30 e lode

Ieri sera ci siamo lasciati. Ci siamo lasciati sebbene il post richiedesse altro, ma non lo ho prolungato oltre per timore non che il lettore non seguisse, quanto io non fossi capace di scriverlo perdendo troppa chiarezza.

Tuttavia, forse, una parte altrettanto importante deve essere scritta, perché ne va di Apocalisse, opera congestionata dalle ipotesi e dai libri, senza contare i blog come questo che, a casaccio, se ne occupano.

Noi, ieri sera, abbiamo fatto notare due cose, tra le altre:

la prima è che non s’intende Ap 11 senza Sap 19; non la s’intende perché Sodoma ed Egitto non pescano a casaccio nella Bibbia, ma sanno perfettamente cosa vogliono dirci.

Sodoma ed Egitto scalano l’inospitalità dandone il segno e il giudizio, perché se Sodoma non accolse stranieri, l’Egitto fece schiavi gli amici, tanto che quest’ultimo dà il titolo del capitolo, che è “Gli egiziani più colpevoli dei sodomiti”.

La seconda è che nessuno non solo non ha notato ὅπου che ha un’accezione causale o strumentale, cosicchè, in buona sostanza, nessuno ha mai visto Babilonia, la grande città.

Ma non è stata vista non perché coperta dalle brume del mattino, quello delle ore di lezione, ma perché gli occhi si son chiusi di fronte allo spettacolo, sapendo che chi la vede muore.

Muore alla cattedra, alla stampa, all’editoria e ai congressi, in un una parola muore civilmente (talvolta anche fisicamente), perché capace, Babilonia, di lanciare sortilegi mortali. E’ per questo che si chiudono gli occhi e nient’altro, se un greco ormai quarto ginnasiale sa scorgere la causa e la strumentalità in ὅπου.

Ecco, questo abbiamo scritto ieri sera, ma non abbiamo detto che il riferimento da parte di Apocalisse a Sapienza non è casuale, perché significa due cose:

Giovanni sa di Sapienza

Sapienza faceva parte del Tanak, cioè delle Scritture ispirate

altrimenti non si spiega il diretto riferimento ad essa del capitolo 11 di Apocalisse e dunque il fatto che gli Ebrei e i protestanti tutti, di nuovo, non abbiano visto quell’ispirazione, di nuovo abbiano chiuso gli occhi, diventa dolo evidente.

Dolo evidente perché non è marginale quel passo di Sapienza. Senza, non solo non si capisce Ap 11, ma più ancora non si capisce la “grande città” contro cui proprio si inveisce: non si capisce, ma si urla soltanto: “Roma!. E basta.

Basta così, non oltre, non vero, non storico, ma solo simbolico ipotetico, cosicchè si alimenti la fiamma del mercato e di un’ira spiccia che agisce dal basso ventre, calamaio sui generis.

Si chiudono gli occhi e si urla alla cieca, ma si sa, si sa benissimo che è davvero Roma, ma se ne temono le ire, le ire di una donna che si spaccia per madre, ma ha il cipiglio della matrigna e come tale obbliga alla sua volontà.

Si sa, ma si son chiusi di nuovo, gli occhi di fronte anche al caso, quello che vuole che la somma del capitolo 19 di Sapienza e del capitolo 11 di Apocalisse sia 30 con lode accademica.

Un freddo da chiudere gli occhi

I loro cadaveri giaceranno sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore è stato crocifisso.

Difficilmente i versetti possono essere più densi di più significati, perché Ap 11,8 raggiunge un climax che fa luce su uno degli interrogativi che hanno non solo occupato gli studiosi, ma ne sono stati affascinati.

Non c’è confessione religiosa che non abbia detto la sua e se il mondo protestante fa di Roma “la grande città”, Roma fa di essa Gerusalemme, ma Gerusalemme tace, per un gioco delle parti che alimenta una polemica anche all’interno del mondo laico, curioso, alla pari degli altri, di conoscere Babilonia, “la grande città”.

Però, in questo contesto, sono due le cose che davvero meravigliano noi:

la prima è CEI 2008 che senza indugio legge Gerusalemme

La seconda il mondo protestante, che vuole Roma, ma si tappa gli occhi.

