Dario, solo un increscioso scambio di persona?

Dedico quest’ultimo post a Introduzione all’Antico Testamento, di A. Soggin. Finora la chiave critica è stata quella cronologica e lo sarà ancora, perchè Soggin, dedicandosi al calcolo degli anni sabbatici (suo è il 163/164 a.C. di I Macc. 6,49) ha dimostrato una sensibilità particolare al problema, tanto che è lecito supporre che lo conoscesse a fondo (a questo ovvio che si aggiunga la sua fama internazionale di studioso della Bibbia).

L’aspetto particolare di cui ci occuperemo è l’anno del rientro di Aggeo e dunque l’anno della dedicazione del secondo tempio, che Soggin colloca durante il regno di “Dario I Istapse” (cfr. Soggin, ibidem, p408). Questo significa che, avendo tradotta la semplice nota cronologica di Aggeo, cioè “l’anno secondo del re Dario” (Ag 1,1), in 520/521 a.C. è gioco forza pensare che egli ritenga valida la data canonica del 515 a.C. come anno della dedicazione del tempio.

Noi ci chiediamo però se le informazioni che la Bibbia offre permettano quest’unica datazione, facendo sin da subito notare come non solo Aggeo non dia nessuna indicazione di quale Dario fosse, cioè se primo o secondo, ma che neanche Esdra in 6,15 la dà, limitandosi a indicare che l’anno che vide terminare i lavori al tempio era il “sesto del regno del re Dario”.Tutto ciò, io credo, offra già di per sè elementi per avanzare dubbi su quella che agli occhi di Soggin appare una necessaria e inequivocabile identificazione del Dario citato in Dario I Istapse.

Ritengo che tale individuazione sia dovuta alla presenza di Ciro nella Bibbia, re citato in più passi (cfr, 2 Cr 36,22; Esd 1,2 ad esempio) come il liberatore dal giogo di Babilonia. Se di per sè tale identificazione, quindi, appare solidamente fondata, altrettanto non si può dire della sua univocità, perchè è possibile un’altra ricostruzione cronologica che escluda Ciro. Essa, come vedremo, non solo si avvale di un passo biblico troppo velocemente scartato, ma si avvale anche di una ricostruzione cronologica molto più lineare e armonica che affonda le sue radici o, se preferite, estende la sua chioma, trovando conferma, nel NT, nel Vangelo di Giovanni cioè, oltre che avvalersi della preziosa nota del Seder Olam Rabbath che indica 480 anni tra primo e secondo tempio. Procediamo con ordine.

In Esd. 4,23-24 leggiamo

Appena il testo del documento del re Artaserse fu letto davanti a Recum e a Simsai scriba e ai loro colleghi, questi andarono in gran fretta a Gerusalemme dai Giudei e fecero loro interrompere i lavori con la forza delle armi.
Così fu sospeso il lavoro per il tempio in Gerusalemme e rimase sospeso fino all’anno secondo del regno di Dario re di Persia.

Come facilmente si capisce, i lavori al tempio furono bloccati da un editto di Artaserse e ripresero soltanto nel secondo di Dario, che stando alla scaletta suggerita, non può che essere Dario secondo. Questo ci dice che se è giusto ricostruire la tempistica seguendo la linea guida suggerita dall’editto di Ciro, lo è altrettanto quella ricavabile dall’editto di Artaserse che non conduce al 520/521 a.C. (secondo anno di regno di Dario I Istapse), ma a Dario secondo. Io credo che già così il dubbio sorge: di quale Dario si tratta? A mio parer fu Dario secondo e cercherò di dimostrarlo con la tempistica che chi conosce la cronologia di Dio non avrà difficoltà a seguire.

