Cagasisto

sistoCrediamo che solo questo blog abbia saputo dare al falso profeta apocalittico un nome un cognome e un pontificato: quello di Sisto V Peretti. Lo scovammo in una piega ghematrica dal valore molto alto, forse insolito (2181), di ψευδοπροφήτης (falso profeta) che sommammo all’anno 596 a.C. che disciplina l’intera cronologia dell’esilio babilonese, e ottenemmo il 1585, primo anno del suo pontificato.

Poi ci venne la voglia di conoscerlo, Sisto, e scoprimmo di tutto, cioè che aveva stuprato la Vulgata (Padre A. Maggi); che “non perdonava neanche a Gesù Cristo” (Radiomaria);  che fece in mille pezzi una croce sanguinante che fu invitato a visitare; che è stato la causa, sino ad allora ignota, dell’alcolismo cronico che caratterizzò il ‘600; che volle una Bibbia tutta per sé: la Sistina per imporre la quel escogitò i sampietrini, le pietre con cui uccise il dissenso. 

Ce n’è per tutti, insomma, nella figura di Sisto, ma sinora non pensavamo che fosse scritto nel suo pontificato il suo peccato mortale, quello che ha ucciso la scienza e la storia e che fa capo direttamente al capezzale della croce sanguinante che visitò, ma solo con l’intenzione di darle il colpo di grazia, meglio, i colpi di grazia, se usò l’ascia per farla a pezzi.

In quell’occasione gridò: “Come Cristo ti adoro, come legno ti spezzo” e giù fendenti  alla cieca contro Gesù, ma non al Cristo, che avrebbe, lui e i suoi successori, adorato perché ammazzato il Gesù storico, rimase vivo il Cristo, cioè la teologia, senza però che questa avesse un’ancora nella storicità, in Gesù, quel Gesù storico che rendeva unica la religione cristiana, la sola che potesse dimostrare le sue origini divine.

Non è uno scherzo quel “ti spezzo, ma ti adoro” c’è condensata tutta la storia della chiesa di lì a venire, una chiesa che infatti si cimenta nell’esercizio teologico, ma balbetta imbarazzata di fronte a una banale anagrafe.

Chiedete, chiedete loro quando è nato e quando è morto Gesù, dopo duemila anni di cattolicesimo: faranno la faccia rossa prima; poi si accapiglieranno, perché vorranno avere tutti ragione, sebbene abbiano tutti torto indicando, sempre alla cieca, chi il 33 d.C., suffragato dalla solenne Tradizione cattolica; chi il 30 d.C. che caratterizza una levantina modernità.

Sta di fatto che il 35 d.C. è sfuggito a tutti e nessuno, tranne noi, Giovanni, Policarpo e Ireneo lo ricorda, ricorda cioè un Cristo e un Gesù cinquantenni, forse perché gli eroi si vogliono immancabilmente belli, giovani e forti: maturi non piacciono.

Ecco, tutto questo è Sisto: è il caos, un caos che egli ha scritto nel suo pontificato perché ne fu l’artefice; lui lo stesso ce lo dice, perché come pubblicò la sua Sistina, così redasse la sua cronologia, la sua storia e la sua scienza, poca in realtà perché nato ignorante, morì farabutto.

Egli regnò, despota, tra il 1585 e il 1590 e in quel quinquennio annovera anche gli anni 1586 e 1587 che noi vogliamo così scrivere: 1 586 e 1 587 quando il 586 a.C. e il 587 a.C. sono gli anni in cui la scienza, unita alla religione, cioè, paradossalmente, alla sua fede, ha partorita la menzogna di un esilio babilonese insensato, non alla luce della Bibbia, ma della scienza stessa se R. Newton ha denunciato il falso nell’intera cronologia tolemaica che ci ha tramandato un’astronomia fatta a tavolino: quello di Sisto che volle, assieme alla sua Sistina, la sua storia e la sua scienza nel 1 586 1 587  e guai a dargli torto, perché “non perdonava neanche a Gesù Cristo” e ieri, come oggi, se la son fatta tutti nelle braghe, non avendo neppure la dignità di affogare la loro vigliaccheria nel bicchiere, come fece il ‘600 salvando almeno la dignità.

