La Corona non è solo quella del rosario, chiaro?

Siete liberi di ritenere quanto segue la tipica farneticazione delirante di un pazzo, ma se non adotterete questa cronologia, l’unica che riporta la Storia della salvezza nel suo alveo naturale, gli ospedali da campo che dovrete allestire saranno solo il problema minore, perché quello pressante sarà costituto dai cadaveri che vi obbligheranno a murare forni crematori ad hoc, tanti saranno i morti.

Ritenete tutto frutto del pazzo di turno, ma ricordate: all’inaugurazione del primo forno ci sarò, sarò virtualmente presente a ricordarvi che con i Re e la loro Corona, virus o meno, non si scherza e se lo si fa se ne suscitano le i…Re!.

Il C ovid spiegato bene

Abbiamo scelto volutamente un titolo banale, ma l’unico capace di veicolare un senso comune, quello a cui ci si appella quando le parole sono un fiume ed è impossibile scegliere, tanto meno decidersi.

“Il Corona virus spiegato bene”, allora, diviene titolo scientifico, cioè COVID (19) che tutti hanno esaminato al microscopio, ma non hanno saputo leggere e non sanno, quindi, se sia dovuto al caso o sia Dio.

COVID diviene, infatti, divoC, cioè DIVO C e quel DIVO, non è una stella del cinema, ma un latinismo evidente e sta per “divino”. Adesso non rimane che spiegare il già a suo tempo spiegato, cioè C che è, se BOLOGNA a rovescio diviene angoloB, l’angolo C, l’angolo C di Catalogna, non a caso angolata C, sempre a rovescio (per un riferimento scritturale circa gli “angoli della terra” vedi Is 11,12 e Ap 7,1).

Là si situa il monastero di Monserrat fondato nell’888, ghematria di Gesù in greco, e allora è chiaro il DIVO C, o Covid rovescio: C è la chiesa cattolica se la Spagna è l’emblema di un cattolicesimo duro (non puro).

Allora quel Covid o DIVO C sta a dirci che tu, ti credi e ti spacci divino, ma non lo sei: sei in realtà il Falso profeta; tu urbi et orbi proclami e reclami senza diritto lo Spirito Santo nei tuoi conclavi e nel tuo magistero e tu, non a caso, hai pescato il tuo Jolly papale in Sudamerica, cosicchè non con lo Spirito Santo faremo, ma con un colonnello, non a caso, argentino.

Il Covid, allora, dimostrerà che sei l’esatto contrario, cioè tutto fuorchè divino e il blog, in questo, è ferratissimo perché 919 post ti sono in fondo dedicati, cioè sono dedicati alla tua e solo tua opera di falsificazione sistematica che ha devastato AT e NT; l’intera produzione patristica, compresa quella del deserto e beatificato una pletora d’imbecilli: i santi cattolici dalla morte di Teresa D’Avila in poi, l’amica di Dio che non a caso spirò la notte stessa che volesti rimettere l’orologio, cioè passare da giuliano al tuo gregoriano, cioè quando inventasti la tua storia, quella che dai a bere ai ragazzi..

Vuoi che te lo dica? Stavolta non la sfanghi: il settimo altare della storia sarà innalzato a tuo dispetto perché un imbecille non può opporsi alla volontà di Dio, neanche se si è voluto mettere alla guida di un auto di lusso (la storia): andrai a sbattere non contro un muro che sarebbe serio, ma un virus coprendoti di ridicolo.

Sì, te lo dico, che m’importa: il Covid sarà l’ordine che si sostituisce al caos, il tuo e solo tuo caos, quello che nei secoli hai generato e che alcuni chiamerebbero sudiciume.

Ps: mi fermo qui, ma invito i miei improbabili lettori a leggere quanto da anni andiamo dicendo sul Falso profeta (C): un Papa, Sisto V Peretti che ha goduto come un porco quando stuprò la Vulgata.

