La posta in gioco

La lettura simbolica spesso noi abbiamo cercato di riportarla nel suo alveo naturale, scrivendo che un simbolo non è solo tale, come mi pare d’intuire seguendo il web che spesso e bene riassume le nozioni comuni, ma ciò che riassume una realtà, la quale esiste come esiste il treno segnalato dal passaggio a livello.

Dunque anche noi riconosciamo la validità delle conclusioni a cui si giunge attraverso la lettura dei simboli e con questo post dimostreremo che a volte costituiscono una parte fondamentale nei vangeli altrimenti non compresi a pieno.

Del Natale abbiamo già parlato diffusamente e siamo giunti alla conclusione che il 15 a.C. al 10 di agosto era non solo Natale, ma la luna era piena.

Diversamente, abbiamo parlato poco della Pasqua, sebbene abbiamo già una precisa categoria dedicata, ma mai avevamo letto Lc 23,54 in una luce nuova, quella che non faceva brillare le luci del sabato, ma del mese nuovo e questo significa che la luna era nera.

Adesso interviene la lettura simbolica a rendere possibile anche la nostra lettura o scommessa (queste abbiamo fatte ripetutamente con il lettore) perché se a Natale era luna piena significa che di notte c’era luce, tanta se gli armenti pascolavano a Betlemme. E questo non è casuale se si ha chiaro il Prologo di Giovanni in cui si scrive

La luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta. (Gv 1,5 e si noti quel 15 che emerge dal prologo)

Quella luce è venuta nel mondo è riassunta dagli elementi naturali nella loro pienezza di luce, perché alla luna piena si associa il dato astronomico del 10 agosto, quando il sole entra nella costellazione del leone per una lettura simbolica che affila il suo profilo, se la luce è il Cristo e la costellazione del leone è il mondo, proprio quello giovanneo.

Altrettanto però si può dire della sepoltura di Gesù preceduta dalle tenebre su tutta la terra (Mt 27,45 ma anche Lc 22,53) e quindi quella terra, intesa come universo, partecipa a un lutto simboleggiato dalle tenebre. La luna, allora, non può che essere nera, cioè priva di luce affinché essa costituisca l’elemento di spicco con la sua fase.

Essa è dunque nera, ma nuova come nuova era la tomba di Gesù Lc (23,53) aprendo il tutto a un profilo simbolico che solo gli esperti sapranno intendere in pienezza. A noi interessa solo offrire un’altra scommessa che si aggiunge alle altre già lanciate, che divengono:

1 Il 10 di agosto del 15 a.C. era Natale

2 La luna era piena

3 Il 35 d.C. segna la Pasqua

4 Una Pasqua preceduta dalla deposizione di Gesù nella tomba con luna nera (nuova) a cui si potrebbe combinare un 21 aprile per la crocefissione

5 Il 486 a.C. come trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor

6 per cui il 505 a.C. come ultimo anno di regno di Sedecia, quello che vede la caduta di Gerusalemme.

Per Natale (che questo 25 lo sia o meno adesso non ha importanza) si gioca dappertutto, lasciate che anch’io lo faccia e offra anche le quote:

1:75 perché a tanto ammonta la fiala di Xeplion che mensilmente faccio.

La sabbia negli occhi

Buongiorno Cremaschi, è con gioia che ancora mi rivolgo a lei con lettere di fretta, non così tanta, però, da impedirmi di dirle che anch’io una volta ho voluto farmi monaco a Vallombrosa, ma ci fu qualcosa che mi disse che non era quella la strada che però, nella sostanza, è rimasta monastica se ancora la regola vale: ora, lege et labora.

Ci siamo lasciati, mi pare, sul grande falso che fa emergere Pambo (J 758) e su quel 485 dei rifermenti biblici dell’introduzione della Mortari che divengono, con la scoperta di uno ulteriore, 486 numero e anno che si legge ghematricamente e cronologicamente, perchè υἱός (Ap 12,5) e πέτρα (Lc 6,48), nonché 486 a.C. anno della caduta di Babilonia.