Noi cercheremo di aprirli, allora, facendoci forti del fatto che già avevamo illustrato Babilonia “la madre di tutte le meretrici della terra” dicendo che questo significa che Babilonia ha le sue figlie.

Figlie, però, nascoste al mondo, perché frutto di un rapporto extra coniugale, essendo quello legittimo che la voleva unita a Dio, andato perduto per un divorzio non consensuale che appunto fa di Babilonia la grande prostituta.

Tutto ciò significa che la storia del cristianesimo occidentale è inventata, cioè ne è inventata la diaspora da Roma che ancora tiene ben saldo un cordone ombelicale religioso e culturale sebbene celato da una polemica talvolta acerrima, ma sancito da un accordo segreto.

Prova ne è che il Natale del 25 dicembre li vede tutti riuniti sotto un unico gelido tetto invernale e mai nessuno si è provato a celebrarne uno diverso, se quel diverso non è la blanda critica geovista, che tra l’altro legge bene la favola natalizia, dipingendo un sol invictus tutto romano, perché, ed eccoci al punto 1, la grande città è Roma, mentre chi ha volutamente chiuso tutti gli occhi, sono le altre chiese, non a caso prostitute secondo Apocalisse.

La grande città di Ap 11,8 è Roma per due ragioni

la prima perché nessuno ha letto in ὅπου un avverbio che indica la causa o/e il mezzo, cosicchè il senso del versetto diviene letterale traducendosi

a causa della quale o per mezzo della quale anche il nostro signore fu crocefisso (Ap 11,8)

Che esista un evidente parallelismo tra i due testimoni uccisi e la morte di Gesù è cosa nota, meno noto è però l’avverbio che sancisce il parallelismo, avverbio che non è di luogo, ma ha un’accezione causale e di strumentalità, come anche indicano i dizionari

Nessuna delle versioni da me considerate ha mai tradotto come causa o strumento quell’avverbio, come nessuno, ed ecco la seconda ragione per cui la grande città è Roma, ha saputo intuire il senso pieno della similitudine tra la Grande città e Sodoma e l’Egitto.

Fa presto il metodo storico-critico a collocare i fatti solo ed esclusivamente nel passato, ma la traduzione esatta dell’avverbio ὅπου fa luce sul futuro rispetto all’epoca di stesura del testo, quindi non è Gerusalemme se la causa o lo strumento della crocefissione fu Roma.

Una Roma, allora, che deve simboleggiare tutta la terra, perché gli abitanti di tutta la terra faranno festa scambiandosi doni alla morte dei testimoni (Ap 11,10), una Roma quindi cattolica se l’universalità che significa l’appellativo riassume tutta la terra.

Roma è cattolica non a caso, ma per volontà e dunque è quella stessa volontà che prima le ha fatto rompere il patto di nozze, poi uccidere i testimoni che non ebbero sepoltura e questo significa che la terra non li ha accolti, neppure da morti, costringendo il cielo a intervenire.

Il tema dell’ospitalità, tuttavia, è sacro nella Scrittura, in particolare nell’AT e dunque al disprezzo si associa il sacrilegio, rendendola, ed eccoci al punto, al pari di Sodoma, certo, ma non Gomorra, quanto l’Egitto, cioè di coloro che sono identificati come archetipi dell’abbandono e della non accoglienza.

Infatti Sapienza 19 altro non scrive che gli egiziani sono più colpevoli dei sodomiti, perché se quest’ultimi non accolsero degli stranieri, l’Egitto rese schiavi gli amici e benefattori.

Ecco allora che come i due testimoni non furono accolti, così fecero Sodoma e l’Egitto, e ciò rende doppiamente colpevole Roma che ha ucciso i due testimoni, qualora ὅπου abbia un senso di causalità o strumentalità, cosa che la identifica nel futuro rispetto alla stesura di Apocalisse e ai fatti narrati nella Passione e quindi non può essere Gerusalemme.

Il mondo protestante con ὅπου aveva in mano la prova che la grande città è Roma, ma, come dicevamo a inizio post, ha volutamente chiuso gli occhi di fronte alla causa, perché la mamma, si dice in Italia, è sempre la mamma e la si va sempre a trovare a Natale, immancabilmente per tutti al 25 dicembre che dal freddo non fa battere i denti, ma chiudere gli occhi.

