Il Principe di questo mondo

Ieri sera abbiamo visto che Dio ha previsto un ordine nelle vicende umane, le quali richiedono un potere che, sebbene legittimato da Dio, governa il mondo.

L’intero percorso scolastico di ciascuno afferma invece che quel principio è secolare ed esso ha generato i vari sistemi politici in cui quel potere si esercita e non trova più la propria legittimazione in Dio e nel Suo ordine.

Quelle sette chiese, quindi, neppure sono più retaggio del passato, ma simbolo di una visione che niente ha a che fare con l’Ordine, con il potere che l’uomo si è conferito.

Tuttavia è innegabile che ogni potere “discenda”, cioè sia legittimato, vuoi dal popolo, vuoi dal semplice diritto, magari di nascita, per cui mai è assoluto, cioè sciolto da un contesto, perché bisogna di una legittimazione.

Dunque se non Dio chi? In nome di chi lo si esercita? Beh, qui Giovanni è chiaro: “Tutto il mondo giace sotto il potere” appunto “del Maligno” (Gv 5,19). La legittimazione del potere, quindi, se non è divina è diabolica, non ci facciamo illusioni.

“O me o l’altro” dice il Cristo, per un aut aut elettorale che macina il concetto stesso di democrazia la quale, fanciullescamente, conferisce il potere al popolo, terza via, quando, però, tertium non datur: o Dio o Satana.

Tra i due, democraticamente, si può scegliere, eleggere cioè, ma oltre neanche ci sono le le “Schede d’Ercole”: c’è il nulla: o figli di Dio o schiavi di Satana.

Dunque tutto si consuma tra un ordine che vede nelle sette chiese un potere conferito da Dio; o degli stati che Satana ha fondati affinché dalla frammentazione delle chiese, nascesse il suo regno che ha un solo principio fondante: divide et impera.

E infatti prima ha diviso, poi ha governato, illustrando nelle aule universitarie una nuova Genesi, stavolta politica: gli Stati nazionali, conquista, progresso e apice di un processo storico, quando in realtà a tutto convergono fuorché alla democrazia, se non scritta Democrazya, cosa che ne fa il peggior sistema di governo in assoluto perché espressione della follia eletta a sistema, quello del maligno, che ha creato la sua Babilonia delle genti e e delle democrazie affinché il denaro, cioè lui, sia l’unico vero Dio (Gv 17,3) che siamo non solo tenuti a conoscere, ma pure ad adorare, avendo preferito la storia all’Eternità, storia venduta poi, in ogni senso.

Post senza basi, direte, ma io vi pongo di fronte agli occhi l’evidenza se ricordate la ghematria di ὄφις (serpente) che è 586 come 586 è la ghematria di statos, plurale di status (tra le mille sfumature, quella politica), che noi traslittereremo in greco, immaginando che anche questo lemma il latino l’abbia semplicemente mutuato dal greco per uno σταθος (stati) che ha lo stesso valore ghematrico di ὄφις e spiega alla perfezione quanto Giovanni ha lasciato intendere in 1Gv 5,19, quando afferma che non bisogna farci illusioni: tutto il mondo giace sotto il potere del maligno, cioè degli “stati” che appaiono le squame del serpente di Genesi. quello antico (Ap 12,9) capace solo di un Potere laido.

Cagasisto

sistoCrediamo che solo questo blog abbia saputo dare al falso profeta apocalittico un nome un cognome e un pontificato: quello di Sisto V Peretti. Lo scovammo in una piega ghematrica dal valore molto alto, forse insolito (2181), di ψευδοπροφήτης (falso profeta) che sommammo all’anno 596 a.C. che disciplina l’intera cronologia dell’esilio babilonese, e ottenemmo il 1585, primo anno del suo pontificato.