Spudorati

spudoratiCi siamo già occupati di Paolo, Paolo il grande falso della Scrittura, Paolo il serpente. Ce lo hanno rivelato due dubbi e una certezza: cioè la sua reticenza nel dare le prove supposta vocazione e la sua ghematria, una ghematria che conduce al 587 a.C. il quale coincide con un’altra ghematria greca quella di serpente.

Non vogliamo riproporre quanto sinora scritto, vogliamo invece spingerci a fondo nel messaggio cristiano che Paolo ha tradito. Un messaggio che fu amore, un amarsi come Cristo ha amato e che poi si è perso, legato da catene forgiate ex-novo dopo che quelle precedenti erano state spezzate da Cristo.
Le ha forgiate Paolo quelle nuove catene, perché c’è traccia nella Scrittura e nella teologia primitiva di un amore folle, ma in “un tempo piccolo” (questa canzone capolavoro credo appartenga a Califano. Mi scuso se non fosse così); un amore libero che si è voluto ridurre di nuovo in schiavitù.

Nell’espressione agostiniana “ama e fa ciò che vuoi” si condensa tutto il messaggio cristiano originale. L’amore nella sua massima espressione e libertà che non conosce il peccato se non laddove è peccato. Il peccato è il peccato, perché Genesi ci dice di non “conoscere” ciò che è bene e ciò che è male (Gn 3,3), cioè non stabilire noi una nostra morale, in caso contrario è la morte, la morte in un peccato che noi abbiamo definito tale e che non ci stanchiamo di produrre.

Giovanni, in questo senso, è chiaro quando riporta le parole del Cristo: “Se non crederete che io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24). Frase non compresa a dovere e malissimo interpretata, perché quei “vostri peccati” non sono i peccati commessi, ma quelli che ci siamo immaginati, quelli che ci siamo inflitti volendo noi stabilire una morale.

Forse è proprio questa la conoscenza della verità (Gv 8,32) che rende liberi, liberi dal peccato fino al punto di godere di una vita piena, una vita nell’amore che non conosce il peccato se non quello di non amare.

E’ proprio Paolo che tradisce il senso originale dell’amore cristiano quando vuole accusarlo. Quell’amore aveva forse raggiunto vette parossistiche nell’incesto, un incesto che Paolo consegna a Satana (1Cro 5,5), cioè avoca a se stesso per il giudizio e la distruzione ergendosi a Dio nel giudizio.

A noi tutto ciò da un senso di vertigine, anzi io, io che per cultura e formazione, mai avrei creduto questo, vivo quella vertigine, ma resta il fatto che quell’incesto ci dà la misura esatta di come le comunità cristiane primitive vivessero quell’amore, se l’incesto è il suo paradosso.

Dunque “ama e fa ciò che vuoi” non è la follia di Agostino, forse neppure l’incesto è la follia di alcuni, ma sono entrambe espressioni di coloro che vissero la “fonte “cristiana prima che venisse imbracata da coloro che si ergono a Dio e rendono l’uomo loro schiavo in nome di una vergogna che dovrebbe arrossare solo la faccia di coloro che forgiano le catene di un amore schiavo.

Devo ricredermi, devo ricredermi in tutto, in nome dell’amore che non conosce il peccato se non quello di non amare. Bene allora ha scritto Alessandro Angelini nella sua raccolta di poesia. Gay dichiarato (il primo di tutta Città di Castello) a cui Satana ha spappolato il cervello costringendolo al ricovero psichiatrico per una persecuzione sistematica (vessazione diabolica) a cui pure io sono stato sottoposto sebbene etero dalla testa dura, però.

Alessandro ha scritto “Amarsi così, senza pudore” e io gli do ragione, perché la vergogna non appartiene a chi ama, ma a chi vorrebbe ridurti in schiavitù con i peccati che lui stesso ha inventati, affinché, di comma in comma peccaminoso, si generi una coscienza di per se stessa peccaminosa che ha un bisogno costante di redenzione. Questo genera un controllo totale sulle coscienze inevitabilmente ricattabili, un controllo totale sull’uomo che precipita all’inferno proprio a causa del suo bisogno indotto di una santità frutto dell’uomo e sideralmente distante da Dio.