Non credo che sia messa alla ricerca del 486 esimo riferimento, per cui glielo accenno, certo che ne emergerà un corpus che ha un suo significato, distillando l’Antico e il Nuovo Testamento alla luce dei Padri o del deserto, se preferisce.

Un’antologia, il meglio della Scrittura che sono certo ha un senso, ma dobbiamo trovare il fil rouge che li lega, cioè perché quei riferimenti e a cosa sono finalizzati. E’ dunque un’opera nell’opera, un’appendice ancora sconosciuta che ha però una cornice evidente di per sé, se tutto si conclude con il 486 esimo ancora ignoto che gli dà senso teologico e li raccoglie.

Quel riferimento mancante, infatti, è proprio Pambo e la sua profezia se siamo, come me, al corrente del grande falso scritturale, esegetico e patristico, se siamo cioè al corrente che tutto è stato corrotto come Pambo aveva predetto, tutto.

Ecco allora che quel 486 esimo rifermento conclude la scena e la racchiude, per cui non rimane che comprendere dove in esso si celi il riferimento e non è difficile ricorrendo “generazione” nel Detto, perché tutto si colloca alla luce di Lc 21,32 quando Gesù, nel suo ultimo anno di vita, il 35 d.C.preannuncia la catastrofe del 70 d.C.

Gesù disse che quella generazione avrebbe vista la catastrofe, cioè l’avrebbe vissuta; Pambo scrive che “la prossima generazione si appresta” a falsare tutto. Credo, però, che il greco originale, cioè non “grattato dalle pergamene” o quello ben tradotto, non riporti “la prossima generazione”, ma “questa generazione” rendendosi identico al passo lucano e dunque costituendo un preciso riferimento neo testamentario, in particolare il 486 esimo, permettendo a noi di vedere quell’ υἱός  che emerge dal corpus dei riferimenti.

La lettura dei Padri richiede lo stesso strabismo richiesto dalla Scrittura, perché è necessario un angolo di fuoco che sfugge persino al possessore di quel difetto visivo. La prospettiva e la sensibilità cambiano, così, ed emergono lati nascosti come la vita di Pambo che non fu un nascere e morire, ma profezia in virtù di quella sensibilità strabica.

Egli, infatti muore nel 375 e parla di generazione che non è biblicamente un di padre in figlio, ma una precisa metrica cronologica ed è quella che ispira tutta la genealogia matteana di 14 generazioni di 35 anni, per un totale di 490 anni, ghematria di κλείς Δαυίδ e io so perché.

Dunque Pambo, citando la generazione, permette a noi non solo di collocare non tanto il suo Detto, quanto la sua profezia, ma permette anche di comprendere almeno il capo di quel fil rouge che cerchiamo nel corpus dei riferimenti, il quale capo è il 340 come anno in cui cronologicamente si collocano le parole profetiche di Pambo.

Adesso occorre la sensibilità sfocata, perché quel 40 che emerge dal 340 altro non è che i 40 giorni di Gesù nel deserto, i 40 anni di deserto di Mosè e il deserto dei Padri e sta lì a dirci che quel 486 dei riferimento ottenuto sono il distillato, vetero (Mosè) e neo testamentario (Gesù) di un apprendimento mnemonico e di una vita alter Christi, insomma uno strabismo scritturale che ha visto oltre, ha visto altro rispetto al taglio elegante di una montatura intellettuale (capriccio ellenistico), cioè di un falso.

Buona giornata

La Donna, il Figlio e i Padri

Scrivo ancora a lei, Cremaschi, immaginando che legga e questo non è insolito in un blogger, spesso alle prese con il successo dei suoi post, il quale è davvero affidato alle mani di Dio, piucché del web.

Non ci occuperemo, però, del suo Detti editi e inediti, ma dell’edizione dei Detti della Mortari, di cui ho ben letta l’introduzione, nella quale c’è una nota curiosa che solo se si è al corrente del contesto in cui si potrebbe inserire diviene importante, cioè non casuale.

Essa è la numerazione dei rifermenti biblici, cioè il numero delle volte che, esplicitamente o implicitamente, i Padri fanno rifermento alla Scrittura nei loro apoftegmi. Se il fatto non avesse rilevanza, né la Mortari, né Guy lo avrebbero fatto notare, mentre entrambi hanno contato tutte le occorrenze.

