La sabbia negli occhi

Buongiorno Cremaschi, è con gioia che ancora mi rivolgo a lei con lettere di fretta, non così tanta, però, da impedirmi di dirle che anch’io una volta ho voluto farmi monaco a Vallombrosa, ma ci fu qualcosa che mi disse che non era quella la strada che però, nella sostanza, è rimasta monastica se ancora la regola vale: ora, lege et labora.

Ci siamo lasciati, mi pare, sul grande falso che fa emergere Pambo (J 758) e su quel 485 dei rifermenti biblici dell’introduzione della Mortari che divengono, con la scoperta di uno ulteriore, 486 numero e anno che si legge ghematricamente e cronologicamente, perchè υἱός (Ap 12,5) e πέτρα (Lc 6,48), nonché 486 a.C. anno della caduta di Babilonia.

Non credo che sia messa alla ricerca del 486 esimo riferimento, per cui glielo accenno, certo che ne emergerà un corpus che ha un suo significato, distillando l’Antico e il Nuovo Testamento alla luce dei Padri o del deserto, se preferisce.

Un’antologia, il meglio della Scrittura che sono certo ha un senso, ma dobbiamo trovare il fil rouge che li lega, cioè perché quei riferimenti e a cosa sono finalizzati. E’ dunque un’opera nell’opera, un’appendice ancora sconosciuta che ha però una cornice evidente di per sé, se tutto si conclude con il 486 esimo ancora ignoto che gli dà senso teologico e li raccoglie.

Quel riferimento mancante, infatti, è proprio Pambo e la sua profezia se siamo, come me, al corrente del grande falso scritturale, esegetico e patristico, se siamo cioè al corrente che tutto è stato corrotto come Pambo aveva predetto, tutto.

Ecco allora che quel 486 esimo rifermento conclude la scena e la racchiude, per cui non rimane che comprendere dove in esso si celi il riferimento e non è difficile ricorrendo “generazione” nel Detto, perché tutto si colloca alla luce di Lc 21,32 quando Gesù, nel suo ultimo anno di vita, il 35 d.C.preannuncia la catastrofe del 70 d.C.

Gesù disse che quella generazione avrebbe vista la catastrofe, cioè l’avrebbe vissuta; Pambo scrive che “la prossima generazione si appresta” a falsare tutto. Credo, però, che il greco originale, cioè non “grattato dalle pergamene” o quello ben tradotto, non riporti “la prossima generazione”, ma “questa generazione” rendendosi identico al passo lucano e dunque costituendo un preciso riferimento neo testamentario, in particolare il 486 esimo, permettendo a noi di vedere quell’ υἱός  che emerge dal corpus dei riferimenti.

La lettura dei Padri richiede lo stesso strabismo richiesto dalla Scrittura, perché è necessario un angolo di fuoco che sfugge persino al possessore di quel difetto visivo. La prospettiva e la sensibilità cambiano, così, ed emergono lati nascosti come la vita di Pambo che non fu un nascere e morire, ma profezia in virtù di quella sensibilità strabica.

Egli, infatti muore nel 375 e parla di generazione che non è biblicamente un di padre in figlio, ma una precisa metrica cronologica ed è quella che ispira tutta la genealogia matteana di 14 generazioni di 35 anni, per un totale di 490 anni, ghematria di κλείς Δαυίδ e io so perché.

Dunque Pambo, citando la generazione, permette a noi non solo di collocare non tanto il suo Detto, quanto la sua profezia, ma permette anche di comprendere almeno il capo di quel fil rouge che cerchiamo nel corpus dei riferimenti, il quale capo è il 340 come anno in cui cronologicamente si collocano le parole profetiche di Pambo.

Adesso occorre la sensibilità sfocata, perché quel 40 che emerge dal 340 altro non è che i 40 giorni di Gesù nel deserto, i 40 anni di deserto di Mosè e il deserto dei Padri e sta lì a dirci che quel 486 dei riferimento ottenuto sono il distillato, vetero (Mosè) e neo testamentario (Gesù) di un apprendimento mnemonico e di una vita alter Christi, insomma uno strabismo scritturale che ha visto oltre, ha visto altro rispetto al taglio elegante di una montatura intellettuale (capriccio ellenistico), cioè di un falso.

Buona giornata

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