fatta una professione, forse addirittura di fede, per alcuni un po’ troppo sentita tanto che si è spinta talvolta oltre il primato per segnare un record che non è la stessa cosa, almeno nel linguaggio comune

486 a.C., storia e profezia di un anno sabbatico

486

L’anno sabbatico è istituzione mosaica e il blog colloca l’esodo nel 1425 a.C. segnando, da quella data, 1500 anni di storia. Gli anni sabbatici, quindi, sono molti e non sempre tracciabili, cosa che ci costringe a un lavoro progressivo che spesso, per intendersi, procede quando ce ne viene in mente uno, riaffiorante magari dalla memoria.

E’ il caso del 486 a.C., anno fondamentale per la storia e la cronologia biblica, perchè segna la caduta di Babilonia, secondo la cronologia del blog; inoltre segna la fine del ministero profetico di Ezechiele; l’eclissi del 486 a.C., cioè quella descritta dal VAT 4956 che tutti collocano nel 567 a.C. o nel trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor, come facciamo anche noi ma con data diversa (per questi primi tre punti vedi qui); e da ultimo segna pure una nota ghematrica fondamentale essendo il valore di Υἱὸς   (Figlio Ap 12,5).

Come è facile intuire ce n’è ben donde per farne un anno fondamentale per cui, se gli anni sabbatici, gli anni giubilari e quelli sabbatici e giubilari segnano tappe fondamentali, come avrebbero potuto ignorare il 486 a.C.? Infatti esso fu sabbatico alla stregua di tutti gli altri come illustra la tavola in calce.

Con questa nota sono 16 i casi in cui i due calendari s’innestano alla perfezione nella storia ebraica sebbene quella storia (cronologia) abbia una genesi completamente altra rispetto a quella dei calendari, i quali partono dal 164/163 a.C. indicato dagli studiosi, sebbene minoritari, e tracciano tutto il calendario; mentre per quelli giubilari il discorso è molto più sfumato: esso nasce dalla lettura d’isaia 61 nella sinagoga di Nazaret per bocca di Gesù (Lc 4,18).

Come noi calendariziamo le letture, così gli Ebrei e dunque informandosi si viene a sapere dagli Ebrei stessi che Isaia 61 veniva letto allo scadere dell’anno sabbatico precedente  quello giubilare, ma il conto assume senso pieno se si considera quella lettura, come avvenuta nel 32 d.C. e tipica quindi di un anno sabbatico e giubilare assieme. Da qui tutta la “scaletta” giubilare che accompagna, assieme a quella sabbatica, l’intera cronologia che ha genesi completamente diversa nello scopo e nel metodo.

Il fatto che s’incrocino calendari e cronologia non stupisca, perchè una società che aveva nel tempio il suo cuore pulsante è ovvio che presenti non analogie, ma vere e proprie identità tra l’anno secolare e sacro, cioè tra cronologia e calendari liturgici.

Ecco perchè la storia sacra non si dissocia dal quella profana quando parliamo di Gerusalemme e le due diverse nature non costituiscono due dimensioni separate ma facenti parte di un’unica realtà.

Ps: chiedo scusa per la grafica della tabella, ma non sono capace di renderla più gradevole alla lettura.

Tavola degli anni sabbatici e giubilari comparata con la cronologia particolare di 1-2Re e la storia universale di Giuda

LEGENDA:

  1. In rosso gli anni sabbatici, gli anni giubilari e sabbatico/giubilari che cadevano ogni 350 anni
  2.  La datazione doppia avrebbe certamente permesso altre considerazioni coinvolgendo più anni, ma la tabella vuole essere un primo abbozzo e esaurisce la sua finzione indicando la sostenibilità storica dell’idea che l’ha ispirata
  3.  Le date dopo Cristo sono indicate
  4.  I link rimandano ad argomenti che il blog ha trattati
  5. Per la cronologia “universale” adottata dal blog si veda questa tavola

 

 

RE REGNO ANNI SABBATICI GIUBILEI Evento storico
Davide 1025 Nascita di davide
         Inizia la dinastia davidica
989-949 990/989

983

976

969

962

955

948

968  Regna a Gerusalemme
         
Salomone 949-909 941

934

927

920

913

918  
         
Roboamo (Giuda) 909-891 906

899

892

   
Abia 891-889      
         
Asa 891-847 885

878

871

864

857

850

868  
         
Josafat 847-824 843

836

829

   
         
Joram 824-817 822 818  
         
Ocozia 817-816      
         
Atalia 816-809 815    
         
Joas 809-770 808

801

794

787

780

773

   
         
Amazia 770-728 766

759

752

745

738

731

768  
         
Ozia 728-674 724

717

710

703

696

689

682

675

718  
         
Jotam 674-659 668

661

668 Anno sabbatico e giubilare. costruzione della porta superiore del tempio
         
Acaz 659-644 654

647

   
         
Ezechia 644-615 640

633

626

619

618 Assedio di Samaria
         
Manasse 615-560 612

605

598

591

584

577

570

563

568  
         
Amon 560–558      
         
Giosia 558-527 556

549

542

535

528

   
         
Joacaz 527-527      
         
Joachim 527-516 521 518 Assedio di Nabucodonosor : prima deportazione di Nabucodonosor
         
Joachin 516-516      
         
Sedecia 516-505 514

507

  Assedio di Nabucodonosor. Seconda deportazione
         
        Fine del regno di Giuda
         
    500    
         
    493    
    486    Caduta di Babilonia

Fine ministero profetico di Ezechiele

Eclissi VAT 4956

    479    
    472 468 Inizia il digiuno profetico di Daniele
    465   Si gettano le fondamenta del secondo tempio
    458    
XX° di Artaserse, rientro Neemia (Ne 1,1)   451   Rientra Neemia
    444 418 Dedicazione del secondo tempio
    437    
    430    
    423    
    416    
      318 Anno sabbatico e giubilare. Deportazione in Egitto
3 Gesù dodicenne al tempio
17/16 Annuncio a Zaccaria e Maria
      32 d.C. Anno sabbatico e giubilare, Inizia il ministero pubblico di Gesù
    39 d.C.   Caligola profana il tempio
    67 d.C.   Scoppia la rivolta a Gerusalemme