Secondo la Mortari, esse sono 485, ma io credo -e ne sono quasi certo- che in realtà ammontino a 486 per un motivo semplice solo in apparenza, ma che rivelerebbe una realtà ben precisa che i Padri vollero simboleggiare con il 486.

Esso infatti è ghematria di υἱός (Ap 12,5) e quel figlio è figlio della Donna che fugge, non a caso, nel deserto dove ha un luogo preparato e dove risiederà 1260 giorni ( Ap 12,6). Quelle 486 volte, allora, non sono più frutto del caso, ma una precisa scelta, quasi un’antologia che vuole ricordare e riportare al deserto l’opera che più di altre ha colpito la fantasia nostra e, penso, anche quella dei Padri, cioè Apocalisse che accoglie la madre di colui che è destinato a governare le nazioni .

E’ il deserto, allora, che segna un’attesa messianica accogliendo non solo la Donna vestita di sole, ma tutti coloro che vivono quell’attesa e che, come lei, sono “fuggiti” (Ap 12,6.) nel deserto stesso (tema, quello della fuga, estremamente caro e importante nella patristica) come ha fatto la Donna, la quale, in questo senso, potrebbe divenirne la madre che farebbe del monachesimo un suo figlio.

In fondo, a me pare, che neanche ci sia bisogno di un un altro rifermento se già di per sé quel quattrocentottantaseiesimo esprime tutto questo, cioè riassume il senso dei riferimenti che lo precedono e dà loro un significato ulteriore rispetto a quello che avrebbero singolarmente nel loro contesto, il quale diverrebbe solo una sezione della grande cornice del 486 che li rivela, uno ad uno, in pienezza.

Ci pensi un po’ su e magari, attraverso quel gioco di specchi che è il web, mi faccia sapere, perché molto altro c’è da dire su quel 486 che diviene, in possesso dell’esatta cronologia biblica e storica, il 486 a.C., esatto anno della caduta di Babilonia, nonché ghematria di πέτρα (Lc 6,48), cioè di quella roccia su cui siamo invitati a fondare la casa e simbolo di una fede resistente che diviene grido e certezza: “Babilonia cadrà!”

I colori del lutto

arcobaleno gerusalemmeQuando hai abbozzato e pubblicato un nuovo argomento ti rendi conto che, forse, ragionandoci un po’ su poteva essere più completo e gradevole alla lettura, perché potenzialmente oggetto di un unico post. Tuttavia non è sempre facile gestire post lunghi se trattano di cronologia, la quale deve essere dimostrata chiaramente affinché il lettore ti segua e dunque è buona cosa, anche, farli brevi.

I tre post (qui,  qui e qui ) precedenti hanno trattato della rottura dell’alleanza da parte di Gerusalemme e ne hanno illustrate le conseguenze oltre che la dinamica di quella risoluzione unilaterale.

Ad essi vogliamo aggiungere, se della sua fine si tratta, una nota importante circa l’effettiva durata del regno davidico che è 484 anni e 6 mesi, come indica la nostra tabella, ma solo se la dead line è storica perché se non la volessimo così tracciare dovremmo riprendere l’argomento, immutato nella sostanza, ma esaminato più approfonditamente.

Non c’è una sola dead line per Gerusalemme, ce ne sono almeno quattro ed esse, nel numero e nel cromatismo di un allarme suonato dai profeti prima, dal Battista poi e infine dallo stesso Gesù, compongono la fine, la fine di ciò che fu un arcobaleno che aveva segnato l’alleanza con Dio.

Ma lo ripetiamo, è solo un abbozzo perché una dead line ha un inizio e una fine, cioè segue un percorso che comprende tutta quanta la storia, cioè istituzionale, politica religiosa ed economica, come una pianta che non secca repentinamente, ma per gradi, coinvolgendo progressivamente le singole parti che la compongono: radici, tronco, rami e foglie e tutte queste singole parti necessiterebbero di uno studio specifico. Rimane, quindi, da capire quando, alla luce di quanto sappiamo finora, il regno di Giuda finì.