In Esd. 7,12-16 leggiamo il documento che Esdra ricevé quando rientro con il gruppo di cantori e leviti, cioè nel settimo di Artaserse, cioè nel 464 a.C. (la cronologia di Dio colloca il primo anno di regno di quel re nel 471 a.C.). Che il rientro di Esdra sia finalizzato alla ricostruzione del tempio appare chiaro dal contenuto del documento. Leggiamolo

«Artaserse, re dei re, al sacerdote Esdra, scriba della legge del Dio del cielo, salute perfetta. Ora:  da me è dato questo decreto. Chiunque nel mio regno degli appartenenti al popolo d’Israele, dei sacerdoti e dei leviti ha deciso liberamente di andare a Gerusalemme, può venire con te;  infatti da parte del re e dei suoi sette consiglieri tu sei inviato a fare inchiesta in Giudea e a Gerusalemme intorno all’osservanza della legge del tuo Dio, che hai nelle mani, e a portare l’argento e l’oro che il re e i suoi consiglieri inviano come offerta volontaria per devozione al Dio d’Israele che è in Gerusalemme,  e tutto l’argento e l’oro che troverai in tutte le province di Babilonia insieme con le offerte volontarie che il popolo e i sacerdoti offriranno per la casa del loro Dio a Gerusalemme.

Dall’ultimo versetto a me risulta chiaro che tutte le offerte sono finalizzate alla ricostruzione del tempio, ma credo sia possibile esserlo ancora di più, ricorrendo prima a Gv 2,20, poi alla nota cronologica del Seder che indica 480 anni tra primo e secondo tempio. Niente di particolarmente  complesso solo un paio di calcoli e una nota testuale a Gv 2,20.

In Gv. 2,20 leggiamo che sono occorsi 46 anni per la ricostruzione del tempio. Solitamente tale cifra viene giustificata dalla ricostruzione di colonnati e portici, perchè G. Flavio in Antichità giudaiche,XV, 421 [xi, 6] parla di 18 mesi. Tuttavia è fondamentale notare che nella descrizione data da Giovanni in 2,20, l’apostolo usa, per indicare il tempio, ναος, cioè indica il tempio in senso stretto, il sancta sanctorum, mentre in 2,14 usa ἱερός, che indica l’area del tempio da cui Gesù scacciò i mercanti. Dunque nella mente dello scrivente è chiara la distinzione tra i due sostantivi, per cui quando Giovanni scrive che ci sono voluti 46 anni per ricostruire il ναος afferma che ci sono voluti 46 anni per il tempio in senso stretto. Tale cifra è difficilmente spiegabile con le dimensioni del tempio, assolutamente inspiegabile, alla luce del diverso uso di ἱερός, con colonnati e portici.

Due sono allora sono le domande che sorgono :

La prima è perchè Flavio parli di 18 mesi.

La seconda perchè occorse così tanto tempo.

Due le domande, ma unica è la risposta: Giovanni parla del tempio post esilico; Flavio di quello erodiano. E che Giovanni parli del secondo tempio risulta chiaro dai calcoli. Infatti se assumiamo, come fa la cronologia di Dio, che Esdra rientrò il settimo anno di regno di Artaserse (cfr. Esd 7,7) cioè il il 464 a.C. e togliamo i 46 anni indicati da Giovanni otteniamo il 464-46=418, cioè il 418 a.C. che anche gli storici indicano essere il sesto di Dario secondo, anno che Esd. 6,15 dice essere quello della fine di lavori al tempio.

Già di per sè i calcoli sono esatti, ma bisogna anche dire che tale ricostruzione è l’unica capace di spiegare come mai un lavoretto di qualche anno divenga una tela di Penelope di 46. Ciò fu dovuto a qulell’editto di Artaserse citato, editto che bloccò i lavori sine die.

Le ragioni sin qui addotte credo siano suffcienti per mettere in dubbio l’identità del Dario citato da Esdra e Aggeo, ma ne possiamo brevemente portare un’altra: quelle esposte dal Seder Olam. Lo farò brevemente, con un semplice calcolo che dimostra che l’inizio dei lavori al tempio non fu sotto Dario primo, ma nel settimo di artaserse, nel 464 a.C.

