Da una veste come sacco, al sacco di Babbo Natale

Questo blog non si affida solo al metodo storico, perché sa che quel metodo altro non è che l’anello al naso messo al bue della scienza e con esso la si porta ovunque si voglia.

La conclusione a cui giunge quel metodo, quindi, è quasi sempre pre-ordinata, talvolta addirittura scontata, perché tutto è congegnato affinché l’esito della ricerca sia uno, cioè il loro.

Magari non può essere vero per ogni branca dello scibile, ma per alcune materie particolarmente sensibili, questo è lo stato dell’arte, perché non si vuole che si giunga alla verità, che non è di fede, ma scientifica.

Il nostro metodo d’indagine, quindi, è spesso non condivisibile, ma non perché non sia valido di per sé, ma solo perché si è stabilito, a priori, un metodo, escluso il quale, la conclusione è sbagliata, talvolta assurda, se non risibile.

Tuttavia a noi, a un blog, poco importa se le conclusioni possono o non possono essere condivise: è un nostro capriccio e inviamo la nostra ricerca con una bottiglia gettata in mare, nella speranza che siano le correnti del web a farla approdare in una spiaggia aperta del sapere.

Vorremmo allora parlare dei due testimoni vestiti di sacco di Apocalisse 11,3 che più della scienza hanno solleticato la fantasia, ridotti come sono a un mero simbolo di una verità che è solo di fede, la quale mai ha indossato l’abito scientifico, cioè storico.

Quella veste di sacco, infatti, li rende dei passanti anonimi sulla scena storica, quando però quel sacco, in greco σάκκος, ha anche un valore ghematrico ed è 317, più chiaro 318, per un dopo Cristo che lo colloca nella storia e li rende partecipi, perché da allora inizia una predicazione di 1260 giorni (Ap 11,3).

Tale predicazione altro non è che la verità, ma non quella di fede, quanto quella storica che essi conservano nel loro abito penitenziale, lontano dagli orpelli del secolo, quello scientifico, che danno eleganza di pensiero, è vero, ma sono fuorvianti.

318+1260 è uguale a 1571 a cui si aggiungono i 3 giorni e mezzo della loro non sepoltura dopo l’assassinio della verità che essi rappresentano ed otteniamo quindi il 1581/1582, cioè l’anno, forse i mesi, precedenti la bolla papale Inter gravissimas del 4 ottobre del 1582, la notte della morte di Teresa D’Avila, la santa e dottore della chiesa amica di Dio che non fu più tale.

Ecco allora che la verità dei due testimoni ha terminato, in quella notte del 4-15 ottobre, la sua parabola terrena e scientifica, perché entrano in vigore una storia e una verità inventate, quella storia e quella cronologia che il blog da sempre denunciano tali.

I due esempi più eclatanti di quell’invenzione sono il 33 d.C. per la crocefissione e il Natale, in particolare quest’ultimo, però, assume un valore simbolico altissimo, archetipo di censura e di una mistificazione della storia, perché si sono procurati, anche, di rendere storicamente solido il Natale del 25 dicembre attribuendolo a una Tradizione cattolica che affonda le sue radici nel 332 d.C., quando si dedica, a Gerusalemme, la Basilica della natività dicendo che da sempre, in fondo, è Natale d’inverno al 25 di dicembre.

Ma noi sappiamo, da questa categoria, che il Natale era in realtà fermo al 10 di agosto del 15 a.C., per cui la menzogna è davvero scandalosa. Avevamo anche scritto, a tal proposito, che è inutile cercare nel passato remoto per giungere alla verità, perché è sufficiente indagare capillarmente fondi d’archivi e biblioteche, dove siamo certi si siano conservati o scampati alla censura sistematica che li ha distrutti in massa, i martirologi cattolici precedenti il 1584, quando entrò in vigore il nuovo martirologio cattolico adeguato al passaggio al gregoriano.

Sarà allora in ciò che si è salvato miracolosamente da un naufragio cattolico la risposta agli interrogativi che un Natale in pieno inverno pone alla logica e alla storia; sarà nei martirologi precedenti il 1584 la veste di sacco dei due testimoni, cioè la verità su un Natale agostano e di luna piena, perché la Chiesa aveva i suoi santi in paradiso, sebbene poi li abbia gettati all’inferno.

Sarà, insomma, un martirologio a far luce su un calendario liturgico che tradiva, cioè consegnava alla storia, l’intera vita di Gesù, fermandola sulle righe di una liturgia che non poteva non essere scritta seguendo le orme di Cristo, nato il 10 agosto, quando anche la Chiesa cattolica celebrava il Natale prima che ne preferisse uno assolutamente stravagante ma alla moda.

Lo avevamo scritto e adesso, alla luce dei due testimoni, la fiaccola di una lettura ghematrica del loro sacco come veste, ne siamo ancora più sicuri, tanto che lanciamo la nostra bottiglia in mare, affinché le correnti la spingano sulle coste di una scienza costretta, suo malgrado, a credere alla vita dei santi e a un metodo, il mio, che fa acqua da tutte le parti.

La storia che non siamo noi

Nimrod_(painting)Un errore sarebbe forzare i numeri, mentre è giusto trovare in essi le relazioni nascoste ma solo se osservate nel particolare, perché una cronologia, se tale, cioè di respiro, è sempre universale e si rivela alla distanza.