Poi ci venne la voglia di conoscerlo, Sisto, e scoprimmo di tutto, cioè che aveva stuprato la Vulgata (Padre A. Maggi); che “non perdonava neanche a Gesù Cristo” (Radiomaria);  che fece in mille pezzi una croce sanguinante che fu invitato a visitare; che è stato la causa, sino ad allora ignota, dell’alcolismo cronico che caratterizzò il ‘600; che volle una Bibbia tutta per sé: la Sistina per imporre la quel escogitò i sampietrini, le pietre con cui uccise il dissenso. 

Ce n’è per tutti, insomma, nella figura di Sisto, ma sinora non pensavamo che fosse scritto nel suo pontificato il suo peccato mortale, quello che ha ucciso la scienza e la storia e che fa capo direttamente al capezzale della croce sanguinante che visitò, ma solo con l’intenzione di darle il colpo di grazia, meglio, i colpi di grazia, se usò l’ascia per farla a pezzi.

In quell’occasione gridò: “Come Cristo ti adoro, come legno ti spezzo” e giù fendenti  alla cieca contro Gesù, ma non al Cristo, che avrebbe, lui e i suoi successori, adorato perché ammazzato il Gesù storico, rimase vivo il Cristo, cioè la teologia, senza però che questa avesse un’ancora nella storicità, in Gesù, quel Gesù storico che rendeva unica la religione cristiana, la sola che potesse dimostrare le sue origini divine.

Non è uno scherzo quel “ti spezzo, ma ti adoro” c’è condensata tutta la storia della chiesa di lì a venire, una chiesa che infatti si cimenta nell’esercizio teologico, ma balbetta imbarazzata di fronte a una banale anagrafe.

Chiedete, chiedete loro quando è nato e quando è morto Gesù, dopo duemila anni di cattolicesimo: faranno la faccia rossa prima; poi si accapiglieranno, perché vorranno avere tutti ragione, sebbene abbiano tutti torto indicando, sempre alla cieca, chi il 33 d.C., suffragato dalla solenne Tradizione cattolica; chi il 30 d.C. che caratterizza una levantina modernità.

Sta di fatto che il 35 d.C. è sfuggito a tutti e nessuno, tranne noi, Giovanni, Policarpo e Ireneo lo ricorda, ricorda cioè un Cristo e un Gesù cinquantenni, forse perché gli eroi si vogliono immancabilmente belli, giovani e forti: maturi non piacciono.

Ecco, tutto questo è Sisto: è il caos, un caos che egli ha scritto nel suo pontificato perché ne fu l’artefice; lui lo stesso ce lo dice, perché come pubblicò la sua Sistina, così redasse la sua cronologia, la sua storia e la sua scienza, poca in realtà perché nato ignorante, morì farabutto.

Egli regnò, despota, tra il 1585 e il 1590 e in quel quinquennio annovera anche gli anni 1586 e 1587 che noi vogliamo così scrivere: 1 586 e 1 587 quando il 586 a.C. e il 587 a.C. sono gli anni in cui la scienza, unita alla religione, cioè, paradossalmente, alla sua fede, ha partorita la menzogna di un esilio babilonese insensato, non alla luce della Bibbia, ma della scienza stessa se R. Newton ha denunciato il falso nell’intera cronologia tolemaica che ci ha tramandato un’astronomia fatta a tavolino: quello di Sisto che volle, assieme alla sua Sistina, la sua storia e la sua scienza nel 1 586 1 587  e guai a dargli torto, perché “non perdonava neanche a Gesù Cristo” e ieri, come oggi, se la son fatta tutti nelle braghe, non avendo neppure la dignità di affogare la loro vigliaccheria nel bicchiere, come fece il ‘600 salvando almeno la dignità.

Che briscola!

briscolaDopo la lunga parentesi valdarnese che ha interrotto il nostro solito argomento, cioè la cronologia biblica, ritorniamo per un attimo sull’argomento nostro solito comparando i due studi, nel senso che vogliamo conoscere se le conclusioni a cui siamo giunti nel primo (Valdarno) si possano applicare anche alla cronologia biblica, perché tutto è unito dal metodo, non nostro ma della scienza.