Il Seder Olam afferma che tra primo e secondo tempio passarono 480 anni. L’inizio dei lavori al primo tempio avvenne, come sappiamo da 1 Re 6,1, l’anno quarto del regno di Salomone, cioè, stando alla tabella cronologica dei Re della cronologia di Dio, nel 945 a.C.. Adesso è sufficiente togliere 480 anni a tale data e vederes e cadiamo nel 464 a.C. Facciamolo: 945-480=465, cioè il 465 a.C. che con l’approssimazione di qualche mese è l’anno cercato. Dunque pure il Seder e la sua nota cronologica indicano non Dario I, ma dario secondo, confermando quanto sinora detto.

Credo che quanto sopra apra perlomeno al dubbio sull’identità di del Dario citato da Esdra e Aggeo. Non è così evidente e automatico -se volete, sicuro-  identificarlo  con Dario Istapse. Ciò è stato possibile solo perchè alla Bibbia si è applicata brutalemente una cronologia storica che poco ha a che vedere con quella biblica, la quale ha i suoi tempi, i suoi ritmi e i suoi arcani, come un arcano è l’argomento conclusivo del post: il valore ghematrico di Αρμαγεδων e non di Αρμαγεδδων spiegato pochi giorni fa.

Se adottiamo la lezione più comune del termine, cioè Αρμαγεδων il calcolo ghematarico conduce a un valore di 1004, lo stesso usato da Soggin per datare il primo anno di regno di Davide. Alla luce di tutte le evidenze ghematriche contenute nella sezione in Homepage e alla luce della superficialità con cui si sono affrontate delicate questioni cronologiche bibliche (tutte raccolte nella sezione dedicata a Soggin e inserita sempre in Homepage) credo che veramente sia una battaglia quella di riportare il metronomo nelle pagine bibliche, troppo spesso affrontate a colpi di clacson, come automobilisti imbottigliati nel traffico della parola.

Padre nostro che sei nei cieli, restaci.

soggin1Nei due post precedenti ho dimostrato quale sia il tenore e lo spessore dell’esegesi attuale citando Introduzione all’Antico Testamento di Alberto Soggin, studioso di cui invito a leggere la biografia qui e qui, per rendersi conto della sua importanza internazionale. Egli è a pieno titolo il capofila e il maestro di una scuola esegetica autorevolissima e dunque la rappresenta.

Criticando lui, si mette in discussione l’intero metodo e ciò che ha prodotto. Facendo notare, come ieri, che le questioni si risolvono ora immaginando trentasette, laddove la Bibbia riporta sette; ora, solo per colmare l’orrido cronologico che l’imperizia ha creato, fantasticando invasioni e assedi ignorati totalmente dalle fonti e dalla Bibbia; da ultimo -ma solo perchè ultimo degli esempi finora citati- s’immagina un fantastico castello di co-reggenze soltanto perchè la dabbenaggine non  ha permesso di comprendere che si stavano usando calcoli di seconda mano e per giunta sbagliati, cioè le cifre che riassumono la durata dei vari regni di Giuda e Israele secondo il  Dtr.

Ho parlato finora di imperizia, dabbenaggine, dilettantismo, ma è proprio così? Non sarebbe forse meglio parlare di malafede? Non sarebbe meglio condividere il sacrosanto sospetto del Prof. Fomenko i cui modelli matematici gli hanno detto che c’è qualcosa che non quadra?

Prendiamo il caso dei Re. Non c’è pagina biblica che non abbia il suo bel frego rosso a indicare che il testo è corrotto. ma allora perchè di fronti ai calcoli che non tornavano non si sono immaginate corrotte le cifre del Dtr.? Una svista, un increscioso incidente? E’ ben strano, nessuno ha immaginato corrotte quelle cifre: i conti non tornavano, ma le cifre erano esatte e tali le si sono considerate. E’ veramente curioso. Curiosa è pure un’altra pagina di Soggin, tratta sempre dal testo citato. Lì lo studioso afferma una cosa, ma fa in maniera tale che il lettore ne pensi un’altra.  Vediamo come.

