Ha ragione Fossati, uomini poco allineati

Cos’è un monaco? o chi è? Chiederselo appare retorico vista la profusione di testi sull’argomento e basta solo scegliere, magari quello di grido, per conoscere le origini del monachesimo, cioè come e perché nacque.

Noi però vogliamo andare davvero alle origini, cioè alla radice del suo titolo, una radice etimologica perché certi che è lì che si conserva la natura. In questo senso, solo a prima vista la questione è facile: basta sfogliare, nel web, un dizionario etimologico per sapere che il monaco è solo (mònos).

Ma lo abbiamo già detto: di persone sole ne è pieno il mondo e se l’abito non fa il monaco, tanto meno lo fa la solitudine. Dunque deve esserci qualcos’altro che ha fatto i monaci e quel diverso è etimologico e ci parla di una (mònos) voce (ecos).

Dunque il monaco è colui che ha una voce ed quella di Dio, vuoi perché essi, in origine, penso ai Padri del deserto, avevano assimilato a memoria la Scrittura con cui erano, appunto, una cosa sola; vuoi perché la loro voce era la voce, quindi, di Dio.

Ecco allora spiegato un senso della patristica del deserto: “Dimmi una parola!” spesso si chiede al monaco, certi che quella era la voce di Dio, era la verità e il giudizio. Non si chiede, allora, una parola semplicemente illuminata, ma quella di Dio, che non è sapere umano frutto di studio, magari biblico, ma sapienziale, procedendo, essa, da Dio stesso.

Potremmo certamente scrivere che davvero il monaco è solo, ma lo è in virtù della sua intimità con Dio di cui è la voce nel mondo e questo lo rende non tanto solo, ma unico, qualcosa a sé stante e diverso, per natura, dallo scibile, cioè da ciò che si conosce e si può conoscere, perché egli è il frutto di un rapporto che attinge direttamente al cielo, per ispirazione.

Quei monaci non a caso sono anche chiamati anacoreti e qui si consuma l’errore sull’errore, se il primo è stato ridurre tutto alla solitudine monastica che è quasi una solitudine fisica. Infatti “anacoreta” è colui che “vive lontano” perché “monaco” cioè solo e dunque quella solitudine diviene prima persona, poi luogo di dimora, per lo più un deserto.

Ma è ben diverso se noi facciamo risalire etimologicamente l’anacoretismo da ana- coròs, cioè fuori dall’adunanaza e/o luogo in cui si canta, perché tutto si proietta sotto ben altra luce e si fonde con la condizione monastica che era voce, voce sola e fuori dal coro, cioè dall’adunanza, quindi da un magistero.

Emerge, allora, una solitudine che non è più fisica, ma spirituale e di parola, perché il monco prima e l’anacoreta poi sono coloro che odono la voce di Dio fuori da un contesto ufficializzato, spesso imposto, ancor più spesso magisteriale.

Il monaco non vive solo ma parla da solo a solo perché, come recita un apoftegma, lui e Dio sono soli al mondo, tanto che se non si ha chiaro questo, non siamo monaci, siamo solo dei laici sconsacrati, perché è più probabile udire la voce di Dio in un laico devoto che vive nel mondo, che in un monaco che ignora persino la sua identità, cara Cremaschi.

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