Iniziamo col dire che abbiamo visto che l’occupazione romana di Pompeo (64 a.C.) potrebbe essere l’inizio della dead line perché Gerusalemme perse la sua indipendenza politica. Questo costituisce il primo tratto di un colore di quell’arcobaleno che svanì non nel 70 d.C., ma nel 135 d.C. quando l’ultimo sussulto insurrezionalista fu stroncato, nuovamente, dalle legioni.

In questo la ghematria, ma anche il salmo 135, ci sono d’aiuto per comprendere, perché 135 è la ghematria di δόξα (gloria) e allora quella disfatta segna la Gloria, la Gloria dei del Cristo che prende ragione su un corso storico e religioso che l’establishement gerosolomitano aveva scelto a sua danno.

Poi c’è un altro colore, un’altra striscia cromatica di quell’alleanza infranta che fu l’arcobaleno della pace e della protezione divina: Anna, l’ultima profetessa, che segnò la fine della profezia nel 99 a.C. e segna, così, un evento importante del degrado, se i profeti furono la vox dei, ma si scelse la vox Caesaris e la si scelse condannando la prima alla croce.

Inoltre un altro colore è la cifra secca, cioè conti alla mano, del regno di Giuda che emerge dalla somma di tutti i regni precedenti l’esilio e che da Davide (989 a.C.) giunge all’undicesimo anno di regno di Sedecia nel 505 a.C. quando non furono chiuse le porte del regno, ma furono, al contrario,letteralmente  abbattute da Nabucodonosor. Quel tempo si misura ed è 484 anni e 6 mesi.

Infine, ma per ora, dobbiamo descrivere l’ultimo cromatismo dell’arcobaleno che “fu”  Gerusalemme: la durata effettiva, teologicamente, di quell’alleanza che, sebbene una natura schiva, perché frutto dell’anima di Gerusalemme stessa, segna ugualmente una fine, di colore rosso oppure bianco, tanto da farne vedere anche a noi di tutti colori, perché di quei colori sembra fosse il mantello che Erode mette addosso a Gesù (Lc 23,,11) prima che sul Golgota fosse versata l’ultima goccia con quell’aceto ad bibendum avverando la Scrittura “Nella mia sete mi hanno fatto [addirittura] bere aceto! Sal 68,22)” e questo consegnò Gerusalemme al Calvario che tutt’ora vive, goccia a goccia: uno stillicidio storico che riempie le giare di Gv 2,6 di lacrime.

Poteva apparire argomento difficile, forse presuntuoso, ma non lo è stato: siamo infatti giunti al termine del post e indicheremo l’ultimo colore dell’arcobaleno perché illustreremo gli anni dal 989 a.C al 35 d.C. che sono 1024, guarda caso l’hanno di nascita di Davide, secondo noi e questo ci dice molte cose, perché se con Davide nasce la monarchia, quella monarchia nasce anche sul Golgota, ma è nuova come nuova è l’alleanza e nuovo è il Testamento .

Con Davide morì l’esperienza esodale di Gerusalemme (degli Ebrei intendo) se di quell’esperienza aveva  ereditato le istituzioni. La monarchia spazza via Saul, ultimo giudice e primo re, per far posto a una monarchia legittima che coniuga modernamente il trono e l’altare e pone a pieno titolo Giuda alla ribalta politica a religiosa del Vicino Oriente Antico.

Fu un grosso salto di qualità quello che Davide permise, anzi, che Dio, tramite lui, permise facendo di Giuda e di Gerusalemme una grande nazione che raggiunse con lui e suo figlio Salomone l’apogeo testimoniato dal tempio, mai superato in splendore dal secondo, come scrive Flavio.

Ma fu con il Cristo che Giuda andò ben oltre, perché il guscio orientale si schiuse, proiettando Gerusalemme nella scena internazionale, cioè romana e si rivolse a tout le monde, a tutte le genti divenendo internazionale e universale, sia storicamente che religiosamente grazie al Nuovo Testamento, alla Nuova Alleanza che abbracciò tutti e che ha dato, il 10 agosto, i natali al Suo fondatore: Gesù.