Partiamo da riportare per intero quanto scrive circa il mito e la sua natura:

Il mito è un genere letterario narrativo che si ritrova in una forma o nell’altra in tutte le religioni. Negli studi biblici e in quelli del Vicino Oriente Antico, il genere viene usato per imprese di dèi o eroi, imprese indipendenti da un qualche contesto storico-geografico e cronologico perchè di solito, almeno nelle origini, legate allo schema ciclico della natura e della sua fertilità. (A. Soggin, ibidem,P. 82)

Da notare subito che lo studioso svincola da qualsiasi contesto storico e cronologico il mito.  Poi prosegue e a pag. 85 afferma che:

La morte e la resurrezione di alcuni dèi connessi con la fertilità…vengono nel Nuovo Testamento sostituite dall’avvenimento unico della morte e della resurrezione di Gesù, anch’esse con gli effetti salvifici permanenti…attualizzabili nel culto, ma avvenute però a Gerusalemme, sotto Ponzio Pilato, tra il 30 d.C. e il 33 d.C. e quindi private di quegli elementi principali [ il contesto storico-geografico e cronologico] che del mito costituiscono la caratteristica.

Adesso non rimane che riflettere su quanto appena letto e chiedersi se quell’affermazione circa la storicità della morte di Gesù nel 30 o 33 d.C., sia sufficiente per sgombrare la mente del lettore da quegli stessi equivoci che Soggin ha suscitato assimilando la Resurrezione al mito della fertilità.

La prima cosa che credo si debba dire è che non si vede la necessità, considerata l’economia del testo, di assimilare la vicenda cristiana a un mito pagano. Ma c’è di più: quella incertezza sulla data della crocefissione si riflette su tutta quanta la parabola terrena di Cristo, di cui, infatti, non si ha un’anagrafe certa, non si conosce cioè con esattezza né la data di nascita, né l’età complessiva (la cronologia di Dio fornisce tutto questo). Ciò in pratica, al di là delle affermazioni di principio (certamente patì sotto Ponzio Pilato) e non fornendo nessun elemento biografico certo, si è ridotta la figura di Gesù al mito, perchè ad Egli ben si applica la definizione che Soggin dà del mito: qualcosa di vago, totalmente disancorato dal quadro storico e cronologico. Capite bene che il lettore giunge a questa conclusione, perchè la sola affermazione di principio sulle possibili date della morte, non basta a colmare il vuoto storico e cronologico che il paragrafo di Soggin ha scavato sotto i piedi di Gesù.

Quanto appena detto, se unito all’assurdo metodo di cui abbiamo dato esempi all’inizio del post, è sufficiente per avanzare seri dubbi sulle reali intenzioni dei collaboratori di Cristo, i quali credono con affermazioni di principio di di farci credere che sono tutte fesserie, ma per fede le crediamo vere. No, permettetemi: le vostre, come ho dimostrato, sono benemerite fesserie (il numero sette che diviene trentasette; invasioni e assedi partorite dalla più spericolata fantasia e da ultimo, senza elencare tutte le altre assurdità che la cronologia di Dio ha messo in evidenza, dulcis in fundo , calcoli di seconda mano e per giunta sbagliati per affrontare il delicatissimo congegno cronologico di 1-2 Re, quando un bambino delle elementari, di fronte al problemino che non torna, la prima cosa che fa è ricontrollare i calcoli ), fesserie a cui voi soltanto fareste bene a prestare fede.

Concludo con una poesia, una bella poesia di Prévert : Pater noster

Padre Nostro che sei nei cieli
Restaci
E noi resteremo sulla terra
Che qualche volta è così attraente
Con i suoi misteri di New York
E i suoi misteri di Parigi
Che ben valgono i misteri della Trinità
Con il suo minuscolo canale dell’Ourcq
La sua grande Muraglia Cinese
Il suo fiume di Morlaix
Le sue caramelle alla Menta
Con il suo Oceano Pacifico
E le sue due vasche alle Tuileries
Con i suoi bravi bambini e i suoi mascalzoni
Con tutte le meraviglie del mondo
Che sono là
Con semplicità sulla terra

A tutti offerte
Sparse
Esse stesse meravigliate d’esser tali meraviglie
E che non osano confessarselo
Come una bella ragazza nuda che mostrarsi non osa
Con le spaventose sventure del mondo
Che sono legioni
Con i loro legionari
Con i loro carnefici
Con i padroni di questo mondo
I padroni con i loro pretoni gli spioni e marmittoni
Con le stagioni
Con le annate
Con le belle figliole e i vecchi coglioni
Con la paglia della miseria che imputridisce nell’acciaio dei cannoni.