Che Pelago, il lago del Valdarno, fosse vivo e presente nel XIV secolo ci appare ormai ovvio, perché troppe sono le prove di uno scempio che si è voluto censurare falsando le fonti che di quel lago parlavano. Fonti di primaria importanza e fama come Petrarca, Dante e Boccaccio e una stampa che crediamo abbia tagliato la testa al toro, a cui si aggiunge il capolavoro leonardesco de La Gioconda, la quale testimonia la memoria dei luoghi che nel XVI secolo non era a andata perduta e così Leonardo ha potuto attingervi ritraendo, alle spalle di Monna Lisa, il lago che la stessa critica aveva scorto, ma mai avrebbe potuto pensare a un bacino che la scienza voleva prosciugato nel Pleistocenico, cioè 100.000 anni fa. Ovvio, allora, che quella “zona blu” del ritratto fosse un enigma che solo uno studio specifico sul Valdarno poteva sciogliere, perché l’unico capace di datare il prosciugamento del lago nel secolo e mezzo, più o meno, precedente l’opera di Leonardo.

Dunque l’errore di datazione ne ha partoriti altri, perché la cronologia è sì un intarsio, ma ancor più è un domino in cui, caduta una delle tessere, ne trascina con sé un infinità di altre. Siamo certi che il metodo della datazione riguardante il prosciugamento del lago abbia fatto appello allo scibile scientifico che si vuole, universalmente, infallibile, tanto che definire una materia o una conclusione “scientifica” quasi sempre è sinonimo di esattezza.

Beh, lasciatemelo dire: un errore di oltre 100.000 anni non lo definirei esatto, o meglio, è esatto, ma come esempio di errore, che tra l’altro neppure lo è errore alla luce della falsificazione sistematica delle fonti perché quella è davvero metodo “infallibile”, dalla scienza alla briscola, perché talvolta, per vincere, si può solo segnare le carte, cosa che hanno fatto e che gli ha permesso di gridare alla vittoria, sebbene per poco.

Ci viene il dubbio, allora, che queste conclusioni scientifiche, cioè sedicenti inoppugnabili, siano le stesse a cui si è giunti quando la scienza si è occupata del VAT 4956 che data l’eclissi lì descritta al trentasettesimo anno di Nabucodonosor, cioè nel 567 a.C. e da lì ricava tutta la cronologia dell’esilio; tutta la cronologia dei Re e l’intera importantissima questione del secondo tempio che la scienza fa coincidere con la dedicazione nel 515 a.C.

Questo blog si è sempre battuto per una cronologia assolutamente diversa, tanto che colloca l’esilio non 586 a.C., ma nel 505 a.C.; come colloca la dedicazione del secondo tempio non nel 515 a.C. ma nel 418 a.C. a un secolo di distanza, addirittura.

Vorremmo dire che in questa battaglia siamo stati soli, ma saremmo molto ingiusti, perché fondamentali sono stati coloro che ci hanno incoraggiati e ci hanno dato forza di resistere e scrivere, scrivere e scrivere ancora.

Sono coloro che come noi hanno creduto al grande bluff storico e scientifico che prima vorrebbe imporre 100.000 anni al posto di 700 o quasi (1321-2018) per lo scempio del lago; poi hanno creata una cronologia frutto di una partnership fra coloro che hanno demolito e coloro che hanno costruito ex novo una cronologia biblica che, come il lago, fa acqua da tutte le parti, perché quel 567 a.C. del VAT 4956 si colloca in realtà nel 486 a.C. a quasi un secolo di distanza.