"La tua cella, le tue ceste e le tue lacrime". Appunti per una sintesi impossibile

Immaginare – e dico solo immaginare- di poter sintetizzare lo spirito dei Padri del deserto dopo aver letto alcuni testi a loro dedicati e solo, ma più e più volte, averne letti i Detti è davvero presuntuoso, ma noi lo siamo, in fondo presuntuosi e lo renderemo chiaro alla fine del post.

Tuttavia, crediamo davvero di averne carpito lo spirito che è, e rimarrà, “la tua cella, le tue ceste e le tue lacrime” cioè la tua croce. Non si va oltre se anche Garcia Columbàs, cattolico guida di quell’esegesi patristica, di cui abbiamo studiata la monografia sul monachesimo delle origini, conclude tutto facendo intendere che sì, adesso sai e per questo non ti rimane che piangere (se hai capito qualcosa).

Non rimangono che le lacrime, dunque, quelle che caratterizzano ciascuno perché tutti, più o meno, siamo malati, malati dentro e quei Detti sono il farmaco per un Adamo universale.

Quei Detti sono, però, il principio attivo della medicina, perché il tempo aggiunse, e sciaguratamente aggiunge, gli eccipienti, affinché, quel principio sostanzialmente ignorante e amaro fosse gradevole ai palati delicati, cioè al mondo.

Questo fu l’uno, cioè il primo e quindi il principio; l’altro, ciò che seguì, cioè il monachesimo dotto, filosofeggiante, altro quindi non fu che eccipiente affinché il mondo, indorata (in tutti i sensi alla luce dell’estrema povertà dei primi) la pillola la ingurgitasse senza stomacare.

Ma il tempo è galantuomo, certo, ma talvolta pessimo medico e aggiunse sempre in proporzione maggiore dosi eccipienti e il principio attivo scomparve del tutto a favore di un gusto dolce, tipico dei placebo.

Dico io “la tua cella, le tue ceste e le tue lacrime”, ma altri potrebbero ben dire:” Io e Dio. Noi e Dio. Solo noi” per una parabola discendente che avviò la sua spirale con il cenobitismo.

Chi mi segue – e so che sono davvero pochi- possono leggere quanto è stato scritto di loro, ma tengano conto che i primi, gli anacoreti, parlavano così poco che affidarono la loro memoria ad altri e in Detti, minuscole pillole lapidarie che per lo più ricalcavano la Scrittura.

Poi le opere divennero ponderose perché Evagrio volle se stesso Filosofo del deserto e quel deserto fu invaso da una pioggia che fu di parole e non nacque niente di auspicabile, ma solleticò le orecchie (2Ti 4,3).

Quindi leggete, leggete pure quanto si è scritto, ma il farmaco, nel suo principio attivo è nei Detti; quello è attivo e se già a una prima lettura troverete sollievo in uno o due di quei Detti, capirete che la medicina ha avuto effetto, mentre a me occorre una dose da cavallo se scrivo quanto potrebbe essermi imputato, cioè Medice cura te ipsum, perché avrei potuto benissimo scrivere Medico cura te stesso soltanto.

Il vaglio biblico

Stiamo leggendo Spirito e fuoco, opera dello Pseudo-Macario, nell’edizione curata da Lisa Cremaschi della comunità monastica di Bose e ci siamo imbattuti in un quesito ancora irrisolto, crediamo.

In sostanza si tratta di un passo dell’omelia 12 in cui leggiamo

Allora il Signore disse loro: “Perché vi stupite dei miracoli? Vi consegno una grande eredità che il mondo non conosce”.

La critica, quella della Cremaschi riportata alla nota 71 e il cui contenuto potrebbe essere datato, non ha risolto il rebus di un ipsissima verba che non compare nei vangeli, ma di cui Macario è al corrente, tanto da citarlo a memoria, quando quella memoria dei Padri aveva assimilata l’intera Scrittura.

Questo significa che Macario non si affida a una sua interpretazione e la citazione non è frutto di una sua personale riflessione, ma faceva parte dei vangeli se, come abbiamo scritto e come è risaputo, i Padri, i vangeli, li conoscevano a memoria.

