Dall'arena di Sanremo

Dopo Sanremo si fa un gran parlare del CanoroC virus e l’immancabili apocalittici altrettanto immancabilmente non colgono nel segno, ma ci vanno però vicini. Non crediamo alla peste nera, nè ad un’apocalisse di uomini e animali, ma solo a un cambiamento epocale in ambito religioso.

Avevamo previsto tutto, noi, lo avevamo fatto nel 17 aprile del 2018 quando scrivemmo La storia infinita, post di difficile comprensione per chi non ci conosce, ma che fece ugualmente una scommessa con il lettore, sempre ipotetico, riguardo a questo 2020, esattamente il 2020 come dimostra la tabella di quel post linkato.

Noi avevamo riassunti lì gli altari della storia, cioè quei cambiamenti che segnano, direi davvero, la storia che solitamente viene fatta procedere per rivoluzioni.

Cambiamenti epocali ma sostanzialmente innocui per la gente, gli altari della storia, perché non ne muore a iosa (nel 1012 a.C. morì solo Golia). Sono, infatti, solo cambiate le regole ogni 497 anni, una metrica sabbatica se 497 si divide per 7 e dà un risultato di 71, tradizionalmente numero dei membri del sinedrio e cosa che fa dei 497 anni una metrica quasi liturgica.

Sì, avevamo non previsto, ma calcolato tutto, scommettendo persino con il lettore e davvero ne stiamo vedendo delle belle, quando però il meglio deve ancora venire.

Potrei rispiegare tutto daccapo e molto meglio quel post, ma quel 2020 del 17 aprile 2018 a inizio tabella è chiaro come il sole, compreso quel buco nero dei 50 anni tra il 515 a.C. e il 465 a.C. che rende unico lo spettacolo. Buona visione e buon ascolto che l’eco di Sanremo non si ancora spento.

L'epitaffio del deserto

Del movimento monastico delle origini non si contano i tentativi di sintetizzarne la parabola, più che i Detti. Si è cercato di imbrigliarlo in ogni modo attraverso definizioni ora concettuali, ora pragmatiche ma nessuna ha saputo offrire quella che solo uno sguardo successivo e dall’interno poteva offrire.

L’estraneità delle opinioni ha infatti immesso eccipienti in eccesso, rimanendo però fermo il principio che poteva non sfuggire solo ai monaci, quelli che il deserto aveva conservati, forse proprio perché ne descrivessero la parabola discendente.

Ecco allora la serie non a caso anonima, perché non tanto estranea al fatto, quanto perché ancora monaca, cioè tipizzata da uno sguardo freddo, lucido e razionale: apatico.

Il Detto N 228 non è allora una zolletta di sapone con cui lavarsi le dita dopo aver scritto il milionesimo libro sui monaci, quello che, in fondo, non si nega a nessun monaco se vuole essere tale e non sa essere altro, come se leggere di monaci e scriverne facesse quell’abito che però non lo fa, il monaco. Mai.

Non è quel detto un incipit di modestia, un riconoscere la nostra nullità e la nullità della fatica: e non è una dimostrazione di modestia, casomai di pochezza ammessa.

Quel Detto, allora, non ci mette in guardia noi lettori, non ci dice che il libro è uno de tanti: “Scusate”, ma è l’unico che ha filmato l’intero monachesimo dalle sue origini alla sua decadenza, cioè da Origine al crollo di Scete, non tanto, come direbbe Mose, perché frequentata dai fanciulli, quanto dai monaci, quelli che, dopo gli Apostoli che hanno scritto, sono stati seguiti da quelli che hanno fatto, per poi succedere quelli che hanno imparato a memoria e a loro venire dietro quelli che hanno copiato, per poi, da ultimo e da noi, copiare e mettere in vendita senza neanche curarsi dell’ortografia e dell’impaginazione, come se la moneta con cui si pagano avesse anch’essa errori di stampa.