Il primo verso recita “Padre nostro che sei nei cieli restaci” ed è questa l’unica liturgia conosciuta nelle osterie consacrate dei seminari di studi biblici, perchè quaggiù vogliono comandare loro.

Un’esegesi mammona

Dalla lettura di A. Soggin Introduzione all’Antico Testamento è emersa la profonda diversità di metodo tra l’esegesi classica e il mio lavoro. Sebbene spesso accusato di carenza di metodo, le pagine di Soggin (in particolare òa 515 e 516) hanno messo in evidenza che la questione non sta proprio in questi termini, perchè quell’accusa deve essere rivolta ad altri, mentre nel mio caso -che è bene ricordare si contraddistingue per estrema precisione di calcolo oltre che per l’armonia e linearità dell’intero impianto cronologico- tutt’al più si può parlare di originalità. Vediamo perchè.

Il capitolo di Soggin dedicato a Esdra e Neemia può essere citato ad esempio, poichè ha tutte le informazioni necessarie per illustrare quanto sopra. Invito per tanto coloro che volessero sincerarsi di quanto scrivo a leggerlo. In quelle pagine due sono gli aspetti importanti:

1) Il calcolo dell’anno in cui rientra Esdra

2) Lo strano silenzio biblico sul periodo compreso tra l’editto di Ciro (538 a.C.) e l’inizio della riedificazione di Gerusalemme (445 a.C.)

Nel primo caso Soggin riporta, dandogli quindi importanza, l’ipotesi secondo la quale, per venire a capo della priorità di Neemia su Esdra circa il ritorno a Gerusalemme, dobbiamo stravolgere   Esd. 7.7 leggendo, al posto di settimo anno, trentasettesimo anno, così che sia possibile rintracciare l’anno sabbatico utile per dimostrare tale teoria.

In questo post ho dimostrato chiaramente che ciò non è assolutamente necessario, perchè se si assume l’esatto primo anno di regno di Artaserse -e per esatto intendo quello che la Bibbia considera- noi calcoliamo facilmente e con estrema precisione il 464 a.C., che fu sabbatico secondo i calcoli stessi Soggin, il quale colloca l’anno sabbatico di riferimento nel 163/164 a.C. Dunque non è assolutamente necessario stravolgere il testo, semmai è assolutamente necessario adottare il “metro biblico” per dirimere questioni cronologiche bibliche, ma ciò non è stato e non è fatto, ovvio che l’armonia dei numeri e del testo si perdano e dobbiamo ricorrere a ipotesi ad hoc per far quadrare un minimo i conti.

Nel secondo caso, Soggin, interpreta in maniera bizzarra il silenzio biblico o, se volete -il che è lo stesso- lo stano caso che vuole un editto sul rientro dall’esilio nel 538 a.C., ma delle mura e un intera città ancora tutta da ricostruire nel 445 a.C.

Soggin dice che non è niente di sensazionale la rovina di Gerusalemme ancora attuale nel 445 a.C., mentre trova sensazionale l’ipotesi che potrebbe spiegarla: un assedio a noi sconosciuto avvenuto tra il 538 a.C. e il 445 a.C., assedio di cui non abbiamo nessunissima notizia.

