Shakespeare e Sisto V Peretti: la tragedia perfetta

L’autore di un celebre aforisma si colloca in periodo che il blog da sempre indica come estremamente sensibile per la cronologia biblica e la Sacra Scrittura che la contiene: il 1585-1590, quando noi diciamo che sorse e regnò il falso profeta apocalittico, cioè Sisto V Peretti, colui che “stuprò la Vulgata” (padre A. Maggi).

L’autore dell’aforisma è uno dei geni dell’umanità: Shakespeare, che si caratterizza, come abbiamo accennato, per aver scritto che “il diavolo può citare le Scritture”.

Sin da subito si nota come, falsata la Bibbia con la Sistina, emerga, da un contesto letterario di altissimo profilo, un eco del misfatto, tanto che noi scorgiamo una sottilissima vena ironica nel detto shakespeariano, cioè che solo “adesso” dopo il falso biblico cioè “anche il diavolo può citare la Scrittura”

Prima non poteva assolutamente farlo, altrimenti sarebbe divenuto un testimone, forse un apologeta e questo è impossibile anche seguendo la patristica del deserto che spesso è invitata dal diavolo in persona a dimostrare la sua conoscenza mnemonica della Bibbia, ma solo limitatamente all’Antico Testamento, perché quando si arriva al Nuovo, solitamente satana fugge.

Fugge perché non può citarlo, non può confessare Gesù Cristo se ancora le Scritture sono rimaste integre, fedeli a una versione che solo se falsata può essere citata dal diavolo, un diavolo che cità la sua versione, però, quella versione che è menzogna e per questo può citarla a memoria: la sua.

“Il diavolo (adesso) può citare le Scritture” attribuito a Shakespeare è dunque una battuta che si colloca in periodo storico in cui davvero la Scrittura fu falsata fino a darne una versione talmente edulcorata che il diavolo stesso può conoscerla a memoria e diffonderla.

Non rimane, quindi, che indagare la vita di Shakespeare per comprendere se tale menzogna abbia lasciata testimonianza, per vedere, cioè, se anche i suoi anni, quelli che caratterizzano la biografia e l’opera di Shakespeare riflettono quel motto di spirito.

Non ci aspettiamo che la vita e l’opera di Shakespeare abbiano sconvolto i piani di Sisto V Peretti, ma rimaniamo ugualmente curiosi di intuire se, anche solo in parte, possiamo aver ragione e trovare nella vita e l’opera di Shakespeare uno spunto, un accenno del grande falso, quello che noi diciamo tradisca lo stupro della Vulgata cosicché il diavolo, dopo di allora, pòtè citare la Scrittura.

Sulle prime, oltre l’aforisma conosciuto, non troviamo niente di quanto potrebbe essere utile, fattivamente utile intendo, ma solo un assordante silenzio, perché gli anni che vanno dal 1585 (anno di ascesa al soglia di Sisto V Peretti) al 1592 (quindi poco dopo la morte di Sisto V avvenuta nel 1590) si caratterizzano per essere gli “anni perduti” di Shakespeare (lost years, seguendo gli studiosi che ne fanno un gran parlare).

Di quegli anni nessuno sa nulla, andati perduti o al diavolo che si era proposto d’imparare e insegnare pure lui la Scrittura, ma Shakespeare lo aveva forse corretto nei suoi lapsus.

E’ a questa luce allora che invitiamo gli studiosi a rileggere Shakespeare, in particolare i suoi “anni perduti” perché siamo personalmente certi che o egli scrisse o fu costretto, come tutti, a tacere riguardo alla stupro della Vulgata e alle vittime di Sisto V Peretti, un Papa cannibale di cui già abbiamo avuto modo di parlare perché divorò i migliori figli di una chiesa altrettanto cannibale, ottimo canovaccio per una tragedia che da shakespeariana è divenuta universale, cioè cattolica, permettendo al diavolo di citare, dopo lo scempio della Vulgata, della vita nonché dell’opera di Shakespeare, la Scrittura, rimanendo tuttavia ancora aperti alcuni quesiti nel silenzio assordante di una biografia:

-perché la massima di cui stiamo parlando si colloca negli anni della Sistina, la falsa edizione biblica che sostituì la Vulgata?