Natale, istruzioni per l'uso

Tra una settimana sarà Natale, quello istituzionale, però, quindi civile perché di religioso ha ben poco e la gente da tanto tempo lo sa. Lo sa che altro non è che un vorticoso giro di soldi, quando però quei doni tradiscono il Natale, perché i testimoni erano vestiti di sacco e uccisi in quella veste, quando s’istituì il Natale dei regali (Ap 11,10).

Quella veste di sacco non è un particolare di Apocalisse irrilevante, se mai ci sia una virgola, in Apocalisse, che sia irrilevante. Quella veste di sacco, associata alla festa per eccellenza dei cristiani, era la memoria del Natale che fu, sia in ordine al calendario, che lo celebrava nel 10/11 di agosto, come fa intendere pure il versetto; sia in ordine a un habitus penitenziale, povero e di digiuno perché “per loro non c’era posto” (Lc 2,7).

Non c’era posto negli alberghi perché nelle loro tasche ce n’era molto e quella grotta o capanna la pagò la fortuna. Non c’era posto per un Natale in pompa magna, degno, diremmo, del Messia, ma lo si fece posto, fondendo l’impianto cronologico biblico, che conteneva certamente il Natale agostano, per rimodellarlo sulle esigenze di colui, Pietro, che aveva come fratello Andrea, cioè un uomo e per di più ellenizzante ed ellenizzato se Aner-andros segna l’origine di quel nome proprio.

Si prestofuse tutto allora e ne è venuta fuori l’immagine di un uomo, di un fratello, di un compagno e di un suddito di Pietro e così per loro non ci fu più davvero posto e Cristo lasciò fare, anzi, consegnò a Pietro pieno mandato: “Fai quel che vuoi, lega e sciogli in terra e cielo” (Mt 16,19) cosicché, espressa tutta la tua potenza, io compia la mia onnipotenza e vinca la sfida.

Mangiate, allora, per Natale, deliziatevi se ne avete la possibilità, ma non pensiate di celebrare il Natale, quanto una festa civile che si colloca in pieno inverno, al freddo e al gelo; non fate però né auguri, né regali, perché quel fiocco rosso che li accompagna è la striscia di sangue di cui è ancora intrisa la piazza in cui i testimoni, vestiti di sacco, furono trascinati e uccisi (Ap 11,8) per far posto a “Tu scendi dalle stelle”.

La palla ai piedi dell'albero di Natale

La lettera a Sardi, la chiesa a cui abbiamo dedicato molti post, si caratterizza per l’ora, un’ora che l’angelo deve conoscere, altrimenti se ne andrà via nudo (Ap 16,15), così come è stato trovato, perché beato sarà chi mantiene le sue vesti.

Egli, Gesù, verrà come un ladro, si scrive, ma nessuno ha capito il senso di quel sostantivo che ripropone la crocefissione, quando, tra due ladroni, fu appeso anche Gesù, ma non come ladro quanto come impostore.

In questo senso allora, lo strong diviene insostituibile, perché coglie la sfumatura e riferisce Gv 10,8, quando solo tutti quelli venuti prima di lui sono ladri e briganti.

Ma anche qui la traduzione è pessima, perché non lascia intendere che quel “venuti” prima di lui significa “venire alla vista del pubblico” come di nuovo suggerisce lo Strong, per cui “nascere”, magari come Messia e prestarsi all’adorazione dei pastori prima, dei Magi poi.

Adesso subentra un bellissimo gioco di versetti, quelli a cui il blog crede, perché capaci di far luce quanto altre chiavi di lettura, magari più note, ma insufficienti, talvolta, a far luce piena su ambiti particolari.

La prima citazione che abbiamo riportata è in Ap 3,3, quando Gesù viene come impostore o falso maestro e infatti quel 3,3 di Apocalisse della Lettera a Sardi è il 33 d.C., la data tradizionale e solo tradizionale della crocefissione che, ne siamo certi, è da condivisa da ben pochi nella sostanza, la quale si fa forte solo di una tradizione che se impugnata non ha argomenti.

Quel 33 d.C. fa di Gesù, allora, un falso maestro perché lascia molto spazio al dubbio, talvolta al mito, in ogni caso lo priva di una storicità certa se neanche l’anno di morte ha una solida base.