Io credo invece che sia l’esatto contrario: una città (mura comprese) ancora in rovina nel 445 a.C. costituisce un chiaro campanello d’allarme per gli studiosi, perchè ci dice che la tempistica potrebbe essere sbagliata. La mia non è un’affermazione priva di fondamento, perchè in  questo post ho dimostrato che una tempistica alternativa e migliore è possibile, perchè colma l’assurdo divario (una voragine) tra la riedificazione e dedicazione del secondo tempio e la ricostruzione delle mura, la quale, se adottiamo i tempi della storiografia ufficiale, deve, per forza di cose, assumere ciò che è assurdo: una cinta muraria, che Soggin stesso dice essere in rovina e con le porte incendiate (come riporta Neemia), riocostruita in soli 52 giorni letterali, pena l’enorme ingrandirsi di quello che già in origine -cioè già nella cronologia adottata per calcolare l’inizio dei lavori alle mura- era una voragine tra tempio e mura.

Anche in questo caso ho dimostrato che una tempistica alternativa e migliore è possibile, sebbene metta in discussione quanto la storiografia ritiene indiscutibile: la fine dell’esilio, che la cronologia di Dio colloca, biblicamente, nel 447/448 a.C. Questa datazione abbassa di molto la dedicazione del tempio, collocandola nel 418 a.C. (sesto si di Dario, ma secondo), ma armonizza tutto il quadro cronologico assumendo che i 52 giorni necessari alla ricostruzione delle mura siano da interpretare secondo la regola di 1 giorno=1 anno, in maniera tale che se le mura furono completate nel 399 a.C. (la cronologia di Dio assume il XX° di Artaserse nel 451 a.C., per cui togliendo 52 aani abbiamo 399), il tempio e la sua dedicazione l’hanno di poco  preceduta (418 a.C.). Come vedete la cronologia di Dio non deve assolutamente spiegare nessun orrido cronologico come la storiografia ufficiale. Non fantastica nessuna altra invasione o assedio per giustificare le condizioni di rovina di Gerusalemme nel 445 a.C., perchè colloca e dimostra possibile, biblicamente, una fine dell’esilio nel 447/8 accorciando e armonizzando la tempistica.

Da tutto questo emerge la differenza tra il mio lavoro e metodo e quello dell’esegesi, che non ha e non vuole tenere conto che tutta quanta la mia ricerca è sempre stata tesa a rintracciare un originale cronologico biblico con le sue leggi e e i suoi tempi. Ciò ha conferito al mio lavoro originalità di metodo e scopo di ricerca, cose che è assolutamente sciocco considerare come mancanza o carenza di metodo.

Se poi consideriamo che il metodo che dovrei adottare stravolge il numero sette in trentasette e fantastica di assedi di cui nessuna fonte ha notizia, lasciate che ve lo dica chiaramente, mettendo al bando “la carineria”: me lo tengo stretto il mio metodo, perchè quello degli altri non solo è incapace di dì creare un quadro cronologico armonico di almeno mille anni, ma si caratterizza pure per un dilettantismo imbarazzante quando affronta la delicata cronologia dei Re: assume calcoli di seconda mano e per giunta sbagliati e con quelli spera di rintracciare i sincronismi, tanto a risolvere tutto ci pensa mamma co-reggenza. Comportiamoci da adulti, per favore.

Esdra, Neemia e l’anno sabbatico

Quanto sto per scrivere s’inserisce in una questione ancora aperta: giunse a Gerusalemme prima Esdra o Neemia? Non sto a riassumerla, basta solo dire che coloro (la maggioranza, cfr. A. Soggin introduzione all’Antico Testamento, p. 515) i quali sostengono che giunse prima Neemia alterano la scaletta cronologica biblica, la quale vuole che sia giunto prima Esdra nel VII° di Artaserse (459 a.C., secondo la datazione ufficiale; poi  Neemia nel XX° anno di regno di Artaserse (445 a.C., secondo la stessa datazione ufficiale).

Invertendo tale scaletta, si sostiene che il VII° di Artaserse  (rientro di Esdra) sia quello di Artaserse II, cosa che ci conduce all’inizio del secolo IV, al 398 a.C., mentre rimane fissa la datazione del rientro di Neemia nel XX° di Artaserse I, il 445 a.C. La faccenda divide gli  studiosi, anche se appare certo che i tradizionalisti (coloro che rispettano la scaletta biblica citata che vede prima il rientro di Esdra e poi quello di Neemia) sono minoritari.