-perché Shakespeare conia la sua battuta proprio in quegli anni? Cosa lo indusse a farlo?

-come mai nella vita e nell’opera di Shakespeare abbiamo, proprio negli anni della Sistina, un buco nero che ha fatto molto parlare di sé tanto da qualificarlo come lost years?

“Ciò che conta”, dedica a Erich Zenger

Caro Erich,

vittima di un “increscioso incidente”, ci hai lasciati nel giorno di Pasqua ed io subito ho pensato o al tuo eroico calarsi nel ruolo; o a un assassinio, perché quelli come te non li si bruciano con lo scandalo: la loro moralità e la loro carriera sono specchiate.

Tu, oltre a un’introduzione biblica, hai scritto un commento ai salmi che si fregia di più ristampe ed io quello sto leggendo, soffermandomi, in particolare, sull’introduzione dove ho letto un paragrafo di estremo interesse ed è La collezione dei salmi dove tu trovi la soluzione a un enigma nella “tradizione davidica”, piucchè nella paternità dei salmi a lui attribuiti.

In quella tradizione tu scorgi un’esigenza che ha spinto il collettore a riunire sotto un’unica attribuzione i salmi di Davide che però talvolta, come nel caso del (71)72, di Davide non sono perché espressamente attributi a Salomone.

E’ dunque nella “tradizione” la soluzione a un enigma che per tua stessa ammissione

solo così, se non si vuole ritenere per i raccoglitori una sconsiderata spensieratezza, si spiega il fatto sorprendente che l’annotazione del Sal 72,20: “Terminano le preghiere di Davide” sta in un salmo attribuito a Salomone (!).

Tu stesso quindi hai colta e descritta l’assurdità di una collezione che attribuisce la paternità neanche a casaccio, ma ignorando persino il contenuto del testo che ha di fronte agli occhi, cioè Terminano i salmi di Davide, scrivendo Salmo di Salomone.

Mi pare ovvio che l’esegesi sia naufragata in un mare d’ipotesi non per giustificare l’equivoco, ma l’assurdo se non addirittura il comico, perché di mezzo ne vanno tutti i salmi, in particolare la loro attribuzione.

Non è così, Erich, no non è così e tu avresti dovuto introdurre un’ipotesi altrettanto assurda che avrebbe però risolto il grottesco: anche il salterio è vittima della truffa, quella truffa che ha seminato il caos da Genesi ad Apocalisse.

Quel salmo, se termina i salmi di Davide, è di Davide ma nottetempo si è scritto “di Salomone” perché tutto risultasse incomprensibile, risultasse cioè che laddove era pre-esistente una catalogazione e un’attribuzione ferree potesse fare ingresso il caos.

Ritengo, se me lo permetti, che in origine tutto fosse ordinato per autore e che altre possibili catalogazioni fossero possibili (cronologiche, per Re, pre e post esiliche) ma poi tutto sia stato volutamente confuso gettando nello scompiglio l’intero salterio.

Tu o i tuoi colleghi, magari quelli che hanno raccolta la tua eredità, dovreste, allora, prendere in considerazione l’ipotesi del falso e recuperare il bandolo di un salterio divenuto matassa inestricabile, ma mi rendo conto che questo post è la novecentoventinovesima bottiglia gettata in mare, per cui ha ragione chi mi dice: “Che t’importa di quello che dicono, tu sai come stanno le cose ed è questo ciò che conta”. Sì, è questo ciò che conta.

A Roma in catene

Qualche mese fa ci dedicammo solo alle prime biografie presentate in De viris illustribus di San Girolamo e subito il nostro pensiero e la nostra preoccupazione è andata alle note di commento che la copia di Città Nuova avrebbe, ad opera del traduttore, fornite.

Eravamo certi quanto mai che lì si consumassero numeri d’alta scuola affinchè fosse possibile salvare l’opera -con San Girolamo- e la cronologia attualmente riconosciuta, in particolare quella relativa a Gesù.

Infatti, non sbagliando di una virgola, giungemmo alla nota 14 della biografia paolina e fermammo il punto, quello che riprendiamo adesso, con un’orecchietta sulla pagina perché davvero esemplare, tanto che ci prendiamo la briga di copiare sia il testo di Girolamo, sia la nota a piè pagina, sebbene solo in parte.