Ci viene davvero il dubbio, allora, sull’agire scientifico che prima secca un lago nel Pleistocenico sbagliando di 100.000 anni; poi, entusiasta del lavoro, rivolge la sua attenzione alle stelle e lì sbaglia di quasi 100 anni, quando 100 anni in una cronologia biblica sono un enormità come 100.000 nella storia geologica

Insomma sia che si tratti di stalle (laghi) che di stelle, non se n’è azzeccata una col metodo scientifico che vorrebbe far posto a una teoria senza tempo, l’evoluzionismo, che se lo è preso quel tempo, cioè ha segnato le carte per poter vincere a briscola, ma è stata fermata sull’uscio del bar col salame tra le mani.

Ps: se la scienza si ritenesse parte lesa si rivolga a chi ha fornito il mazzo di carte e faccia causa.

“Il putsch di Trento”. Storia (vera) di un concilio

concilio-trento

Nell’ultimissimo post abbiamo forzato i termini della denuncia presentata da Alberto Maggi, sacerdote cattolico, il quale afferma che Sisto V Peretti, con la sua Sistina, ha “stuprato la Vulgata” (dovremmo linkare alle parole di Maggi espresse mi pare nel suo commento al Prologo giovanneo, ma soprassediamo).

Abbiamo altresì scritto che siamo d’accordo, perché il greco neo testamentario ne è uscito stravolto e non sappiamo più neppure cosa fosse in origine il greco classico che lo esprimeva: termini troppo importanti come “Gesù” e “Pasqua” (rispettivamente Ἰησοῦσ e Πησχ entrambi di valore ghematrico 888) ad esempio, sono andati perduti nell’originale greco e tanta è la loro importanza che viene spontaneo chiedersi cos’altro sia stato combinato.

Questa la lettera, quella lettera che permette il calcolo ghematrico il quale a su volta permette una lezione cronologica altissima perché ispirata da Dio da cui procede. Infatti la cronologia biblica, assieme ai libri che la esprimono e che non a caso sono definiti storici, ne è uscita distrutta, in particolare 1-2Re finito in un tritacarne di cronologie tutte false, sebbene di altissimo profilo (Albright, Thiele e Galil).

Ecco i danni reali del terremoto sistino, ben diversi da quelle varianti che vorrebbero convincerci che ha screpolato solo l’intonaco, cioè procurato solo lievi ininfluenti modifiche che però non hanno ingannato Maggi, a cui va l’assoluto merito dell’onestà quando parla di “stupro”.

Stupro su cui noi abbiamo calcato ironicamente la mano nell’ultimo post, ma non lo facciamo adesso, perché ci occuperemo di nuovo del concilio tridentino già comparso agli onori delle nostre cronache, perché abbiamo scritto che la prima e più solenne sessione si concluse nel 1547, quando 1547 è la ghematria di Αντίχριστος  e υπεραιρομαι, lemmi che davvero lasciano ben poco spazio alla fantasia.

Ma c’è di più, c’è di più nel cuore di porpora di Trento, nel cuore di un concilio nato con lo scopo di fermare la storia, d’impedirne l’elevazione dell’altare luterano (1523), perché a noi è venuto il ghiribizzo di occuparci di un altro lemma che si presta alla ghematria ed è “leviatano” che la Septuaginta riporta come “drago-serpente” o “serpente drago”, cioè τὸν δράκοντα ὄφιν (Is 27,1). 

Sommando valori dei due lemmi al nominativo δράκων e ὄφις otteniamo 1561 cioè l’anno dell’ultima fase dei lavori conciliari che si erano aperti all’insegna dell’anticristo e si conclusero sotto l’egida del leviatano, con un intermezzo dai tratti e significati tipici di υπεραιρομαι, cioè “arroganza”, “superbia”, “altezzosità”, “tracotanza e, come ho scritto ieri, chi più ne ha, più ne metta.