Non lo avrei mai creduto, mai creduto che si potesse volare. Eppure è così: lo dice Agostino, non io.

Il serpente e l’esprit de finesse

pascal.jpgNel post precedente abbiamo visto che la ghematria di Ναταν (Natan) è 402 che noi abbiamo immaginato come il periodo profetico, cioè quando i profeti avevano un ruolo che potremmo definire istituzionale nella monarchia davidica, perché contribuivano alla vita politica, civile e religiosa.

Abbiamo altresì visto che Natan fu il primo profeta, quello cioè che dà inizio al profetismo biblico che si sviluppa raggiungendo vertici ancora insuperati, poiché il loro sguardo va oltre il presente annunciando il futuro, generando un’attesa messianica che ha caratterizzato tutto il periodo. La ghematria di Ναταν, dunque, apre quel periodo e con essa si chiude.

Infatti se nel 989 a.C. la monarchia si consolida e legittima con il governo a Gerusalemme, città di Davide, è da lì che quei 402 anni ghematrici segnano il tempo dei profeti che si conclude nel 587 a.C., si conclude cioè in un esilio che è esso stesso profezia, perchè di là da venire non da Natan, ma dai profeti tutti, tanto che appare l’ultima profezia, quella che si cala nei nostri secoli che hanno assunto per l’esilio babilonese il 587/586 a.C.

Ma veramente Natan fu il primo profeta, quello cioè che segnò il periodo, o siamo stati noi a vedere un profilo che è frutto della nostra speculazione? Difficile a dirsi avendo a che fare con un falso, cioè una storia falsa, falsa tanto quanto lo è quel 587/586 a.C.

Se è così, dobbiamo, allora, entrare nell’ottica del falso e rivelarlo tale, quasi fosse un’opera pittorica copia perfetta di un originale andato perduto, ma di cui si conosce la scuola. Saranno i particolari, magari quelli che sfuggono all’occhio nudo, a dirci se i nostri dubbi, magari suscitati dall’istinto, sono fondati. Nell’insieme di quei particolari forse si cela la verità che noi stiamo cercando.

Infatti noi siamo già in possesso di alcuni canoni che caratterizzano quella scuola: essa è palindroma, perché il regno di Davide lo fu palindromo collocandosi, secondo la nostra cronologia nel 989 a.C.-949 a.C. Fu il palindromo anche il regno di Salomone datato tra il 949 a.C. e il 909 a.C. dicendoci che il regno unitario segue una simmetria perfetta.

A tutto ciò si associa il nome proprio di Davide (דָּוִד) palindromo pure lui, come palindromo è il nome proprio di suo padre Iesse (יִשַׁי) creando un regno e delle origini sui generis, una scuola appunto, come abbiamo scritto, con dei canoni estetici a matematici ben precisi.

Ecco, in questo contesto nasce il profetismo con Natan che non può non rispettare i canoni fissati e infatti è palindromo, sia in ebraico (נָתָן) che in greco (Ναταν),  pure il suo nome proprio, dicendoci che appartiene al regno, appartiene cioè a quella scuola che aprì i battenti nel 989 a.C. e sempre ha mostrato una simmetria che la rende inconfondibile e capace di dirci che Natan fu il primo profeta del primo vero regno di cui Israele possa fregiarsi e la cui caratteristica è la simmetria cronologica e onomastica.

Se dunque quei 402 anni ricavati dalla ghematria ci avevano fatto sorgere il dubbio sul falso che si è consumato nella Bibbia e nella storia, questa realtà palindroma ci farà riflettere a lungo prima di mettere mano al portafoglio e acquistare un falso datato 587 a.C. e stimato come appartenente a una grande scuola pittorica, quando in realtà è una crosta, perchè tale sì è rivelata allo studio dei suoi particolari, i quali, lo sappiamo dagli adagi, fregano il diavolo, questa volta in forma di serpente se ὄφις ha una ghematria (586) che conduce al 586 a.C., che alcuni attribuiscono all’opera preferendolo al 587 a.C. per un esprit de finesse assolutamente fuori luogo.