Sappiamo come ciò sia stato reso possibile, fu reso possibile grazie a Luca che passò, prima a Erode e da lui a Pilato, il suo Vangelo, non a caso, non a caso! “resoconto ordinato” frutto di “accurate  ricerche” (Lc 1,3) perché questo esigeva quel contesto internazionale di altissimo profilo culturale e qui diviene ancora più importante il ruolo di un evangelista sconosciuto, in fondo: Luca, che tagliò -di nuovo perché suo è il mestiere di chirurgo evangelico– il cordone ombelicale vetero testamentario affinché l’Υἱός (Figlio, Ap 12,5) potesse avere vita autonoma in un contesto che esigeva una maturità culturale e storica a pieni voti: cioè quello romano, che conosceva tutto, ma non  la verità (Gv 18,38) e quella Verità fu posta davanti ai suoi occhi, davanti a un Pilato incredulo, che mai avrebbe immaginato di sentire vagire nientemeno che l’Impero, quindi non una turbolenta provincia, tornato fanciullo per cui capace della Verità.

 

 

Che briscola!

briscolaDopo la lunga parentesi valdarnese che ha interrotto il nostro solito argomento, cioè la cronologia biblica, ritorniamo per un attimo sull’argomento nostro solito comparando i due studi, nel senso che vogliamo conoscere se le conclusioni a cui siamo giunti nel primo (Valdarno) si possano applicare anche alla cronologia biblica, perché tutto è unito dal metodo, non nostro ma della scienza.

Che Pelago, il lago del Valdarno, fosse vivo e presente nel XIV secolo ci appare ormai ovvio, perché troppe sono le prove di uno scempio che si è voluto censurare falsando le fonti che di quel lago parlavano. Fonti di primaria importanza e fama come Petrarca, Dante e Boccaccio e una stampa che crediamo abbia tagliato la testa al toro, a cui si aggiunge il capolavoro leonardesco de La Gioconda, la quale testimonia la memoria dei luoghi che nel XVI secolo non era a andata perduta e così Leonardo ha potuto attingervi ritraendo, alle spalle di Monna Lisa, il lago che la stessa critica aveva scorto, ma mai avrebbe potuto pensare a un bacino che la scienza voleva prosciugato nel Pleistocenico, cioè 100.000 anni fa. Ovvio, allora, che quella “zona blu” del ritratto fosse un enigma che solo uno studio specifico sul Valdarno poteva sciogliere, perché l’unico capace di datare il prosciugamento del lago nel secolo e mezzo, più o meno, precedente l’opera di Leonardo.

Dunque l’errore di datazione ne ha partoriti altri, perché la cronologia è sì un intarsio, ma ancor più è un domino in cui, caduta una delle tessere, ne trascina con sé un infinità di altre. Siamo certi che il metodo della datazione riguardante il prosciugamento del lago abbia fatto appello allo scibile scientifico che si vuole, universalmente, infallibile, tanto che definire una materia o una conclusione “scientifica” quasi sempre è sinonimo di esattezza.

Beh, lasciatemelo dire: un errore di oltre 100.000 anni non lo definirei esatto, o meglio, è esatto, ma come esempio di errore, che tra l’altro neppure lo è errore alla luce della falsificazione sistematica delle fonti perché quella è davvero metodo “infallibile”, dalla scienza alla briscola, perché talvolta, per vincere, si può solo segnare le carte, cosa che hanno fatto e che gli ha permesso di gridare alla vittoria, sebbene per poco.

Ci viene il dubbio, allora, che queste conclusioni scientifiche, cioè sedicenti inoppugnabili, siano le stesse a cui si è giunti quando la scienza si è occupata del VAT 4956 che data l’eclissi lì descritta al trentasettesimo anno di Nabucodonosor, cioè nel 567 a.C. e da lì ricava tutta la cronologia dell’esilio; tutta la cronologia dei Re e l’intera importantissima questione del secondo tempio che la scienza fa coincidere con la dedicazione nel 515 a.C.