Voglio aggiungere anche che quel 1561 si compone certamente di δράκων e ὄφις, ma il primo sostantivo ha un valore ghematrico di 975, cioè gli anni che noi abbiamo riservato al drago, perché congiungono il primo anno di regno di Davide (989 a.C.) al 15 a.C. nascita di Gesù e questo in un contesto apocalittico esprime meglio di qualsiasi altra cosa la dinamica del capitolo 12, in cui si legge che il drago vuole divorare il bambino appena nato; e infatti da Davide si giunge a Betlemme, si giunge cioè all’erede di Davide che il drago vuole far suo (divorare).

Ecco allora che il concilio si arricchisce di nuove e più fosche tinte, perché indetto certamente con lo scopo di fermare l’avanzata luterana, ma anche una Riforma che aveva elevato il penultimo altare (sesto) della storia della salvezza, se il numero sette è il simbolo della pienezza e del compimento.

Sette è il numero dei giorni della creazione e sette è il numero che disciplina l’intera Apocalisse, cioè la Rivelazione del disegno divino che ha preso le mosse dalla creazione stessa. Lutero innalza il sesto altare della storia, una storia prossima, quindi, non alla sua fine, ma al suo compimento che avverrà dopo che il settimo altare sarà innalzato, casualmente nel 2020.

Il Drago sa che al settimo altare nascerà il Bambino, nascerà di nuovo il Cristo e ha preparato il contesto a lui più congeniale per divorarlo: un concilio che gli conferisca solennità e santità tali da ingannare la Donna vestita di sole, che infatti gli partorisce in bocca e sarà solo il putsch di pochi arditi a sventare la tragedia e far salva la creatura. Così è scritto. Così sarà fatto.

La farina del diavolo finisce in Vaticano

farina

Buona parte blog è dedicato a una battaglia: quella relativa alla datazione dell’esilio babilonese che la scienza ferma nel 586 a.C. mutuando la prova dalla VAT 4956 in cui è descritta l’eclissi avvenuta nel trentasettesimo anno di Nabucodonosor. Da lì, sempre la scienza, ricava la deportazione, conseguente alla caduta, di Gerusalemme avvenuta nel diciannovesimo anno di regno di Nabucodonosor (Ger 52,12). Tale anno fu il 586/7 a.C.

Di fronte a una datazione astronomica, quindi assoluta, gli argomenti in contrario debbono essere forti, perchè chi la impugna, impugna la scienza e i suoi metodi. Tuttavia la presenza nel tessuto biblico di una cronologia alternativa semplicemente perfetta e che dà ragione di tutto, compreso anche dei temi cronologici in cui la scienza è rimasta confusa se non muta, è di per se stesso un argomento, perchè ci costringe a chiederci da dove provenga quella cronologia, se il caso, in tre millenni di storia, non si può tirare in ballo.

E’ così che noi, nell’imbarazzo, ci siamo appellati alla ghematria che non consideriamo prova, quanto aspetto che contribuisce a far luce laddove regna la penombra del dubbio, a cui spesso vengono dedicate sperticate lodi. E’ stato allora quel ὄφις (serpente) il cui valore ghematrico è 586 a dirci che il 586 a.C. è opera sua; ed è stato Σατανᾶς (satana) sempre a dirci che Ciro è un  falso storico, perchè il suo primo anno di regno (559 a.C.) coincide proprio con la ghematria di Σατανᾶς.

Dunque, stando alla ghematria, siamo di fronte a una cronologia -e a una storia- dai due volti: l’uno riassunto dal 586 a.C.; l’altro dal nostro e biblico 505 a.C. come data dell’esilio babilonese. Tali anni, insomma, creano due storie e due cronologie, quasi a parlarci di un demoniaco e di un sacro nel tempo, un tempo che si è fatto storia.

Noi siamo certi di questo e continueremo a battere il tasto ghematrico che ha rivelato sia il serpente, sia Satana, ma c’è un punto nei Vangeli che potrebbe metterci in serio imbarazzo, anzi, a lungo ci ha messo in imbarazzo, perché di fronte a una possibile e pubblica obiezione, avremmo dovuto ripararci dietro argomenti deboli. Ma adesso non più.

