Macario il Magnifico

Di Macario l’Egiziano, Padre del deserto, il blog se ne è occupato a più riprese, senza mai creare una categoria specifica che però è sopperita dalla possibilità che il menù dà di aprire la ricerca e digitare “Macario” e leggere tutti i post che lo riguardano.

Uno di questi, datato di alcuni anni e dedicato alla maturità di quell’anno che esaltava la filosofia, aveva aperta una precisa traccia di riflessione, ma in completo fuori tema, insomma un quattro assicurato.

Infatti, noi avevamo fatto notare che l’apoftegma XIII dell’alfabetica e attribuito a Macario il Grande, non era una storiella dabbene, non entravano in gioco mummie e diavoli per un banale capriccio horror, ma celavano una sintesi preziosa che adesso, con questo post, lo diviene, secondo noi, ancor di più.

L’apoftegma in questione, noi l’avevamo interpretato ugualmente come una lotta tra demoni e Macario, ma non prima però di aver sottolineato quello che forse è sfuggito a tutti: le “antiche mummie” del Detto XIII erano “greche”, specificazione che non apparirebbe fondamentale nell’economia del Detto che già aveva attirata l’attenzione con i diavoli di turno che tentano Macario con “voce di donna” per un mix di sesso e paura capace di affascinare solo alcuni (pochi) lettori.

Quelle mummie del detto XIII essendo “antiche” e “greche” simboleggiano la filosofia, scienza o sapere oramai mummificato, perché, come tra l’altro scrive Paolo in 1 Corinti 1,17-28, tutta la filosofia dell’uomo, tutta la sua riflessione, non erano riusciti a far luce sul mistero di Dio, mentre la croce, la croce dell’insipienza e della follia, Lo aveva mostrato a “tutta Roma” (Mt 27,54).

La filosofia, insomma, aveva fallito e dunque quel suo apparire una mummia sta lì a dirci che essa era un passato forse non putrefatto, è vero, ma morto e del tutto irrecuperabile, cioè capace ormai di esprimere niente di più che repulsione, vuoi perché cadavere e vuoi perché anche il demonio se ne prende gioco, avendo ben altro nemico da combattere: Macario.

Tuttavia, tra Macario e le mummie, cioè i filosofi, c’è una scaramuccia ma tutto si risolve con una gomitata al cadavere, filosofo di turno che il Padre a sotto di sé, gomitata che lo invita ad andare nelle tenebre, cioè nel dimenticatoio della ragione e della fede.

Macario, così facendo però, dimostra di essere in grado di confrontarsi con dei filosofi, magari illustri, e vincerli. Questo mal si concilia con la sua ex professione di cammelliere, mestiere che difficilmente può permettersi una cultura accademica, in ogni caso quella necessaria ad affrontare degli intellettuali di professione.

Macario, faccio un esempio, era stato cammelliere, cioè camionista e quindi la sua uscita e riuscita vittoriose contro un manipolo di intellettuali cadaverici suonano davvero strane ed ecco perché ci si interroga ancora sull’altro Macario, quello d’Egitto che si ritiene altro rispetto a Macario l’Egiziano, ma solo perché non si è capito che Macario fu istruito dallo Spirito Santo e dunque tutta l’imponente produzione letteraria attribuita all’ancora ignoto Macario d’Egitto è sua, è di Macario l’Egiziano, alias Macario il Grande, che però, come vedremo, diviene il Magnifico.

In particolare, infatti, è sua la prima lettera indirizzata “ai giovani della sua professione” cioè, ed evidentemente, ai giovani cammellieri e non a generici filios dei. Macario, insomma, invita i giovani a seguirlo in un deserto che ha fatto di lui, da cammelliere che era, un capolavoro dello Spirito Santo, perché Esso, come nell’ex ladrone e schiavo Mose, “grandi cose ha fatto in lui”, per un Magnificat in versione maschile ma ugualmente potente.

E’ proprio la lettera ai giovani della sua professione che costituisce il trait d’union tra due figure altrimenti enigmatiche, cioè Macario l’Egiziano e Macario d’Egitto, perché il primo, nelle vesti del secondo, invita non a tentare la fortuna, ieri come oggi, ma il deserto, dopo che il flusso del Vangelo lo aveva fecondato. Non tutti feconderanno le celle, solo pochi, talvolta uno, ma a tutti gli altri sarà riconosciuto il merito di aver costituito un movimento di massa vitale quant’altri mai.

Tutta la confusione che allora regna -e non solo nei nomi (Macario l’Egiziano per Macario d’Egitto)- è giustificabile solo se non siamo consacrati, se siamo cioè quegli stessi filosofi con cui Macario ha litigato prendendo lui la ragione; mentre se siamo consacrati appare incomprensibile che neppure sia stata presa in considerazione l’ispirazione divina nella sua opera, ispirazione che fece di un camionista un raffinato e fecondissimo intellettuale.

Essere dei consacrati e non credere alla consacrazione altrui non necessariamente comporta la mancanza di fede o il falso, ma certamente denota una fede malinconica al ricordo della vocazione che fu.

Ps: per alcune informazioni sulla lettera di Macario ai giovani della sua professione e relative alla sua attribuzione, si legga la nota 66 di G. Colombàs “Il monachesimo delle origini. La spiritualità”, ed. Jaka Book, 2017

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