Profetismo e falso profetismo: una lotta senza tempo nel deserto di Ciro

desertoLa pericope di Lc 16,16 abbiamo visto che si compone di tre distinti periodi: la Legge, i profeti e quanto accadde -meglio accade- dopo Giovanni. Del primo periodo ce ne siamo occupati scrivendo che esso nasce nel 1422 a.C. quando Israele riceve il Decalogo, i codici e istruisce le corti di giustizia.

Del secondo, i profeti, sappiamo che è concomitante alla monarchia a cui si affianca, creando un equilibrio di poteri che forse è il primo nella storia del diritto. Infatti Legge (sacerdoti), profeti e monarchia si contendono lo stesso spazio “politico” creando quelle dinamiche che ben conoscono 1 e 2 Re (vedi qui).

Ci vogliamo nuovamente occupare, adesso, dei profeti, classe sui generis perché istituita direttamente da Dio e di cui non sappiamo precisamente l’anno in cui nacque, né quello in cui esaurì la propria funzione, mentre sappiamo benissimo che essa caratterizza l’intera monarchia, perché è nel periodo monarchico che si collocano tutti i Maggiori e buona parte dei Minori.

Quando ha inizio quel periodo fondamentale che ha partorito figure insostituibili dell’Antico Testamento? A un primo ed approssimativo sguardo potremmo dire che ha inizio, forse, con Samuele, definito profeta in 1Sam 3,20, ma forse è più esatto ricavare l’anno della luce profetica dal 989 a.C. che fu il primo anno di regno di Davide, Davide re a Gerusalemme e dunque di una monarchia solidamente costituita e legittimata.

Infatti è da quell’anno che i profeti lasciano traccia, con i loro scritti, nella storia di Israele componendo libri insostituibili, in cui Mosè compare raramente (le sue occorrenze nei libri profetici lo dimostrano) e questo ci dice che siamo entrati in un nuovo periodo, perché se quello precedente fu mosaico, quello dei profeti fu messianico.

Ecco, quell’attesa caratterizza il periodo profetico, che a sua volta caratterizza quello monarchico, perché il Messia sarà “figlio di Davide”. In questo senso, allora, Samuele appare come colui che unge Davide, mentre chi lo affianca è Natan che istituisce il profetismo come strumento di governo.

Interessante, nella mostra ottica, è indagare ghematricamente il lemma “Natan”, perché già “giudice” che “Mosè” hanno fissato i termini del periodo precedente quello monarchico, la cui durata, anche alla luce della ghematria, fu di 390 anni (si veda categoria “giudici”). Forse che anche in Natan si cela la soluzione? La sua ghematria saprà dirci quando il profetismo è iniziato e finito?

Noi non cerchiamo, data la delicatezza della materia, una cronologia stricto sensu, ma cercheremo di comprendere quando lo “spirito profetico” ha soffiato e quando esso è spirato, certi che le categorie storiche e cronologiche siano limitate, avendo a che fare con l’universale e talvolta con ciò che esce dalla storia per farsi profezia, cioè futuro, dimensione che sfugge totalmente alla storia.

infatti, a detta della stessa esegesi cattolica nei suoi massimi vertici, il profeta è colui che conosce il “passato e il presente” (Ravasi, che ne fa quindi un improbabile intellettuale moderno) e alla luce di queste due dimensioni può solo intuire il futuro. Tuttavia è innegabile che l’Antico Testamento sia ricco di profezie che hanno guardato al futuro, sia ricco, cioè, dello spirito profetico che procede da Dio onnisciente.

Alla luce di tutto questo non si può collocare nel tempo i profeti, perché vanno ben oltre il tempo e dunque il loro sorgere e il loro scomparire dalla scena deve necessariamente essere indagato fuori dal tempo, cioè in quella stessa profezia che li ha caratterizzati.

Ecco allora che la ghematria è di aiuto, perché essa stessa profezia. Infatti se la profezia è la voce che i profeti hanno prestato a Dio, la ghematria parla anch’essa oltre quel tempo in cui i profeti si collocherebbero stando alla storia e sola può dirci quando lo spirito di profezia nasce e muore.