Si tratta della pericope famosa del grano e della zizzania (Mt 13,30) che a una lettura ghematrica potrebbe da sola minare tutto quanto il nostro discorso, perché σῖτος (grano) ha un valore di 586, come 586 a.C. si data l’esilio che noi abbiamo denunciato come frutto di una falsificazione demoniaca, mentre apparirebbe come buon grano evangelico.

“Che fare?” direbbe Lenin. L’unica cosa da fare è considerare per intero la pericope e interpretarla alla luce di ζιζάνιον (zizzania) che noi riscriveremo ζιζανιως immaginando un falso nel falso, perché già abituati a incontrare sulla nostra strada ghematrica lemmi devastati per impedirne il calcolo (vedi categoria “falsificazione” e “contraffazione”).

Ecco, ζιζανιως ha un valore di 891 che noi interpreteremo come lo 891 a.C. che segna esattamente, nella nostra cronologia dei Re, il primo anno di regno di Abia. Tutto ciò appare, sulle prime, una mera coincidenza, ma noi lo abbiamo scritto che cercheremo la soluzione del nostro impasse ghematrico nell’intera pericope, quindi quel 891 di ζιζανιως lo compareremo al 586 di σῖτος per ottenere un 305 di differenza, che è sì ghematrica, ma anche cronologica se la prima data e valore segna un anno della cronologia dei Re (il primo di regno di Abia); mentre la seconda data e valore segna l’esilio babilonese e la conseguente fine della dinastia davidica, dicendoci che spesso ghematria e cronologia s’intrecciano indissolubilmente.

Adesso non rimane che vagliare alla luce della ghematria quel 305 di differenza, perché l’intero nostro discorso è ghematrico, per cui deve esserlo anche nel caso della differenza tra il primo anno di regno di Abia (891 a.C.), ghematria di ζιζανιως, e il 586 a.C., anno dell’esilio, e ghematria di σῖτος.

305 è il valore ghematrico di δαιμόνιον (demonio, diavolo) e questo ci permette di comprendere meglio l’intera pericope che, come il grano e la zizzania non devono essere separati (Mt 13,28-29), così non devono essere separati i lemmi, cioè ζιζανιως e σῖτος affinché il seminatore di zizzania nel campo di grano sia rivelato, sia rivelato cioè il δαιμόνιον.

L’intera pericope, quindi, se considerata complessivamente è ben lungi da contraddirci o dal mettere in discussione un tema fondamentale del blog (l’esilio babilonese e la sua falsa datazione del 586 a.C.), ma al contrario prova quanto sinora abbiamo scritto: chi ha seminato la zizzania nei Re (campo di grano) è il demonio, che ha gettato una semente ibrida al solo scopo di creare il caos laddove regnava e regna l’ordine (1-2 Re, come dimostra la nostra tavola dei regnati).

Non appare dunque un caso che quel 305 che segna la differenza tra lo 891 a.C. e il 586 a.C. ci parli del demonio, perché la storia dei Re che prende le mosse da un esatto 891 a.C. si conclude, stando alla scienza, con il 586 a.C. ghematria di ὄφις (serpente) che altro non è che l’alias del demonio che ha generato il caos.

La passione ci consiglia di aggiungere anche che quel 586 a.C. è – lo abbiamo scritto- frutto della datazione assoluta emersa dalla VAT 4956 che ferma l’eclissi lì descritta nel 567 a.C. e conseguentemente ferma l’esilio nel 586 a.C. Abbiamo già scritto che 586 è ghematria di ὄφις, ma in questo blog non abbiamo mai detto che 567 corrisponde a una ghematria attuale, se il latino offre per Vaticano Vaticanus. Il lemma latino si presta a una facile traslitterazione greca che ne fa Υαθικανος e il suo valore è 567, quello stresso 567 del 567 a.C. indicato dall’eclissi del VAT 4956, dicendoci che sì, è stato il demonio a seminare la zizzania, ma il demonio ha un nome e cognome: il Vaticano, colui che ha inventata non una storia assurda, ma bensì letteralmente demoniaca.