La parabola che descrive l’anonimo è l’unica che ha colto i segni, cioè le fasi che sono tre:

Anarcoretica, caratterizzata da un’urgenza e radicalità monastica che nasce e si sviluppa sola.

Pacomiana, quella che non ha saputo far altro che alleggerire il carico dell’esistenza monastica di gruppo a favore della mnemonica delle Scritture, più che della loro prassi.

Brasiliana (errore ortografico dovuto al carnevale), che ha alleggerito ancor di più divenendo lassista e amanuense e non ulteriore sviluppo se non quello tipico decadente.

Ecco, adesso, l’intero movimento monastico che nasce solo a solo con Dio per concludersi nel mercato attuale, ultima disperata tappa prima dei barbari.

“Nacque senza regola, perché dove non c’è regola stanno i frati” si leggerà sulla lapide.

Il fiero pasto della storia

Di una pericope illustrissima del Vangelo di Giovanni ce ne siamo già occupati in almeno un post, ma ci era sfuggito il nucleo di fondo che è emerso grazie alla lettura di Colombàs e del suo “Monachesimo delle origini. La spiritualità” che dedica all’eucarestia innumerevoli pagine bibliche, cioè tutte, scrivendo che i Padri del deserto si nutrivano della Bibbia “carne e sangue” del monaco.

Sull’ispirazione nata dalla riflessione di Colombàs, abbiamo avuto un’idea più precisa del linguaggio duro di Gesù, quello che fa fuggire in massa i discepoli (Gv 6,60), cioè quella carne da mangiare e quel sangue da bere che che Gli appartengono. Ma non perché simbolicamente Lo riassumano, anzi, proprio il contrario: ne costituiscono a tutti gli effetti la carne da mangiare e il sangue da bere, ma non in senso letterale, quanto storico.

Dunque è la storia l’eurecarestia, diremmo; è la storicità di Gesù ciò che dona la vita eterna promessa (Gv 6,54) agli antropofagi, direbbe uno speculativo antropologico, perché la storia ha inizio in una mangiatoia (Lc 2,7), cioè nello strumento di pastura del gregge ed è quell’anno, ben saldo nella storia, che il cristiano deve assimilare ed è il 15 a.C., non un ipotetico maggioritario 6 o 7 a.C (Ratzinger, addirittura!).

Quell’anno è carne è storia è verbo solido che ciascuno, tra i chiamati da Dio e a Lui venuti (Gv 6,44), deve considerare nell’ottica di un’anagrafe che si completa in un calice di sangue e di folla: il 35 d.C., quando dal Suo costato quel sangue fuoriuscì (Gv 19,34) affinché noi bevessimo alla fonte di un’Alleanza Nuova, dopo che la Sua carne era “consumata” (Gv 19,30).

Il 15 a.C. e il 35 d.C. compongono un Cristo cinquantenne che scrisse la storia con la Sua carne e il Suo sangue e chi non li consuma non ha parte alla vita eterna, perché poggia la sua fede su ipotesi d’alta cattedra ma vertiginose alla ragione e alla fede, tanto che poi precipitano in un vuoto storico.

Ecco, cari cattolici, la fede, in particolare il suo sangue, quello che Giovanni vede affinché voi vediate (Gv 19,35). Senza quest’eurecarestia non sarete né nella storia, né nella fede, tanto meno nell’eterno, ma solo a Messa.

Macario il Magnifico

Di Macario l’Egiziano, Padre del deserto, il blog se ne è occupato a più riprese, senza mai creare una categoria specifica che però è sopperita dalla possibilità che il menù dà di aprire la ricerca e digitare “Macario” e leggere tutti i post che lo riguardano.

Uno di questi, datato di alcuni anni e dedicato alla maturità di quell’anno che esaltava la filosofia, aveva aperta una precisa traccia di riflessione, ma in completo fuori tema, insomma un quattro assicurato.