La Bibbia, inoltre, gode dell’appellativo “sacra” e questo ci introduce quasi in un gioco di ruolo dove i protagonisti sono i numeri, cioè le cifre che compongono quella cronologia, dove ognuna ha il suo potere ed è inserita in un contesto che non è magico, lo abbiamo scritto, ma sacro che in fondo meglio

Ecco allora che quegli altari della storia terminano vicini a noi, se il futuro prossimo è già storia nella misura in cui la si può intuire, perché il 2020 è davvero alle porte, dopo il suo lungo viaggio a tappe (497 anni) iniziato con Davide, nel 1012 a.C  per la precisione; passando poi per le fondamenta del secondo tempio (465 a.C.); poi per il ministero pubblico di Gesù (32 d.C.) e da lì alla caduta dell’Olimpo (529 a.C.) e un a noi ignoto 1026; confluendo in seguito nel 1523 di Lutero e da lì a noi al 2020.

Questi sono gli altari della storia che abbiamo conosciuti e che segnano le epoche in cui la cronologia si esercita nella sua funzione: ordinare la storia che essi contengono. Ma non esiste solo quest’ordine nella cronologia, perché come è articolata la storia umana altrettanto lo è quella biblica e la sua cronologia, tanto che Giovanni ci parla di un’altra metrica nella sua Apocalisse ed essa sono i 1260 giorni (Ap 11,2) che noi applicheremo al nostro altare, cioè a quello a noi più prossimo, il 2020, sottraendo proprio 1260 giorni/anni per cadere nel 760 e da lì, non conoscendo quella storia, tolti altri 1260 giorni/anni, al 500 a.C. che invece lo conosciamo benissimo.

Quei 1260 giorni/anni sono quelli in cui Gerusalemme sarà calpestata (Ap 11,2), Gerusalemme città santa data in pasto ai gentili e infatti, fateci caso se siete in possesso delle nostre coordinate cronologiche, che il calcolo che abbiamo appena fatto cade nel 500 a.C. cioè nell’ultima deportazione babilonese (vedi tabella) dopo quella del 505 a.C. e da questo si capisce che se nel 505 a.C. Gerusalemme cadde, nel 500 a.C. fu calpestata perché ormai era in balia della storia, a cui non era in grado di opporre neppure una resistenza morale facendo appello del suo passato.

Dunque quei 1260 anni che segnano il Cortile esterno dato ai gentili ci ha condotto alla città di Davide ormai nella sua miseria, incapace di qualsiasi reazione e per questo persino calpestata dalle genti.

Quel Cortile dei gentili che Giovanni non chiede di misurare è la storia di una città che diviene metafora, perché in essa si consuma la storia dei Gentili, quella ben distante dalla storia universale e sacra contenuta nel ναός, luogo santo e sacro, come la storia che in se stesso racchiude, perché come Dio partecipava del ναός, così quello stesso Dio partecipa della storia umana che non è più, paradossalmente, dell’uomo ma progetto di salvezza, via alla felicità che procede da Dio e non da noi.

L’architettura del tempio, in quei suoi edifici principali (ἱερός e ναός,) sono la storia tutta: quella umana e quella divina, come sono due le vie alla salvezza procedendo l’una dall’uomo che ne fa luogo mercato e “spelonca di ladri” (Lc 19,46), l’altra da Dio che ne fa preghiera .

Nel post precedente abbiamo visto che il cavallo verde segna un movimento che nasce dall’uomo e con l’uomo è destinato a finire o, meglio, a finire come l’uomo: la morte, che non a caso cavalca il cavallo verde. Abbiamo detto che i versetti tradiscono la storia nella sua più sintetica espressione: la cronologia e dunque quel versetto 6,8 di Apocalisse fu, non caso, il ’68 che ha segnato indubbiamente un’epoca, ma non ha capito la dimensione divina della storia, tanto che ha confuso il potere con il Potere, cioè quello dell’uomo con quello del Maligno  a cui soggiace tutto il mondo, come scrive sempre Giovanni (1Gv 5,19).

La storia che ha scritto il ’68 è una storia “storica”, cioè frutto dell’uomo e per questo s’inserisce nel Cortile dei gentili, perché ai gentili appartiene e si rivolge quella storia, tanto che non fu e non è divina, ma frutto di una semina che non chiama alla mietitura, ma a una violenza “levatrice” per dirla con il suo ideatore, Marx.

Curioso diviene allora l’occorrenza di quel ἱερός che è l'”area del tempio” Cortile compreso, in ogni caso qualcosa di esterno al ναός, al luogo sacro e dunque alla storia storia sacra, perché progetto divino. Tale occorrenza è 68 come il ’68 è l’anno che segna, verosimilmente, l’ultima tranche di una storia progetto dell’uomo che si fa architetto, non potendo essere Dio ed ha costruita la sua torre, la sua storia, sfidando il cielo come Nimrod.

Come in tutte gli altari che si sono succeduti ci sarà aspra battaglia tra “vecchio” e “nuovo” cioè tra gli ultimi fedelissimi assertori di una storia “uomo” e coloro che vorrebbero riportare Dio sulla terra, cioè nella  storia. Ciò è inevitabile: l’inveterata opinione che l’uomo ha di se stesso come artefice del proprio destino, nonché della via alla felicità, a un paradiso de noantri, non cederà spontaneamente il passo a Dio, tanto che al campo di battaglia si è dedicato un inno, piucché una poesia, cioè “Padre nostro che sei nei cieli restaci” (Prévert) cosa che farà, ma non per molto: la storia è Sua, belli, e la rivuole indietro.