Questo blog si è sempre battuto per una cronologia assolutamente diversa, tanto che colloca l’esilio non 586 a.C., ma nel 505 a.C.; come colloca la dedicazione del secondo tempio non nel 515 a.C. ma nel 418 a.C. a un secolo di distanza, addirittura.

Vorremmo dire che in questa battaglia siamo stati soli, ma saremmo molto ingiusti, perché fondamentali sono stati coloro che ci hanno incoraggiati e ci hanno dato forza di resistere e scrivere, scrivere e scrivere ancora.

Sono coloro che come noi hanno creduto al grande bluff storico e scientifico che prima vorrebbe imporre 100.000 anni al posto di 700 o quasi (1321-2018) per lo scempio del lago; poi hanno creata una cronologia frutto di una partnership fra coloro che hanno demolito e coloro che hanno costruito ex novo una cronologia biblica che, come il lago, fa acqua da tutte le parti, perché quel 567 a.C. del VAT 4956 si colloca in realtà nel 486 a.C. a quasi un secolo di distanza.

Ci viene davvero il dubbio, allora, sull’agire scientifico che prima secca un lago nel Pleistocenico sbagliando di 100.000 anni; poi, entusiasta del lavoro, rivolge la sua attenzione alle stelle e lì sbaglia di quasi 100 anni, quando 100 anni in una cronologia biblica sono un enormità come 100.000 nella storia geologica

Insomma sia che si tratti di stalle (laghi) che di stelle, non se n’è azzeccata una col metodo scientifico che vorrebbe far posto a una teoria senza tempo, l’evoluzionismo, che se lo è preso quel tempo, cioè ha segnato le carte per poter vincere a briscola, ma è stata fermata sull’uscio del bar col salame tra le mani.

Ps: se la scienza si ritenesse parte lesa si rivolga a chi ha fornito il mazzo di carte e faccia causa.

La storia di Anna

annaPur non avendo consultato il web, credo che la figura di Anna, Anna la profetessa, sia messa a margine dalla grande esegesi. Figura femminile che passa in sordina nei Vangeli, se solo Luca ne parla incidentalmente per dirci, in apparenza, che una vecchietta di ottantaquattro anni aspettava il Messia e Lo vide. Poi magari morì, soddisfatta.

Eppure, a uno sguardo più attento, ella appare figura molto complicata: prima donna a riconoscerLo, è vero, ma anche ultima profetessa e questo la proietta nella grande storia di Israele, magari quella non scritta se il profetismo, stando al panorama attuale, non ha né capo, né coda.

Noi, nel nostro piccolo (un blog è di per se stesso, piccolo) abbiamo invece visto e scritto che quel profetismo nasce in Natan e accompagna gli albori della monarchia di cui segue le tracce.

Un profetismo che scompare nell’orizzonte universale nel 587 a.C. per poi riemergere con Anna nel 99 a.C. cosa che ne fa un fenomeno carsico, un fiume che scorre sotto la storia e che per questo la alimenta, cioè ne alimenta le radici.

Quel fiume scompare nel 587 a.C., abbiamo scritto, e scompare per ragioni altre, ragioni che si collocano nei nostri secoli, se la datazione dell’esilio è “roba -o robaccia-” nostra. Quel 587 a.C. distrugge l’asse cronologico biblico, cioè 1-2 Re, spina dorsale del corpo profetico il quale, dopo di allora, striscia ai piedi del secolo.

E sempre quel 587 a.C. costituisce un vulnus (ferita) in una spina dorsale che si colloca dietro le spalle del corpo biblico, per cui il colpo è stato inferto a tradimento, cioè all’ombra del secolo e magari in luogo santo (Υαθικανος), come accadde a Zaccaria, “ucciso tra il tempio e l’altare” (Mt 23,35)

Tutto questo ce lo consiglia la ghematria di Ναταν (Natan) che è 402 la quale, se sottratta al 989 a.C., inizio del profetismo, cade nel 587 a.C. e data l’esilio babilonese che la Bibbia non conosce, né riconosce. Tuttavia, proprio perché profezia, la Bibbia ha lasciato nei profeti il suo testamento, cioè un ultima profezia che è appunto quel 587 a.C. che emerge grazie alla ghematria di Natan, capostipite dei profeti.