Gesù, allora, viene a Sardi con documenti saputi falsi, ma di cui non si conoscono neppure gli originali e vidimati dalla storia, perché il 35 d.C. è assolutamente marginale, tanto che se ne occupa solo il nostro blog.

Tuttavia è quel 35 d.C. che fa di Gesù il rabbuni (Gv 20,16) cioè l’unico e vero maestro, mentre il 33 d.C. lo confonde nella folla degli aspiranti al titolo, rendendolo, sostanzialmente, un grande falso, un impostore che nessuno sinora ha cacciato dalla storia.

Sardi deve stare bene attenta, allora, perché la sua venuta non sarà, come si aspetta, in pompa magna, quella a cui è abituata, ma vorrei dire in sordina, quando però penso in guardina, cioè nella veste di un impostore di nuovo condannato, sebbene stavolta dai tribunali dei suoi prestigiosi ed esclusivi college che non vogliono nessuno con la palla la piede.

Tuttavia Gv 10,8, la seconda nostra citazione, è chiaro: tutti coloro che sono venuti prima di Lui sono in realtà ladri e briganti, ma lo abbiamo scritto: non è corretto tradurre così perché non è semplicemente “venuto”, ma “nato, esposto al pubblico” e conseguentemente all’adorazione, dei pastori prima; dei Magi poi, lo abbiamo già scritto.

Non il caso, allora, ma la sacralità dei vangeli vogliono fermare quella venuta al pubblico in Gv 10,8, perché se il 33 d.C. segna la menzogna e la palla al piede di Gesù, il 10/8 segna però il Natale, il nostro solito Natale, rovinato da un impostore, che però in quel giorno è davvero nato, ed era il 10 agosto del 15 a.C., mentre è morto e risorto nel 35 d.C. lasciandoci però la Pasqua.

Isaia, un profeta multiplo

Il greco della Settanta ha subito pesantissime modificazioni che, finalizzate, divengono a tutti gli effetti grandi falsi. Uno su tutti fa scuola ed è Pasqua, laddove il greco scritturale di oggi propone πάσχα, quando però in origine il lemma era una semplice traslitterazione dall’ebraico Pes(a)ch, cioè Πησχ.

Si dice del Natale essere la principale festa cristiana, ma il Vangelo è chiaro in proposito: Gesù è venuto per la Pasqua (Gv 12,27) tanto che Lui e quella festa sono una sola cosa, riassumendone la vita, la missione e la predicazione.

Non è un caso, allora, che il greco della Settanta facesse risaltare questa identità con Πησχ che ha un valore ghematrico (888) identico a Ἰησοῦσ. (888). Tutto ciò permette a noi di dubitare anche di un profeta, ma non perché non lo reputiamo tale, anzi, quanto perché dubitiamo del nome con cui è passato alla storia e alla Scrittura: Isaia.

Egli, anche dal solo Luca 3,4, risulta scritto come Ἠσαΐας e ciò non solo impedisce una lettura ghematrica che risulterà evidente e fondamentale per la comprensione di un aspetto di colui che forse è il maggiore dei profeti maggiori.

Infatti, quando noi lo riportassimo semplicemente come Ισαια, cioè la versione che l’italiano ha accolta e conservata, il valore ghematrico del suo nome apre a una lettura forse ancora ignota del profeta: quella onomastica, perché Ισαια ha un valore di 222, numero che permette il calcolo dei suoi multipli, cioé

444

666

888

Qualcuno avrà già capito che solo del 444 non sapremmo indicare un’origine e una funzione, mentre del 666 e del 888 tutto risulta chiaro, perché l’uno numero della bestia apocalittica; l’altro ghematria di Ἰησοῦσ.

E’, in questa nuova lettura, solo il 444 ignoto anche se un indizio appare proprio in Isaia, al capitolo 11,12, in cui egli riferisce dei, non a caso, 4 angoli della terra che caratterizzano solo lui e Apocalisse, e riferimento simbolico che s’inserisce in una progressione aritmetica che espande i suoi confini nella profezia, quella di un profeta non semplicemente poliedrico, come ameremmo dire oggi, ma multiplo, la cui missione è scritta anche nel suo nome.