Di qui l’imbarazzo della critica che non sa spiegarsi come mai, trattandosi di un ipsissima verba, quelle parole del Signore non compaiano nei vangeli. Entra così in gioco – e forse per gioco- il nostro blog che da sempre denuncia l’impossibile: la Sacra Scrittura devastata non solo, allora, nella sua cronologia; non solo nella sua ortografia (quella che, se esatta, permette il calcolo ghematrico nella versione greca), ma addirittura falcidiata nei versetti, ora modificati; ora, ed è davvero scandaloso, cancellati.

Un’operazione tale non è imputabile al tempo, non è imputabile ai copisti o alle vicissitudini dei manoscritti, perché un versetto non lo si salta a meno che non lo si debba saltare.

Già a suo tempo avevamo messo in guardia gli studiosi da un altro strano fatto che li imbarazza: le citazioni dei Padri a volte non collimano con gli stessi passi che attualmente offrono le Bibbie in uso e conosciute.

In questo senso, Luciana Mortari, nella sua introduzione alla collezione alfabetica dei Detti, ha scritto chiaro che niente fa dubitare dell’originalità della Bibbia che è giunta a noi; ma adesso, quando la critica per bocca di A. Resch, brancola di nuovo nel buio e non a causa di differenze ma di veri e propri spazi bianchi nei vangeli, crediamo sia davvero difficile almeno non dubitare, non dubitare cioè che l’intero corpus biblico sia stato passato al vaglio e ne sia stata offerta una versione solo in parte fedele, perché un intero versetto non si perde lungo le strade: si cancella.

Adesso gli studiosi potrebbero, crediamo, prendere in considerazione l’impossibile, cioè che satana non ha chiesto solo di vagliare gli Apostoli (Lc 22,31), ma anche le loro opere e il risultato, sinora, è agli occhi di nessuno.

Ps: un’attenta analisi testuale del versetto citato dallo Pseudo-Macario potrebbe rilevarne le caratteristiche e collocarlo laddove nessuna si immaginava: in uno dei quattro vangeli.

I grandi vecchi del deserto

Sulla scorta di alcuni post dedicati ai Padri del deserto, potremmo essere confusi con un classico anticlericale, perché noi vediamo nell’apoftegma quarto della serie alfabetica di Giovanni il Persiano uno scambio di titoli, se fedele è Pietro e dottore è Paolo.

L’elenco che gli studiosi, certamente la Mortari, indicano come sintesi degli aspetti della patristica del deserto, aspetti che vanno sotto il nome di “tipizzazione”, cioè il ricorso alle caratteristiche peculiari con cui si distinguono i singoli personaggi biblici, è infatti poco allineato con la Scrittura che da sola vorrebbe che fedele fosse Giovanni, avendo seguito Gesù sino ai piedi della croce e avendo assistito in prima persona alla Sua morte e non Pietro che Lo ha rinnegato tre volte; come vorrebbe dottore Luca perché non solo ci ha consegnato un Vangelo, ma è espressamente indicato come tale da Paolo (Col 4,14) che invece ne fa le veci, come se l’unica laurea che la Scrittura riconosce fossero i piedi di Gamaliele (At 22,3).

Come si evince già da questo, qualcuno millanta crediti non suoi, oppure è costretto suo malgrado a farlo, perché i posteri, cioè i loro successori, quelli di San Pietro e Paolo, appunto, hanno preteso di essere laddove addirittura fallirono e hanno preteso di essere ciò che mai furono, cioè l’uno (Pietro) fedele; l’altro (Paolo) dottore.