Se la ghematria ha fatto luce sul primo profeta, che ne è dell’ultimo? Che ne è di Anna alla luce della ghematria? Possibile che sia il primo profeta (Natan) che l’ultimo (Anna) siano legati dal calcolo ghematrico? Se Natan ha profetizzato la morte della profezia con il 587 a.C. calcolabile con la ghematria del suo nome proprio, Anna di cosa è capace?

Partiamo dal valore ghematrico del suo nome proprio greco (Ἅννα) che è 102 e sottraiamolo al 588 a.C. (assedio di Gerusalemme precedente la deportazione del 587 a.C., sebbene datazione fluida che però non impedisce l’identità di sostanza con il 586 a.C.) che a noi risulta, lo abbiamo scritto, essere l’ultima profezia. Così facendo otteniamo un 486 di differenza e cifra a noi non sconosciuta, perché riconduce all’anno biblicamente esatto dell’eclissi descritto dal VAT 4956 che il blog data nel 486 a.C.

Ho scritto il blog, perché la scienza è certa di un altra datazione, cioè il 567 a.C. (ghematria di Υαθικανος) tanto che da quell’anno, che considera assoluto, essa ricava, dopo l’assedio del 588 a.C., quel 587/6 a.C. dell’esilio babilonese, quello stesso che noi diciamo abbia uccisa la profezia.

Dunque, Anna, parrebbe abbia fatto il suo mestiere e come Natan ha profetizzato quel 587 a.C., così ha ha fatto la profetessa andando però alle sue origini, cioè al Dies Natalis della menzogna (567 a.C.), perché grazie alla ghematria del suo nome proprio individua il trentasettesimo anno di Nabucodonosor, sebbene collocandolo non nel 567 a.C., come fa la scienza, ma bensì nel 486 a.C. come fa la Bibbia; come fanno i profeti e, paradossalmente, come fa il blog.

Oltre a questo, la ghematria sempre ci dice che 486 è la ghematria di Υἱός (Ap 12,5) il “Figlio” della Donna vestita di sole di cui ci parla Apocalisse, per cui non è un caso che l’anagrafe di Anna riportata da Luca (Lc 2,36) conduca a Betleem, come abbiamo visto in questo post in cui i 99 anni di Anna coincidono con la ghematria di Βηθλεεμ dicendoci che la profetessa è legata al Bambino  più di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Dunque Anna non solo si colloca, grazie a Luca, nel tempio, ma si colloca anche nella storia e la sua visione si fa, da particolare (tempio), universale (VAT 4956). Ella, insomma, esce dalle pagine del Vangelo per far ingresso addirittura nell’astronomia, se Il VAT 4956 descrive un eclissi.

Inoltre ella ci parla di un bambino e di un Υἱός, cioè di una maternità che si rinnova e dalle pagine lucane affiora in Apocalisse, cioè dal particolare giunge all’universale, come universale sarà l’Υἱός destinato a pascere tutte le nazioni e non solo Israele (Ap 12,5).

Ecco perché sin dalle prime battute abbiamo parlato di vulnus (ferita) inferto a tradimento (Υαθικανος) nel corpo biblico: quel 587 a.C. spezza le vertebre della cronologia biblica che interrompe la sua funzione rendendola un’invalida storica, tant’è che la profezia, la quale su quella spina dorsale s’innesta, è incapace di reagire agli stimoli degli studiosi che, nella quasi totalità, vedono solo un tessuto necrotizzato, anzi, sarcasticamente “profetizzato”.

Non apparirà un caso, alla luce di tutto questo, che 487 (siamo sempre nell’ottica del 487/6 a.C. dell’esatta datazione del VAT 4956 se ridotto a un calendario) sia anche la ghematria di ἰατρὸς (medico) quel ὁ ἰατρὸς ὁ ἀγαπητὸς (il caro medico) di cui ci parla Paolo (Col 4,14) in termini affettuosi, perché sarà Il Dottor Luca Evangelista a farsi carico di quella ferita (vulnus) e a guarirla avvalendosi di Anna, unico a citarla e a permetterci così di ricostruire un tessuto profetico vivo che era stato generato con Natan; ferito quasi mortalmente con il 587 a.C.  e sanato da quell’Υἱός tenuto fra le braccia di Anna, una nonnina di ottantaquattro anni, ma con un energia da far invidia a una ventenne.