Non sappiamo dire altro, per ora, per cui ci limitiamo a suggerire l’idea che potrebbe scardinare quella sinora conosciuta e che legge, secondo noi e altri erroneamente, un proto, deutero e trito Isaia, per sostituirla con una matematica che ha già individuato quattro fasi, piucchè tre profeti e sei mani, cioè quella di Isaia, quella della bestia e quella di Gesù composte da un unico autore, meglio profeta, che obbligano a rileggere per intero l’opera maggiore dei maggiori profeti, ritenuta erroneamente un collage, ma caratterizzantesi in realtà per una solidità matematica.

Mandateli in bianco

Chi può affermare che nella Scrittura non ci siano angoli pittoreschi che nessuno ha mai visitato? Non è forse questa la meta più ambita di chi ha fatto mille viaggi? Poter raccontare di essere stato il primo a giungere in un remoto spazio del mondo non è forse un primato?

Certo, lo è, come lo è scoprire che la Bibbia cela ancora spazi inesplorati a cui si giunge per mulattiere, quelle, però, del pensiero che tanto è folle da meravigliarsi lui stesso e per primo del panorama che si staglia ai suoi occhi.

E dire che del 666 anticristico si è detto tutto, tanto che abbiamo detto anche noi, ma adesso ne seguiamo lo sviluppo matematico per multipli, non prima, brevemente, di aver ricordato che Apocalisse conosce tre bestie sostanzialmente:

Il serpente antico, cioè satana

La bestia che sale dal mare

e il falso profeta

Da questo si può dedurre una progressione matematica per multipli, perché la bestia segna il celeberrimo 666 mediano, per cui satana è 333 e il falso profeta è 999, non a caso 666 rovesciando i numeri.

Del 666 sappiamo già molto, grazie ad altri e, permettetemi, anche a me, mentre di quel 333 sappiamo nulla, ma a noi è venuta voglia di scriverlo non in greco, come al solito, quanto in ebraico e ne è venuto fuori, grazie alla ghematria che vuole, leggendo da destra verso sinistra שלג,

ש = 300

ל = 30

ג = 3

Questo lemma ( שלג), ben si presta a una traduzione letterale con qualsiasi programma (abbiamo usato due traduttori online e il risultato non è cambiato), tanto che noi citiamo solo Google e il suo traduttore e ne è venuto fuori “neve”.

Sin dalle prime ci ha colpito quella neve, perché noi siamo quelli che gridano allo scandalo di Natale piucché al film, poiché troviamo assurdo e falso celebrarlo nel mese di dicembre al 25, quando anche le condizioni meteo di Betlemme in quel periodo sono date per particolarmente avverse, per cui quella neve fiocca a fagiolo su quel 333 di שלג che diviene 333 d.C. quando la chiesa afferma si sia, per questo da sempre o secondo Tradizione, fissato il Natale con la dedica della Basilica di Betlemme nel 25 dicembre del 332 (la cronologia di Leonardo riporta la stessa notizia per l’anno 333 d.C., però).

Ecco allora che la lettura ghematrica di שלג che segna il 333 di satana si associa alla traduzione di un lemma che ha come significato “neve”, il quale a sua volta, con quella neve, si affianca alla Basilica di Betlemme del 332/333 d.C. in cui nasce, nel 25 dicembre, il bianco Natale, per dirci che per forza ha nevicato: è sparata bella grossa col cannone: quello di satana o serpente antico che dir si voglia, perché in realtà è il 10 agosto Natale.

Da una veste come sacco, al sacco di Babbo Natale

Questo blog non si affida solo al metodo storico, perché sa che quel metodo altro non è che l’anello al naso messo al bue della scienza e con esso la si porta ovunque si voglia.

La conclusione a cui giunge quel metodo, quindi, è quasi sempre pre-ordinata, talvolta addirittura scontata, perché tutto è congegnato affinché l’esito della ricerca sia uno, cioè il loro.

Magari non può essere vero per ogni branca dello scibile, ma per alcune materie particolarmente sensibili, questo è lo stato dell’arte, perché non si vuole che si giunga alla verità, che non è di fede, ma scientifica.

Il nostro metodo d’indagine, quindi, è spesso non condivisibile, ma non perché non sia valido di per sé, ma solo perché si è stabilito, a priori, un metodo, escluso il quale, la conclusione è sbagliata, talvolta assurda, se non risibile.