Infatti, noi avevamo fatto notare che l’apoftegma XIII dell’alfabetica e attribuito a Macario il Grande, non era una storiella dabbene, non entravano in gioco mummie e diavoli per un banale capriccio horror, ma celavano una sintesi preziosa che adesso, con questo post, lo diviene, secondo noi, ancor di più.

L’apoftegma in questione, noi l’avevamo interpretato ugualmente come una lotta tra demoni e Macario, ma non prima però di aver sottolineato quello che forse è sfuggito a tutti: le “antiche mummie” del Detto XIII erano “greche”, specificazione che non apparirebbe fondamentale nell’economia del Detto che già aveva attirata l’attenzione con i diavoli di turno che tentano Macario con “voce di donna” per un mix di sesso e paura capace di affascinare solo alcuni (pochi) lettori.

Quelle mummie del detto XIII essendo “antiche” e “greche” simboleggiano la filosofia, scienza o sapere oramai mummificato, perché, come tra l’altro scrive Paolo in 1 Corinti 1,17-28, tutta la filosofia dell’uomo, tutta la sua riflessione, non erano riusciti a far luce sul mistero di Dio, mentre la croce, la croce dell’insipienza e della follia, Lo aveva mostrato a “tutta Roma” (Mt 27,54).

La filosofia, insomma, aveva fallito e dunque quel suo apparire una mummia sta lì a dirci che essa era un passato forse non putrefatto, è vero, ma morto e del tutto irrecuperabile, cioè capace ormai di esprimere niente di più che repulsione, vuoi perché cadavere e vuoi perché anche il demonio se ne prende gioco, avendo ben altro nemico da combattere: Macario.

Tuttavia, tra Macario e le mummie, cioè i filosofi, c’è una scaramuccia ma tutto si risolve con una gomitata al cadavere, filosofo di turno che il Padre a sotto di sé, gomitata che lo invita ad andare nelle tenebre, cioè nel dimenticatoio della ragione e della fede.

Macario, così facendo però, dimostra di essere in grado di confrontarsi con dei filosofi, magari illustri, e vincerli. Questo mal si concilia con la sua ex professione di cammelliere, mestiere che difficilmente può permettersi una cultura accademica, in ogni caso quella necessaria ad affrontare degli intellettuali di professione.

Macario, faccio un esempio, era stato cammelliere, cioè camionista e quindi la sua uscita e riuscita vittoriose contro un manipolo di intellettuali cadaverici suonano davvero strane ed ecco perché ci si interroga ancora sull’altro Macario, quello d’Egitto che si ritiene altro rispetto a Macario l’Egiziano, ma solo perché non si è capito che Macario fu istruito dallo Spirito Santo e dunque tutta l’imponente produzione letteraria attribuita all’ancora ignoto Macario d’Egitto è sua, è di Macario l’Egiziano, alias Macario il Grande, che però, come vedremo, diviene il Magnifico.

In particolare, infatti, è sua la prima lettera indirizzata “ai giovani della sua professione” cioè, ed evidentemente, ai giovani cammellieri e non a generici filios dei. Macario, insomma, invita i giovani a seguirlo in un deserto che ha fatto di lui, da cammelliere che era, un capolavoro dello Spirito Santo, perché Esso, come nell’ex ladrone e schiavo Mose, “grandi cose ha fatto in lui”, per un Magnificat in versione maschile ma ugualmente potente.

E’ proprio la lettera ai giovani della sua professione che costituisce il trait d’union tra due figure altrimenti enigmatiche, cioè Macario l’Egiziano e Macario d’Egitto, perché il primo, nelle vesti del secondo, invita non a tentare la fortuna, ieri come oggi, ma il deserto, dopo che il flusso del Vangelo lo aveva fecondato. Non tutti feconderanno le celle, solo pochi, talvolta uno, ma a tutti gli altri sarà riconosciuto il merito di aver costituito un movimento di massa vitale quant’altri mai.