Se Natan fu il  primo profeta affiancato alla monarchia, sia allora la sua ghematria a far luce, una ghematria che, qualora il lemma del nome proprio fosse Ναταν anziché Ναθαν, ha un valore di 402 che, come nel caso dei giudici, potrebbe indicare la durata del ministero profetico, magari prendendo come termine a quo proprio il sorgere della monarchia, cioè il 989 a.C. a cui va sottratto 402, ipotetico periodo profetico, per ottenere il 587 a.C., anno dell’esilio babilonese secondo l’ecumene degli studiosi, ma da noi da sempre denunciato falso, perché la Bibbia indica il 505 a.C.

Quel 587, ghematria di ὄφις (serpente, la ghematria perfetta sarebbe 586, ma l’esilio è calcolato 587/586 a.C.), è capace da solo di gettare interamente fuori asse l’intera cronologia biblica, in particolare quella dei Re in cui s’innesta la quasi totalità delle profezie. Una cronologia dei Re falsa rende nulla la profezia che non può più essere calcolata, né verificata ma appare mistero, talvolta pura speculazione matematica, come nel caso di Daniele di cui nessuno, tranne noi, riesce dar ragione delle sue 70 settimane profetiche.

Lo spirito di profezia, quindi, va esso stesso in esilio, in una terra straniera che non conosce la sua lingua e dunque risulta incomprensibile, come infatti sono incomprensibili le profezie alla luce della cronologia che emerge dal 587 a.C.

Con la falsa datazione dell’esilio, quindi, scompare, perché ucciso, lo spirito di profezia non solo e non tanto dalla Bibbia, ma dalla storia tutta. Quel 587 a.C. coincide con la fine del ministero profetico sebbene datazione che va ben oltre i profeti e questo non ci sorprende: lo avevamo scritto che la materia è alquanto “voltatile” trattandosi di uno spirito: quello profetico che va oltre le dimensioni che caratterizzano la storia, tanto che emergono solo dalla ghematria.

Tutto ciò potrebbe apparire casuale, ma che ne è se noi indagassimo le occorrenze vetero e neo testamentarie di “profeta” e “profeti”? esse risulterebbero, in totale, 450 numero che se tolto al 989 a.C., anno in cui noi facciamo iniziare la profezia, condurrebbe al 539 a.C. anno della fine dell’esilio babilonese secondo quella stessa ecumene che lo aveva fatto iniziare nel 587 a.C.

Abbiamo, dunque, che il Natan greco segna l’inizio dell’esilio; mentre le occorrenze di “profeta” e “profeti” la sua fine, abbiamo cioè che Natan si colloca negli anni falsi dell’esilio, perché se falso, secondo noi, era il 587 a.C., ancor più falso non solo è il 539 a.C., ma addirittura Ciro che noi diciamo che neppure è esistito, ma frutto di una storia completamente inventata dal falso profetismo che, uccisi i profeti, ha fatto ingresso nella storia, prendendo a pretesto un esilio.

Già prima di noi R. Newton aveva denunciata l’intera cronologia neo babilonese che lo vede re, quindi non siamo soli a scrivere e a denunciare il falso, un falso che non ha ucciso solo la storia del Vicino Oriente Antico, ma lo spirito di  profezia e i profeti, i quali nascono con Natan nel 989 a.C. e muoiono in esilio nel 587 a..C., lasciandoci soli nel regno di Ciro, instaurato nel 539 a.C. e i cui confini si estendono nel deserto della profezia.

Ps: nota importantissima. A un primo calcolo il programma di ghematria che uso dava, per la ghematria ebraica di נָתָ ן  (Natan, 1 Sam 7,2), un valore di 539 cosa che lo faceva coincidere con il calcolo fatto con le occorrenze mostrato sopra e che poneva la ghematria ebraica del nome proprio  נָתָ ן (Natan) sullo stesso piano storico di quella greca di Ναταν (Natan), entrambi inseriti nel periodo esilico.

Ricordo benissimo di aver letto 539 come valore ghematrico di נָתָ ן (Natan) tanto che sono vivamente sorpreso nel leggere ora 500. E’ stato proprio quel 539 a istruire il post e mi sembra davvero strano aver letto 539 per 500. Come mi sembra strano che la mia distrazione abbia prodotta una data perfettamente allineata alla precedente (587 a.C.).

Invito il lettore a ricalcolare, in altra sede, quel נָתָ ן perché se emerge nuovamente 539 il post assume ben altra importanza dicendoci anche che qualcuno pedina le mie ricerche. Grazie.