Con Cita?

Il capitolo 17 di Giovanni e la sua Prima lettera ci descrivono il mondo: il mondo per il quale Gesù non prega (Gv 17,9) e il mondo che giace sotto il potere del maligno (1Gv 5,19).

Può addirittura apparire paradossale parlare del mondo, quello che tutti conoscono e quello che nella sua totalità è stato visitato, tanto che quei mille di miliardi che si dice siano le foto annualmente scattate lo hanno ripreso in ogni angolo, ma ciò non toglie che ormai più nessuno conosca la sua definizione.

Insomma, lo viviamo il mondo, ma non lo conosciamo, quando però dovremmo farlo se il mondo è quell’entità per cui Gesù non prega. Per chi non prega, allora, Gesù? Cos’è il mondo se Colui che si è fatto perdono e redenzione non prega per esso? O cos’è così maligno da far soggiacere tutto il mondo alla sua volontà?

Giovanni è stato chiaro nella sua Prima lettera, ma poi tutto è divenuto banale, forse lo stesso sant’Agostino, nel commentare la Prima lettera di Giovanni, ci ha messo del suo (o gli ce lo hanno fatto mettere, visto in che mondo viviamo) affinché il mondo sia quello che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi, cioè quello che appare dalle nostre finestre, per lo più virtuali, ma tutto però rimane dipendente dalla prospettiva che non è quella a cui siamo abituati: quella fa parte del mondo.

“La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (ricchezza)” di 1Gv 2,16 sono sì il mondo e anche Agostino ha detto bene, tuttavia mi pare di poter dire che c’è un’altra prospettiva sul mondo ed è quella di Giovanni, l’Apostolo del mondo intero, piucché delle genti, se il suo Vangelo gli dedica un capitolo: il 17.

Quella prospettiva, sulle prime facile facile, vorrebbe che la concupiscenza del mondo sia il nostro sguardo sulle cose del mondo, ma in realtà è lo sguardo del mondo sulle nostre.

In questo senso è davvero utile il senso che la gente di mondo ha su quelle stesse cose, perché essa ha sviluppato un immaginario infallibile circa il marito o la moglie perfetta, cioè Bello, Famoso e Ricco. Ecco che allora la vox populi ripropone la concupiscenza giovannea, ma cambiando prospettiva e quegli stessi occhi da cui essa migra non sono i nostri ma quelli altrui.

Non sono i nostri occhi che guardano il mondo, ma quelli del mondo che guardano noi, guardano noi perché belli; perché famosi e perché ricchi (icone, in una parola), affinché il nostro amor proprio si edifichi ad ogni sguardo e faccia spicco nei cieli, sia pure virtuali se la nostra epoca è quella ha coniato il termine perfetto per riassumere il mondo: visibilità.

Non è dunque un guardare il mondo; non è la nostra curiosità sulle cose, come direbbe Agostino, ma lo sguardo ammirato degli altri a costruire il nostro piccolo o grande mondo: dalla Notte degli oscar al balcone.

Ognuno, come Dante, si guardi dentro seguendo questa prospettiva ritrovata e vedrà certamente la sua fame di mondo, quella che caratterizza ognuno di noi. Vedrà la lonza, la lupa e il leone danteschi che non a caso sono tre, sebbene ancora incerti nella loro simbologia, come tre sono le concupiscenze (carne, occhi e ricchezza) indicate da Giovanni, tanto che davvero crediamo che Dante ad esse alludesse, sebbene non mi pare che abbia dedicato nessun girone a quelli Belli, Famosi e Ricchi, forse solo perché da soli si sono condannati a un inferno privato.

Concludiamo con un moto di rassegnazione: il mondo, non fatevi illusioni, mai è cambiato. Sono cambiati la musica, la scenografia, i costumi e le luci ma i numeri, i numeri del mondo, sono rimasti uguali e tali rimarranno: belli, famosi e ricchi sino alla fine del mondo, in compagnia delle immancabili scimmiette darwiniane, sebbene sia un mondo vuoto quello che cerca l’ammirazione.

Il Principe di questo mondo

Ieri sera abbiamo visto che Dio ha previsto un ordine nelle vicende umane, le quali richiedono un potere che, sebbene legittimato da Dio, governa il mondo.

