La Donna, il Figlio e i Padri

Scrivo ancora a lei, Cremaschi, immaginando che legga e questo non è insolito in un blogger, spesso alle prese con il successo dei suoi post, il quale è davvero affidato alle mani di Dio, piucché del web.

Non ci occuperemo, però, del suo Detti editi e inediti, ma dell’edizione dei Detti della Mortari, di cui ho ben letta l’introduzione, nella quale c’è una nota curiosa che solo se si è al corrente del contesto in cui si potrebbe inserire diviene importante, cioè non casuale.

Essa è la numerazione dei rifermenti biblici, cioè il numero delle volte che, esplicitamente o implicitamente, i Padri fanno rifermento alla Scrittura nei loro apoftegmi. Se il fatto non avesse rilevanza, né la Mortari, né Guy lo avrebbero fatto notare, mentre entrambi hanno contato tutte le occorrenze.

Secondo la Mortari, esse sono 485, ma io credo -e ne sono quasi certo- che in realtà ammontino a 486 per un motivo semplice solo in apparenza, ma che rivelerebbe una realtà ben precisa che i Padri vollero simboleggiare con il 486.

Esso infatti è ghematria di υἱός (Ap 12,5) e quel figlio è figlio della Donna che fugge, non a caso, nel deserto dove ha un luogo preparato e dove risiederà 1260 giorni ( Ap 12,6). Quelle 486 volte, allora, non sono più frutto del caso, ma una precisa scelta, quasi un’antologia che vuole ricordare e riportare al deserto l’opera che più di altre ha colpito la fantasia nostra e, penso, anche quella dei Padri, cioè Apocalisse che accoglie la madre di colui che è destinato a governare le nazioni .

E’ il deserto, allora, che segna un’attesa messianica accogliendo non solo la Donna vestita di sole, ma tutti coloro che vivono quell’attesa e che, come lei, sono “fuggiti” (Ap 12,6.) nel deserto stesso (tema, quello della fuga, estremamente caro e importante nella patristica) come ha fatto la Donna, la quale, in questo senso, potrebbe divenirne la madre che farebbe del monachesimo un suo figlio.

In fondo, a me pare, che neanche ci sia bisogno di un un altro rifermento se già di per sé quel quattrocentottantaseiesimo esprime tutto questo, cioè riassume il senso dei riferimenti che lo precedono e dà loro un significato ulteriore rispetto a quello che avrebbero singolarmente nel loro contesto, il quale diverrebbe solo una sezione della grande cornice del 486 che li rivela, uno ad uno, in pienezza.

Ci pensi un po’ su e magari, attraverso quel gioco di specchi che è il web, mi faccia sapere, perché molto altro c’è da dire su quel 486 che diviene, in possesso dell’esatta cronologia biblica e storica, il 486 a.C., esatto anno della caduta di Babilonia, nonché ghematria di πέτρα (Lc 6,48), cioè di quella roccia su cui siamo invitati a fondare la casa e simbolo di una fede resistente che diviene grido e certezza: “Babilonia cadrà!”

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