Questo è il testo che Girolamo dedica a Paolo e che interessa a noi

E siccome negli Atti degli apostoli si parla molto della sua vita, mi limito a dire che nell’anno venticinquesimo dopo la morte del Signore, ossia nel secondo anno di Nerone, quando Festo successe a Felice come procuratore della Giudea, fu mandato in catene a Roma.

A tal proposito e per spiegare l’ambito cronologico del “venticinquesimo anno” il curatore scrive, alla nota 14, che

Siamo all’incirca nell’anno 60 che corrisponderebbe, pressappoco, a sia al secondo anno del potere effettivo di Nerone, sia alla data di successione del procuratore Festo. Ma non si vede come la data del 60 possa corrispondere al venticinquesimo anno dopo la morte di Cristo, morte comunemente assegnata [e la tradizione?] al 30-31

Tralasciando per adesso il problema posto dalla mia nota inserita nella citazione, passo subito a calcolare quel “venticinquesimo anno” alla luce della cronologia del blog che colloca la morte di Cristo nel 35 a fronte di una nascita nel 15 a.C.

I conti sono presto fatti se dobbiamo cadere nel 60 come espressamente scrive il commentatore. Infatti se la morte di Gesù è fatta ferma, come noi facciamo, al 35, aggiungendo a tale data 25 anni cadiamo esattamente nel 60, come deve essere.

Il problema che pone Girolamo dipende dunque dalla cronologia non dei fatti, cioè quella che adotta Girolamo, ma delle ipotesi, quelle che invece il commentatore che ha seguito. Una cronologia avanguardista che ha lasciaro indietro chi, come Girolamo, era così vicino ai fatti (347-420) da darci ragione e credere ancor più fermamente all’anagrafe del blog che fa nascere Gesù nel 15 a.C. e lo vede crocefisso nel 35, cioè venticinque anni prima che “Paolo fosse mandato a Roma in catene”.

La storia che verrà

Il nostro ultimo articolo ha messo in evidenza un fatto cronologico: se i nostri altari della storia possono essere opinabili quando individuano il 2020 come anno dell’ottavo, è però difficilmente, alla luce del caso, spiegare come mai, la profezia di altri, la profezia dei Sette tempi geovista, quella che li ha resi famosi eleggendoli a grande chiesa, possa, applicandola alla nostra cronologia, in particolare i Re, individuare ugualmente il 2020 come anno del suo compimento.

Insomma, il 2020 emerge ogni volta, sia che il blog utilizzi cronologie sue, sia che applichi cronologie e profezie altrui, come se davvero sia un anno speciale.

Sappiamo -e ci scusiamo per il velato riferimento- che altri hanno seguito il nostro ultimo post e ci pare di poter dire che sia stato apprezzato nella sua logica che in fondo è matematica, per cui adesso vogliamo proporre una nota ghematrica che è altrettanto matematica, ma appartiene a ciò che erroneamente troppo spesso si considera pseudoscienza.

Non mi dilungherò oltre, certo che questo post è stato letto e compreso, per cui propongo subito a seguire uno screenshot di un programma (Bible wheel) che molto spesso, come nel caso degli altari, ci ha permesso di ottenere risposte talvolta fondamentali sull’ebraico e il greco biblici.

Nello screenshot potrete facilmente leggere, e se interessati aprire le voci dei vostri dizionari, a quali termini biblici faccia riferimento il valore ghematrico 2020, cioè a Cristo (χριστωι-Cristo) e alla sua conformità (συμμορφους-conforme) come a dire che l’epoca successiva al 2020 sarà a Lui conforme; o che avremo un Cristo conforme, cioè di nuovo inserito nel suo legittimo alveo storico, teologico e cronologico.

Tutto questo era già stato introdotto dalla cronologia degli altari e dalla profezia geovista applicata alla nostra cronologie dei re e dell’esilio babilonese, ma ancora sfuggiva il senso, sfuggiva cioè a cosa grosso modo saremmo andati incontro

E’ ancora presto, però, per sapere con precisione cosa accadrà, ma tutto, compresa la ghematria, ci dice che quello che deve accadere accadrà e basta solo saper attendere e vedere se in fondo un blog scalcinato come questo abbia saputo leggere nel futuro, cosa che aprirebbe proprio alla scienza confini sinora inimmaginabili.