Come dicevamo in apertura, tutto questo potrebbe essere frainteso e giudicato frutto del più becero anticattolicesimo, ma noi vorremmo darne prova, dare cioè prova che non noi, ma loro, loro hanno davvero falsato il Detto di Giovanni il Persiano screditando non solo i Detti, ma addirittura i Padri, a cui universalmente si riconosce un’assoluta padronanza scritturale, come del resto testimonia, scrivendolo espressamente, la Mortari nella sua breve introduzione al personaggio, cioè a Giovanni Persiano, a cui attribuisce, proprio in virtù del Detto quarto, una competenza e una capacità biblica tali da fargli cogliere, nella loro sintesi, i tipi e gli archetipi scritturali.

Leggiamo infatti dal “viva voce” della Mortari che

L’ultimo testo (Detto) mostra [il Persiano] un’ampia conoscenza e un uso molto sapiente della Scrittura

Tuttavia, al di là della facile nota, ella non nota che è in aperta contraddizione con se stessa, a meno che o Giovanni Persiano o la Mortari siano l’esatto contrario, cioè o l’uno o l’altra si caratterizzino per una assoluta ignoranza scritturale.

Infatti, mi pare di poter dire che finora nessuno ha notato l’assurdo, mentre e proprio perchè si è notata la finezza di Giovanni Persiano che è ben riassunta nella citazione che gli attribuisce una notevole capacità scritturale.

Adesso entro in sfida con il lettore a cui chiedo di leggere la seconda citazione, cioè quella a seguire, che riporta il focus del detto o la tipizzazione di cui stiamo parlando. Sfido il lettore prima a leggere, poi a riflettere e capire se non nota nulla di strano oltre al nostro e precedente qui pro quo sui titoli di cui si fregiano non Giovanni e Luca, ma Pietro e Paolo, rispettivamente “fedele” e “dottore”.

Procediamo dunque e riportiamo la tipizzazione in questione

Perché dovrei dubitare? Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone

Se vi siete soffermati un attimo a riflettere sui “tipi”, avrete certamente notato la contraddizione: da una parte si afferma che Giovanni il Persiano era molto preparato e che tutto tradisce una grande esperienza biblica; dall’altra e tutto ciò è assolutamente smentito, tanto che possiamo ben dire che neanche io mai avrei scritto a quel modo.

Questo non perché la tipizzazione non sia centrata, anzi, mi spingo sino a dire che sì, Pietro è fedele e Paolo è dottore, ma per dirlo, se si è a conoscenza minuziosa delle Scritture, bisogna, perché inevitabile, dargli un ordine, quando quell’ordine nella tipizzazione proprio non c’è, anzi, neppure c’è una logica.

Rileggiamolo:

Sono stato ospitale come Abramo, mite come Mosè, santo come Aronne, paziente come Giobbe, umile come Davide, eremita come Giovanni, contrito come Geremia, dottore come Paolo, fedele come Pietro, saggio come Salomone

Come potete vedere, evangelisti, re e profeti, si susseguono senza un briciolo di ordine, seppure logico, quando il canone dell’AT era stato già fissato, per cui una conoscenza mnenmonica delle Scritture, quella che tipizza i Padri, avrebbe imposto ipso facto un ordine nell’elenco; oppure avrebbe espresso un ordine altro, ma evidente.

Invece nulla di tutto questo: tutto procede a caso, come se a un re biblico si susseguisse un evangelista, come se, insomma, Salomone venga per ultimo e non cronologicamente o logicamente dopo Davide, oppure seguendo i Libri biblici, vetero e neo testamentari.

Si potrebbe dire che coloro che hanno tramandato il detto si sono persi nella loro stessa memoria, ma allora che memoria sono i Detti patristici se non sono capaci neppure di un ordine che riveli il rispetto scritturale e patristico?

Io, blogger di provincia, mai avrei citato a quel modo, ma avrei dato uno straccio d’ordine, oppure avrei premesso e spiegato il mio, mentre al Persiano si è imposto un caos mentale tipico davvero di un grande vecchio, persino, e non Persiano, troppo.

