Il deserto nella Scrittura

Reverenda madre Cremaschi, le scrivo a quest’ora monastica perché ho l’abitudine di alzarmi non sempre presto, ma quando mi sveglio, magari dopo un sonno preceduto dalla lettura, capitolo per capitolo, del suo bel libro Detti editi e inediti dei Padri.

Leggo il suo lavoro con calma, spesso ritornando sul già letto, al fine di memorizzare per poi ruminare il Detto, certo che la prima lettura quasi sempre non basta. E’ dunque un percorso lento il cammino pagina dopo pagina, ma di tutto frutto, perché, come nel caso del libro della Mortari, che si è invece dedicata esclusivamente agli editi della collezione alfabetica, posso suggerirle una brevissima sintesi: essi sono il libro che dedica l’apoftegma più lungo all’esperienza più breve (Macario l’Egiziano 33).

Forse si sarà meravigliata del fatto che io abbia insinuato un falso di chiesa nella patristica del deserto, che abbia cioè scritto che essi sono stati oggetto di una manipolazione finalizzata all’omologazione a un Magistero successivo, operazione che li ha resi compatibili, tagliando le vette e gli abissi per inserirli in uno spartito anonimo sfigurandoli. Il concetto di chiave musicale, quindi, è di fondamentale importanza.

Infatti la chiave non serve ad altro che a far si che non si possano scrivere note né sopra né sotto l’apice e il pedice della chiave stessa, la quale dà, quindi, la misura allo spartito. Tutto ciò che è sopra la chiave non è musica, e così ciò che è sotto. Non è musica ciò che è troppo acuto e non è musica ciò che è troppo profondo. Tutto ciò non ha, però, generato una melodia ma, come nel caso del deserto, ha solo deturpato quella originale.

Può trovare davvero strano tutto questo, mentre è libera di giudicarlo calunnioso se, come nel caso di Zenger -ma penso anche a Jean Carmignac, perseguitato in vita e censurato in morte dalla sua stessa chiesa (cattolica, come quella di Zenger), io giunga sino a denunciare un omicidio premeditato in quella Pasqua che ha visto la morte di Zenger per mano del più classico “increscioso incidente”.

Giudichi un po’ come vuole, non prima però di aver letto ciò che lei stessa ha scritto, ma che le è sfuggito, non al corrente, come lo sono io, del grande falso che circonda non solo i Detti, ma la Bibbia e tutta la storia che essa contiene, in primis quella relativa alla vita, alla predicazione e alla morte di Gesù, avvenuta, quest’ultima, non nel 33 d.C., ma nel 35 d.C., quando quei due anni, come potrei scrivere a lungo, fanno non la storia in sé, ma la fede, perché Sant’Agostino ben scrive quando afferma che la croce sospende tra la terra e il cielo, ma quella croce, se non è ben piantata terra, diviene un simbolo incomprensibile, immaginario, teologico nel senso più vago. Quella terra, quella solidità di cui la croce ha bisogno altro non sono che una storicità certa e questa passa solo attraverso un incontrovertibile 35 d.C.

Tale anno, dunque, diviene il simbolo del grande falso o, per ricorrere a un’espressione paolina, altro personaggio a mio parerer losco, molto losco, della grande impostura che tutti aspettano, ma che è già in atto e imperante.

Non c’è niente di cui meravigliarsi: i Padri avevano profetizzato tutto, come ho letto ieri sera a pagina 167-169 (J 758) del suo libro, pagina in cui si dice chiaro che tutto, in particolare il deserto, sarà oggetto di una falsificazione sistematica secondo un “capriccio ellenizzante”, si legge, ma in verità finalizzata all’avvento di un ante Cristo che ha l’unico scopo di riportare in vigore la Legge a discapito della Giustizia, l’uomo anzjché Dio.

Concludo citando il Detto nella sua parte più importante, affinché lei e un altro eventuale lettore possano sin da subito comprendere non solo il dramma che stiamo vivendo, ma la bellezza perduta di un deserto ormai anch’esso popolato di spettri.

Ti preannuncio, figlio mio, che verrà un tempo in cui i cristiani corromperanno i libri dei santi apostoli e dei divini profeti, in cui gratteranno dalle pergamene le Sante Scritture per scrivere tropari e discorsi in stile ellenizzante; il loro spirito andrà in visibilio per questi ultimi e proverà disgusto per le prime. Per questo i nostri padri ci hanno detto che gli abitanti di questo deserto non dovevano scrivere le Vite dei padri su pergamene, ma su papiri, perché la prossima generazione si appresta a grattare le Vite dei padri per scrivere altro, secondo il loro capriccio.

(Cremaschi, Detti editi e inediti dei Padri del deserto, pp 167-169)

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