Il bacio, l’apostrofo oscuro dei Vangeli

bacioSolitamente, un bacio, instaura un rapporto romantico o d’amicizia, ma nei Vangeli gli pone fine. Sembra quasi che il divino ribalti i rapporti umani anche nella sfera affettiva e la consegni al suo esatto contrario, se il bacio di Giuda in realtà tradisce.

La Scrittura ci consegna quel bacio come φίλημα ma noi siamo ormai abituati a giocare con il greco scritturale (vedi categoria “contaraffazione”) e ciò ci autorizza, almeno personalmente, a farlo ancora, perché ormai certi che chi ha manomessa la Scrittura lo abbia fatto, nella gran parte dei casi esaminati, giocando di fino, cioè non stravolgendo la parola, ma cambiandone solo il valore ghematrico, cosa che può fare, ad esempio, una omicron al posto di un omega e viceversa; un tau al posto di un teta e viceversa o, come in questo caso, un eta al posto di un epsilon, cosa ininfluente se consideriamo la pronuncia, ma non sotto il profilo ghematrico perché senza l’epsilon le labbra che baciano appaiono aride e non rivelano alcuna emozione.

Infatti se scrivessimo “bacio” come φίλεμα, cioè con l’epsilon, il suo valore ghematrico sposa alla perfezione quello di ὄφις (serpente) e di יְ רוּשָׁ לַ ִם (Gerusalemme) cioè offre pure lui un valore di 586 e questo crea un contesto che oltre a essere perfettamente identico ghematricamente è anche allineato con le Scritture che ci dicono che Satana entro in Giuda (Gv 13,27) nell’ultima cena consumata a Gerusalemme.

Questa la ghematria, ma se stessimo alle occorrenze di φίλεμα (bacio), capitolo aperto in questi giorni (vedi categoria), ci accorgeremmo che, seguendo un sito molto consultato, La Parola, esse sono 30 tra Antico e Nuovo testamento, creando un’inquietante similitudine con l’ammontare, cioè il prezzo di quel bacio tra Giuda e Gesù che fu, appunto, di 30 denari.

30 le occorrenze, 30 i denari e 30 anche la ghematria ebraica di יְהוּדָה (Giuda) che fonde in un unicum contestuale e ghematrico l’intera faccenda, per cui al di là delle solite obiezioni circa la sostenibilità della ghematria come strumento scientifico, viene davvero da pensare sull’armonia che regna tra i tre, cioè tra il serpente, Gerusalemme Giuda dove il denaro si esprime anche nelle occorrenze, perché trenta l’uno (il denaro) e 30 l’altra (l’occorrenza) e 30 il valore ghematrico di יְהוּדָה (Giuda) se riportato in ebraico.

Perbacco, o il caso si sta prendendo gioco di noi o siamo nel giusto, perché difficilmente le cose nel quotidiano assumono contorni così nitidi, solari direi, tanto che ci permettono anche ulteriori osservazioni sul rapporto affettivo che emerge quando Giuda bacia Gesù.

Esso mi pare che lo si voglia esaurito nell’immagine, certamente triste e poco edificante, ma c’è ben di più se analizziamo quel piccolo quadro di valori che ruota attorno al 586, che noi considereremo avanti Cristo, cioè il serpente; Gerusalemme; Giuda; il denaro e tutte le occorrenze connesse. In questo senso appare chiaro che quel 586 a.C. è frutto del serpente che ha operato come a Gerusalemme, cioè possedendo Giuda dopo averlo comprato con 30 denari e tutto ciò trova conferma nelle occorrenze.

Il fatto è, però, che quel 586 a.C. era ben lontano nel tempo da Giuda e appartiene al nostro secolo che ne ha fatto una data assoluta, cioè scientificamente indiscutibile, quando è frutto del serpente e del tradimento. Dunque quel bacio con cui Giuda ha tradito Gesù è proiettato nei nostri schermi i quali tradiscono il Cristo come Giuda a suo tempo.