L’intero percorso scolastico di ciascuno afferma invece che quel principio è secolare ed esso ha generato i vari sistemi politici in cui quel potere si esercita e non trova più la propria legittimazione in Dio e nel Suo ordine.

Quelle sette chiese, quindi, neppure sono più retaggio del passato, ma simbolo di una visione che niente ha a che fare con l’Ordine, con il potere che l’uomo si è conferito.

Tuttavia è innegabile che ogni potere “discenda”, cioè sia legittimato, vuoi dal popolo, vuoi dal semplice diritto, magari di nascita, per cui mai è assoluto, cioè sciolto da un contesto, perché bisogna di una legittimazione.

Dunque se non Dio chi? In nome di chi lo si esercita? Beh, qui Giovanni è chiaro: “Tutto il mondo giace sotto il potere” appunto “del Maligno” (Gv 5,19). La legittimazione del potere, quindi, se non è divina è diabolica, non ci facciamo illusioni.

“O me o l’altro” dice il Cristo, per un aut aut elettorale che macina il concetto stesso di democrazia la quale, fanciullescamente, conferisce il potere al popolo, terza via, quando, però, tertium non datur: o Dio o Satana.

Tra i due, democraticamente, si può scegliere, eleggere cioè, ma oltre neanche ci sono le le “Schede d’Ercole”: c’è il nulla: o figli di Dio o schiavi di Satana.

Dunque tutto si consuma tra un ordine che vede nelle sette chiese un potere conferito da Dio; o degli stati che Satana ha fondati affinché dalla frammentazione delle chiese, nascesse il suo regno che ha un solo principio fondante: divide et impera.

E infatti prima ha diviso, poi ha governato, illustrando nelle aule universitarie una nuova Genesi, stavolta politica: gli Stati nazionali, conquista, progresso e apice di un processo storico, quando in realtà a tutto convergono fuorché alla democrazia, se non scritta Democrazya, cosa che ne fa il peggior sistema di governo in assoluto perché espressione della follia eletta a sistema, quello del maligno, che ha creato la sua Babilonia delle genti e e delle democrazie affinché il denaro, cioè lui, sia l’unico vero Dio (Gv 17,3) che siamo non solo tenuti a conoscere, ma pure ad adorare, avendo preferito la storia all’Eternità, storia venduta poi, in ogni senso.

Post senza basi, direte, ma io vi pongo di fronte agli occhi l’evidenza se ricordate la ghematria di ὄφις (serpente) che è 586 come 586 è la ghematria di statos, plurale di status (tra le mille sfumature, quella politica), che noi traslittereremo in greco, immaginando che anche questo lemma il latino l’abbia semplicemente mutuato dal greco per uno σταθος (stati) che ha lo stesso valore ghematrico di ὄφις e spiega alla perfezione quanto Giovanni ha lasciato intendere in 1Gv 5,19, quando afferma che non bisogna farci illusioni: tutto il mondo giace sotto il potere del maligno, cioè degli “stati” che appaiono le squame del serpente di Genesi. quello antico (Ap 12,9) capace solo di un Potere laido.

Da Marco l’evangelista a Marco Van Basten: l’istinto del goal

van bastenGli attaccanti di razza sentono l’azione da goal. La intuiscono sin dalle prime battute magari nella loro stessa area di rigore.Questo perché l’uomo sviluppa un istinto quando esercita una professione o, più genericamente, d’abitudine svolge un compito.

Ci siamo occupati credo lungamente del Natale (vedi categoria) e siamo giunti alla conclusione che esso in origine si celebrasse al 10 di agosto, quando il sole fa il suo ingresso nella costellazione del leone.

Ben lungi, allora, dal freddo e dal gelo che lo caratterizza e che i bambini, costretti, cantano nel “Tu scendi dalle stelle”. Quel Natale freddo e gelido non è cattolico, ma nonostante questo accomuna tutto il mondo, per cui, tutto il mondo, è vittima della stessa menzogna.