A mio parere è evidente che:

1 per imporre il falso in Pietro e Paolo, al posto di Giovanni e Luca, come tipi, rispettivamente, di fedeltà e dottrina

2 si è creato prima un caos ad arte

3 per poi pescare nel già ridotto a torbido

4 cosicchè coloro che avessero storto il naso sul dottorato di Paolo e la fedeltà di Pietro

5 si trovassero di fronte un testo già incerto nella sua pretesa tipizzazione.

Se tutto questo non è vero, se davvero Giovanni Battista precede Geremia e Salomone è successivo a Paolo, credo urga una nuova lettura del deserto, non più appannaggio degli spirituali, ma degli specialisti: i geriatri.

La dramma perduta

Sarà un post breve, numismatico, perché affideremo alle monete il dialogo sulla verità, in primis storica, cioè il conio originale che sembra andato perduto, ma che riaffiora strada facendo e noi di strada ne abbiamo fatta molta e sempre in un unica direzione, quella che porta al Golgota del 35 d.C. e che conduce, lo stesso anno, alla relazione sui fatti gerosolomitani che giunge nelle mani di Tiberio sempre quello stesso anno, perché essa fu il frutto della fatica di Luca che così non solo offrì il suo Vangelo (quello è la relazione) a Roma, ma la convertì, nel senso che ne aprì le porte, affinché la predicazione, noi crediamo di Giovanni, potesse penetrare.

Stanchi di tanto viaggio, raccogliamo allora la moneta perduta, un dramma neroniano a quanto si scrive, ma che è smentito dai fatti, mentre quegli stessi fatti danno ragione a noi se la foto sotto la si sa interpretare nel suo senso originale che emerge solo con una cronologia esatta, mentre diviene assolutamente inintellegibile con quel corso forzoso -in realtà, mentre scrivo, penso assolutamente falso- che si è dato alla storia.

Osserviamola, allora, la moneta linkando anche a wiki che la pubblica e che offre la didascalia che dovrebbe, almeno, tenere presente la numerazione greca che per lambda (30) ed epsilon (5) da, casomai, un trentacinquesimo anno, qualunque esso sia e non un incomprensibile “quinto” di Nerone, come scrive wiki, che magari ha davvero coniato la moneta, ma solo per celebrare un evento: il Re dei Giudei che Giovanni ricorda nel suo Vangelo in 12,13.

Moneta (Prutah) coniata da Porcio Festo durante il suo governatorato [in Giudea].
Dritto: Lettere greche indicanti NEP WNO C (Nerone)
Rovescio: KAICAPOC (Cesare) e la data LE (cioè 5º anno del regno di Nerone corrispondente al 58/59 d.C.) attorno ad un ramo di palma

Come vedete nella foto, ma meglio ancora leggendo la didascalia di wiki che analizza la moneta per noi ben riassumendo quindi le conclusioni numismatiche a cui si è giunti sinora, non solo quel LE, cioè lambda ed epsilon, valgono 35, cioè il 35 d.C. quando, è vero, Gesù fu crocefisso, ma anche anno in cui Gerusalemme, poco prima, aveva salutato il suo Re perché essa uscendo nelle vie e nelle piazze

prese dei rami di palme … incontro a lui gridando:

Osanna!

Benedetto colui che viene nel nome del Signore,

il re d’Israele! (Gv 12,13)

Ecco allora nella moneta non solo il 35 d.C. come anno, ma pure la sua cornice, cioè un ramo di palma che ricorda l’unica citazione neo testamentaria della pianta, in ogni caso delle sue estremità che assurgono a simbolo regale.

Crediamo, allora, che quel conio celebri, se appartiene a Porcio Festo, l’anno dell’incoronazione di Gesù a Re di Gerusalemme, cioè il 35 d.C., dopo ( molto dopo, se coniata in epoca neroniana le cui caratteristiche storiche dovrebbero essere rivalutate ex novo) che il Vangelo aveva già conquistato Roma. Quella moneta è l’effige di quella celebrazione, cioè di un impero in… Festo.

Ps: alla luce di tutto questo, anche nella sola misura del plausibile, la leggenda nera di Nerone diviene una leggenda aurea perché nuova di zecca.