Coloro che seguono questo blog sanno che la cronologia di Dio è un lavoro a se stante nel panorama della cronologia biblica, circa la quale ha la presunzione di dire che ne ha rintracciato l’originale e chissà che proprio l’originale non consenta di dirimere la questione e fare chiarezza.

Il test che sto per proporvi è estremamente preciso, perchè tutto si gioca su un anno sabbatico, un anno sabbatico che deve cadere in un anno del regno di Artaserse che contenga il numero 7 nel numero ordinale che indica l’anno di regno. Questo  perchè sapppiamo che Esdra rientra il VII° di Artaserse e quindi dobbiamo almeno cercare di fare salva parte della nota cronologica del libro biblico in questione, anche se ipotizziamo -come fanno alcuni studiosi- che quel VII° sia un errore.

Inutile passare in rassegna tutto il regno di Artaserse, è sufficiente dire che tale ipotesi calcola sabbatico il 37° anno di regno perchè, datando ufficialmente il 465 a.C. come primo di regno di Artaserse, tale anno è l’unica data che può presentare non solo il numero sette nell’ordinale, ma essere anche sabbatico. Bisogna anche dire che viene preso in considerazione l’anno sabbatico, perchè da Neemia 1-7 si desume che la celebrazione lì descritta sia tipicamente sabbatica.

Al di là della questione in sè che spero di aver ben riassunta (se lo ritenete necessario consultate Soggin, ibidem, pp. 515-516) a noi interessa capire se la forzatura del testo biblico che parla di VII° anno e non 37° di Artaserse sia necessaria. Per far questo assumiamo come probante il test suggerito dagli autori (l’anno sabbatico) e lo calcoleremo secondo la datazione della life cronologia di Dio, che colloca il I° anno di regno di Artaserse non nel 465 a.C. nel 471 a.C. e dunque il suo VII° (come vedete ci sottoponiamo al test rispettando il testo biblico) nel 464 a.C. il quale deve essere sabbatico se la cronologia di Dio è nel giusto. Come potete ben capire il test è estremamente preciso e mette a repentaglio buona parte del nostro lavoro, sicuramente quella parte che poggia sul I° e VII° anno di regno di Artaserse.

Innanzi tutto seguiamo, come in questo post dedicato al IX° di Sedecia, anch’esso sabbatico, le indicazioni di Soggin, autore di riferimento per questo post, il quale rileva come sabbatico il 163/164 a.C. Poi cerchiamo, nella speranza di trovarlo, un multiplo di 7 (gli anni sabbatici cadevano ogni 7 anni) che, sommato al 163 a.C. o 164 a.C. c,i conduca al 464 a.C.. Tale multiplo è il 43 il quale moltiplicato per 7 dà 301, che se sommato a 163 individua l’anno cercato: il 464 a.C.con estrema precisone.

Come vedete anche stando al test suggerito  dagli studiosi la cronologia di Dio trova piena conferma. Sono gli altri che per far quadrare i conti debbono far violenza al testo biblico e immaginare, laddove è scritto settimo, un 37° anno perchè la datazione ufficiale del primo anno di regno di Artaserse (465 a.C.) non permette di fare altro.

Pur non avendo perfetta cognizione di causa nella questione della priorità di Neemia su Esdra, credo sinceramente, avendo dimostrato che il 464 come VII° di Artaserse fu sabbatico, che la cronologia di Dio possa aiutare a dirimere la questione. Sta agli studiosi prenderla in considerazione, certi, anche alla luce di questo particolarissimo test, che essa si caratterizza per l’estrema precisione di calcolo.

A conclusione di tutto lasciatemi dire che questo post offre anche una prova pesante circa la correttezza della mia datazione del I° anno di regno di Artaserse (altra questione ancora aperta e molto dibattuta), cioè il 471 a.C. ed anche in questo caso sta agli studiosi considerarla o meno.

Ps: cosa c’entra la foto con il contenuto del post? Niente, solo che il mio cammello (il blog) è molto contento di aver superato l’esame.