Non esiste il mondo delle genti e delle nazioni, se guardiamo al Natale: esso è unico e cristiano, nella misura in cui, però, che può esserlo chi mente all’innocenza e fa dell’Innocenza una spudorata menzogna, la quale occupa il posto di maggior rilievo nel calendario: il 25 dicembre, Natale.

Quando hai capito questo, ti rendi conto che non hai possibilità di fuga: tutto il mondo è paese. Insomma non puoi nemmeno fuggire nelle città-rifugio su cui si poteva contare fino a poco tempo fa, come l’Argentina (non è vero Bergoglio?), per gli italiani: il 25 dicembre si celebra anche là.

“Quo vadis?”

“Da nessuna parte, Signore; da nessuna parte”

Ecco la possibile risposta di un dissidente cristiano, un cristiano costretto al mondo e al suo Natale. Un mondo che Giovanni, nella sua prima lettera, afferma giacente sotto il potere del maligno ed è vero: in tutto il mondo Natale è il 25 dicembre. Ecco, forse, la concretizzazione di un versetto che sulle prime sembra uno dei tanti: il mondo, il diavolo, il potere… insomma la solita solfa cristiana.

E invece no: veramente tutto il mondo giace sotto il potere del maligno ed è quel Natale che lo caratterizza, quel maledetto 25 dicembre. Non è un modo di dire: è proprio così: tutto il mondo giace sotto il potere della notte fredda e gelida del suo Natale e guai a sgarrare: non hai rifugio, neppure in Argentina che ha accolto tutti, tutti ma che non accoglierebbe te a cui non piace il suo Natale.

Quel Natale che abbiamo calcolato grazie a un versetto, cioè Mc 5,25 in cui fa il suo ingesso una figura bellissima: l’emorroissa che non è solo una donna miracolata perché guarita dalla sua sterilità. No, essa assume tutto l’enorme spessore che ha nelle Scritture l’attesa messianica, poiché come lei attendeva un figlio che non arrivava nonostante tutti gli sforzi e tutti gli averi spesi, così Gerusalemme, cioè l’ebraismo tutto, attendeva il suo Messia che tardava a venire, anzi, che forse non veniva più.

Prova ne è che Anna, la profetessa, viveva quella stessa attesa. Leggiamo il passo molto bello di Luca

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza,  era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (Lc 2,36-38)

Ecco, quella redenzione di Gerusalemme altro non è che l’attesa messianica della città per cui Anna, come l’emorroissa, presta la sua figura per dare a quell’attesa una corporeità, come l’emorroissa la dà con la sua malattia nella misura in cui essa è la sofferenza di un intero popolo che aspettava la sua redenzione.

Marco 5,25, lo abbiamo scritto nei post precedenti contenuti nella categoria “Natale”, permette, attraverso la numerazione del versetto e l’aiuto di un qualsiasi programma che converta l’anno ebraico in gregoriano e viceversa, di giungere al 10 agosto del 15 a.C. partendo dal venticinquesimo giorno di Ab, permette cioè di giungere al Natale cristiano, non perché accomuni la cristianità e il mondo, ma perché semplicemente Cristo è nato il 10 agosto del 15 a.C.

Siano allora sempre i versetti a far luce sul Natale oscuro, cioè quel Natale che fa giacere sotto il potere del maligno l’intero mondo preda della menzogna. Giovanni afferma che il mondo giace sotto il potere del maligno in 5,19 della sua prima lettera. Lettera e capitolo alquanto controversi perchè, a quanto pare, i versetti vanno e vengono.

Si parla infatti di un Comma giovanneo estrapolato o interpolato, neppure si sa. Wiki ci parla di altre intrusioni nel capitolo 5, fatto sta che se il mondo giace sotto il potere del maligno in 1Gv 5,19 e qualora i versetti ricomponessero il capitolo originale, io credo, per quel fiuto da goal che ho sviluppato, che la palla andrebbe in rete (web) e avremmo Mc 5,25 che ci parla del (vero) Natale e un 1Gv 5,25 che ci spiega perché il mondo soggiaccia alla menzogna: hanno inventato il Natale e lo hanno imposto a tutti e il mondo intero è la sua preda

Signori, è una finale di champions e abbiamo ottime chances  di vincerla 2-0. Lo sento. Me lo dice l’istinto. Quello del goal.