L'epitaffio del deserto

Del movimento monastico delle origini non si contano i tentativi di sintetizzarne la parabola, più che i Detti. Si è cercato di imbrigliarlo in ogni modo attraverso definizioni ora concettuali, ora pragmatiche ma nessuna ha saputo offrire quella che solo uno sguardo successivo e dall’interno poteva offrire.

L’estraneità delle opinioni ha infatti immesso eccipienti in eccesso, rimanendo però fermo il principio che poteva non sfuggire solo ai monaci, quelli che il deserto aveva conservati, forse proprio perché ne descrivessero la parabola discendente.

Ecco allora la serie non a caso anonima, perché non tanto estranea al fatto, quanto perché ancora monaca, cioè tipizzata da uno sguardo freddo, lucido e razionale: apatico.

Il Detto N 228 non è allora una zolletta di sapone con cui lavarsi le dita dopo aver scritto il milionesimo libro sui monaci, quello che, in fondo, non si nega a nessun monaco se vuole essere tale e non sa essere altro, come se leggere di monaci e scriverne facesse quell’abito che però non lo fa, il monaco. Mai.

Non è quel detto un incipit di modestia, un riconoscere la nostra nullità e la nullità della fatica: e non è una dimostrazione di modestia, casomai di pochezza ammessa.

Quel Detto, allora, non ci mette in guardia noi lettori, non ci dice che il libro è uno de tanti: “Scusate”, ma è l’unico che ha filmato l’intero monachesimo dalle sue origini alla sua decadenza, cioè da Origine al crollo di Scete, non tanto, come direbbe Mose, perché frequentata dai fanciulli, quanto dai monaci, quelli che, dopo gli Apostoli che hanno scritto, sono stati seguiti da quelli che hanno fatto, per poi succedere quelli che hanno imparato a memoria e a loro venire dietro quelli che hanno copiato, per poi, da ultimo e da noi, copiare e mettere in vendita senza neanche curarsi dell’ortografia e dell’impaginazione, come se la moneta con cui si pagano avesse anch’essa errori di stampa.

La parabola che descrive l’anonimo è l’unica che ha colto i segni, cioè le fasi che sono tre:

Anarcoretica, caratterizzata da un’urgenza e radicalità monastica che nasce e si sviluppa sola.

Pacomiana, quella che non ha saputo far altro che alleggerire il carico dell’esistenza monastica di gruppo a favore della mnemonica delle Scritture, più che della loro prassi.

Brasiliana (errore ortografico dovuto al carnevale), che ha alleggerito ancor di più divenendo lassista e amanuense e non ulteriore sviluppo se non quello tipico decadente.

Ecco, adesso, l’intero movimento monastico che nasce solo a solo con Dio per concludersi nel mercato attuale, ultima disperata tappa prima dei barbari.

“Nacque senza regola, perché dove non c’è regola stanno i frati” si leggerà sulla lapide.

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