Tutta la confusione che allora regna -e non solo nei nomi (Macario l’Egiziano per Macario d’Egitto)- è giustificabile solo se non siamo consacrati, se siamo cioè quegli stessi filosofi con cui Macario ha litigato prendendo lui la ragione; mentre se siamo consacrati appare incomprensibile che neppure sia stata presa in considerazione l’ispirazione divina nella sua opera, ispirazione che fece di un camionista un raffinato e fecondissimo intellettuale.

Essere dei consacrati e non credere alla consacrazione altrui non necessariamente comporta la mancanza di fede o il falso, ma certamente denota una fede malinconica al ricordo della vocazione che fu.

Ps: per alcune informazioni sulla lettera di Macario ai giovani della sua professione e relative alla sua attribuzione, si legga la nota 66 di G. Colombàs “Il monachesimo delle origini. La spiritualità”, ed. Jaka Book, 2017

L'assoluto dei numeri primi

Salve padre Columbàs, ovunque lei sia che il giudizio davvero non mi spetta, mentre mi spetta – e di diletto- leggere il suo libro, ma non ora che il sole è calato ma la notte del suo volume tarda ad arrivare.

Scrivo a lei, ma in fondo ai monaci, che si ostinano a chiamarsi tali, quando però, toccato il fondo, neppure sono rimbalzati, ma hanno cominciato a scavare, perché si legge, nella serie anonima degli apoftegmi, che gli Apostoli hanno scritto, quelli dopo hanno messo in pratica, i successivi hanno imparato a memoria e, non da ultimi, altri hanno copiato e messo sugli scaffali, affinché gli ultimi (oggi) potessero, a loro volta, copiare e mettere sempre negli scaffali, ma delle librerie, cioè in vendita.

Non è altro che un parabola, quindi, una discesa che attende solo il suo compimento nell’ecommerce, quello digitale che solo saprà offrire preziosi contenuti a pochi spicci, di moneta e di tempo (non c’è libro che non contenga errori tanto è ormai il valore che si dà loro).

Volevo dirle che il suo testo ” Il monachesimo delle origini” è bello, ma avrebbe potuto essere magnifico dicendo una verità che di sicuro, accennando timidamente al fatto nel II tomo, non le è sfuggita, cioè che Origene è il padre del monachesimo, tanto che potremmo chiamarlo come secondo me fu chiamato, cioè ricorrendo a uno pseudonimo: Origine, da origo-originis e dunque un latinismo più che un grecismo.

I latini lo ribattezzarono così quando capirono, neanche era difficie, che l’intero movimento monastico nasce da lui, se il monachesimo fu, in fondo, solo un cristianesimo radicale, quello stesso che portò, Origine, a evirarsi per servire meglio il regno di Dio (Mt 19,12).

Poi -ma lo sappiamo- venne Antonio, altro pseudonimo se mai è esistito, che permise non tanto alla chiesa quanto al diavolo, a Satana, di impadronirsi del monachesimo, perché Atanasio, con la sua Vita Antonii, è un ulteriore pseudonimo e significa Io Satana (ATANA S IO).

Insomma il diavolo, stavolta, non ci ha messe solo le corna, ma corna e cappello su l’intera questione monastica, riducendola a un obbedienza che ricorre ossessivamente in una patristica che nasce anarcoretica, insofferente al compromesso cattolico, cioè la chiesa di Costantino, tanto da fuggirne, qualunque fosse il deserto e la sua profondità, ma non così lontano se la collezione alfabetica li precede tutti con Antonio il Grande, primo monaco in assoluto, sembra.

La voglio viva, padre Colombàs, e le suggerisco di controllare le attestazioni del nome proprio Origene affinchè, scoperta la sua inesistenza nel mondo classico e più in là, sia davvero facile intuire che in origine, Origene, era Origine, un ablativo pressoché… assoluto.