Da Davide a Gesù, gli anni del drago

dragoForse universalmente, ma certo nella tradizione cattolica, in Apocalisse il figlio della Donna vestita di sole è Gesù, come la Donna è Maria. Il drago ha perso per strada, la strada del simbolo, i suoi connotati per un significato che mai va oltre il male, nella sua accezione più generica.

Il blog ha cercato di uscire dall’ambito simbolico in cui -forse a comodo- è stato relegato dandone una lettura ghematrica, sebbene nella sua forma tardo bizantina (così mi hanno spiegato) di δράκως (drago) che ha un valore di 931, il quale a sua volta diviene storico segnando il 931 a.C. come ultimo anno di regno di Salomone, stando alla cronologia dei re più gettonata: quella di Galil.

Al contempo abbiamo anche visto che l’unione ghematrica -e sponsale- tra γυνή (Donna) e Ἀντιπᾶς (Antipa) produce anch’essa un 931 che diviene 931 a.C., quello stesso ultimo anno dei Re (Salomone) indicato da δράκως. Questo ha, forse, permesso la visione del segno grandioso di Giovanni (Ap 12,1), cioè la Donna e il Drago in un unico cielo, sebbene cronologico e tutto ciò ha reso concreta un ‘immagine che mai ha voluto limitarsi a colpire la fantasia, ma ha sempre mirato ha farsi storia, se quel 931 a.C. lo è storia, stando a Galil. e se Apocalisse è rivelazione di cose future.

Ma del drago si può dire di più? Non è in fondo così importante da meritare qualcosa oltre al simbolo? Certamente, e allora noi considereremo, stavolta, la forma di δράκων, quella cioè che compare nell’edizione greca di Apocalisse, che ha un valore di 975 il quale non è il 975 a.C., ma un preciso e importante periodo storico che emerge solo dalla cronologia del blog, quello cioè che unisce il 989 a.C. (primo anno di regno di Davide) al 15 a.C. (anno di nascita di Gesù). Infatti 990/989-15/14=975/974 in un ottica di datazione doppia, necessaria trattandosi dell’anno ebraico convertito in gregoriano.

Non è di poco conto questo periodo se Gesù è “figlio di Davide” (Mt 1,1). Tale periodo infatti collega il padre al figlio, il quale risulta essere quell’ υἱός (figlio) della Donna vestita di sole. Adesso fa ingresso il testo di Apocalisse, in particolare Ap 12,4 in cui si legge chiaro che il drago vuole divorare il figlio appena nato della Donna, ed ecco allora che quel periodo storico che collega il 989 a.C. al 15 a.C.; e che collega il padre (Davide) al figlio (Gesù) si arricchisce con una trama ben precisa: pedofaga, e il drago ha, oltre al simbolo, uno scopo ben preciso.

Scopo che, sempre alla luce della ghematria, raggiunge il suo climax quando quel bambino è salvato non dalle acque, ma dalle fauci del drago grazie a un tempestivo e inaspettato rapimento e quel ἡρπάσθη (ἁρπάζω, rapire), con il suo valore ghematrico di 989 (ἁρπάζω), diviene nuovamente il 989 a.C., primo anno di regno di Davide, che è e rimarrà, perchè di Davide, il trono (storico) di Dio che mette in sicurezza la creatura.

Insomma, è alla luce della ghematria che si consuma tutto il capitolo 12 di Apocalisse, altrimenti fermo su un simbolo che non esprime l’azione se non in termini letterari, quando esso è pensato (ispirato) per una dimensione storica (989 a.C.-15 a.C.) che emerge solo se in possesso della cronologia esatta, cioè quella di Dio; una cronologia che è essa stessa il bambino (υἱός),  perchè conduce da Davide a Gesù parlandoci di una discendenza davidica che non deve assolutamente farsi denaro: significherebbe che il drago è riuscito nel suo intento e ha divorato il bambino.