Con Cita?

Il capitolo 17 di Giovanni e la sua Prima lettera ci descrivono il mondo: il mondo per il quale Gesù non prega (Gv 17,9) e il mondo che giace sotto il potere del maligno (1Gv 5,19).

Può addirittura apparire paradossale parlare del mondo, quello che tutti conoscono e quello che nella sua totalità è stato visitato, tanto che quei mille di miliardi che si dice siano le foto annualmente scattate lo hanno ripreso in ogni angolo, ma ciò non toglie che ormai più nessuno conosca la sua definizione.

Insomma, lo viviamo il mondo, ma non lo conosciamo, quando però dovremmo farlo se il mondo è quell’entità per cui Gesù non prega. Per chi non prega, allora, Gesù? Cos’è il mondo se Colui che si è fatto perdono e redenzione non prega per esso? O cos’è così maligno da far soggiacere tutto il mondo alla sua volontà?

Giovanni è stato chiaro nella sua Prima lettera, ma poi tutto è divenuto banale, forse lo stesso sant’Agostino, nel commentare la Prima lettera di Giovanni, ci ha messo del suo (o gli ce lo hanno fatto mettere, visto in che mondo viviamo) affinché il mondo sia quello che ogni giorno abbiamo sotto gli occhi, cioè quello che appare dalle nostre finestre, per lo più virtuali, ma tutto però rimane dipendente dalla prospettiva che non è quella a cui siamo abituati: quella fa parte del mondo.

“La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita (ricchezza)” di 1Gv 2,16 sono sì il mondo e anche Agostino ha detto bene, tuttavia mi pare di poter dire che c’è un’altra prospettiva sul mondo ed è quella di Giovanni, l’Apostolo del mondo intero, piucché delle genti, se il suo Vangelo gli dedica un capitolo: il 17.

Quella prospettiva, sulle prime facile facile, vorrebbe che la concupiscenza del mondo sia il nostro sguardo sulle cose del mondo, ma in realtà è lo sguardo del mondo sulle nostre.

In questo senso è davvero utile il senso che la gente di mondo ha su quelle stesse cose, perché essa ha sviluppato un immaginario infallibile circa il marito o la moglie perfetta, cioè Bello, Famoso e Ricco. Ecco che allora la vox populi ripropone la concupiscenza giovannea, ma cambiando prospettiva e quegli stessi occhi da cui essa migra non sono i nostri ma quelli altrui.

Non sono i nostri occhi che guardano il mondo, ma quelli del mondo che guardano noi, guardano noi perché belli; perché famosi e perché ricchi (icone, in una parola), affinché il nostro amor proprio si edifichi ad ogni sguardo e faccia spicco nei cieli, sia pure virtuali se la nostra epoca è quella ha coniato il termine perfetto per riassumere il mondo: visibilità.

Non è dunque un guardare il mondo; non è la nostra curiosità sulle cose, come direbbe Agostino, ma lo sguardo ammirato degli altri a costruire il nostro piccolo o grande mondo: dalla Notte degli oscar al balcone.

Ognuno, come Dante, si guardi dentro seguendo questa prospettiva ritrovata e vedrà certamente la sua fame di mondo, quella che caratterizza ognuno di noi. Vedrà la lonza, la lupa e il leone danteschi che non a caso sono tre, sebbene ancora incerti nella loro simbologia, come tre sono le concupiscenze (carne, occhi e ricchezza) indicate da Giovanni, tanto che davvero crediamo che Dante ad esse alludesse, sebbene non mi pare che abbia dedicato nessun girone a quelli Belli, Famosi e Ricchi, forse solo perché da soli si sono condannati a un inferno privato.

Concludiamo con un moto di rassegnazione: il mondo, non fatevi illusioni, mai è cambiato. Sono cambiati la musica, la scenografia, i costumi e le luci ma i numeri, i numeri del mondo, sono rimasti uguali e tali rimarranno: belli, famosi e ricchi sino alla fine del mondo, in compagnia delle immancabili scimmiette darwiniane, sebbene sia un mondo vuoto quello che cerca l’ammirazione.