Insomma è un bacio che ha spostato la location dal Monte degli Olivi alle aule di ogni scuola di ordine e grado ed è schioccato ad ogni lezione che verta sulla cronologia fondamentale del Vicino Oriente antico, oltre che, ovvio, nei seminari biblici.

E infatti vi rivelerò un mio cruccio: possibile che un blogger scopra ciò che illustri professori insegnano di professione? Possibile che un blog ricostruisca una cronologia che più e più volte ha gridato di dolore e quel grido non l’abbiano sentito i familiari della Scrittura stessa? Ho davvero un orecchio così  fine, io?

No, mai ho millantate le mie capacità e più volte infatti mi è capitato di scrivere che hanno fatto -ed è proprio il caso di dirlo- orecchio da mercante in vista di quei 30 denari, un lauto guadagno in cambio di un romantico bacio. Peccato che i sottotitoli del film siano stati chiari fin dal 35 d.C., cioè quando fu girata la pellicola, avvertendo lo spettatore che chi si abbandona languidamente a certi effusioni “sarebbe meglio non fosse mai nato” (Mt 26,24). Un anatema, insomma, dai mille volti e adatto ad ogni location: dai monti al cinema passando per le aule, cioè i titoli di coda.

Una signora d’altri tempi

la velataIl latino deve molto al greco dal quale ha attinto molti lemmi, talvolta traslitterandoli semplicemente. La parola che riassume tutta la scienza che caratterizza la nostra epoca deriva da scientia, cioè dal latino, ma fu lemma proprio o derivante dal greco? Che ne è se semplicemente lo traslitteriamo dal greco cercando quella che molti considererebbero una folle, ridicola etimologia?

E’ così che noi la scientia latina la scriviamo, traslitterandola, σκεντια e ne calcoliamo il valore ghematrico che è 586, lo stesso che avremmo con ὄφις (serpente). Non crediate che siano lemmi distinti, lontani nei significati, perchè Agostino traduceva in Genesi il serpente come il “più sapiente” di tutte le creature, cioè uno scienziato.

Inoltre è conoscenza diffusa nella teologia la dicotomia tra scienza e sapienza, quando la prima caratterizza l’uomo; la seconda Dio, nel senso che l’una proviene dall’umanità, la seconda procede dal divino.

Come vedete l’ambito teologico e semantico è molto unito nel dirci che σκεντια e ὄφις hanno ambiti comuni che legano l’uno all’altro e per questo, forse il trait d’union sta proprio nel numero, nel 586 che ci parla di scienza e di serpente (uno in particolare), ma anche dell’esilio babilonese che noi sappiamo essere datato dalla scienza con il 586 a.C. gettando completamente fuori asse la cronologia biblica che a causa sua striscia ai piedi del secolo, altrimenti solida e affidabile con il suo originale 505 a.C.

Insomma quel 586 a.C. la sa lunga, lunga quanto una lingua biforcuta di un serpente o, forse, di uno scienziato che di fronte alle evidenze si arrende alla vulgata, non quella di Girolamo, poveretto, ma del serpente che ha avvelenato la storia consegnandola a spasmi talvolta drammatici, ma anche comici come i 52 giorni letterali per la ricostruzione delle mura di Gerusalemme che avevano subito due anni di assedio e oltre 100 di abbandono.

Essi, i 52 giorni, sono il frutto più maturo della scienza che si è insinuata nelle Scritture, ignorando perfino il fatto che esse sono esclusivo pascolo di quelle creature -così le definirebbe Agostino- certamente prive di qualsiasi ambizione scientifica, ma proprio per questo caratterizzate dalla sapienza, Insomma un’altra storia, un’altra epoca perchè signora d’altri tempi, Σοφία.