Tuttavia a noi, a un blog, poco importa se le conclusioni possono o non possono essere condivise: è un nostro capriccio e inviamo la nostra ricerca con una bottiglia gettata in mare, nella speranza che siano le correnti del web a farla approdare in una spiaggia aperta del sapere.

Vorremmo allora parlare dei due testimoni vestiti di sacco di Apocalisse 11,3 che più della scienza hanno solleticato la fantasia, ridotti come sono a un mero simbolo di una verità che è solo di fede, la quale mai ha indossato l’abito scientifico, cioè storico.

Quella veste di sacco, infatti, li rende dei passanti anonimi sulla scena storica, quando però quel sacco, in greco σάκκος, ha anche un valore ghematrico ed è 317, più chiaro 318, per un dopo Cristo che lo colloca nella storia e li rende partecipi, perché da allora inizia una predicazione di 1260 giorni (Ap 11,3).

Tale predicazione altro non è che la verità, ma non quella di fede, quanto quella storica che essi conservano nel loro abito penitenziale, lontano dagli orpelli del secolo, quello scientifico, che danno eleganza di pensiero, è vero, ma sono fuorvianti.

318+1260 è uguale a 1571 a cui si aggiungono i 3 giorni e mezzo della loro non sepoltura dopo l’assassinio della verità che essi rappresentano ed otteniamo quindi il 1581/1582, cioè l’anno, forse i mesi, precedenti la bolla papale Inter gravissimas del 4 ottobre del 1582, la notte della morte di Teresa D’Avila, la santa e dottore della chiesa amica di Dio che non fu più tale.

Ecco allora che la verità dei due testimoni ha terminato, in quella notte del 4-15 ottobre, la sua parabola terrena e scientifica, perché entrano in vigore una storia e una verità inventate, quella storia e quella cronologia che il blog da sempre denunciano tali.

I due esempi più eclatanti di quell’invenzione sono il 33 d.C. per la crocefissione e il Natale, in particolare quest’ultimo, però, assume un valore simbolico altissimo, archetipo di censura e di una mistificazione della storia, perché si sono procurati, anche, di rendere storicamente solido il Natale del 25 dicembre attribuendolo a una Tradizione cattolica che affonda le sue radici nel 332 d.C., quando si dedica, a Gerusalemme, la Basilica della natività dicendo che da sempre, in fondo, è Natale d’inverno al 25 di dicembre.

Ma noi sappiamo, da questa categoria, che il Natale era in realtà fermo al 10 di agosto del 15 a.C., per cui la menzogna è davvero scandalosa. Avevamo anche scritto, a tal proposito, che è inutile cercare nel passato remoto per giungere alla verità, perché è sufficiente indagare capillarmente fondi d’archivi e biblioteche, dove siamo certi si siano conservati o scampati alla censura sistematica che li ha distrutti in massa, i martirologi cattolici precedenti il 1584, quando entrò in vigore il nuovo martirologio cattolico adeguato al passaggio al gregoriano.

Sarà allora in ciò che si è salvato miracolosamente da un naufragio cattolico la risposta agli interrogativi che un Natale in pieno inverno pone alla logica e alla storia; sarà nei martirologi precedenti il 1584 la veste di sacco dei due testimoni, cioè la verità su un Natale agostano e di luna piena, perché la Chiesa aveva i suoi santi in paradiso, sebbene poi li abbia gettati all’inferno.

Sarà, insomma, un martirologio a far luce su un calendario liturgico che tradiva, cioè consegnava alla storia, l’intera vita di Gesù, fermandola sulle righe di una liturgia che non poteva non essere scritta seguendo le orme di Cristo, nato il 10 agosto, quando anche la Chiesa cattolica celebrava il Natale prima che ne preferisse uno assolutamente stravagante ma alla moda.

Lo avevamo scritto e adesso, alla luce dei due testimoni, la fiaccola di una lettura ghematrica del loro sacco come veste, ne siamo ancora più sicuri, tanto che lanciamo la nostra bottiglia in mare, affinché le correnti la spingano sulle coste di una scienza costretta, suo malgrado, a credere alla vita dei santi e a un metodo, il mio, che fa acqua da tutte le parti.